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Antimafia Duemila

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Jan 07th
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Terzo Millennio Anno VI° Numero 2 - 2006 N°48 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno VI° Numero 2 - 2006 N°48
Magnicidio: l'assassinio di Luis Donaldo Colosio
Contro Colosio una cospirazione
Solo per salvarsi la pelle?

Magnicidio: l’assassinio di Luis Donaldo Colosio
di Giorgio Bongiovanni

Secondo il dizionario spagnolo si indica con il termine Magnicidio la morte violenta inflitta ad una persona molto importante per l’incarico che ricopre o per il potere che detiene. Ma non importa dove avviene, in quale nazione o in quale settore della società. Le caratteristiche di un magnicidio sono sempre identiche. E’ sempre la stessa dinamica. Sempre lo stesso contesto. Sempre le stesse ragioni: un uomo del cambiamento, le resistenze dei conservatori, gli interessi in pericolo, la mano violenta della criminalità organizzata di qualsiasi natura o specie. Uno schema inesorabile, imprescindibile che garantisce il sistema e le sue storture di potere. Che sembra impossibile evitare e prevenire.
Questa storia si svolge in Messico. Terra splendida, rigogliosa, travagliata da grandi cambiamenti economici e non, ricca di contraddizioni tipiche di un progresso veloce per lo più indotto dalla sua vicinanza agli Stati Uniti che ha spaccato la società in ricchissimi e poverissimi.
Nel 1994 si apre la corsa alle presidenziali. Il capo dello Stato uscente Carlos Salinas de Gortari, leader del PRI (Partido Revolucionario Institucional), è al termine del mandato. Il suo è un partito conservatore, autoritario, da sempre alla maggioranza, ma in calo. Al Pri serve un candidato forte, aperto, giovane che sappia riconquistare il favore del popolo. La sfida infatti questa volta è più difficile. E’ appena scoppiata anche la rivolta Zapatista in Chiapas ed è l’occasione per il governo in carica per dimostrare di essere all’altezza della situazione.
Sono giorni concitati a “Los Pinos”, la casa presidenziale messicana. Salinas ha allevato validi candidati. Deve solo scegliere il più capace a mantenere intatti gli equilibri e a riportare in auge il partito. Nella rosa: Ernesto Zedillo, Manuel Camacho e Luis Donaldo Colosio. I tre si conoscono bene, sono amici e hanno svolto un percorso comune all’interno del partito condividendo vittorie e sconfitte. Salinas è uno scaltro padrino e si muove con astuzia. Candida ufficiosamente Colosio, ma appoggia anche Camacho, incaricandolo di dirimere la delicata questione della guerriglia in Chiapas. Zedillo invece sembra preferire le quinte, da dove però non ha affatto rinunciato a manovrare. Sarà lui infatti a vincere.

