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Antimafia Duemila

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Terzo Millennio Anno VII° Numero 4 - 2007 N°55 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VII° Numero 4 - 2007 N°55
V-day il giorno dopo
Mancano idee e coraggio a sinistra di Paperino
Bin Laden come Riina e Provenzano?
Zero
Servitu militare
Un osservatorio per salvare l'Honduras
E' mistero sull'assassinio di Tito Palma

Servitù militare
Lunga la lista delle basi statunitensi in Italia. Ma gli interessi atlantici sono gli stessi di quelli continentali europei?

 

di Simone Santini

 Il mare, lentamente, restituisce i regali di morte che l'uomo gli ha fatto. Lo scorso 27 maggio una coppia rinviene frammenti di una bomba al fosforo su una spiaggia centrale di Fano, nelle Marche, una nota località turistica raggiunta soprattutto da famiglie, a pochi chilometri da quel paradiso del divertimento estivo che è la costa romagnola.  Lo scorso anno un episodio analogo si era verificato a Pesaro. "Un sassolino di colore arancione corallo ha cominciato a fumare sotto il sole e emanare fiammelle", ha riportato il quotidiano regionale Corriere Adriatico. La malcapitata bagnante pesarese, lo scorso anno, che aveva raccolto i frammenti dell'ordigno, ne era rimasta addirittura ustionata. Sembra che i frammenti, infatti, finché sono bagnati rimangono inerti, ma asciugandosi al sole si innescano cominciando a sprizzare scintille incandescenti. I gestori degli stabilimenti balneari hanno optato per un servizio di sicurezza privato, anche notturno, per monitorare la battigia. Ogni gestore sborsa 1500 euro per la tranquillità dei propri clienti. Rinvenimenti come quelli descritti si susseguono, sempre più numerosi, su tutta la costa adriatica italiana da Grado a Gallipoli. Bombe al fosforo, cluster bombs (le temibili bombe a grappolo che nei conflitti colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile), proiettili all'uranio impoverito, siluri, missili Tomahawk. Sono i residui delle guerre fatte dalla Nato nei Balcani, dalla Bosnia al Kosovo, negli anni '90. Sono centinaia di migliaia (impossibile quantificare il numero preciso) gli ordigni rilasciati in mare da velivoli militari che hanno effettuato missioni e raid in quegli anni. La rivista Left, in un dettagliato articolo a firma di Gianni Lannes, riporta che sono oltre venti i siti incriminati mentre ufficialmente la Nato ne dichiara sei: nei pressi di Molfetta, in Puglia, "in un raggio di 500 metri dalla riva di Torre Gavettone (100 metri dalle abitazioni), "i sub della Marina militare ne hanno catalogati 110.000. Mentre nel porto e nelle sue immediate adiacenze ce ne sono un numero imprecisato", rivelano un ufficiale e un sottufficiale".
Ancora, "30 bombe non a grappolo ripescate a fine febbraio nel golfo di Venezia. Nel medio e basso Adriatico i piloti Nato hanno avuto pochi scrupoli. Tra Pesaro e Ancona, nei paraggi delle piattaforme metanifere, dalle quali il gas raggiunge la raffineria Api di Falconara, si sono liberati di "tre ordigni a grappolo e di una decina di bombe a guida laser, lunghe quasi tre metri e mezzo e pesanti una tonnellata", precisano i dati delle Capitanerie di porto marchigiane. Mentre nella "Montagna del Sole", a Rodi Garganico, San Menaio e Calenella, sono approdate tre bombe al fosforo di fabbricazione americana".
Purtroppo gli incontri con gli ordigni non sono sempre privi di rischi. I pericoli maggiori li corrono i pescatori, che ogni giorno mettono a repentaglio la vita. Left riporta ancora: "Quei cosi li peschiamo un giorno sì e l'altro pure - rivela Nicola, che chiede l'anonimato perché non vuole problemi -. Se avvertiamo le Capitanerie passiamo un guaio. Meglio ributtarli in acqua". Gli ordigni sonnecchiano sul fondo marino. In situazioni d'emergenza i bombardieri alleati avrebbero dovuto gettarle per sicurezza ad almeno 70 miglia dalla costa, nelle cosiddette jettison areas. Invece un ordigno con la scritta "U.S. 97" è affiorato recentemente nella laguna di Marano, ad appena 6 miglia dalle foci del Tagliamento, fra Grado e Lignano Sabbiadoro. "E lì il fondale non supera i 17 metri", assicura Giuseppe che sul suo peschereccio s'è trovato la bomba di 80 centimetri impigliata nelle reti. Sono imprevedibili: possono essere ovunque, grazie al gioco delle correnti. Basta allungare lo sguardo, oltre il manto dell'acqua, per distinguere i letali cilindri metallici. "Bombe sono", ripete Antonio di Pescara, volto segnato dal sole e dal freddo come quello degli altri colleghi. Alcuni ufficiali della Marina confermano le dichiarazioni dei pescatori, che da Trieste a Otranto, ormai convivono con questi indesiderati ospiti e l'intenso traffico di petroliere".
