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Terzo Millennio Anno VI Numero 3 - 2006 N°49 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VI Numero 3 - 2006 N°49
E' Caceres il mandante dell'omicidio Medina
Franco e Gonzales sono colpevoli


E’ Càceres il mandante dell’omicidio Medina

Milciades Maylin, accusato di essere il killer del giornalista paraguaiano, si dichiara innocente ed esclude qualsiasi coinvolgimento nel delitto della famiglia mafiosa Franco
di Giorgio Bongiovanni

Martedì 6 giugno 2006, all’interno del carcere di massima sicurezza “La Emboscada”, in Paraguay, ho realizzato in esclusiva mondiale un’intervista al killer del giornalista paraguaiano Salvador Medina, assassinato in un agguato il 5 gennaio 2001 a Capiibary, una località del distretto paraguaiano di San Pietro.
Milciades Maylin, questo il nome dell’uomo considerato colpevole dell’omicidio sia in primo che in secondo grado, ha accettato di parlare, per la prima volta in assoluto, a cinque anni dal delitto.
Accompagnato dai miei collaboratori Chantal Hulin, Jesús Menargues, Omar Cristaldo, Jorge Figueredo - assistente del pubblico ministero – e Pablo Medina - fratello della vittima – abbiamo ascoltato la sua “verità”.
L’uomo, che si è presentato ammanettato e scortato dalle guardie carcerarie, si è professato innocente, ma ha fatto il nome di uno dei mandanti esterni dell’omicidio, il professor Timoteo Càceres, direttore della scuola in cui Salvador Medina lavorava. Càceres, in un primo tempo incarcerato, era stato assolto per mancanza di prove.
Nel corso dell’intervista Maylin ha tentato di scagionarsi intervallando ricostruzioni artificiose a fatti reali. E ha respinto con forza la tesi sull’eventuale coinvolgimento nell’omicidio della famiglia mafiosa del luogo, il clan Franco. Contrariamente a quanto da lui dichiarato, però, le indagini finora condotte avrebbero evidenziato le responsabilità nell’assassinio del giornalista di poteri forti, infastiditi dalle sue continue denunce.
Quelle coraggiosamente urlate dai microfoni dell'emittente radiofonica “Radio Comunitaria Ñemety”, della quale era presidente, e dirette al sistema di corruzione mafiosa che attanagliava la sua città: Capiibary.
Le sue indagini, pubblicate anche nel giornale nazionale ABC Color da suo fratello Pablo Medina, corrispondente del periodico all’interno del quale sarà ora pubblicata la presente intervista, evidenziavano il controllo totale della mafia di Capiibary nel mercato di legname e di marijuana diretto a Ciudad del Este. E coperto da personaggi influenti legati perlopiù al “Partido Colorado”. Secondo le sue ricostruzioni alcune di queste autorità avevano ricevuto delle grosse tangenti derivate dai proventi del traffico illegale di legname estratto dalla Riserva Forestale del Ministero dell’Agricoltura (ultimamente nominato Parco Forestale). E proprio in questo contesto si collocavano gli interessi della famiglia Franco, che trasformava la riserva di Stato in una sua proprietà privata, grazie alla quale Justo Franco avrebbe finanziato la propria carriera politica.
Per tutti questi motivi non appare strano che le indagini avviate dagli inquirenti dopo la morte del giornalista riscontrarono fin da subito il coinvolgimento diretto ed indiretto di più persone tra cui proprio la potente famiglia di Justo Franco. Ex Presidente della “Seccional Colorada” e uomo forte di governo Franco cercò in tutti i modi di proteggere uno dei suoi figli, Luis Alberto, accusato dal giudice Silvio Flores di occultamento dell’arma del delitto.
Milciades Maylin venne condannato come esecutore materiale dell’omicidio il 16 ottobre del 2001, dopo 9 mesi di indagini, dal Tribunale di Curuguaty.
Fino a questo momento non aveva mai parlato poiché temeva per la sua incolumità essendo stato, a suo dire, vittima di numerose minacce.
Quando lo abbiamo incontrato sia io che Pablo Medina - che per non condizionare l’esito dell’intervista ha preferito non rivelare la sua identità – siamo rimasti colpiti dal suo aspetto ben vestito e curato. Maylin, infatti, è detenuto in un braccio particolare del carcere per stare all’interno del quale è necessario sostenere dei costi. Ci siamo chiesti da chi fosse appoggiato e finanziato.
Appena ci ha visti il killer, appartenente al gruppo di delinquenti in passato additati da Salvador Medina, ci ha chiesto aiuto e ci ha detto di essere intenzionato a raccontare tutta la verità sull’omicidio.

