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Terzo Millennio Anno VI Numero 4 - 2006 N°50 | Terzo Millennio Anno VI Numero 4 - 2006 N°50 |
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Pagina 5 di 5 Imperialismo, Denaro, Guerra Lo scontro bellico come atto politico di Beba C. Balvè Prima puntata La guerra è un atto politico. La differenza tra la guerra civile (lotta di classe) e uno scontro bellico è che nella prima non c’è relazione di polarità, mentre nel secondo si. In quest’ultimo si affrontano, nell’era moderna, eserciti appartenenti agli Stati-nazione. Oggi la guerra prende forma di guerra di conquista, combina la guerra militare con la guerra civile (lotta di classe) e con le sue organizzazioni militari irregolari. La guerra di conquista da parte degli invasori si associa alla guerra nazionale da parte dei popoli invasi. Bene. Chi stabilisce la difesa è colui che dà inizio alla guerra il che, nel caso del Libano, non è stato l’invasore, bensì gli Hezbollah. Da qui il loro trionfo tattico. Israele ha intrapreso un’opera di distruzione per poter avanzare con la fanteria e occupare il territorio, che è l’obiettivo di ogni guerra, ed è lì che si stabilisce la difesa. Entriamo in tema grazie a Clausewitz: <<Una transizione rapida verso l’attacco è il punto più brillante della difesa. Chi non ha presente questo concetto sin dall’inizio penserà sempre soltanto ai mezzi che il nemico ha perso durante l’attacco (Libano) il che non dipende da come iniziamo la battaglia, bensì da come la concludiamo. E’ vero che l’aggressore prende la sua decisione di entrare in guerra prima dell’innocente che si difende e se è capace di mantenere in segreto la sua tattica potrebbe sorprendere chi deve difendersi, ma la guerra avviene più a beneficio di chi si difende che dell’aggressore perché la guerra non inizia finchè l’invasione non abbia messo in evidenza la difesa (Hezbollah). Pertanto, se ci identifichiamo con la difesa, questa includerà, in generale così come dovrebbe essere (…), l’attesa del suo avversario, attesa che non è ansia frutto di un sentimento di certezza, bensì attesa come frutto di una scelta libera, di un animo sereno, della forza di chi non teme l’assedio e, per ultimo, di un popolo forte che teme ben poco il nemico come questo non teme lui. (Dal capitolo: “Carattere della difesa strategica”). La nazione in armi è un fenomeno del secolo XIX. Consideriamo la guerra del popolo semplicemente come un mezzo di lotta e pertanto in relazione con il suo nemico (…).Così come un fuoco lento e graduale questa distrugge la base dell’esercito nemico. Ha bisogno di tempo per produrre i suoi effetti. Nel frattempo che gli elementi ostili agiscono l’uno sull’altro, esiste uno stato di tensione, che o vien meno gradualmente se la guerra del popolo si estingue in alcuni punti e brucia lentamente in altri oppure porta a una crisi se le fiamme di questa conflagrazione generale coinvolgono l’esercito nemico forzandolo ad evacuare il Paese prima di essere totalmente distrutto. (…) Le sole condizioni in cui la guerra del popolo può riuscire ad essere efficace sono le seguenti: 1) Che la guerra abbia luogo all’interno del Paese; 2) che non sia decisa in seguito ad un evento catastrofico isolato; 3) Che il teatro della guerra interessi una buona parte del Paese; 4) Che la nazione appoggi le misure adottate e 5) che il Paese abbia una confermazione geografica accidentata, con montagne, boschi, pantani o qualche altra particolarità territoriale. (…) Una particolarità del Paese che favorisce molto l’azione della guerra è la distribuzione sparsa di nuclei abitati. In questo modo il Paese è più diviso e più protetto. Le strade diventano più pericolose e sono più numerose (…), ma soprattutto si ripete in scala ridotta quella particolarità che una guerra di popolo possiede in grande scala, cioè che lo spirito di resistenza esiste dappertutto, ma non è riscontrabile da nessuna parte. Lì dove ancora non esiste il nemico, non manca il valore per opporsi a lui e la massa della popolazione vicina va infiammandosi gradualmente. In questo modo il fuoco si espande come quando brucia l’erica (…) L’idea che noi abbiamo della guerra del popolo è che questa è come un’essenza a forma di nuvola o vapore, non si condensa da nessuna parte né forma un corpo solido; altrimenti il nemico colpirebbe il suo centro. Ciò nonostante è necessario che questo vapore si condensi in alcuni punti formando masse più dense dando origine a nuvole minacciose che ogni tanto producono un lampo formidabile. Questi punti si trovano ai fianchi del teatro di guerra del nemico. E’ lì che l’insurrezione nazionale deve organizzarsi in unità più ampie e più ordinate. (…) Le masse meglio organizzate servono a creare un sentimento di inquietudine e di timore e nell’insieme ad alimentare l’effetto morale; senza queste l’effetto totale sarebbe carente di forza e non si riuscirebbe a mettere il nemico in difficoltà. (Osservazione: I cinesi e i vietnamiti lo hanno fatto con l’appoggio di distaccamenti dell’esercito regolare). (…) C’è sempre tempo per morire (…) così come l’istinto naturale di un uomo che sta per affogare è quello di afferrarsi persino a un filo di paglia, nell’ordine naturale della sfera morale il popolo cercherà le ultime ancore di salvezza quando si vedrà al bordo dell’abisso. Se uno Stato, per quanto piccolo e debole possa essere in confronto al suo nemico, rinuncia a realizzare l’ultimo estremo sforzo, dobbiamo dire che ormai non rimane anima alcuna dentro di sé. (Dal capitolo: “Difesa di un teatro di guerra”). (…) La difesa, così come la concepiamo noi, non è altro che l’espressione più forte del combattimento, (Hezbollah) il preservare le nostre proprie forze e abbattere il nemico, in una parola: la vittoria è l’obiettivo del combattimento, ma non l’obiettivo finale. L’obiettivo è preservare il nostro stato politico e abbattere il nemico, mirare alla pace perché soltanto con la pace si risolve il conflitto. Ma qual è lo stato politico del nemico in relazione alla guerra? Sono importanti le relazioni politiche nazionali e internazionali che alcune volte incidono di più di altri aspetti. La forza militare deve proteggere il territorio dello Stato o conquistare quello del nemico; il territorio appoggia costantemente e rinnova la forza militare. Pertanto, entrambi dipendono l’uno dall’altra, si appoggiano reciprocamente, ma, se la forza militare viene distrutta, è totalmente sconfitta e diventa incapace di offrire resistenza, la conseguenza è la perdita del territorio (…) In realtà, non è soltanto la completa sconfitta di un esercito a decidere il destino di un Paese, ma è l’indebolimento notevole della sua forza militare a portarlo regolarmente alla perdita del territorio. Dovunque ci sia coesione possono essere applicate le analogie con i principi inerenti il centro di gravità. Questi centri si trovano lì dove più si concentrano i corpi maggiormente consistenti delle truppe. Pertanto crediamo che il teatro di guerra, grande o piccolo che sia, con la sua forza militare, di qualunque grandezza esso sia, rappresenti un’unità che può ridursi a un centro di gravità. La decisione deve essere presa proprio in questo centro di gravità. Diventare il trionfatore in questo caso significa difendere il teatro di guerra nel senso più ampio. (Dal capitolo: “La nazione in armi”). Nessuna guerra dovrebbe cominciare senza aver trovato prima la risposta alla seguente domanda: cosa bisogna ottenere tramite la guerra e durante la guerra? Il primo è l’obiettivo finale, l’altro è il proposito intermedio. In questo modo si valuta l’efficacia dei mezzi e il livello di energia. In assenza di questi elementi che ti fanno capire la forza distruttiva dell’elemento scatenato nessuno avrebbe creduto possibile ciò che tutti in vita hanno visto realizzarsi. (Guerra assoluta: Bonaparte). Si sarebbe avventurata la Prussia a invadere la Francia nel 1798 con 70.000 uomini se avesse previsto che la reazione in caso di fallimento sarebbe stata così forte da mettere fine al vecchio equilibrio di forze in Europa? Avrebbe la Prussia dichiarato guerra alla Francia nel 1806 con 100.000 uomini se avesse preso in considerazione che il primo sparo sarebbe stata la scintilla che avrebbe fatto esplodere la mina facendola saltare per