Solo per conversare

La prima volta che si erano incontrati Luis Donaldo Colosio lo aveva invitato a pranzo. Era la fine del 1990, inizio 1991. Gli disse di chiamare il suo segretario particolare, Alfonso Durazo, e di fissare un appuntamento per il giorno seguente.
Così fece, ma la segreteria dell’allora leader nazionale del Pri gli disse che l’incontro non era stato inserito nell’agenda. Pensò quindi di rinunciare. Ricardo Canavati, invece, al tempo sottosegretario al governo federale, che sapeva dell’invito, fece una telefonata direttamente a Colosio.
Il giorno dopo Federico Arreola, giornalista, cenò con Donaldo nella sua casa.
Si scambiarono opinioni e due libri. Colosio gli regalò “L’arte della guerra”, di Sun Tzu e lui la novella “Il nostro quartiere” dello scrittore arabo Naguib Mahfuz.
Ad entrambi piacque particolarmente il secondo che Colosio definiva “la storia del mondo”. Un quartiere diviso in due parti: quella dei lavoratori che lottano ogni giorno per sopravvivere e quella dei padroni che tanto parassiti quanto sfruttatori abusano degli altri.
“Così va il mondo” diceva Arreola a Colosio: “Qui stanno i pochi, i signori, quelli che comandano, e di là, la maggior parte, quelli che ubbidiscono” che gli rispondeva: “Parla in prima persona, qui stiamo i pochi che comandiamo perché a noi è andata bene, siamo privilegiati in un Paese abitato da tanti poveri”. E con aria pessimista rifletteva e commentava:
“Tutti noi che ci occupiamo di politica diciamo che ci interessa servire i più bisognosi. Voglio pensare che in molti lo diciamo sinceramente. Bene, così come stanno le cose che ci vedono divisi, almeno nel mio partito, per colpa delle tante ambizioni che stanno andando fuori dal controllo, non riusciamo ad accontentare nessuno e mettiamo la società in seri problemi. Stiamo litigando per vedere chi comanda. Qualcuno di noi vincerà, però svolgerà male il suo compito. Se non siamo capaci di metterci d’accordo, ancora meno sapremo governare correttamente”.
Nel dicembre 1993 Luis Donaldo Colosio chiese a Federico Arreola di seguirlo nella sua campagna elettorale, senza nessun incarico particolare. “Solo per conversare”, gli aveva detto.
Quanto segue è tratto dal suo racconto dei retroscena che portarono all’assassinio di Luis Donaldo Colosio. Dall’inizio.
“Accettai a tre condizioni. Che non avrei lasciato il giornale per cui scrivevo alcuni articoli Reforma (El Norte en Monterrey) perché mi pagavano bene e perché era il mio sostentamento principale, che non avrei dovuto pagare le spese di vitto, alloggio e gli spostamenti aerei, e che avrei viaggiato solo durante la settimana perché il fine settimana volevo trascorrerlo con la mia famiglia a Monterrey”.
Colosio gli strinse la mano e Arreola salì a bordo.
Da subito la campagna elettorale aveva presentato difficoltà di ordine tecnico, organizzativo e soprattutto era ostacolata dal partito stesso.
Tra Luis Donaldo e Arreola si era instaurato un rapporto schietto. Il politico concedeva al giornalista di prendere parte anche alle riunioni più riservate e si preoccupava di conoscere la sua opinione che spesso era contrastante. A volte “Federico”, come lo chiamava “Donaldo” usava espressioni provocatorie, a volte freddure che non sempre il candidato apprezzava e quando non le apprezzava non esitava a rispondergli a tono.
Luis Donaldo Colosio era un uomo buono, sincero, aperto alla critica che ricercava in continuazione da parte di amici e nemici. Un leader, forte, determinato spesso dai modi bruschi che mettevano in difficoltà i suoi più stretti collaboratori. Era sposato con Diana Laura dalla quale aveva avuto due figli: Luis Donaldo e Mariana. Il loro legame era profondo provato dalla tragica malattia che la signora Colosio ha combattuto con tutte le sue forze dando alla luce anche la seconda bimba proprio in segno di riscatto contro la morte.
Il periodo antecedente all’investitura ufficiale trascorse con grande tensione. Colosio valutava attentamente come un abile giocatore di scacchi tutti gli spostamenti: bianchi e neri.
Il grande regista era il presidente Salinas che fino all’ultimo momento lasciò incerta la sua decisione.
La mattina di sabato 27 novembre 1993 Federico mangiò con Luis Donaldo nella sua casa. Non parlarono di politica, nessuno dei due ne aveva voglia. Al momento di salutarsi il giornalista gli aveva detto di essere stanco e che avrebbe rifiutato l’invito di un collega a rimanere in città, preferiva andare a riposare a casa sua a Monterrey. Donaldo invece lo pregò di restare. Federico intuì che l’indomani lo avrebbero investito ufficialmente della candidatura e come sua consuetudine gli fece la domanda diretta.
Gli rispose: “Ne sono quasi sicuro, ma fino a che non è ufficiale non si sa. Se rimani domani festeggiamo sia che sia sì, sia che sia no”.
