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Antimafia Duemila

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Terzo Millennio Anno VI Numero 3 - 2006 N°49 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VI Numero 3 - 2006 N°49
E' Caceres il mandante dell'omicidio Medina
Franco e Gonzales sono colpevoli
 

Franco e Gonzales sono colpevoli
Pablo Medina, fratello del giornalista ucciso, commenta l’intervista a Milciades Maylin e accusa i poteri forti: furono loro a decidere la morte di mio fratello
a cura di Giorgio Bongiovanni

Qual è la tua opinione sulla ricostruzione fornita da Milciades Maylin nel corso dell’intervista?
Per quanto concerne la versione dei fatti fornita da Milciades Maylin tengo a precisare che è innegabile che Timoteo Càceres avesse avuto dei diverbi con mio fratello per via di un incarico presso la scuola primaria elementare. Sarebbe inutile pensare di introdurre nella nostra analisi elementi che possano opporsi a questo dato. D’altra parte, però, sempre più dubbi emergono sulle altre dichiarazioni. Occorre infatti mettere sul piatto della bilancia due fattori: Càceres era un docente di scuola elementare con un salario di circa 750 mila guaranì, meno di 20 dollari, ma legato a colui che veniva indicato, insieme alla sua famiglia, come il principale trafficante di legname estratto dalla Riserva Forestale del Ministero dell’Agricoltura: Justo Franco. In quel periodo, nel 2001, i Franco erano i principali obiettivi dell’”artiglieria giornalistica” mia e di mio fratello. E’ per questo che nutro un forte sospetto che Milciades Maylin stia inventando fatti in modo che i sospetti vadano a ricadere su José Cardozo.
Il nome di Cardozo è un elemento di novità nell’inchiesta?
No, non è una novità per noi. Il suo nome era già emerso alcuni giorni dopo l’omicidio perché Maylin e Cardozo facevano parte della stessa banda..
Era con lui quando sparò?
No, a sparare fu una sola persona. E il testimone chiave del fatto delittuoso, mio fratello Gaspar, riferì che il killer era di costituzione fisica esile mentre il Cardozo, che noi già conoscevamo, è un soggetto robusto.
Può essere che Maylin si riferisca ad un altro Cardozo?
No si tratta della stessa persona.
E cosa mi dici di Miranda? E’ un altro testimone oculare?
Che Miranda possa essere un altro testimone oculare è una menzogna. La sera dell’omicidio Rolando Miranda si trovava a casa sua e dopo aver sparato Maylin scappò e si rifugiò da lui. E’ molto semplice, non esiste un’altra verità.
Maylin però nega questa versione dei fatti.
Maylin lo nega. Ma cosa ci faceva in quello stesso giorno, a quella stessa ora a 100 metri dal luogo del delitto? E perché disse a Miranda che aveva commesso un omicidio a mille metri da lì? Ricevette pressioni? Queste cose sono agli atti.
Disse quindi che era stato lui?
Certo. Lo confessò. Milciades Maylin lo confessò a Rolando Miranda. E per questo che Miranda diventò uno dei principali testimoni a processo, perché fu il depositario di quella versione.
Ora però lui nega tutto.
Ora lo nega, anni dopo lo nega.
Secondo te, possiamo comunque considerare come un importante passo in avanti il fatto che Maylin abbia per la prima volta rivelato il nome di uno dei quattro o cinque mandanti dell’omicidio, comunque già raggiunto dai sospetti nel corso delle investigazioni?
Sì è un passo importante. Però giuridicamente parlando è un po’ prematuro pensare che questa stessa versione possa servirci a sostenere ora la nostra accusa.
A livello giudiziario no, ma a livello giornalistico sì.
A livello giornalistico sicuramente. Se sapremo utilizzarlo bene, questo dato potrebbe sortire effetti benefici per la risoluzione del caso e per il raggiungimento della verità.