Milciades Maylin, qual è la sua verità sul delitto di Salvador Medina?
Poco tempo prima dell’omicidio ero fidanzato con una ragazza che abitava nella “Colonia 4 maggio”, un quartiere di Capiibary noto con il soprannome di “Argentina”. In quella stessa zona viveva Jose Cardozo, che un mio lontano cugino, Daniel, mi presentò un giorno come suo buon amico. A lui disse che io ero un ladro, di modo che potesse fidarsi di me. Da quando lo conobbi Cardozo iniziò a frequentarmi con assiduità. Ogni volta che passavo di fronte a casa sua per andare a trovare la mia fidanzata insisteva perché mi fermassi a bere qualcosa. Fu in una di queste occasioni che aveva esagerato un po’ con l’alcool e mi raccontò di un omicidio che avrebbe dovuto commettere e per il quale aveva già preso la metà dei soldi. Disse che una volta recuperato il bottino si sarebbe trasferito e che se un giorno qualcuno avesse saputo qualcosa in merito alla sua responsabilità nell’assassinio sarebbe stato solo per colpa mia. Mi minacciò dicendomi che mi avrebbe teso un’imboscata e mi avrebbe fatto uccidere, perché aveva molti amici lì.
Quando finì di parlare mi misi a ridere, gli dissi che dovevo raggiungere la mia fidanzata e lo salutai. Poi fu assassinato Salvador Medina.
Quindi sta dicendo che è Jose Cardozo l’assassino di Salvador Medina?
Si.
E perché i giudici hanno condannato lei come esecutore materiale?
Perché mi ritrovai solo e non raccontai mai la verità. Ora, però, voglio parlare.
Nelle sentenze di primo e secondo grado sono riportati prove e indizi che lasciano presupporre che lei si trovasse sul luogo dell’omicidio. Tra queste c’è anche la pistola.
Cardozo mi mostrò l’arma, una 38 Rossi.
E ora lei è disposto a parlare di questo ai Giudici?
Si, sono disposto a raccontare la verità, ma vi chiedo di aiutarmi affinché il colpevole possa pagare con il carcere la propria responsabilità. Io sono rinchiuso qui da tanto tempo, ma questo non è il posto giusto per gli innocenti.
Lei quindi si considera innocente.
Si, sono innocente.
Ma questa è la prima volta che si dichiara innocente.
Mi dichiarai innocente in commissariato.
Dove si trovava il giorno dell’omicidio?
Stavo lavorando ad Acepar, 4ta linea, nella zona in cui c’è la casa di mia madre.
I giudici però non credettero a questa versione.
Avevo un testimone, un certo German, che stava lavorando con me. Non conoscevo bene il suo cognome e lo pronunciai male. Così complicai la mia posizione in giudizio.
Lei pensa che nell’assassinio ci possa essere il coinvolgimento di quei poteri forti che Medina attaccava con le sue inchieste? In particolare la mafia di Justo Franco o Timoteo Càceres o  l’ex presidente Luis Gonzales?
No, loro non c’entrano niente. E’ Josè Cardozo l’autore materiale.
E perché uccise il giornalista? Era suo nemico?
Perché fu pagato. Mi disse che aveva già intascato la metà dell’importo che gli spettava e che appena presi tutti i soldi avrebbe finito la casa, l’avrebbe venduta e si sarebbe trasferito.
Chi lo pagò? Chi fu il mandante?
Il professor Timoteo Càceres, il direttore della scuola. Ora vi dirò tutta la verità ma chiedo il vostro aiuto. E’ tanto tempo che sono rinchiuso qui e conosco la sofferenza del carcere. Ma non è perché voglio uscire che ho deciso di dire la verità, è perché desidero che chi è colpevole sconti il suo debito con la giustizia. Càceres è stato con me in carcere per diversi anni. Durante la nostra comune detenzione mi raccontò di un suo conflitto con Salvador Medina. Entrambi insegnavano nella stessa scuola e il  mio compagno di cella mi disse che Medina lo aveva minacciato. Per questo penso che fu Timoteo Càceres a pagare Cardozo affinché il giornalista fosse eliminato.