Erano in molti infatti a credere che sarebbe stato scelto Manuel Camacho, l’altro favorito.
“Quella domenica – racconta Arreola – stavo dormendo in un hotel situato di fronte all’aeroporto. Squillò il telefono cellulare e risposi di mala voglia. Il maggiore Castillo senza nemmeno salutarmi mi disse: ‘Il capo la invita a colazione alle otto e mezza nei suoi uffici di Sedesol”.
Puntuale si presentò all’appuntamento sicuro comunque che la designazione non era ancora stata fatta e che non sarebbe stata fatta in un giorno festivo. Invece, non appena giunto negli uffici  di Colosio, il suo segretario particolare Durazo lo informò che già Luis Donaldo era stato nominato candidato alla presidenza. Arrivò qualche minuto dopo in macchina. Non appena furono soli si scambiarono due battute veloci: “Allora Donaldo è andata?” “Sì”. Rimasi in silenzio. Mi disse: “Abbiamo vinto”, io chiarii: “Hai vinto tu”. Mi chiese: “Non sei felice per la mia candidatura? Non ti congratuli?” “No”. Ci rimase male. Allora gli spiegai cosa intendevo: “Quello che non mi piace è il “dedazo” (forma autoritaria di indicare un designato per ordine del capo ndr.) , non mi congratulo perché non sono d’accordo con i metodi antidemocratici utilizzati dal Pri per eleggere il candidato alla presidenza”. Mi rispose con molta serietà. Mi disse che comprendeva ciò che volevo dirgli. Nemmeno a lui piaceva il “dedazo”, però sottolineò che al momento non vi era nessun’altra possibilità per arrivare al potere e tentare, dall’alto, di effettuare quei cambiamenti politici di cui aveva tanto bisogno il Messico. Allora gli chiesi per quanto tempo ancora sarebbe continuata la storia dell’autoritarismo del Pri. Speculò: “Non lo so. Chissà, quando sarò presidente dovrò rinunciare al partito. Non è giusto che il Pri continui ad essere il partito del presidente”. Gli credetti. Luis Donaldo aveva ottenuto la candidatura per rafforzare il nostro sistema democratico. Oggi sono sicuro che il mio amico ci riuscì.”
Le idee di cambiamento però sono pericolose e temute.
Già il primo giorno di campagna elettorale, il 10 gennaio 1994, non era stato di buon auspicio.
Il Chiapas era attraversato da venti di rivoluzione e il presidente Salinas aveva nominato Manuel Camacho negoziatore spostando così l’attenzione del popolo e dei media. Una mossa che danneggiava apertamente la corsa di Colosio.
Questa strategia - scrive Arreola – aveva come secondo obiettivo la pace sulle montagne e, come obiettivo principale: minacciare Colosio con un candidato alternativo”.
Fino a quel momento quando Federico aveva fatto notare il comportamento contraddittorio del presidente, Donaldo, fedele delfino, lo aveva sempre difeso. Un’attitudine fiduciosa che il politico manteneva generalmente nei confronti di tutti.
“Per la prima volta nella mia vita ascoltai Luis Donaldo contestare con energia Carlos Salinas: ‘il presidente deve essere molto confuso’ mi disse e aggiunse che, senza parlare, l’unica cosa che poteva fare era continuare a realizzare con dedizione il suo lavoro di candidato”.
La guerriglia Zapatista era per Colosio una spina nel fianco. Non solo per il problema in sé, ma perché la rivoluzione guidata dal sub-comandante Marcos di fatto rivendicava diritti democratici di base ed era quindi accettata e ben vista dai settori progressisti e intellettuali di tutto il mondo. A guardare con particolare interesse l’evolversi della situazione ovviamente gli Stati Uniti che avevano avuto con il presidente Salinas un rapporto di assoluta collaborazione. Soprattutto per il “trattato del libero commercio”. Si aspettavano naturalmente una politica di continuità dal successore.
La nomina di Camacho era stata quindi un colpo basso. Tanto più che i maggiori quotidiani americani come il Wall Street Journal non avevano esitato ad esprimere la loro ammirazione per l’operato del negoziatore che stava riuscendo a dirimere la questione “incrementando così il valore del mercato messicano”.
Quella notte Donaldo stava veramente male, ma riprese il suo viaggio.
Ad accompagnarlo nella sua tournée il suo fedele segretario Alfonso Durazo, il generale Domiro Garcia Reyes, responsabile della sicurezza, il maggiore German Gonzales Castillo, l’inseparabile capo dei suoi assistenti, Teresa Rios, la sua segretaria privata, Guillermo Castorena, medico, Cuauhtémoc Sanchez, rappresentante del coordinatore della campagna che era Ernesto Zedillo.
Colosio in persona lo aveva voluto per le sue grandi capacità di gestire le risorse economiche e perché lo riteneva un amico. Anche nei suoi confronti, nonostante grossolane mancanze, Donaldo aveva sempre parole di apprezzamento. Che Arreola, il più delle volte, non riusciva a capire.

