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Antimafia Duemila

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Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51
La guerra dell'Impero
Morte di un assassino dittatore!
Stanchi di vivere emarginati
Il volo del Condor
La vittoria sull'impunita'
Pezzi eversivi di uno stato a pezzi


Il volo del Condor
Intervista esclusiva all’avvocato Martin Almada: è tempo di verità e giustizia
a cura di Jean Georges Almendras

Invitato in Uruguay dall’organizzazione spagnola “Archiveros sin fronteras” (Archivisti senza frontiere) l’avvocato paraguaiano Martin Almada, nei primi giorni del mese di dicembre, ha partecipato ad un seminario intitolato “Archivi e Dittatura in America Latina”. Nel corso del quale ha parlato di come scoprì e protesse gli “Archivi del Terrore in Paraguay”. E di come – dopo essere stato insignito in Argentina, nella città autonoma di Buenos Aires, per il suo lavoro in difesa dei diritti umani in America Latina – fece ritorno nella capitale uruguaiana per rilasciare la propria testimonianza di fronte al giudice penale Graciela Gatti, contro l’ex presidente Juan Marìa Bordaberry e il suo ex cancelliere, Juan Carlos Blanco. Presentando una serie di prove nell’ambito del processo contro i due soggetti, recentemente giudicati e arrestati con l’accusa di essere i coautori degli omicidi di Zelmar Michelini, Héctor Gutierrez Ruiz, Rosario Barredo e Willian Whitelaw. I primi due deputati e i secondi due guerriglieri. Tutti comunque militanti contro la dittatura imposta in Uruguay nell’anno 1973.
Martin Almada – tempo fa già intervistato da ANTIMAFIADuemila -, ha lavorato agli “Archivi del Terrore”, denunciando nel suo Paese, in tutto il Sudamerica e nel mondo intero, il minaccioso Plan Condor. E ha messo a disposizione della Giustizia uruguaiana documentazione autentica sul coordinamento tra vari Paesi sudamericani in tema di repressione.
Cogliendo l’occasione della sua visita in Uruguay lo abbiamo incontrato e abbiamo intrattenuto con lui un interessante dialogo all’interno di un hotel del centro storico di Montevideo.

