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Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51 | Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51 |
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Pagina 6 di 7 La vittoria sull’impunità Arrestato il dittatore uruguaiano Juan Maria Bordaberry. Il decimo di una sequela di poliziotti, militari, politici in carcere con l’accusa di violazione dei diritti umani. di Jean Georges Almendras Nelle prime ore del pomeriggio del 16 novembre 2006, all’interno della sede del Tribunale di via Misiones – situata nel centro storico della città - il giudice penale Roberto Timball emetteva ordine di custodia cautelare a carico del dittatore Juan Marìa Bordaberry e di Juan Carlos Blanco, suo cancelliere ai tempi del suo governo. Con questa risoluzione – frutto di una serie di istanze condotte in anni di incertezza, lotte sociali e ostacoli giuridici – a trent’anni dai fatti veniva finalmente fatta giustizia sugli assassinii commessi nella città di Buenos Aires, nell’anno 1976, dei deputati uruguaiani Zelmar Michelini e Héctor Gutierrez Ruiz e dei militanti tupamaros Rosario Barredo e Willian Whitelaw. Tre ore dopo la lettura del verdetto i reparti speciali della Polizia di Montevideo facevano irruzione nell’abitazione di Juan Carlos Blanco arrestandolo e conducendolo nel carcere “Central”. Quasi contemporaneamente si adoperarono per fare la stessa con Bordaberry, il quale però non si trovava all’interno della sua abitazione. Lo arrestarono il giorno successivo – venerdì 17 novembre – portandolo alla sede del Comando di Polizia di Montevideo. E facendolo entrare, accompagnato dal suo avvocato e dal figlio Pedro Bordaberry, dalla porta di via Carlos Quijano mentre giornalisti, fotografi, cameraman e un’intera folla di gente lo aspettavano all’ingresso di via San Josè per fischiare contro di lui. Quello stesso giorno, appena dopo mezzogiorno, il giudice penale Timball inviava uno dei suoi funzionari al carcere Central di modo che sia a Bordaberry che a Blanco fossero notificati i rispettivi atti a procedere con l’accusa di essere “coautori del delitto di omicidio aggravato dei due deputati Zelmar Michelini, Héctor Gutierrez Ruiz e dei guerriglieri Rosario Barredo e Willian Whitelaw”. Un passo importante della Giustizia uruguaiana che si inserisce nel contesto del programma di azione contro la violazione dei diritti umani, inserito nell’agenda di governo dal presidente Tabare Vàzquez e dal suo partito “Encuentro Progresista, Frente Amplio”. Salito al potere il 1° marzo del 2005. E posto in essere nonostante sia ancora in vigore, in Uruguay, la legge di prescrizione, vero e proprio ostacolo al desiderio di “giustizia e non di vendetta” manifestato da molti gruppi e correnti politiche della sinistra uruguaiana e da quanti si battono per la giustizia sociale. In particolar modo i familiari delle numerose vittime che chiedono soltanto che venga applicata la legge contro i responsabili di sparizioni forzate, torture e delitti commessi negli anni della dittatura. Chi è Chi? Juan Marìa Bordaberry è nato a Montevideo e ha oggi 78 anni. Di origine “Blanco ruralista”, convertito al “Partido colorado”, conquistò la presidenza della Repubblica nell’anno 1971, grazie al fallimento del tentativo di rielezione dell’allora presidente Jorge Pacheco Areco, esponente dello stesso Partido colorado. Sempre in disaccordo con i partiti politici, Bordaberry arrivò a proporre un sistema di governo che li escludesse. Guidò il golpe civile-militare del 1973, ma le sue azioni politiche furono sempre sottoposte al controllo delle Forze Armate che, quando terminò “di essere utile” provvidero a destituirlo dal suo incarico sostituendolo, nel 1976, con il Dr. Alberto Demicheli, fino a quel momento presidente del Consiglio di Stato. Il suo vuoto di potere risultò evidente già nel febbraio del 1973, quando i militari opposero