Dall’alto al basso

Luis Donaldo Colosio era un abile politico. Era stato capace di destreggiarsi abilmente nei giochi della politica degli intrighi, delle menzogne e degli interessi. Aveva accettato tutte le sfide e aveva vinto: era il candidato alla presidenza della repubblica messicana. Aveva raggiunto l’obiettivo per cui aveva combattuto tanto tenacemente durante il mandato di Salinas con cui era possibile un’unica forma di relazione: ubbidirgli.
Il presidente esigeva da parte dei suoi un comportamento ortodosso nella logica politica del vecchio Pri e pretendeva una lealtà assoluta da parte dei suoi collaboratori. Una disciplina che applicava anche a se stesso. Colosio, più intelligente degli altri, aveva compreso quanto questa lealtà fosse fondamentale per il presidente. Per questo aveva battuto Camacho. Vinse perché meglio degli altri rispettò le regole della lotta per il potere e quando ottenne la candidatura cominciò il suo progetto di cambiamento.
Dall’alto al basso Colosio cominciò a muovere i primi passi di distanza dai metodi autoritari del vecchio Pri e dimostrò un’attitudine rarissima per i premier messicani così come per quelli nel resto del mondo: seppe avvicinarsi al suo popolo.
Nonostante gli ostacoli che gli venivano dal sistema stesso il suo fare cominciò a convincere i messicani. Ci riuscì quando iniziò ad essere molto di più che un delfino politico. Quando i vecchi gerontocrati del potere si accorsero di quello che stava facendo rimasero sconcertati. Videro un fenomeno di popolarità che mai si sarebbero immaginati. Ed ebbero paura.
Gli impegni sociali che si era assunto Colosio lo allontanarono progressivamente sempre di più dai metodi di esercizio del potere utilizzati fino a quel momento dal suo partito, si era assunto l’impegno di ascoltare i reclami della gente stanca dell’autoritarismo, della corruzione, delle falsità, dell’emarginazione.
L’uomo nuovo però si mostrò in tutta la sua potenza rivoluzionaria il 6 marzo 1994 quando a Città del Messico davanti al monumento della rivoluzione, in occasione del sessantacinquesimo anniversario del PRI, illustrò senza filtri e senza paure il suo manifesto politico.

“Compagne e compagni di partito, compatrioti"