A livello giudiziario è però da prendere al momento con le pinze. Sarà invece utilizzabile anche in questo senso quando il caso verrà riaperto, in seguito alla decisione finale della Corte Suprema. Dobbiamo quindi stare attenti ad amministrare con sufficiente obiettività la versione di Maylin e una volta raggiunta una sentenza definitiva che confermi le condanne decretate nei giudizi di primo e secondo grado potremo rimettere in gioco tutta la nostra artiglieria investigativa per puntarla contro questo soggetto indicato da Maylin. Questi diventerà quindi un testimone e potremo utilizzare la sua versione per accusare Timoteo Càceres.
Tu pensi che Justo Franco, suo figlio, - che era il proprietario dell’arma - e Gonzales siano colpevoli?
Sì signore. Continuo a sostenerlo e ancora di più dopo aver ascoltato la versione fornita da Maylin che conferma il legame di Miguel Gonzales con Timoteo Càceres, che si crede proprietario dell’emittente radiofonica presieduta da Salvador.
Prospettiamo per un attimo questo scenario. Maylin dice che Timoteo assolda Cardozo per l’omicidio di Salvador. Non potrebbe essere che Càceres avesse veramente versato del denaro per l’omicidio ma non a Cardozo bensì allo stesso Maylin? E che i soldi provenissero dai Franco e da Gonzales?
Sì, può essere.
Faccio una speculazione. Se oggi Maylin avesse detto: io sono l’assassino di Salvador, io ho ricevuto il denaro da Timoteo e questo denaro penso che venga dai Franco e da Gonzales, la sua versione dei fatti potrebbe essere coerente?
Sì, sarebbe stata più coerente.
Può quindi essere che lui abbia detto una mezza verità, rivelando nomi e fatti realmente accaduti, ma sostituendo la figura di Cardozo alla sua per uscirne innocente. Potrebbe aver fatto questo ragionamento?
Sì, è evidente che ha fatto così.
Rimane però un dubbio. Cardozo esiste?
Sì, Cardozo esiste.
E potrebbe smentire la versione di Maylin.
Lo potrebbe fare.
Potrebbe quindi smentirlo anche Timoteo Càceres.
Il problema è che se Càceres, Cardozo e Gonzales riferissero una versione diversa da quella di Maylin lui risulterebbe ancor più compromesso. Dai suoi avvocati sa che questa esposizione dei fatti lo può aiutare poco o niente.
Dovrebbe quindi dire di più.
E’ chiaro. Deve dire di più.
Ora che lo hai conosciuto e che lo hai ascoltato sei ancora convinto che Milciades Maylin sia l’assassino di tuo fratello?
Non ho il minimo dubbio. Con fermezza ti dico che è lui, perché ho fiducia nell’altro mio fratello che era presente all’omicidio, lo vide e lo riconobbe.
Lui però aveva il visto coperto.
Aveva il viso coperto ma le caratteristiche fisiche di chi ha sparato erano le stesse di quelle di Maylin. Che sono totalmente diverse da quelle del soggetto che lui vorrebbe far credere sia l’assassino. José Cardozo, contrariamente a lui, è un uomo biondo e con gli occhi azzurri.
Possiamo comunque considerare l’apertura di Maylin alla stampa paraguaiana ed europea un passo in avanti, nella speranza che un giorno lui possa dire tutta la verità?
Sì, lo possiamo considerare così. Ed è fondamentale, e per questo Giorgio ti ringrazio più che mai, l’interesse che hai dimostrato nel tentare di fare maggiore chiarezza in questo caso che ha commosso la comunità internazionale e che ha tristemente colpito un nostro collega. E’ per questo che io, in quanto fratello maggiore e principale investigatore del caso, che ho affrontato tutti gli attacchi subiti dopo l’assassinio di Salvador dal gruppo di potere che ho sempre accusato, mi assumo una responsabilità e dico che terrò in mente gli elementi forniti da Milciades Maylin in questa intervista. Li ricorderò perché li considero sommamente importanti per me e per la nostra famiglia oltre che per la comunità internazionale e per i media, in particolare per i giornalisti. In fin dei conti Salvador è stato un simbolo per noi, un simbolo di lotta e sono sicuro che presto o tardi, ripeto: presto o tardi, arriveremo alla verità e castigheremo in modo esemplare quelli che direttamente o indirettamente sono stati coinvolti nell’uccisione di Salvador. Non ho il minimo dubbio.