resistenza alla designazione a ministro della Difesa del generale in pensione Antonio Francese. Cosa che spinse Bordaberry a rivolgersi ai partiti politici chiedendo loro, senza successo, di schierarsi in difesa della democrazia. Juan Carlos Blanco, cittadino di Montevideo ha oggi 72 anni. E’ l’unico civile ad essere stato processato in regime di democrazia per un atto commesso durante il periodo della dittatura militare. Il caso che lo interessa riguarda la sparizione, nel 1976, della maestra Elena Quinteros, militante del PVP. Fatto per il quale Blanco fu arrestato e condotto al carcere Central del Comando di Polizia di Montevideo, dove rimase dall’ottobre del 2002 al maggio del 2003. Una volta riacquistata la libertà, si convinse di aver conquistato una sorta di immunità, sicuro che non sarebbe mai più ritornato in carcere. Ma un ruolo chiave giocato da Blanco è emerso anche nel corso dell’indagine sui mandanti degli assassinii dei deputati Zelmar Michelini e Gutierrez Ruiz, rispettivamente del Frente Amplio e del Partido Nacional. Prima di essere cancelliere di Bordaberry, Blanco fu membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale e arrivò a rivestire l’incarico di ambasciatore uruguaiano alle Nazioni Unite tra il 1982 e il 1985. Zelmar Michelini, deputato del Frente Amplio, in seguito alla crisi di governo del 1973 andò in esilio a Buenos Aires insieme a Hèctor Gutierrez Ruiz, del Partido Nacional e al lider blanco Wilson Ferreira Aldunate. Quando i tre chiesero asilo politico, l’Argentina non si trovava ancora in regime di dittatura militare, motivo per cui decisero di rinunciare alla loro condizione di esiliati politici, per fare richiesta di residenza e avere così la possibilità di spostarsi all’estero. Cosa che permise loro, nel 1974, di portare all’attenzione di istituzioni straniere, la difficile situazione nella quale versava il loro Paese. E fu così che Michelini denunciò a Roma, di fronte al Tribunale Russell, le tante violazioni dei diritti umani e programmò un viaggio negli Stati Uniti al fine di intervistare il senatore Edward Kennedy. Non riuscì però mai a portare a termine quell’intento, dal momento che il governo uruguayano cancellò il suo passaporto, cosa che fece anche con Gutierrez Ruiz e Ferriera Aldunate. Nel 1975 fu disposta l’espulsione dei tre politici dall’Argentina. Nelle prime ore dell’alba del 18 maggio di quello stesso anno, un commando fece irruzione nell’edificio ubicato in Posadas 1011 della città di Buenos Aires, irrompendo nell’appartamento “A” del quarto piano, dove viveva la famiglia di Hèctor Gutierrez Ruiz. I componenti del gruppo armato si spacciarono per poliziotti, nonostante indossassero abiti civili. E sorpresero Gutierrez Ruiz e la moglie Matilde Rodriguez, che riuscirono appena ad alzarsi dal letto, prima che cinque uomini forzassero la serratura e gli si parassero davanti con le armi spianate. La coppia fu immobilizzata, al pari dei suoi cinque figli di 6, 9, 10, 12 e 13 anni di età. Gli intrusi rubarono tutti gli oggetti di valore che riuscirono a trovare e, un’ora più tardi, portarono via il deputato esiliato Gutierrez Ruiz. Fu l’ultima volta che fu visto vivo. Tre ore più tardi, intorno alle cinque del mattino, un secondo commando di otto persone irruppe all’interno dell’Hotel Liberty della Avenida Corrientes al civico 626. Gli individui, servendosi di armi da fuoco lunghe e corte, immobilizzarono il personale e si recarono al settimo piano dell’edificio. Sfondarono quindi la porta nella stanza numero 75, dove alloggiavano il deputato Zelmar Michelini e i suoi figli Zelmar Eduardo e Luis Pedro. Anche per lui fu quello l’ultimo momento in cui fu visto in vita. E anche in questa occasione si registrò il furto di tutti gli oggetti di valore appartenenti alla famiglia Michelini. Cinque giorni prima, il 13 maggio, alle due del mattino, l’ennesimo gruppo armato raggiunse un’abitazione della