La Regione Marche, fin dal 1999, con la deliberazione n. 239 del Consiglio prendeva atto che il rilascio di ordigni in mare continuava anche a guerra del Kosovo ormai conclusa "anche a ridosso della costa marchigiana", paventando "il grave danno all'ecosistema marino" e "il pericolo di esplosioni a danno dei lavoratori della pesca". 
E la tragedia, infatti, si è verificata. Nell'ottobre 2006 il peschereccio Rita Evelin affonda senza apparente motivo nel mare marchigiano prospiciente Porto San Giorgio. Il mare era piatto e l'imbarcazione era nuova. Muoiono tre marinai, due italiani, Francesco Annibali e Luigi Lucchetti, e un tunisino, Ounis Gasmi. Il comandante Nicola Guidi, unico superstite, riferisce: "Ho sentito soltanto un forte botto e subito dopo la Rita Evelin ha cominciato a imbarcare acqua e ad affondare in pochi minuti". Il dubbio che il peschereccio sia stato affondato da un ordigno riemerso dalle profondità appare come l'ipotesi più probabile. L'inchiesta è ferma al Tribunale di Fermo, probabile l'archiviazione vista la decisione delle Autorità, politiche e militari, di non procedere al recupero del relitto, impedendo, di fatto, di stabilire le cause della tragedia. Nel totale disinteresse degli organi di stampa, impegnati a seguire con dovizia di particolari ben altri procedimenti giuridici, la vicenda rimarrà inghiottita dal silenzio, seppellita in fondo al mare. Quello della sicurezza della costa adriatica è solo uno dei possibili punti di vista da cui osservare il tema delle servitù militari. Dalla Seconda Guerra Mondiale l'Italia ha sottoscritto una serie di trattati che ne limitano fortemente la sovranità, non solo e non tanto in ambito Nato, ma soprattutto bilateralmente con gli Stati Uniti. E, a nostro avviso ciò che più conta, tali convenzioni hanno in comune la caratteristica di contenere clausole segrete che sfuggono alla conoscenza ed al controllo democratico del popolo italiano.
E, così, clausole segrete sono presenti nella Convenzione d'Armistizio del 1943 e nel Trattato di Pace di Parigi del 1947; oppure nel Program of Cooperation e nello Stockpile Agreement, particolarmente delicati perché riguardano le unità speciali destinate all'uso di armi atomiche e la dislocazione dei depositi nucleari. Su questo argomento l'assemblea permanente "No Dal Molin", che contesta l'allargamento della base di Vicenza, ha prodotto uno studio con cifre impressionanti.
Si chiama Site Pluto, una base sotterranea americana sottostante la cittadina di Longare, a pochi chilometri da Vicenza. Almeno fino al 1992 ha ospitato circa 200 bombe atomiche e 1.000 kg di plutonio. Si tratta del più grande deposito d'armi atomiche in Italia, e uno dei più grandi in Europa.
Site Pluto era nato per arrestare un'eventuale invasione (evidentemente sovietica) nella Pianura Padana, anche con l'utilizzo di mine e razzi nucleari. Da utilizzare, dunque, sullo stesso territorio del Triveneto. Per fortuna questa ipotesi non si rese mai necessaria, ma la sicurezza del sito è stata sempre messa sotto accusa. Nel 1992 la base venne chiusa per un paio d'anni in seguito ad un incidente. Non se ne sa molto, tranne che per giorni betoniere transitarono nella base per cementare l'interno di una galleria. Avvenne una dispersione atomica? Di quale entità? Nessuno ha mai fornito chiarimenti.
