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Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VI° Numero 5 - 2006 N°51
La guerra dell'Impero
Morte di un assassino dittatore!
Stanchi di vivere emarginati
Il volo del Condor
La vittoria sull'impunita'
Pezzi eversivi di uno stato a pezzi

Morte di un assassino dittatore!

di Lorenzo Baldo

Santiago del Cile 10 dicembre 2006. "E’ morto l’ex dittatore cileno Augusto Pinochet. Lo rende noto l’ospedale militare nel quale era ricoverato. Pinochet, 91 anni, è deceduto alle 14.15 ora locale, le 18.15 in Italia, nell’ospedale militare di Santiago dove era stato ricoverato una settimana fa per un infarto al miocardio e un edema polmonare”. In un batter d’occhio le agenzie di tutto il mondo diramano il comunicato stampa. Il tiranno è morto. E’ riuscito a sfuggire alla giustizia terrena. Ma per i credenti è riuscito a sfuggire solamente a quella. Subito dopo la notizia della sua morte Amnesty International ha divulgato un comunicato stampa chiedendo che la morte del dittatore non fermi il corso della giustizia auspicando l’annullamento della legge d’amnistia (Decreto legge 2191), emanata sotto il regime di Pinochet, che ha finora protetto i responsabili di violazioni dei diritti umani. Augusto Pinochet ha governato in Cile dal 1973 al 1990, dopo aver estromesso con un colpo di Stato il governo del presidente socialista Salvador Allende. Sotto il suo regime sono stati denunciati migliaia di casi di violazioni dei diritti umani. Secondo il rapporto della Commissione Rettig (la Commissione per la verità e la riconciliazione), reso noto nel 1991, 3196 persone morirono a causa della violenza politica durante il suo regime. Di esse, 1185 rimangono tuttora “scomparse”. 28.000 persone furono torturate con una crudeltà ben oltre l’inimmaginabile. Lo Stadio nazionale e Villa Grimaldi, dove l'attuale presidente del Cile Michelle Bachelet e sua madre vennero detenute e torturate nel 1975, furono i centri di prigionia più usati dal regime di Pinochet. Negli anni a venire un’inchiesta coinvolse Pinochet per la "Operazione Condor", il sistema ideato dal capo della servizi segreti cileni Manuel Contreras che vedeva i governi di Cile, Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay e Uruguay, coordinarsi per organizzare meglio l'eliminazione fisica degli “oppositori”. Tra l´altro, il generalissimo fu accusato dell'omicidio del generale Carlos Prats, che si era mostrato fedele a Salvador Allende, a Buenos Aires. Di recente sono arrivati gli arresti per le torture a Villa Grimaldi e quello per la "Carovana della morte", operazione che portò all'uccisione di 75 persone. Di fatto dal 1988, Augusto Pinochet venne accusato di numerosi casi di violazioni dei diritti umani ma i procedimenti si sono sempre scontrati con ostacoli legali, soprattutto l'impunità di cui egli godeva come ex presidente e senatore e le sue condizioni di salute. I suoi avvocati hanno ininterrottamente sostenuto che non era in grado di prendere parte a un processo. Nel 1998 il giudice spagnolo Baltasar Garzon ne chiese l'arresto mentre si trovava a Londra, dove rimase per agli arresti domiciliari per oltre 500 giorni. Le accuse riguardavano 94 casi di tortura. Tornato in patria nel 2000, a Pinochet fu tolta dalla Corte d'Appello di Santiago l'immunità parlamentare. Ma l'estradizione in Spagna fu negata. Nel 2004 il comitato investigativo del Senato degli Stati Uniti rilasciò un rapporto sulla Riggs Bank, che controllava tra i quattro e gli otto milioni del patrimonio di Pinochet. L'ex dittatore, secondo il rapporto, si era servito della banca per creare società di comodo off-shore attraverso cui riciclare denaro. Pinochet si ritrovò accusato, tra l'altro, di frode ed evasione fiscale. All'inizio del 2006 l'inchiesta sui conti segreti portò all'arresto di tutta la famiglia dell'ex dittatore. Poi vi furono nuovi arresti domiciliari a “corrente alternata”. Nel frattempo si susseguivano le sceneggiate sul suo stato di salute che migliorava o peggiorava a seconda di come evolvevano le inchieste giudiziarie. Fino all’epilogo del 10 dicembre scorso.  Ora il tiranno è morto portandosi con sé tutto il disprezzo della gente. E la futura condanna della storia. Il disprezzo di chi ha vissuto le torture, le umiliazioni, la morte di un parente o di un amico. Di chi ha visto l’orrore negli occhi di un essere al quale tanti uomini potenti hanno stretto la mano. Perfino un Papa della Santa Romana Chiesa. Tutti ricordano nell’aprile del 1987 Karol Wojtyla mentre è in visita pastorale da Pinochet, gli stringe la mano, si affaccia con lui al balcone del Palazzo della Moneda davanti a migliaia di persone. Per non parlare della benedizione impartita da Wojtyla nel 1993 in occasione delle nozze d’oro di Pinochet e di sua moglie  Lucia Hiriarde ai quali augura senza imbarazzo  “abbondanti grazie divine” impartendo infine “con grande piacere, così come ai loro figli e nipoti, una benedizione apostolica speciale. Giovanni Paolo II”. Il tiranno è morto ma non certamente la rete di coperture a livello mondiale formata da altri dittatori, capi di Stato, con la complicità della CIA ed altri poteri più o meno occulti, che l’hanno portato a compiere, i crimini più atroci contro l’umanità. Per una strana coincidenza la morte di Augusto Pinochet è avvenuta nella Giornata internazionale dei diritti umani, quasi ad essere un monito sulla necessità di una giustizia rapida e incisiva nei casi che riguardano violazioni dei diritti umani. Ora che il boia è morto il Cile è ancora un Paese spaccato a metà dove molti sopravvissuti della dittatura si ritrovano a doversi scontrare con il negazionismo storico dei migliaia di sostenitori di Pinochet. In un paradosso che vede le vittime dover dimostrare che quell’orrore c’è stato davvero. Molti di loro hanno rinunciato a gridare ritirandosi in un dolore silenzioso. Altri come gli scrittori Luis Sepulveda e Patricia Verdugo no. La notte prima che morisse Pinochet Luis Sepulveda ha scritto una lettera. Il tiranno non ha avuto il tempo di leggerla, ma le sue vittime si. E forse qualcuna di loro ha avuto un breve sospiro di sollievo. “L´ex dittatore paraguayano, Alfredo Stroessner – scrive Sepulveda nella sua lettera –  è morto poco tempo fa nel suo esilio brasiliano, pazzo come un cavallo, dichiarando persone non gradite in Paraguay cento persone al giorno i cui nomi estraeva dall´elenco del telefono di Sau Paulo. Pinochet, invece, muore simulando una follia che gli permette fino all´ultimo minuto di fare assegni e transazioni internazionali per nascondere la fortuna che ha rubato ai cileni. Muore amministrando il suo bottino di guerra con la complicità di una giustizia cilena sospettosamente lenta. Smette di respirare un´aria che non gli appartiene, di abitare in un paese che non merita, tra cittadini che per lui non provano altro che schifo e disprezzo. Ma muore, e questo è quello che importa. La sua immagine prepotente di <<Capitán General Benemérito>>, titolo di ridicola magniloquenza che si autoconcesse, svanisce nella figura dell´anziano ladro che nasconde il suo ultimo furto tra i cuscini della sedia a rotelle. Ma muore, e questo è quello che importa. Prima di tornare al mio romanzo, apro il frigorifero e palpo il freddo della bottiglia. Poi dispongo i calici con i nomi dei miei amici che non ci sono, dei miei fratelli che difesero La Moneda, di quelli che passarono nei labirinti dell´orrore e non parlarono, di quelli che crebbero nell´esilio, di quelli che fecero tutte le battaglie fino a sconfiggere il miserabile che ha gettato un´ombra sulla nostra vita per sedici anni ma non ci ha tolto la luce dei nostri diritti. Con tutti loro brinderò con gioia alla morte del tiranno”.