via Matorras 310, nella quale risiedevano i militanti tupamaros Willian Whitelaw e Rosario Barredo insieme ai loro tre piccoli figli. Il 22 maggio del 1976, stando a quanto comunicato dalla Polizia Federale Argentina, alle ore 21:20, all’incrocio delle vie Perito Moreno e Dellepiane fu rinvenuta un’automobile Torino coupè, color rosso, abbandonata. Al suo interno si trovavano i cadaveri di quattro persone maggiorenni. Successive perizie avrebbero provato che si trattava dei corpi senza vita di Zelmar Michelini, Héctor Gutierrez Ruiz, Willian Whitelaw e Rosario Barredo. I medici forensi argentini Osvaldo Arroyo e Mario Sebastian Rosenfeld inviarono al giudice federale di primo grado Dr. Eduardo Marquard i risultati delle rispettive autopsie. Le quali testimoniavano che i cadaveri riportavano lividi lasciati da corde e manette, oltre a evidenti segni di tortura e di ferimento con armi da fuoco. Questa la raccapricciante descrizione del medico forense: “escoriazioni multiple e contusioni, e in tutta la regione corporale”, “lesioni toraciche, strappi interni, ematomi sulle gambe e sulle braccia” “in uno dei due corpi si constatò che il proiettile provocò la frattura del cranio, nell’altro penetrò da dietro l’orecchio: il terzo presentava almeno due fori e il quarto corpo, quello di una donna, aveva il proiettile conficcato nella seconda vertebra dorsale”. Dietro le quinte di una sentenza storica In quel pomeriggio del 17 novembre ci lasciavamo finalmente alle spalle la convinzione che sarebbe caduta nel vuoto la denuncia, presentata solo due anni prima, contro Juan Marìa Bardaberry e Juan Carlos Blanco. Avvalorata dal fatto che lo stesso Blanco era recentemente riuscito a scampare al braccio della legge nell’ambito delle indagini sulla sparizione e successiva uccisione della maestra Elena Quinteros, della quale abbiamo trattato in una precedente edizione di ANTIMAFIADuemila. Molte le “vicissitudini giuridiche” che si sono avvicendate prima di giungere alla storica sentenza del giudice Timball. In un primo momento era stato il pubblico ministero Mirtha Guianze, nel maggio del 2006, su richiesta della parte querelante – l’avvocato Hebe Martinez Burlè – e del suo collega Walter De Leòn – a chiedere che Blanco e Bordaberry fossero processati. Spiegando che per il primo le prove erano “inconfutabili” in quanto ai sequestri dei deputati; per il secondo parlò invece di concorso nel reato, poiché Bordaberry procurò tutti i mezzi necessari a portare a termine gli atti criminali. Le prove presentate nel fascicolo dell’inchiesta comprendevano: documentazione fornita dalla Giustizia argentina e documenti declassificati del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti e della Cia che davano un’idea della molteplicità delle azioni di coordinamento poste in essere dalle dittature di quella zona nell’ambito del Plan Condor. Dalle carte del pm Guianze è emerso che “sia Bordaberry che Blanco, per le cariche che ricoprivano non potevano disconoscere quanto stava accadendo nel Paese, e l’importanza del Plan Condor”. Il 16 settembre del 2005 il giudice Roberto Timball archiviò l’indagine della Dott.ssa Guianze per prescrizione del reato. E nelle motivazioni dell’archiviazione dichiarò di non condividere la teoria dell’accusa secondo cui in regime di dittatura non esistevano garanzie di giustizia. Quattro giorni dopo l’archiviazione il pm Guianze si appellò alla decisione del giudice, dichiarando che lo stesso aveva “modificato il criterio” di giudizio dal momento che il tema della prescrizione fu già sollevato all’inizio dell’indagine e il Timball non ne tenne conto ordinando di proseguire la fase istruttoria. Il 30 dicembre di quello stesso anno Timball confermò però la sua decisione di non processare Bordaberry e Blando, cosa che spinse il magistrato ad inviare le carte dell’inchiesta al Tribunale di Appello di secondo grado chiedendo che fosse aperta