aria? (Dal capitolo: “Guerra assoluta e guerra reale”) (1). Bene. Lo scopo dell’alleanza USA-Gran Bretagna-Israele è quello di cancellare la Palestina. Questo è il grido di guerra che ha adottato lo Stato di Israele dalla sua fondazione nel 1948. “Delenda est Carthago”: questo era il grido di guerra di Roma durante le tre guerre puniche. Senza riguardi e senza alcun rispetto, in 118 anni (dal 264 al 146 a.c., inizio e fine delle guerre) riuscì a distruggere totalmente Cartagine. La Palestina, il cui nome significa “terra dei filistei”, piccolo popolo di marinai che occupa quelle terre dall’antichità, è già stata in guerra contro gli israeliti. Secondo dati biblici, Dalila, filistea, una volta scoperto il segreto della forza di Sansone, che era giudeo, gli tagliò i capelli e lui cadde prigioniero. Cresciuti i capelli, Sansone riprese la sua forza e ritornò per scuotere le colonne del tempio uccidendo i filistei che si trovavano all’interno. Oggi gli israeliti non hanno segreti come Sansone. Tutto è in vista, tutto in evidenza. L’unica loro opzione è la forza bruta, quella militare, il massacro, l’annichilimento, il vecchio “vae victis”. Il “Poveri vinti!”. La guerra di sterminio che ha come obiettivo finale la resa incondizionata. Lo Stato di Israele ha due problemi fondamentali: a) a partire dalla sua fondazione ha sconfitto in sei occasioni gli arabi, ma non si può permettere il lusso di essere sconfitto nemmeno una volta perché corre il rischio di scomparire; b) questa ultima spedizione punitiva (…) e priva di misericordia, uccidendo e distruggendo per proprio gusto e piacere, sta creando un’opposizione e malessere in gruppi di opinione storicamente vicini a Israele e ai suoi progetti. Il grande filosofo Nicolai Hartmann, mai sospettato di nazismo, spiegava, facendo l’esempio dell’Università di Leipzig, che il rifiuto dei professori tedeschi verso i professori ebrei tedeschi era dovuto al fatto che questi ultimi avevano occupato in modo sfacciato e grazie a mille sotterfugi la maggior parte delle cattedre universitarie. Potrebbe succedere lo stesso con Israele? Tutto fa capire che è così. (2) Vivono di appropriazione. Sono l’incarnazione stessa della borghesia che vive di rendita. Abbiamo di fronte una crisi organica del capitalismo dove la classe capitalista finanziaria, coalizzata internazionalmente, ha istituito uno stato assoluto che per imporsi deve distruggere tutta l’impalcatura istituzionale della rivoluzione industriale. Il parlamento, la giustizia e la polizia non sono più congruenti con il nuovo regno. Dobbiamo ritornare ad essere uno Stato, sdoppiando all’interno del governo la burocrazia civile e quella militare. Come possiamo vedere, siamo diventati così moderni che siamo ritornati al Medioevo. Credono, secondo i loro manuali di contro-intelligenza, che gli uomini devono essere manipolati soltanto su congetture e non su fatti, così è stato nel Libano e in Palestina. Per non parlare dell’ Irak e Haiti o Vietnam. Israele è l’unico paese che non ha Costituzione né confine delle proprie frontiere, ecco perché queste sono elastiche. Irak, Palestina e Libano sono una Hiroshima scaglionata con altri mezzi. Siamo giunti all’apice della conformazione di un potere territoriale basato sulla distruzione dell’uomo stesso. Cambiano i concetti, le categorie, il modo di proporsi per nascondere il vero scopo. Il potere della proprietà territoriale ha subito un’accelerazione e un radicamento tale che l’appropriazione di ricchezza socialmente prodotta e monopolizzata da un numero via via minore di mani ha dato origine a una cappa che agisce come una mafia, al di sopra della legge, della morale e dell’etica umana che gode ideando crisi economiche, politiche e istituzionali, guerre, uccisioni, ecc., in modo da esercitare il suo potere economico, politico, intellettuale, ideologico, psicologico e militare. Vediamo che classe di persone si è consolidata nelle ultime decadi, premettendo che le guerre hanno sempre generato morte, ma adesso non sono più condotte dagli Stati-Nazione con i loro eserciti, bensì da una cappa che è emersa dal tessuto umano e che non personifica le relazioni