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La Verità non deve morire


Chi sta pregando perché Pinochet non muoia? Pregano i familiari e le persone che lo chiamano «el tata» e lo ammirano come «soldato coraggioso». Sono gli stessi che sono andati a far festa davanti alla sua casa il giorno del compleanno numero 91. Applausi quando Pinochet ha fatto sapere, attraverso la voce della moglie, di assumersi «la responsabilità politica di quanto è accaduto in Cile». Pregano anche le famiglie delle vittime e ogni cileno che solidarizza con la causa dei diritti umani. Sembra strano, ma è così. Perché la morte di Pinochet fermerebbe tutti i processi con sigillo lapidario: «sospesi indefinitivamente per la scomparsa dell'imputato, articolo 93 del codice penale». Se Pinochet muore senza nemmeno una condanna - sia per i delitti che per la corruzione - si stabilisce un principio che segnerà il Cile per sempre: l'incapacità nazionale di fare giustizia. Prendiamone nota. La transizione cilena ha pagato un prezzo: l'impunità di Pinochet. Solo a queste condizioni il dittatore ha passato la fascia presidenziale a Patricio Aylwin, l´11 marzo 1990, restando altri otto anni comandante dell'esercito. Con la chiave degli arsenali in tasca, ha impedito ogni inchiesta giudiziaria sulla sua persona e sui peccati di famiglia.
Dopo otto anni di impunità ha cambiato uniforme per convertirsi in senatore a vita. Sarebbe ancora al senato, non sfiorato dalla curiosità delle indagini, se non fosse intervenuta la giustizia spagnola: 500 giorni di arresti a Londra. Il Cile ha invocato il diritto a giudicarlo ottenendone il rimpatrio «per ragioni di compassione»: la sua fragile salute le ispirava. Fragilità evaporata appena mette piede in terra cilena nella famosa scena dell'aeroporto quando abbandona la carrozzella e cammina agitando il bastone verso l'abbraccio di militari e familiari che l'aspettano. L'impunità segue il suo corso. Quando le prove a carico diventano incontrovertibili nel caso della Carovana della Morte, le corti lo dichiarano demente. Era il 2001. Sospensione indefinita dei processi per debolezza mentale dell'imputato. Ancora una volta è stata una mano straniera a rimettere a posto le cose. Il senato degli Stati Uniti rivela i suoi conti segreti nel 2004, conti nei quali Pinochet decide movimenti milionari spostando capitali con lucidità collaudata. La scoperta obbliga le corti a dichiararlo nuovamente «in grado di sopportare un processo». Siamo in Cile, deve essere giudicato per aver ordinato l'uccisione di chi non era d'accordo e per corruzione. Ma nessun giudice se l'è sentita di condannarlo. Per tante persone la morte di Pinochet sarebbe un bel regalo, soprattutto per i magistrati che hanno la patata bollente in mano. Anche la destra politica ha voglia di liberarsi della sua ingombrante eredità per provare ad arrivare al potere nelle elezioni 2009. Tra chi prega perché Pinochet continui a vivere, prega anche i partiti del governo di risolvere la sua impresentabile impunità in modo rapido e facile, come è regola in ogni paese civile.
Patricia Verdugo
(tratto da l'Unità 5.12.06)



 
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