un’indagine sulla base delle prove raccolte dal pm. Alla fine, il 29 marzo del 2006 i Ministri del Tribunale Alfredo Gomez Tedeschi, Willian Corujo e José Balicaldi diedero ragione al pubblico ministero e considerarono che il periodo della dittatura non dovesse essere preso considerazione dal momento che non esistevano garanzie di giustizia. Il giudice Timball emise quindi gli ordini di cattura e l’autorizzazione a procedere nei confronti degli imputati, sollevando un caso politico che divise in due i rappresentanti dei partiti uruguaiani: da una parte chi si schierò a favore del giudizio, considerato storico, dall’altra chi manifestò il suo aperto contrasto alla decisione. I primi a far conoscere la propria posizione furono i membri delle organizzazioni di sinistra, che annoverano tra i propri affiliati i familiari più stretti delle vittime degli anni della dittatura. Ammassati davanti alla porta del carcere Central, alcuni di loro sventolarono striscioni sin dai primi momenti in cui la notizia della cattura fu di dominio pubblico. Più tardi, quello stesso pomeriggio, tutta la famiglia Bardaberry, composta da 30 persone, organizzò una conferenza stampa all’interno di un hotel di Punta Carretas. L’unico portavoce che intervenne nel corso dell’evento giornalistico fu Pedro Bordaberry - già ministro del Turismo nel governo di Jorge Battle e candidato a sindaco di Montevideo nel corso delle ultime elezioni - che non lasciò spazio alle domande dei giornalisti presenti. Bordaberry figlio accusò il governo di Tabaré Vàsquez di esercitare pressioni sulla giustizia e di compiere atti di “rappresaglia”. “…esprimiamo profondo rammarico – recitano alcune delle sue più gravi dichiarazioni – per le tremende pressioni politiche alle quali è stata sottoposta la Giustizia nell’ultimo anno e mezzo e frutto di un chiarissimo spirito di vendetta”; “…quando l’Uruguay si confrontò con i terroristi, che negli anni 60 e 70 compivano uccisioni e sequestri, nostro padre fu eletto Presidente della Repubblica e dovette affrontare questo momento di crisi”; “…nel giugno del 1973 prese una decisione che, come tale, fu giudicata nel 1986. Oggi, trent’anni dopo aver lasciato la Presidenza della Repubblica, 21 anni dopo il ritorno del Paese alla democrazia, 20 anni dopo la sentenza del 1986 che mise la parola fine alle denunce che avevano sporto contro di lui; oggi, che ha ormai 80 anni, si ricomincia a giudicarlo”. Pedro Bordaberry annotò infine che “lo stato di diritto, il prestigio dei nostri giuristi erano una delle poche cose buone che rimanevano in questo Paese e queste pressioni politiche sulla giustizia stanno distruggendo anche quello”. In un’altra occasione, quella di una lettera inviata al giornale “Comuniòn Tradizionalista”, Santiago Bordaberry, altro figlio del dittatore processato, disse con enfasi che “il verdetto era il prodotto di una vendetta della sinistra, e come tutti voi immaginerete, influenzata dall’intervento occulto dell’immonda massoneria, tanto forte in questo Paese”. Tra le tante dichiarazioni rilasciate in seguito alla sentenza, quella degli ex-presidenti Julio Marìa Sanguinetti e Jorge Battle coincisero nel riferire che quella dell’inizio del processo fu una brutta notizia, senza mettere in discussione la sentenza in sé, ma la forma in cui il governo porta avanti il revisionismo in tema di diritti umani. Dalle fila del governo, l’ex-guerrigliero tupamaro e attuale Ministro dell’Allevamento e dell’Agricoltura Jose Mujica dichiarò invece, a una giornalista televisiva, che “i dolori sono soggettivi e non si superano con le sentenze… mi vengono in mente tanti casi di questo tipo perché anch’io sono stato un combattente. Ma la giustizia è una cosa, la vendetta un’altra”. Anche Gerardo Caetano, direttore dell’Istituto di Scienze Politiche dell’Università della Repubblica, intervenne nella polemica. Ma per dichiarare che “il fatto che niente meno che un