umane, bensì le cose. Dobbiamo capire cosa passa per la testa di questa gente, cosa li motiva. Esaminiamo le radici. Nella moderna società-borghese, la relazione sociale intorno alla quale gli uomini si organizzano (mantenendo il proprio vincolo con la natura) si basa sul fatto che gli uomini si relazionano tra loro per mezzo delle cose che producono per il loro sviluppo. Sembrerebbe che sia avvenuto un capovolgimento. I re del potere, coalizzati internazionalmente, costituiscono oggi il blocco del potere mondiale. Non si sono allontanati soltanto dalla natura, ma anche dagli uomini. Mentre prima il tramite era costituito dalle cose, adesso è costituito dagli uomini. Per questa ragione è scomparsa la politica come equilibrio delle aspirazioni e aspettative del popolo in generale. Sembrerebbe che non abbiamo saputo cogliere le implicazioni dell’imposizione del modello (imposto dall’EE.UU) per cui la “democrazia è quella del capitale privato”. Vale a dire, la democrazia non è più patrimonio dei popoli, secondo la rivoluzione francese, ma è patrimonio del capitale e la sua deità è “la tecnologia”. Lontani dalla natura sono i no-uomini. Bene. Gli ideologi di questo potere infernale chiamati intellettuali parallelamente hanno affermato e imposto ai mezzi di comunicazione e alle università che le teorie ed i paradigmi sono morti e che la lotta contro il sistema è decaduta. Nel secolo XIX Marx nel “Capitale”, e successivamente Engels nella sua lettera 214(3) in cui esplicita il metodo del materialismo storico, parte dalla divisione del lavoro sociale. Conclude sostenendo che lungo lo sviluppo del capitalismo emerge una nuova schiera di politici e di funzionari i quali, con il tempo, acquisiscono autonomia rispetto alla società e a coloro che li hanno assunti, costituendo una sorta di cappa congruente con la centralizzazione dei capitali su scala mondiale in un momento in cui sussiste la lotta per la realizzazione del potere accumulato dal capitale finanziario. Verso il 1890 Hilferding e altri teorici concettualizzano il momento come quello del dominio dell’imperialismo la cui origine è prodotto dai trust, cartelli, ecc. Dall’altra parte Lenin, oltre ai suoi lavori sull’imperialismo, instaura un dibattito con Bujarin. Questi nella sua opera sostiene come tendenza l’ultraimperialismo, il quale, seguendo la propensione all’accumulazione del capitale e la propria espressione superstrutturale, giungerebbe a costituire un solo potere di dominio, un unico Stato sovranazionale. 1 La Guerra: Gen. Karl von Clausewitz. Circolo Militare. Biblioteca dell’Ufficiale. Buenos Aires, 1968. 2 Delenda est Philistaea. Alberto Buela. CEES. Centro di Studi Strategici Sudamericani. Buenos Aires, 28 luglio 2006. 3. Engels a Konrad Schmidt, Londra 27 ottobre 1890, in Corrispondenza C. Marx e F. Engels, Casa Editrice Cartago, Buenos Aires 1973. box1 La rivolta di Gaia James Lovelock James Lovelock è il padre di una delle idee che hanno rivoluzionato la nostra concezione dell’ecologia, della scienza e del futuro: l’idea di Gaia, la Terra come organismo vivente, capace di autoregolarsi almeno fino a quando l’azione dell’uomo non ha cominciato a sconvolgerne i delicati equilibri. In questo suo ultimo, drammatico libro, Lovelock sostiene che abbiamo ormai oltrepassato il punto di non ritorno, che i gas serra provocheranno il surriscaldamento del Pianeta e che per la fine di questo secolo i cambiamenti climatici causeranno la morte di miliardi di persone. In questo scenario catastrofico, tuttavia, esiste comunque la possibilità di limitare in qualche misura i danni inevitabili: per esempio puntando con decisione sull’energia nucleare, ben più sicura e pulita di quella ottenuta con i combustibili fossili. Ricchissimo di informazioni, ben argomentato, questo libro fa piazza pulita di luoghi comuni e tabù e ci esorta a una radicale inversione di rotta rispetto a quello sviluppo insostenibile che ci condurrà rapidamente alla rovina. James Lovelock, biochimico inglese, è nato nel 1919. Rizzoli e euro 17,50 |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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