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SALVADOR MEDINA, AMICO DELL’ANIMA
E MARTIRE DELLA VERA GIUSTIZIA


di Jorge Figueredo

E’ difficile trovare le parole adatte per descrivere Salvador Medina perché credo di non essere colui che lo conosceva meglio. Tuttavia ho avuto la possibilità di condividere con lui momenti indimenticabili in una residenza per studenti universitari provenienti dall’interno del paese, sita nella Città di San Lorenzo, Dipartimento Centrale.
Ci sono diversi tipi di amici nella vita: amici nel divertimento, negli studi, sul lavoro, ma il mio rapporto con lui era al di sopra di queste tipologie di relazione. Salvador era un amico di ideali, un amico dell’anima. Condividevamo gli stessi valori, avevamo una stessa visione della vita, dell’umanità.
Salvador Medina non parlava molto. Le sue parole però erano sempre opportune per chiarire per esempio una discussione tra gli studenti. Era a volte malinconico e riflessivo, mentre era vivace e pieno di iniziativa nelle attività che intraprendeva, amabile e umile nel rapporto con gli altri. Non era una persona passiva o tiepida che abbassava la testa di fronte a un sistema per timore o codardia; dimostrò sempre con il suo comportamento, con il suo modo di relazionarsi con me, con gli studenti della residenza universitaria e con le persone in generale uno spirito che rivendicava gli alti valori della Pace, della Giustizia e dell’Amore.
Non ho mai visto Salvador Medina arrogante, orgoglioso o vanitoso. Era saggio come pochi, oltre ad essere studente universitario di Legge conosceva la cultura guaranì, amava questa cultura millenaria tanto da divenire docente del suo idioma non semplicemente per guadagnarsi da vivere, ma perché a lui interessava la Vita, la cultura di tutte le etnie aborigene che abitavano e continuano ad abitare in Paraguay. Forse aveva trovato in questa cultura antica e nelle forme di vita delle diverse etnie aborigene di questo paese ciò che mai era riuscito a trovare in me o nella gente che aveva attorno. Era dotato di una coscienza spirituale elevata, perché Salvador desiderava un Mondo Nuovo, una società diversa da quella di oggi.
Ma la grandezza di Salvador non si basò mai sulla sua erudizione accademica, sull’ampia conoscenza che possedeva della cultura guaranì, nemmeno sulla sua ideologia. Egli si considerava un socialista, un amante dell’uguaglianza fra gli uomini. In realtà era un idealista, sognava una nuova umanità. La sua ricerca non fu soltanto teorica, anzi, la sua vita stessa, il suo modo di essere individualmente e socialmente fu coerente con il suo grande ideale di vedere un Paraguay più onesto, giusto e sviluppato culturalmente.
La vita di Salvador Medina ha rispecchiato perfettamente le parole del mio amico Giorgio Bongiovanni: <<Gli uomini giusti, i soldati di Cristo sempre vivono e stanno da soli>>. Questo era Salvador, un uomo giusto, che viveva la sua vita in solitudine, in modo semplice, amando il prossimo come se stesso non con le parole, ma con i fatti, affrontando le miserie umane, le strutture corrotte e ingiuste controllate dai mafiosi che opprimono i popoli affinché accettino la cultura dell’illegale e della corruzione come fosse naturale. Un uomo che operava liberamente, in solitario come Don Chisciotte, fino a dare la vita per la sua causa che era quella della Giustizia. Devo sottolineare che non l’ho conosciuto realmente fino alla sua morte e mi dispiace tanto. Soltanto quando sacrificò la sua vita per Amore verso l’uomo, quando fu assassinato codardamente il 5 gennaio del 2001 nella via “1 de Marzo” della città di Capiibary per aver denunciato le piaghe sociali, il crimine organizzato del Dipartimento di San Pedro, operante anche nel Dipartimento di Canindeyù, che attentava e continua ad attentare ogni giorno alla vita umana, animale e vegetale, io cominciai a conoscerlo, a capirlo e a dare a Salvador il giusto valore nella lotta per una vera giustizia in Paraguay, dove tutti possano avere il necessario per vivere e nessuno il superfluo, dove regni la pace, la solidarietà e l’amore tra gli uomini.
E’ necessario anche sottolineare che dopo la morte di Salvador Medina la stampa ha cominciato ad interessarsi di una terra comunemente dimenticata e isolata com’è la comunità di Capiibary. Questa terra ha iniziato ad esistere per l’amministrazione della giustizia del nostro paese, specialmente per la Procura. Infatti prima della morte di Medina nella Città di Curuguaty, dove ha sede la Procura, non vi erano giudici permanenti, dato che venivano periodicamente sostituiti o trasferiti, inoltre c’era un solo sostituto procuratore. Dopo che i giornali del Paraguay hanno riportato questi titoli: “Insistono che il crimine abbia dei mandanti”, “Uccidono un giovane giornalista radiofonico a Capiibary”, “Giornalisti manifestano oggi di fronte al Tribunale”, “In modo accelerato si trasforma il paese in una nuova Colombia”, “Permanente stato di insicurezza regna nella zona di Capiibary”, “Politici stanno cercando di ostacolare l’investigazione del crimine”, si è finalmente insediato qui un giudice stabile che coordina le investigazioni dei diversi delitti e omicidi in questa zona.
Desidero anche condividere con voi un episodio che ha cambiato la mia vita e che credo non sia dovuto al caso. Pochi giorni dopo la morte di Salvador nel gennaio 2001 fui invitato da suo fratello Pablo, anch’egli giornalista, per partecipare in veste di avvocato professionista ad una riunione della sua famiglia con il Giudice Generale dello Stato a quel tempo, avvocato Oscar German Latorre.
L’obiettivo della riunione era richiedere all’avv. Latorre la nomina di un giudice permanente nella zona, così come di altri funzionari che potessero contribuire a far luce sul terribile omicidio di Salvador. La famiglia Medina mi invitò a questo incontro per propormi come candidato a rivestire la carica  di Sostituto Procuratore presso il Tribunale Penale di Zona della Città di Curuguaty. In un tempo record di circa quindici giorni, superando tutta la burocrazia che di solito questi casi richiedono, ricevo il 30 gennaio 2001 la comunicazione che il Giudice Generale dello Stato mi aveva nominato Sostituto Procuratore  con lo scopo di aiutare nell’investigazione di questo omicidio e poter risalire agli esecutori materiali ed ai mandanti.
E’ stata la morte del mio amico Salvador e il mio ingresso nella Procura a farmi capire che la mia missione in questa vita è legata alla lotta per una vera Giustizia. Salvador ha dovuto pagare un alto prezzo per far capire il grande lavoro che aveva realizzato con le sue denunce alla radio contro la mafia e il crimine organizzato dei Dipartimenti di San Pedro e Canindeyù, che gestisce il traffico di droga, di legname, la deforestazione, l’uso di pesticidi, che attenta contro la vita dell’essere umano e della madre Terra.
Molte volte mi sono sentito tra l’incudine ed il martello, sento che devo lavorare con tutte le mie forze a favore della vita e della Giustizia, ma fino adesso non ho avuto il discernimento e la forza sufficiente per agire. Ricordo che Giorgio Bongiovanni un giorno mi disse: <<Al di là dei compromessi, bisogna lavorare per una causa giusta>>. Il mio sogno è lavorare per far luce sui grandi crimini che sono stati commessi e continuano ad esserlo in Paraguay. Vorrei che finisca l’impunità e che i martiri della Giustizia in questo paese, come l’Amico Salvador Medina, possano provare finalmente la gioia del trionfo della Giustizia in Paraguay.