dittatore, il massimo responsabile di terribili crimini vada in carcere è qualcosa di molto importante. Un segno di rafforzamento della democrazia uruguaiana. Fu un errore pensare che la legge di prescrizione era la formula per il raggiungimento della pace”. E mentre il sindacato dei lavoratori replicava con forza alle dichiarazioni degli ex-presidenti Sanguinetti e Battle, il vescovo della diocesi del dipartimento di Salto, Pablo Galimberti, puntualizzava: “Le amnistie non significano mancanza di memoria, devono essere usate con cautela. Il fatto che un primo ministro sia processato e giudicato appalesa in modo chiaro che rivestire una carica pubblica non significa godere dell’impunità di fronte alla giustizia. L’anelito della giustizia era latente nella società”. L’avvocato che intentò la causa, la dottoressa Hebe Martìnez Burlè, nel bel mezzo dei festeggiamenti che si celebrarono in Piazza Libertà – al centro della città di Montevideo – descrisse il processo “come un lavoro venuto dal cuore, dalla convinzione e dalla ricerca della giustizia. I processi – disse - sono un successo per il popolo perché abbattono il muro dell’impunità e rappresentano una lezione per i nostri figli e per i nostri nipoti”. Il pm conferma la richiesta di processi Apprendiamo proprio in queste ultime ore, in chiusura di questa edizione del giornale, che il pubblico ministero Marìa del Huerto Martìnes – collaboratrice del magistrato Mirtha Guianze – ha chiesto al giudice Roberto Timbal di proseguire il processo all’ex presidente Juan Marìa Bordaberry e a Juan Carlos Blanco. Il pm ha dichiarato che il processo deve proseguire sulla base delle argomentazioni presentate opportunamente dal magistrato. Questa la risposta della Procura alle richieste di appello presentate dagli avvocati difensori degli imputati. I legali avevano infatti duramente contestato la decisione del giudice Timbal dichiarando che non sussisterebbero gli elementi probatori necessari ad avviare un processo. Allegando, inoltre, la richiesta di prescrizione dei fatti in oggetto. In ultimo è emerso, da ambienti giuridici, che una volta trasmesse le carte processuali al “Tribunale Superiore” – composto dai Ministri Alfredo Gomez Tedeschi, Willian Corujo e José Balcaldi – ognuno dei suoi membri avrà a disposizione un mese per analizzarle. Considerando questi termini temporali e l’approssimarsi della “Feria Judicial Mayor” si presume che non emergeranno novità prima di marzo/aprile dell’anno 2007. Alla causa del giudice Timbal contro Bordaberry, va inoltre aggiunta quella del giudice Graziella Gatti, che è in attesa di ricevere l’autorizzazione a procedere contro gli stessi imputati, ma con l’accusa di attentato alla Costituzione della Repubblica. Nel frattempo Juan Marìa Bordaberry e Juan Carlos Blanco rimangono detenuti nel carcere Central, insieme ad otto membri delle Forze Armate e della Polizia che parteciparono alle violazioni dei Diritti Umani durante il periodo della dittatura uruguaiana, per aver preso parte attiva all’operazione Plan Condor. box1 E’ morto Blancorlenas. Nemico numero 1 dei narcotrafficanti Tijuana (Messico), 23 novembre. Secondo quanto dichiarato dal settimanale Zeta, lo scorso 23 novembre, in un ospedale di Tijuana è deceduto dopo una lunga malattia Jesùs Blancornelas, una delle più coraggiose penne del giornalismo messicano, nemico numero 1 dei narcotrafficanti locali. Più volte minacciato di morte da quando, nel 1997, subì un attentato nel corso del quale perse la vita il suo uomo di scorta Luis Valero. Blancornelas, già ex direttore di Zeta, ricevette numerosi riconoscimenti nel corso della sua carriera giornalistica. Sia in Messico che all’estero. Tra questi il premio nazionale di giornalismo per il suo coraggio e il suo spirito investigativo. Il giornalista si è infatti sempre distinto per le sue coraggiose investigazioni sul narcotraffico e tra i suoi progetti futuri quello di