Ma alcuni studi scientifici forniscono degli indizi agghiaccianti. Nella ULSS 6 del Veneto (quella relativa i luoghi degli insediamenti militari) la mortalità per leucemia e tumori linfatici nel periodo 1990/2003 è di 21,9 ogni 100.000 abitanti. Nel Veneto è di 4/6, in Italia è 4/5. Nella cittadina di Longare tra il 1990 e il 1999 si sono avuti 24,8 casi di tumore al fegato e 30,2 per leucemia e tumori linfatici ogni 100.000 abitanti. Se negli ultimi mesi Vicenza è assurta agli onori (o disonori) delle cronache, non si può dire altrettanto di Sigonella, in Sicilia, che nel silenzio dei media ufficiali progetta un allargamento imponente della base americana che vi è stanziata. Forse perché a Sigonella è stato per primo il Consiglio comunale di Lentini a dare il beneplacito all'operazione, forse perché la società civile locale è ben felice di ospitare la base americana. O ancora perché, come sospetta Antonio Mazzeo di Terrelibere.org, Cosa Nostra si è posta come garante della pace sociale in cambio di lucrosi appalti. E così Little Saigon, come la chiamano gli americani storpiando e anglicizzando il nome siculo Sigonella, sarà ancor più, in futuro, uno dei grandi centri di approvvigionamento della Marina militare americana fuori dagli Stati Uniti, visto che nel vicinissimo porto di Agusta approdano per rifornirsi, tra gli altri, sommergibili nucleari e portaerei.
La lista delle basi americane in territorio italiano è lunga e risalente nel tempo. Ma quello che impressiona è il salto di qualità che sta avvenendo in questi anni, segnale immediato e diretto di un cambiamento negli scenari strategici. Il Pentagono ha in corso un ridispiegamento massiccio delle sue basi dal centro e nord Europa verso Sud, così da avere un impiego più rapido ed efficace verso i nuovi centri nevralgici di crisi: Medio Oriente, Africa, Asia centrale. L'Italia è al centro di questo scenario.
Così, come ricorda l'analista Manlio Dinucci in un articolo per Il Manifesto dello scorso febbraio, la 173a  brigata aerotrasportata di base a Vicenza è stata trasformata in "unità modulare", ovvero sei battaglioni (in aumento con l'allargamento della base) di Forza a risposta rapida che possono intervenire in ben 90 paesi. E da qui partono anche le truppe che vanno a dislocarsi nella basi di recente creazione in Romania e Bulgaria.
L'Italia diventa anche il centro prioritario in cui vengono pre-posizionati uomini e mezzi in partenza per le zone di guerra. Non solo appoggio logistico ma anche comando di operazioni: così Aviano, in Friuli, avrà due forze aeree dotate di almeno 50 bombe nucleari tattiche B-61, con gli squadroni di F-15 ed F-16 pronti al decollo ed al loro utilizzo. Ghedi (Brescia) ne ha almeno 40 di bombe nucleari tattiche. Camp D'Arby (Livorno) è il più grande centro per le Forze terrestri, dai carri armati al munizionamento all'uranio impoverito ed al fosforo.
A Gaeta è dislocata la Sesta Flotta, sotto il controllo del Quartiere generale delle forze navali in Europa che si trova a Napoli, da poco trasferito da Londra. Mentre a Taranto si trova il centro di comando di spionaggio del Pentagono (ovvero comunicazioni e intelligence), unico del Mediterraneo e in raccordo diretto con quello di San Diego in California.
L'Italia è debitrice nei confronti degli anglo-americani perché col sacrificio di tanti giovani soldati il paese è stato liberato dal nazi-fascismo. A sessant'anni da quegli avvenimenti, a quasi venti dalla caduta del Muro di Berlino e poi dalla fine dell'Unione Sovietica, la menzione di quel debito verso gli alleati nella Seconda Guerra mondiale vale ancora a chiudere ogni possibile dibattito sulla sudditanza militare italiana verso gli Stati Uniti. Perché di sudditanza si tratta, non di alleanza. Una semplice constatazione: quante basi americane ci sono in Italia e in Europa? Quante europee o italiane negli Usa? Una strana alleanza: funziona solo in una direzione. Le polemiche che hanno accompagnato l'allargamento della base Dal Molin di Vicenza, così come la presa di posizione, lo scorso anno, del Governatore della Sardegna Renato Soru verso la base navale de La Maddalena, sono segnali che la popolazione italiana e alcuni amministratori locali, che subiscono quotidianamente i rischi e le problematiche di convivere in uno stato di contiguità con la guerra, hanno difficoltà ad accettare una realtà che appare ormai superata dalla storia. Ma il dibattito pubblico, purtroppo, fatica a concentrarsi sulle analisi per scadere nelle sterili accuse e controaccuse di anti o filo-americanismo. Non di questo si tratta, la posta in gioco è ben altra. La domanda che si cerca di evitare al popolo italiano è quale debba essere la collocazione internazionale del nostro paese e dell'Europa intera, a quali poteri e interessi deve rispondere la nostra politica internazionale e di difesa.
