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Antimafia Duemila

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Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51
La guerra dell'Impero
Morte di un assassino dittatore!
Stanchi di vivere emarginati
Il volo del Condor
La vittoria sull'impunita'
Pezzi eversivi di uno stato a pezzi


Stanchi di vivere emarginati
Asunción, Paraguay. Emessa la sentenza di primo grado al processo
per l’incendio del supermercato Ycua Bolaños. I giudici: non c’è il dolo.


di Chantal Hulin*

Domenica 1° Agosto dell'anno 2004, la città di Asunción, in Paraguay, fu testimone del più grave incidente che il Paese avesse mai conosciuto fino a quella data: l'incendio del supermercato  Ycua Bolaños, paragonabile, su scala internazionale, solo a un caso simile avvenuto in un cinema giapponese molti anni prima.
Un evento drammatico, nel corso del quale persero la vita 386 persone, completamente bruciate. Senza contare che ancora oggi molti risultano essere i dispersi mentre continuano, a distanza di due anni dall’accaduto, le analisi del Dna su alcuni resti ossei, affinché si possa risalire all’identità delle vittime alle quali appartenevano.
Ma la vera tragedia, in realtà, è cominciata di recente. Dal momento che 477 feriti con bruciature riportate in gran parte del proprio corpo, hanno oggi la necessità di essere sottoposti a trapianti di pelle e a varie operazioni. Tra questi, molti sono i bambini, rimasti vittime perché si trovavano all’interno del parco giochi del supermercato.
E la cosa certa è che molte di quelle persone non potranno mai più tornare a lavorare. Cosa che ha già causato la rovina di molte famiglie, alcune delle quali, solo per citare un esempio, hanno perso quattro o cinque dei propri membri.
Dopo questa veloce panoramica su quanto accadde nel mezzogiorno di quella fatidica data, occorre focalizzare il nodo del problema che causò quell’immensa quantità di morti. E che si esprime nel fatto che le porte principali del supermercato furono chiuse dagli uomini del servizio di sicurezza su ordine di Victor Paiva, il figlio del proprietario. Il quale si rivolse al capo delle guardie Daniel Areco, affermando che la gente in fuga si sarebbe sicuramente messa a rubare e facendo sì che venissero chiuse a chiave e protette con le inferriate anche le uscite di emergenza.
Una serie di filmati dimostrano invece come i Paiva, durante il propagarsi delle fiamme, prelevavano dalle casse principali borse piene di denaro, portandole fuori dal supermercato.
Alcuni giorni dopo l’incendio, furono i periti paraguaiani e stranieri ad accertare - oltre alle cause principali dell'incidente - che la morte in massa di tutta quella gente era dovuta proprio al fatto che le porte furono bloccate. Dichiarando che molte persone morirono schiacciate contro quelle stesse porte, come dimostrano le perizie che accertarono la presenza sulla loro superficie di tessuto di pelle umana.

I dati sin qui esposti sono di somma importanza per l’esito del processo iniziato dopo l’accaduto.
Perché avrebbero dovuto portare a una sicura sentenza di condanna nei confronti degli imputati, tanto che al momento del giudizio si sono prospettate ai giudici due sole strade:

1.    Nel caso avessero ritenuto gli imputati colpevoli di omicidio doloso, questi avrebbero pagato con una condanna a 25 anni di prigione, per aver agito con premeditazione e malafede. E avrebbero dovuto inoltre risarcire economicamente le vittime.
2.    In caso in cui avessero ritenuto gli imputati colpevoli di omicidio colposo, non sarebbe esistito il dolo, ossia l'intenzione e la premeditazione di chiudere le porte dell'edificio e, pertanto, gli imputati avrebbero pagato con una condanna a 5 anni di carcere e non avrebbero dovuto pagare alcun risarcimento ai familiari delle vittime della tragedia.

Per la grande quantità di testimoni e familiari delle vittime che seguirono le udienze, il processo fu celebrato all’interno del Comando Logistico delle Forze Armate di Asunciòn.

Tre i giudici che si sono assunti la responsabilità di portare a termine il dibattimento. Molti altri avevano rifiutato l’incarico, secondo voci di corridoio a causa dei ripetuti atti di corruzione di testimoni, giudici e pubblici ministeri.
A presiedere la Corte, la Dott.ssa Maria Doddy Baez, a latere Manuel Aguirre e Elio Ovelar.

Sono le 14:15 dello scorso 5 dicembre, più di due anni dopo l’accaduto, quando nella sede del Comando delle Forze Armate, una temperatura di oltre 40 gradi accompagna la lettura del dispositivo.
La prima parte dello stesso stabilisce che, senza ombra di dubbio, le porte del luogo teatro dell’incidente erano chiuse e che ciò causò la morte di una moltitudine di persone. Per questo il presidente emette giudizio di colpevolezza dicendo che “gli imputati Juan Pio Paiva, Victor Paiva e Daniel Areco commisero delitto di omicidio doloso e tentato omicidio”.
Purtroppo, però, come più di 500 persone tra vittime e familiari già supponevano a causa di un certo rumore di fondo - pur sperando che non accadesse - gli altri due giudici, Manuel Aguirre e Elio Ovelar, parlano invece di omicidio colposo. Pena che prevede solo cinque anni di detenzione, e dal momento che gli imputati ne hanno scontati già due e non avevano precedenti penali, con la buona condotta se la caveranno con un altro anno soltanto.
Facendo un calcolo matematico, diciamo che scontando cinque anni di carcere trascorrerebbero 5,2 ore di galera per ogni vittima dell’incidente.