Jesùs Menargues: Che tipo di rapporto c’era tra Càceres e Cardozo?
Non ne so nulla. Io ho parlato con loro all’interno del carcere, non so niente di loro e non mi pagano un solo guaranì perché stia dalla loro parte.
Quindi Càceres fece uccidere Medina perché in rapporto conflittuale con lui?
E per invidia. C’era molta gente che non nutriva simpatia per Medina e tra lui e Càceres non correva buon sangue.
Ma l‘invidia e la gelosia mi sembrano motivazioni molto banali per far uccidere una persona.
Il professor Càceres mi raccontò che tra loro si erano minacciati di morte e che un giorno scoprì la propria fidanzata, alla quale voleva molto bene, insieme a Medina.
Jesùs Menargues: Quanti soldi pagò Càceres per l’omicidio?
Quasi 15 milioni. Sette milioni e mezzo prima dell’omicidio e altrettanti dopo.
Jesùs Menargues: Come può un professore trovare così tanto denaro per assoldare un killer?
Questo non lo so. Credo ci siano stati altri professori ad aiutare Timoteo Càceres.
Lei sapeva che Salvador Medina era un giornalista?
No, non sapevo che fosse giornalista. L’ho saputo in carcere perché Timoteo Càceres mi disse tutto.
Medina era un uomo molto coraggioso, che faceva un giornalismo di denuncia. Mi scusi, ma mi sembra un po’ difficile che sia morto per le ragioni che mi sta elencando lei. Ci devono essere motivazioni più profonde e se sa qualcosa lo deve dire, altrimenti non possiamo aiutarla.
Io voglio collaborare con la giustizia e sono sicuro che a ucciderlo è stato Jose Cardozo.
Quindi secondo lei non ci sono altre persone che avrebbero avuto interesse all’omicidio?
No perché fu lo stesso Càceres a dirmi, all’interno del carcere: “Io ho fatto uccidere Salvador Medina. Tu sai tutto, ma non raccontare mai come stanno veramente le cose perché stai per uscire, perché sei innocente”.
Perché Timoteo Càceres era così sicuro che lei sarebbe uscito dal carcere?
Timoteo Càceres mi disse che io sarei uscito presto perché ero innocente. E aggiunse che se una volta fuori avessi raccontato la verità mi avrebbe fatto uccidere. E’ questo il motivo per cui chiedo il vostro aiuto.
Lei dice che fu quindi Timoteo Càceres ad assoldare il killer. Ma il signor Justo Franco c’entra qualcosa con tutto questo?
Assolutamente no.
Ma lei sa che Justo Franco odiava Salvador Medina, perché il giornalista lo accusava di appartenere alla mafia?
No, no, non so niente. Io so soltanto che chiesi a Càceres: “Sei stato tu il mandante dell’omicidio di Salvador?”. E lui mi rispose: “Non ti intromettere nel problema perché uscirai presto, perché sei innocente”.
Lo sa che l’arma con cui fu ucciso il giornalista apparteneva al figlio di Justo Franco?
So solo che poi l’arma omicida la aveva Cardozo, perché me l’ha fatta vedere.
Perché è così sicuro che la famiglia Franco non c’entri niente?
Perché di solito io non parlo con i Franco. Ora sto dicendo come stanno le cose con l’intenzione di aiutare la giustizia e non voi… la giustizia.
Di queste dichiarazioni che sta rilasciando alla stampa ne ha parlato con i giudici?
M: No, no, non ho detto… io feci chiamare il giudice Flores e parlai con lui. Subito dopo Timoteo Càceres mi minacciò di morte, all’interno del carcere. E se dirò la verità mi farà uccidere, perché ha molti soldi.
Perché ha aspettato sei anni a dire la verità?
E’ stato sempre un mio grande desiderio poter parlare con qualcuno da solo, con qualche giornalista per chiedere il suo aiuto, ma non ho trovato nessuno che mi desse una mano. E sapevo che se la cosa fosse giunta alle orecchie dei veri assassini mi sarei dovuto nascondere, sapevo che mi avrebbero cercato.