Quale riflessione merita il procedimento giudiziario contro il dittatore Juan Marìa Bordaberry?
L’arresto di Bordaberry è una notizia molto importante per la salute della democrazia dell’America Latina. Perché alla luce di quanto emerso dagli archivi del terrore lui e il corpo militare hanno molto a che fare con quanto accadde in Uruguay e in Sudamerica nel caso del cosiddetto “Operativo Condor”. Del quale abbiamo trovato documentazione in Paraguay nel dicembre del 1992 e che vede il coinvolgimento di argentini, uruguaiani, cileni, boliviani, paraguaiani. E di Paesi come ad esempio il Brasile. La detenzione di Bordaberry rappresenta una nuova pietra miliare nella storia della lotta contro l’impunità, fenomeno che genera due risultanti: più corruzione e più repressione. La cosa certa è che oggi abbiamo bisogno di conoscere la verità, e negli archivi del Paraguay ci sono prove irrefutabili di come agivano i militari in quelle zone.
Qual è stato contributo da lei fornito alla giustizia uruguaiana?
Io ho fornito le prove di come comunicavano fra loro i militari. Abbiamo scoperto casi di prigionieri uruguaiani torturati in Paraguay da militari connazionali. Mi riferisco al caso di Carlos Calcagno, colonnello dell’Intelligence che torturò un educatore uruguaiano. O a Gustavo Edison Inzaurralde. Trovammo le prove dell’arrivo di uruguaiani, italo-uruguaiani e italo-argentini in Paraguay alla ricerca di passaporti per andare in Europa. Attirati in una trappola tramite un soggetto che si occupava delle pratiche, un avvocato argentino che teneva i contatti nella sua lingua. Quando i passaporti furono pronti e gli uruguaiani andarono a ritirarli, infatti, la polizia piombò loro addosso e li portò via per torturarli. Poi, il 15 maggio del 1977, giorno di festa nazionale, venne in Paraguay Vidella. Insieme al suo aereo ne atterrò un altro, che trasportava argentini e uruguiani da consegnare all’Armata Nazionale. Coloro che parteciparono a tutto questo: tutti i militari, argentini, uruguaiani e paraguaiani che presero parte a questa consegna non possono rimanere impuniti. Per questo sto contribuendo a fornire prove inconfutabili dell’esistenza dell’Operativo Condor, a cui presero parte militari uruguaiani. Io stesso fui torturato. Fui sottoposto a interrogatorio da parte dei militari di Argentina, Brasile, Bolivia, Cile, Uruguay e Paraguay. Fui poi condotto in un Commissariato all’interno del quale mi incontrai con un argentino. Un uomo chiamato Santucho che mi raccontò come anche lui, insieme a un cileno dirigente del MIR, Jorge Fuerte Alarcòn, fu come me sottoposto a interrogatorio di fronte a questo Tribunale. Perché in Paraguay i militari costituirono una sorta di Tribunale dell’Inquisizione.
La famiglia di Bordaberry, il giorno stesso della sua condanna, difese il congiunto dicendo che la giustizia era stata influenzata a dettare quella sentenza sul dittatore. Qual è la sua opinione in merito a questa accusa?
E’ normale che i familiari più stretti prendano le sue difese… ma ciò che accadde realmente lo si stabilisce nelle aule di Giustizia. Come ho già accennato, io ho fornito prove inconfutabili di come i militari brasiliani, uruguaiani, paraguaiani e argentini si scambiavano informazioni. E di come militari della Forza Aerea uruguaiana catturavano e torturavano paraguaiani per poi portarli nella loro terra d’origine. Abbiamo rinvenuto la lettera di un colonnello che assunse il comando della Polizia di Montevideo e che, come prima cosa, si mise a disposizione della Dina cilena. Ancora. Abbiamo dispositivi di intervento del Console uruguiano in Paraguay. E tutte le foto degli uruguaiani ai quali Bordaberry e Blanco chiedevano la collaborazione in Paraguay per catturare connazionali rifugiati in quel Paese. Si tratta di prove indiscutibili.
Lei si considera un testimone chiave per la Giustizia paraguaiana?
Io ho una duplice natura: sono vittima dell’Operativo Condor e rivelatore dei suoi archivi secreti. E mi batto perché venga finalmente fatta giustizia. Quando la famiglia di Bordaberry parla di pressione politica sul processo presenta argomentazioni di poco valore e, in ogni caso, è al giudice che spetta la decisione finale. A fare da sfondo a tutto questo un Paese, l’Uruguay, che ha firmato tutti gli accordi internazionali in materia di Diritti Umani. E i delitti di violazione dei diritti umani non cadono in prescrizione.
A proposito, qual è la sua opinione sulla legge di prescrizione?