Jorge David Figueredo Corrales
San Lorenzo 12 giugno 2006



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CURRICULUM VITAE
JORGE DAVID FIGUEREDO CORRALES


Nato il 6 giugno del 1972, sposato, due figli. Laureatosi in Legge presso l’Università Nazionale di Asunciòn nel 1998, lavora come docente all’Università del Nord della Città di Curuguaty dal 11 agosto del 1999. E’ stato nominato nel 2001 Sostituto Procuratore presso il Tribunale Penale della Zona di Curuguaty, carica che riveste ancora oggi nell’Unità Penale n° 2 della suddetta istituzione.

Posta elettronica: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
Cell.: (0973) 586-822




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RICORDO DI UN AMICO
di Felix Vera


Ho conosciuto Salvador Medina un pomeriggio; era appena arrivato nella Residenza Universitaria per intraprendere la carriera accademica in cerca di opportunità per migliorare il suo tenore di vita come tanti altri giovani provenienti dall’interno del paese.
Da quel momento in poi Salvador ed io abbiamo cominciato a scambiare opinioni e ad analizzare la situazione dell’Università Nazionale e dei residenti universitari. Salvador dimostrava sempre calma e tranquillità di fronte a queste problematiche. Non l’ho mai visto agire con cattiva intenzione. Aveva un buon rapporto con tutti gli studenti.
Con il tempo ci siamo conosciuti meglio, trascorrevamo il nostro tempo libero praticando sport o di fronte al tradizionale “terere” (mate freddo), contattavamo gruppi giovanili, organizzazioni contadine della sua comunità dove ci recavamo per approfondire i nostri studi. E’ lì che ho avuto l’opportunità di conoscere quasi tutti i membri della sua famiglia. Sono diventato amico di suo padre e di qualcuno dei suoi fratelli. Insieme ci siamo recati in alcuni luoghi dove avvenivano fenomeni naturali inspiegabili per la gente della zona, come sul colle “Dos de Oro” dove si racconta che una mattina avvenne un’esplosione ai piedi del monte e si formò una laguna.
Durante una delle nostre solite conversazioni mi disse che non avrebbe raggiunto i 30 anni di vita sulla Terra. Ma a quel tempo ci ridevamo su. Chi poteva immaginare quello che lo attendeva? Praticamente nessuno lo prendeva sul serio. In seguito Salvador ritornò a Capiibary (il suo paese di origine) perché aveva maggiori possibilità di lavoro e di studio rispetto ad Asunciòn. Ogni tanto, quando aveva delle cose personali da sbrigare, veniva a trovarmi per scambiare alcune idee che avevamo in comune.
Ma un giorno apparentemente normale, verso le 22:00, giunse la triste notizia della sua morte.



 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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