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C'e' fermento intorno alla norma antiracket PDF Stampa E-mail

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di Dora Quaranta - 5 maggio 2009

Palermo. In un’aula di Tribunale un imprenditore coraggioso ha denunciato ieri 13 anni di pizzo pagato, 23 mila euro all’anno. Si tratta di Giovanni Ceraulo, titolare della catena di negozi “Prima Visione”.



“Ho pagato sempre – ha spiegato Ceraulo rispondendo alle domande del pm De Lucia – dal 1995, da quando mi misero l’attak nelle serrature di tutti e tre i punti vendita e poi mi vennero a cercare in negozio. Mi dissero che il pizzo era per Agostino Badalamenti e io pagavo a Pasqua e Natale: ogni volta 5 milioni di lire”. Ceraulo ha continuato a pagare anche dopo la morte di Badalamenti fino allo scorso anno quando ha deciso, per amore dei suoi figli, di collaborare con le forze dell’ordine.
Sempre il racket è al centro delle notizie di questi giorni:  il pizzo infatti è una delle piste che gli investigatori stanno percorrendo per risalire alle origini di due incendi che in cinque giorni hanno distrutto la cartiera “Palermo recuperi sas” a pochi metri da Villabate. Alle 14.30 di domenica nella cartiera sono andati distrutti tre rimorchi, un muletto, due camion e circa 800 balle di carta da riciclare pronta per essere spedita.
Intanto intorno alla norma antiracket del pacchetto sicurezza continua acceso il dibattito. Nel disegno di legge sulla sicurezza in esame alla Camera era stata inserita una norma, già approvata in Senato, che prevedeva tra le cause di esclusione dalle gare d’appalto la mancata denuncia del pagamento del pizzo nel caso in cui venisse scoperta da un pm nel corso delle indagini anche riguardanti altri soggetti. Il ministro Maroni ha denunciato che manovre lobbistiche hanno condotto ad un emendamento correttivo  in commissione alla Camera. In base al correttivo il pm potrà procedere alla segnalazione della mancata denuncia di estorsione solo nel caso di un rinvio a giudizio per falsa testimonianza e favoreggiamento.
Secondo il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, intervenuto alla trasmissione “24 Mattino” su Radio 24, occorrerebbe trovare un compromesso sulla questione: “Da un lato – ha detto – potrebbe non bastare un semplice indizio di pagamento del pizzo per escludere un’impresa dagli appalti, dall’altro è esagerato attendere il rinvio a giudizio. Si può trovare una norma secondo cui viene senz’altro accertato il pagamento del pizzo e viene accertata l’esistenza dell’estorsione, dall’altro viene accertata la mancanza di uno stato di necessità per cui uno può avere agito per salvare sé o altri da un pericolo alla persona”. “Certamente – ha concluso Grasso – un imprenditore che ha un appalto pubblico e paga il pizzo decide di fare il tramite di denaro tra Stato e cosche mafiose”.



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