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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio Anno VII Numero 2 - 2007 N°53
Terzo Millennio Anno VII Numero 2 - 2007 N°53 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VII Numero 2 - 2007 N°53
In mano ai mostri
la testimonianza
il riscatto dei bambini
Cosa resta dell'infanzia?
Un prete in politica per salvare il Paraguay
Lettera del Mullah Omar
La geopolitica fra i quattro giganti della terra
La "guerra fredda" prossima ventura
Economia di guerra
Per la sinistra una fondazione con la Effe maiuscola

Economia di guerra
di Giulietto Chiesa

“I fattori ecologici ed energetici rappresenteranno, nei dieci o quindici anni a venire, la causa principale dei conflitti politici e militari. Alcuni stati cercheranno di prendere il controllo delle risorse energetiche – com'è avvenuto in Irak – e gli altri non avranno che da scegliere tra perire e resistere. Tenuto conto di questi aspetti la comunità mondiale si troverà, presto o tardi, di fronte alla necessità di limitare, in una certa misura, di regolamentare e di trasformare qualitativamente il volume e il carattere della produzione”.
Non c'è che dire: il generale Makhmut Gareev parla chiaro. Vladimir Putin ha affidato a lui, che presiede l'Accademia Militare russa, e agli alti comandi, il compito di elaborare una nuova dottrina della sicurezza nazionale. E quello che ne emerge è, a dir poco, inquietante. Non solo per le conseguenze che la Russia ne trae, ma per il fatto che i dati di partenza coincidono esattamente con quelli europei.
Se si legge il recente documento della Commissione Europea “Una politica energetica per l'Europa”, si scopre che le previsioni sono drammatiche sia sotto il profilo ambientale, sia sotto quello della disponibilità di energia. La sintesi à che “le attuali politiche energetiche non sono sostenibili”. Peggio: siamo dipendenti da idrocarburi per il 50% del fabbisogno, ma stanti così le cose nel 2030 lo saremo per il 65%. Tutto da importare. Secondo l'Agenzia Internazionale dell'Energia la domanda mondiale di petrolio aumenterà del 41% da qui al 2030. E ”non si sa come questa domanda sarà soddisfatta”.
“Insostenibile” e “non si sa” come fare fronte. Coincide con le conclusioni del generale Gareev. Che parla come un alterglobalista di Porto Alegre: attenzione, dice, bisognerà “limitare”, “modificare volume e carattere della produzione”. Altrimenti si va in guerra. E non tra cento anni ma adesso, “nei prossimi dieci o quindici anni”.
“La questione della sopravvivenza di numerosi popoli potrebbe proporsi con forza. La lotta per le risorse raggiungerà il parossismo”, aggiunge Gareev. E dunque “non si potrà escludere la possibilità di uno scontro militare”, anche nella forma di una lotta di “tutti contro tutti” determinata “dall'immenso fossato che separa coloro che vivono un'esistenza dorata e tutti gli altri”.
Queste sono le ragioni che costringono la Russia a rifare tutti i conti. E' probabile, precisa Gareev, che le guerre del futuro useranno di regola armi convenzionali di grande precisione, “ma la minaccia del ricorso all'arma nucleare sarà permanente”. Per giunta la Russia d'oggi, si ammette, ha una “forza spaziale ridotta”, non è in grado di essere allertata dai satelliti, la sue capacità di risposta contro un attacco di sorpresa sono “problematiche”. Dunque non resta che aumentare il potenziale nucleare e differenziarlo. E, a quanto pare, passi avanti sostanziali sono già stati realizzati, anche senza scudo spaziale. E non è solo di armi, convenzionali e nucleari, che tratterà la nuova dottrina della sicurezza nazionale russa. “L'esperienza dello smembramento dell'Urss, della Jugoslavia, delle ‘rivoluzioni colorate' in Georgia, in Ucraina, in Kirghizia e in altre regioni del mondo – sottolinea il presidente dell'Accademia militare russa - è di fronte a noi per convincerci che le principali minacce vengono costruite non tanto con mezzi militari, quanto con mezzi indiretti”. Mosca avverte che “farà fronte” e non si lascerà più sorprendere.
Ovvio che il generale russo parla agli Stati Uniti (l'intervista è stata rilasciata alla agenzia Novosti, lo scorso 28 gennaio). A Washington, forse più a Nancy Pelosi che a George Bush, Gareev chiede di scegliere: ci volete “come un partner o come un avversario da neutralizzare”?
Domanda retorica, perché a Mosca hanno già concluso che, tra le due varianti, la seconda è più probabile. “L'analisi delle tendenze di sviluppo della situazione internazionale mostra che la politica seguita dagli Stati Uniti condurrà inevitabilmente allo scontro con una parte importante del mondo”.
La conclusione di tutto il ragionamento sembra, a prima vista sorprendente: “Sono riunite obiettivamente tutte le condizioni per un intervento della Russia in qualità di arbitro geopolitico”.
Mosca è ormai, e sarà sempre più, indispensabile come sorgente di energia convenzionale e atomica. Obiettivo quanto mai prezioso. Ma armato. Putin dice: non toccateci e vi aiuteremo a uscire dal cul di sacco in cui vi siete cacciati. Meglio averci come arbitro - con tutto ciò che questo comporterà, naturalmente – piuttosto che come nemico.

 



 
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    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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