Jorge Figueredo: Ma io sono venuto a Coronel Oviedo, nel vivo dell’investigazione, per ascoltare le sue dichiarazioni, per sapere i nomi dei mandanti. E le ho detto che volevo aiutarla, ma lei non mi ha rivelato nulla.
Io non la conoscevo, non sapevo chi fosse.
Le spiegai che ero sostituto procuratore e che lavoravo al Tribunale.
In quel tempo la conoscevo poco, non sapevo del suo ruolo. Dopo la mia condanna raccontai invece tutto a Silvio Flores, perché nessuno venne da me per aiutarmi.
C’è un testimone che la accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicidio, un certo Miranda.
Si tratta di un falso testimone, ora dirò la verità… Questa persona, Miranda, che rilasciò dichiarazioni contro di me, era un ladro, che era solito organizzare colpi insieme a José Cardozo. E’ proprio per questa sua vicinanza a Cardozo che rilasciò dichiarazioni false contro di me, di modo che loro potessero uscirne puliti. Tra l’altro io non conosco personalmente Miranda, solo di nome.
Se è vero ciò che dice, perché Miranda e Cardozo hanno deciso di accusare proprio lei? E perché i giudici sembrano essere d’accordo con questa tesi?
Non lo so il perché.
Quali sono le caratteristiche fisiche di Jose Cardozo?
E’ biondo, ha gli occhi azzurri, è di mezza altezza, come me.
Adesso dove pensa che si trovi?
Tempo fa, quando parlai con Silvio Flores, riuscì ad avere il suo numero di telefono e a sapere che abitava ad Caaguazu.
Come è riuscito ad avere il numero?
Ci sono riuscito tramite un detenuto, un signore di Caaguazu che chiedeva di me dicendo che ero innocente. Si trovava rinchiuso nel carcere di Coronel Oviedo e disse che stava abitando a casa di Jose Cardozo. Era stato lui a dirgli che io ero innocente.
Come si chiamava questa persona?
Lo chiamavano Chaco… io volevo raccontare la verità, volevo raccontare come stavano le cose ma mi minacciavano. Mi chiamavano al cellulare dicendomi che se avessi parlato mi avrebbero fatto uccidere. Per questo non dissi nulla e se lo facessi oggi mi ucciderebbero.
All’interno del carcere non la ha mai aiutata nessuno?
Nessuno.
Ma nessuno le ha mai fatto del male.
Mi hanno sempre minacciato da fuori. Timoteo Càceres mi ha sempre fatto minacciare.
Perché Timoteo Càceres ha il potere di ucciderla?
Lui ha molti amici, tramite i quali potrebbe farmi uccidere. Può essere che me lo abbia detto per intimorirmi.
Possiamo dire che sia un mafioso?
Io so solo che se racconto la verità su di lui può farmi uccidere perché ha molti amici.
Ripeto: ma lui era mafioso?
Si, per questo fece uccidere il collega.
Ha mai chiesto al giudice o ai suoi avvocati di riaprire il caso?
L’ho chiesto, l’ho già chiesto diverse volte, ma nessuno mi ha ascoltato.
L’ultimo giudizio sul suo caso spetta ora alla Corte Suprema. Lei pensa che la assolveranno?
Mi hanno condannato a 25 anni…  non ho alcun mezzo, ma nella mia mente c’è stato sempre il desiderio di raccontare la verità.
L’ultima domanda. Cosa vorrebbe dire ai familiari di Salvador Medina?
Alcuni dicono che ricevono delle minacce da parte mia e questa è una menzogna. Io non sono arrabbiato con loro, perché loro non sanno cosa c’è nel mio cuore. Non conosco Pablo Medina, ho visto il suo numero di telefono sul giornale, ma non ho mai avuto la possibilità di parlare con lui. Per poter parlare al telefono devi ricevere delle visite, e poi ho problemi ad un orecchio… comunque chiedo perdono alla famiglia Medina.
E per quale motivo chiede perdono?
Quando si sospetta di qualcuno rimane sempre quel dubbio, si possono sentire odio e rancore e questo da origine a sentimenti di inquietudine e infelicità.