Due mesi fa una seria denuncia è stata presentata dal pubblico ministero Edgar Sanchez al Procuratore Generale dello Stato e pm Arnaldo Giuzzio.
Tale denuncia considera che non solo ai giudici, ma anche ai pubblici ministeri, è stato offerto denaro dietro la richiesta di favorire gli imputati.
Nel documento si parla di due persone - i cui nomi sono secretati affinché non venga compromesso il buon andamento delle indagini - che visitavano regolarmente gli avvocati difensori offrendo somme che raggiungevano i 300.000 dollari per ogni testimone, pubblico ministero o giudice corrotto.
A questo si aggiunge la testimonianza di un famoso medico, il Dott. Roberto Almiron (che perse un figlio a causa dell’incidente), che qualche giorno fa aveva ammesso di avere informazioni certe e attendibili che le vittime avrebbero perso 2 a 1.
Testualmente aveva dichiarato: <<Avevamo ricevuto l’informazione che il giudice Doddy Baez avrebbe pronunciato verdetto contro le vittime, e ci sorprese il suo voto a favore, basato su fatti e perizie. Ce la avevano disegnata come la “cattiva del film” e invece alla fine si rivelò l’unica onesta>>.
Il Dott. Almiron aveva parlato, ancora, di somme versate pari a 800.000 dollari affinché fosse emesso verdetto di omicidio colposo e non doloso anche per gli imputati Humberto Casaccia, Agustin Alfonso, Antolina Burgos de Casacciay Maria Caceres de Paiva (moglie del proprietario della catena di supermercati Juan Pio Paiva). I quali hanno beneficiato, come i primi tre, di una condanna di soli 5 anni di carcere con l’accusa di aver causato quasi mille vittime tra morti e feriti.

La reazione dei presenti alla lettura del verdetto non si fa attendere. Prima che il terzo giudice termini di leggere il testo del suo giudizio familiari, vittime e amici delle vittime fanno letteralmente “a pezzi” la sede del Comando Logistico. E mentre sorprende la preparazione con cui giudici e imputati escono dall’aula, la sommossa si riversa nelle vie della città. Duri gli scontri con la polizia che utilizza “la montada” (polizia a cavallo), carri armati, idranti, mentre proiettili di gomma schizzano da ogni parte.
In un paese, dove il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà, centinaia di persone aderiscono alla causa. Protestano medici, contrari ai tagli previsti per la Sanità nel 2007, lavoratori di strada e contadini, dando vita ad una vera e propria battaglia tra civili e forze di polizia che porta al ferimento di 60 persone. Tra queste 22 donne e un bimbo di quattro anni.
Lo stesso Dott. Almiron, che aveva denunciato la corruzione dei giudici, viene colpito con una pallottola all’addome e, a causa di questo, operato d’urgenza.
I manifestanti chiudono intanto i corsi principali di Asunciòn, incendiano automobili e commettono una serie di atti in segno di protesta.
Per completare il quadro della vergogna a livello governativo, basta dire che nessun uomo politico, deputato e senatore, interviene o esprime la propria opinione nel corso di più di otto ore di dura battaglia.
Solo dopo escono allo scoperto il ministro dell’Interno e il capo del Comando di Polizia - che viene, tra l’altro, preso come ostaggio – e, quando tutto è ormai incontrollabile, il presidente Nicanor Duarte Frutos interviene alla televisione cercando di calmare gli animi ed esigendo dalla Corte Suprema di Giustizia di rimanere in Sessione permanente. I membri della Corte: Raul Torres Kirsmer, Sindulfo Blanco, Alicia Pucheta de Correa, Jose Altamirano e Wildo Rienzi Galeano, erano stati nominati nel corso dell’insediamento del governo di Nicanor, in qualità di uomini di fiducia.
Molte cose si possono dire ora che il popolo si è levato a gran voce a reclamare giustizia.
La cosa certa, però, è che il giudizio di primo grado è stato vinto dagli imputati e ora non resta altro che chiedere l’appello.
Ancora una volta, in Paraguay, una sentenza è stata comprata e ai giudici non ha tremato la mano mentre la firmavano con il portafoglio pieno di soldi.
Ora il Presidente, il Ministro dell’Interno, il Procuratore Generale dello Stato si appellano alla non violenza e alla pace.
E anche il popolo paraguayano, in un giorno di furia e di rabbia, si è rivolto ai propri leader, ma per chiedere giustizia, dire no all’impunità, alla corruzione e sì al pane per tutti, sì a un lavoro dignitoso e giusto.
Questo fatto concreto è la dimostrazione, ancora una volta, del clima di corruzione e mafia giudiziaria nel quale viviamo. E che, cosa peggiore, funge da detonatore perché contro i propri leader si sollevi un paese stanco, che non può continuare a vivere nell’emarginazione.

* Associazione Culturale Giustizia e Verità.
www.justiciayverdad.com



 
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