intervistare Enedina Arellano Fèlix, supposta nuova leader dell’ominimo cartello, per chiederle il motivo per cui i suoi fratelli avevano intenzione di ucciderlo. Nel settembre del 2002, quattro giorni prima del nono anniversario del suo attentato, Blancornelas dichiarò all’agenzia Efe: <<Non mi uccideranno i nacroctrafficanti, io morirò quando sarà la mia ora>>. Nel febbraio di quest’anno nominò direttori del settimanale i giornalisti Cèsar Renè Blanco Villalòn (suo figlio) e Adela Navarro. Profondo conoscitore del cartello di Tijuana e delle relazioni tra i vari cartelli messicani, Blancornelas non smise mai di scrivere, anche in collaborazione con altri colleghi, su questo argomento. Tra i suoi libri più conosciuti ricordiamo “El càrtel” (2002), “Horas Extra” (2003) e “Un estado de alerta” (2005), tutti pubblicati dalla casa editrice Plaza & Janés, del gruppo Random House-Mondadori. Fondatore del prestigioso settimanale Zeta nel 1980, negli ultimi anni della sua vita ha dovuto sospendere alcune delle presentazioni dei suoi libri per motivi di sicurezza e si è visto costretto, per la stessa ragione, a concedere conferenze stampa in videoconferenza. box2 Associazione a delinquere per sei militari e due poliziotti I risultati ottenuti negli ultimi mesi dai magistrati che hanno abbattuto il muro dell’impunità consegnando alla giustizia i responsabili delle violazioni dei diritti umani in Uruguay e della regione del Rìo de la Plata rappresentano un fatto senza precedenti nella storia della giustizia uruguaiana. Lo scorso 12 settembre, il giudice penale della città di Montevideo, Luis Charles, ha emesso infatti provvedimenti di custodia cautelare a carico di sei militari e due poliziotti indagati nell’ambito delle investigazioni seguite alla sparizione del militante del “Partido por la Victoria del Pueblo” (PVP) Adalberto Soba. Scomparso nell’ambito dell’operazione Condor, in Argentina, il 26 settembre del 1976. In concreto, dopo 30 anni di impunità, il giudice Charles ha condannato alla detenzione i militari in pensione Josè Gavazzo, Jorge Silveira, Gilberto Vàzquez, Ernesto Ramas, Luis Maurente, Ricardo Arab e gli ex poliziotti Ricardo Medina e José Sande, con l’accusa di “privazione della libertà e associazione a delinquere”. Tutti i condannati sono ora detenuti nel carcere Central, sottoposti a strette misure di sorveglianza. Mentre un altro militare, Juan Antonio Rodriguez Buratti, anche lui coinvolto dalla decisione del giudice si è tolto la vita prima di essere arrestato. Il giudice Charles, ancora, ha emesso mandato di cattura internazionale – con richiesta di estradizione – nei confronti del colonnello Manuel Cordero, che risulta attualmente latitante. Ai capi di accusa relativi alla scomparsa di Adalberto Soba potrebbero inoltre aggiungersi quelli per la sparizione di Alberto Mechoso e il relativo caso relativo al secondo volo di Orletti. Se si arriverà ad una condanna per entrambi i delitti, ai 12 anni di detenzione già previsti se ne aggiungeranno altri 6. Alla luce di tali fatti il potere esecutivo ha disposto la costruzione di un carcere speciale - che ospiterà anche narcotrafficanti - che sarà amministrato da personale del Ministero dell’Interno. L’istituto penitenziario è ora in fase di costruzione e sorgerà nella stessa area in cui era un tempo attiva una base militare. Nel frattempo proseguono le pratiche relative alle richieste di estradizione avanzate dalla Giustizia argentina nei confronti di alcuni dei suddetti detenuti. Le quali non interferiranno con i processi in corso. E proprio mentre chiudiamo la presente edizione di ANTIMAFIADuemila, apprendiamo che il giudice penale Fernàndez Lechini ha accettato la richiesta di estradizione di un gruppo di questi militari e poliziotti processati e detenuti nel carcere Central. |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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