box1
Pablo Medina minacciato di morte


In seguito all’intervista a Milciades Maylin, pubblicata sul giornale “ABC” del quale è corrispondente da Curuguaty, Pablo Medina ha ricevuto pesanti minacce di morte tramite una telefonata anonima giunta al suo cellulare personale. Quando ha risposto il giornalista ha sentito una voce maschile, che in tono aggressivo lo ha avvertito di <<prepararsi a morire>> dicendogli che da un momento all’altro sarebbe stata piazzata una bomba negli uffici del giornale. La ragione di tale intimidazione potrebbe risiedere nella forte presa di posizione di Medina, che in risposta al direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni aveva dichiarato la sua intenzione di chiedere la riapertura delle indagini sull’uccisione del fratello Salvador per definire le responsabilità dei mandanti dell’atto criminoso. L’annuncio della riapertura del caso potrebbe aver infastidito i complici di Maylin, che stanno fomentando una campagna intimidatoria contro i familiari di Salvador Medina.
Secondo dati ufficiali Maylin evase, lo scorso anno, dal carcere regionale di Coronel Ovideo, fu nuovamente arrestato e rinchiuso nel penitenziario di Villarica prima di essere trasferito nel carcere di massima sicurezza La Emboscada.



box2
SIP chiede al presidente di investigare sull’omicidio


La SIP, “Sociedad Interamericana de Prensa” (Società Interamericana di Stampa), con sede a Miami, ha chiesto al presidente del Paraguay Nicanor Duarte Frutos, di dare maggior impulso alle indagini sull’assassinio del giornalista Salvador Medina. E di cercare i mandanti dell’omicidio. Secondo la SIP sarebbero ben 299 i giornalisti assassinati negli ultimi 18 anni nel continente, cosa che ha spinto la “Sociedad Interamericana de Prensa” a realizzare la campagna “Mettiamo fine all’impunità”, come è possibile leggere sul sito internet www.impunidad.com. L’iniziativa, pubblicizzata in più di 350 giornali e riviste, è nata in collaborazione con l’AIR, “Asociaciòn Internaciònal de Radiodifusiòn” (Associazione internazionale di radiodiffusione) che si occupa di diffonderla tramite le emittenti radiofoniche. Gli organizzatori della proposta chiedono ai cittadini di entrare nel sito e di firmare l’adesione alla campagna finanziata dalla Fondazione “John S. e James L. Knight”.
Tra i casi irrisolti in Paraguay la scomparsa, avvenuta nel mese di febbraio, del giornalista radiofonico Enrique Galeano, del dipartimento di Concepciòn. Fino ad oggi le autorità paraguaiane non hanno dimostrato un reale interesse nell’investigazione del suo caso.



 
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
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    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
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