Nel momento in cui, a fatica, l'Europa cerca di riannodare il discorso su un ordinamento costituzionale interrotto dai referendum francese e olandese, sarebbe invece fondamentale porre la questione della identità continentale, del sistema di alleanze, di quale visione strategica assumere, in quale contesto di relazioni globali agire.
Ora più che mai sarebbe il momento di domandarsi: gli interessi atlantici sono gli stessi di quelli continentali europei? La Nato è un sistema superato di alleanze militari? La Russia è un partner strategico o un nuovo potenziale nemico?
I più avveduti osservatori non possono non vedere come il riaccendersi di una "guerra fredda" tra Occidente e Russia non ha altro obiettivo che disgregare ogni minima possibilità di saldare un blocco economico-politico che vada da Lisbona a Mosca. Uno scenario che potrebbe ribaltare la storia e lo sviluppo mondiale. Un'Europa unita dall'Atlantico agli Urali sarebbe autonoma e autosufficiente sotto ogni punto di vista: culturale, demografico, tecnologico, economico, per risorse naturali. E in grado di difendersi e sottrarsi alla minaccia di qualsivoglia nemico, così come dalla tutela di qualunque amico. Anche degli Stati Uniti. Non è un caso che mentre Germania e Italia assumono precise posizioni di collaborazione e interdipendenza con Mosca, soprattutto in campo energetico, gli Usa compiano il massimo sforzo che creare fibrillazioni negli anelli di giuntura fra Europa occidentale e orientale: Polonia, Cekia, Romania, Bulgaria, Ucraina.
Il caso più eclatante è il risorgere del progetto di scudo spaziale per difendere l'Europa dagli stati canaglia, in particolare dall'Iran. Una minaccia davvero risibile e del tutto strumentale. A svelarne l'assurdità è stata sufficiente una battuta del ministro della Difesa russo: "Proteggere l'Europa dall'Iran con uno scudo in Polonia è come grattarsi l'orecchio destro con la mano sinistra". Ma qualcuno ha forse chiesto ai popoli europei se vogliono essere protetti dagli Stati Uniti dalle bombe atomiche iraniane che non esistono e probabilmente mai esisteranno? O se i popoli europei sentono come una minaccia le bombe atomiche della Corea del Nord? Ancora una volta gli americani ci difendono senza che nessuno abbia chiesto il loro aiuto. Giustamente il ministro degli Esteri italiano, con uno scatto di orgoglio, ha fatto rilevare che tali questioni dovrebbero essere dibattute in sedi plenarie, Nato ed europee, e non essere decise per conto di tutti tra Washington e Varsavia. Porta sfortuna fare simili dichiarazioni: D'Alema è da alcuni giorni sulle pagine di tutti i giornali perché invischiato in storie di scalate, banche e furbetti. Se riuscissimo a guardare la storia in prospettiva e ragionando in puri e semplici termini geostrategici, potremmo vedere che la cortina di ferro che ha diviso l'Europa in termini ideologici (capitalismo contro comunismo) è stata un sottoprodotto del vero motore che ha plasmato il mondo così come lo conosciamo oggi: il blocco nordamericano-atlantico ha potuto svilupparsi e diventare Impero globale perché l'unico altro competitore possibile, il blocco europeo continentale, era diviso al suo interno e contrapposto, era nemico di se stesso. E i più avveduti analisti americani sanno che la globalizzazione anglosassone si reggerà fino a quando questo stato di cose perdurerà: così occupano militarmente tutta l'Asia centrale per controllarne le risorse,  ristabiliscono le distanze tra Europa e Russia, fanno collidere Europa, Russia, Cina, India, giocando secondo necessità gli uni contro gli altri. Perché l'America del nord è un'isola circondata dal blocco eurasiatico, loro ne sono consapevoli. Così, o ci tengono divisi o perdono il loro potere. Sono i nostri politici (politici europei) che invece ci chiedono di essere ancora riconoscenti per una guerra combattuta sessanta anni fa, in cui tutti i popoli europei sono usciti sconfitti, se non altro per i milioni di morti e le distruzioni causate da quella follia, e in cui i liberatori ci hanno fatto e stanno facendo ancora pagare, senza sconti, tutto il peso di quelle sconfitte, di quei morti, di quelle devastazioni, di quella follia.

Coordinatore redazionale del sito www.clarissa.it





 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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