Penso che questa legge, imposta dai militari in un contesto molto particolare, debba essere cancellata, così come si fece in Argentina. Non va in prescrizione il ricordo. E la memoria è uno spazio politico di lotta. Dobbiamo essere implacabili con questa gente, che ha operato credendo di salvare così la civiltà occidentale e cristiana.
Cosa fu veramente l’Operativo Condor?
Vorrei specificare, per la rivista italiana ANTIMAFIADuemila, che il Plan Condor fu un vero e proprio affare. L’affare dell’anticomunismo. Faccio un esempio che mi riguarda personalmente. Quando fui catturato mi inviarono in un campo di concentramento, insieme a circa quattrocento prigionieri politici, il 100% dei quali innocenti. Il mio delitto fu probabilmente quello di essere un terrorista intellettuale. Ma il governo di Stroessner, la dittatura, vendette me e gli altri all’ambasciata americana come veri e propri terroristi e, per questo, ricevette più armi e più denaro. In questo senso si trattò di un affare. Il caso Pinochet, per esempio. Si sta dimostrando oggi, 30 anni dopo, che lui faceva affari, non solo ammazzava, rubava. In Uruguay, in Paraguay, in Bolivia, saccheggio e morte si nascondevano dietro l’uniforme. Ed erano protetti dalla dottrina della sicurezza nazionale. Nel contesto della guerra fredda tutto questo era giustificato. E’ ora che si faccia giustizia e che venga scoperta l’origine della ricchezza di Bordaberry e della sua famiglia.
Seguendo questa logica potremmo affermare che anche il Generale Gregorio Alvarez dovrebbe quindi essere arrestato.
Lui fa parte della squadra e per questo non può rimanere impunito. Ha molto da scontare. Conosco il suo grado di responsabilità nell’Operativo Condor alla luce dei fatti accaduti in Paraguay.
Il fatto che la legge di prescrizione lo protegga o non lo protegga non è cosa che mi compete. Io voterò affinché il Congresso uruguaiano, il governo uruguaiano, porti avanti il tema della violazione dei diritti umani, perché nel cammino della Giustizia c’è la vita. L’ingiustizia o la morte.
Ha fiducia nel lavoro condotto dal governo di Tabare Vàzquez, non solo in materia di diritti umani ma anche in riferimento ai negoziati con gli Stati Uniti?
Per noi la posizione di Tabare Vàzquez è assimilabile a quella di Lula. Tra speranza e disillusione. Vàzquez salì al potere con un preciso programma, che predicò e pubblicizzò, facendo tante promesse. Il programma politico annunciato, però, non si sta compiendo. Da qui la disillusione e gli accordi bilaterali con gli Stati Uniti. In materia di Diritti Umani, invece, è tutto diverso e un passo importante è rappresentato proprio dal caso Bordaberry. Per esprimere una valutazione seria è necessario però inquadrare la situazione nel contesto mondiale. L’Uruguay è un Paese piccolo, come il Paraguay, ed è molta la pressione internazionale esercitata su questi governi. Per sua fortuna Evo Morales è sfuggito a questa situazione. Nel caso di Tabare Vàzquez, è vero, ci sono luci e ombre, ma in materia di diritti umani le luci sono di più. Questa è la mia impressione.
Lei ha paura?
La paura in Paraguay è una seconda pelle. In primo luogo perché nella paura abbiamo vissuto quasi 40 anni. E secondo perché alcuni segnali ci indicano che il Condor continua a volare: in questo momento, in Argentina, è scomparso un autorevole testimone e in Paraguay da circa due mesi si sono perse le tracce di un giornalista di inchiesta,  Enrique Galeano. Di fronte a questi fatti, e con la consapevolezza di essere la “memoria vivente” di ciò che fu l’Operativo Condor, come è possibile non avere paura? Io ho portato questo caso di fronte alla Giustizia internazionale. Sono stato in Spagna, dal giudice Garzòn, in Francia, in Germania. E ancora in Italia, Svizzera, Cile, Argentina. L’anno scorso ho spiegato al Congresso uruguaiano che cos’era l’Operativo Condor. In questo momento rappresento la voce di coloro che non hanno voce.
Un messaggio per i lettori di ANTIMAFIADuemila.
Mi sorprende come i Paesi europei prestino il fianco a Bush per quanto concerne l’esistenza di carceri segrete. Per me è il Condor che continua a volare. Mi sorprende come possano esserci cinque milioni di disoccupati in Germania, e come prosegue la privatizzazione selvaggia e criminale in Europa, Italia e Austria. Il mio messaggio all’Europa è la mia grande preoccupazione per tutti questi temi. Mentre invio i miei auguri al Partito Verde europeo. E il mio riconoscimento e personale saluto al direttore e ai giornalisti della rivista Antimafia, per il loro coraggio.



 
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