Qui c’è il PRI con la sua forza, con le sue organizzazioni, con la sua militanza, con la sensibilità delle sue donne e dei suoi uomini. Qui c’è il PRI con la sua vocazione politica, qui c’è il PRI per incentivare la partecipazione dei cittadini, qui c’è il PRI, per mantenere la pace e la stabilità del paese, per preservare l’unità dei messicani. Qui c’è il PRI nel pieno della lotta. Qui c’è il PRI per celebrare un anno ancora di intensa attività politica.
Qui c’è il PRI che riconosce i successi, ma che sa anche delle insufficienze, dei problemi ancora aperti. Qui c’è il PRI che riconosce che la modernizzazione economica nel vero senso si ha solo quando si traduce in benessere per le famiglie messicane e che, affinché duri, deve accompagnarsi della fortificazione della nostra democrazia. Questa è l’esigenza che ci troviamo ad affrontare e alla quale risponderemo con fermezza.
Il PRI riconosce le sue responsabilità ed è la cosa più importante per il progresso politico del Messico.
Noi Priisti sappiamo che essere gli eredi della Rivoluzione Messicana è un grande orgoglio, però questo non garantisce nessuna legittimità politica. La legittimità dobbiamo guadagnarla giorno per giorno con le nostre proposte, con le nostre azioni, con le nostre argomentazioni.
Come partito abbiamo un’origine che ci inorgoglisce: il PRI ha evitato che il Messico cadesse nel circolo vizioso di tanti paesi fratelli dell’America Latina, che hanno perduto decenni tra l’anarchia e la dittatura. La stabilità, la pace interna, la crescita economica e la mobilità sociale, sono beni che sarebbero stati inimmaginabili se non fosse stato per il PRI.
Però la nostra eredità non deve essere fonte di esigenza, né di compiacenza né di immobilismo. Solo i partiti autoritari pretendono di fondare la propria legittimità sulla propria eredità. I partiti democratici se la guadagnano quotidianamente.
Amiche e amici del partito:
Proveniamo da una rivoluzione che continua ancora oggi offrendo vie per la rivendicazione popolare. Ai suoi principi di democrazia, di libertà e di giustizia cui tutti dobbiamo ispirarci.(…)
La nostra visione e il nostro vincolo storico con il governo ci hanno assicurato l’opportunità di partecipare ai grandi cambiamenti del paese. La forza del governo è stata in buona parte la forza del nostro partito.
Però adesso il momento è diverso: solo la nostra capacità, la nostra propria iniziativa, la nostra presenza nella società messicana e il nostro lavoro ci daranno la forza.
E’ passato molto tempo da quando la lotta politica si combatteva all’interno della nostra organizzazione e non con altri partiti. Sono finiti quei tempi.
Oggi viviamo di concorrenza e per vincere occorre lasciare dietro le vecchie pratiche: quelle di un Pri che dialogava da solo con se stesso e con il governo, quelle di un partito che non doveva fare molti sforzi per vincere.
Come un partito in competizione oggi il PRI non ha il trionfo assicurato, deve lottare e comprendere che in democrazia solo la vittoria darà statura alla nostra presenza politica.
Quando il governo ha preteso di concentrare l’iniziativa politica ha debilitato il PRI. Per questo oggi davanti alla contesa elettorale il PRI chiede al governo solo imparzialità e fermezza nell’applicazione della legge.
“Non chiediamo né concessioni al margine dei voti né voti al margine della legge!”. (…)
Non intendiamo il cambiamento come un rifiuto indiscriminato di quanto compiuto dagli altri. Lo intendiamo come la capacità di apprendere, di innovare, di superare le deficienze e gli ostacoli.
Cambiamo! Sì, cambiamo! Però facciamolo con responsabilità, consolidando i progressi reali che si sono compiuti e nello stesso tempo manteniamo i nostri propri valori e la nostra cultura. (…)
Amiche e amici:
(…) Assumiamoci tutti questi impegni di riforma repubblicana, di riforma democratica e federale, di riforma dei processi e del suo contesto; di riforma interna del Pri. E lo facciamo perché siamo coscienti che la società messicana è cambiata e che chiede di conseguenza un cambio nell’operato politico. (…)
Come candidato alla presidenza del Messico riaffermo il mio impegno inderogabile per la trasformazione democratica del Messico.
Che si comprenda bene: quel giorno ci potrà essere un solo vincitore. E’ ammissibile solo un trionfo chiaro, indubitabile, del popolo del Messico. (…)
In questi mesi di intenso itinerario per tutto il paese in visita alle nostre comunità, di contatto e dialogo con il mio partito e con la cittadinanza intera, mi sono incontrato con il Messico delle giuste rimostranze, degli antichi aggravi e delle nuove domande; il Messico delle speranze, quello che esige le risposte, quello che non può aspettare. Questo è il Messico che ci chiama oggi, è il Messico che richiama la mia coscienza, è il Messico a cui dobbiamo dare sicurezza, al quale dobbiamo dare la direzione verso la nuova tappa del cambiamento.
Vedo un Messico di comunità indigene che non può più attendere di vedere colmate le sue esigenze di giustizia, di dignità e di progresso, di comunità indigene che possiedono la grande forza della loro coesione, della propria cultura e che sono disposte a credere, a partecipare, a costruire nuovi orizzonti.
Vedo un Messico di campesinos (contadini) che ancora non ha avuto le risposte che merita. Ho visto un’agricoltura impoverita, indebitata, però ho visto anche un’agricoltura con capacità di reazione, di produrre frutti se si stabiliscono gli incentivi adeguati. Vedo un cambiamento per l’agricoltura: un’agricoltura con una grande vocazione produttiva, che sta chiedendo un ruolo decisivo nelle nuove tappe verso il progresso.
Vedo un Messico di lavoratori che non trovano né l’ impiego né il salario di cui hanno bisogno, così come vedo un Messico di lavoratori che si sono uniti in maniera decisiva allo sforzo produttivo ai quali bisogna rispondere con posti di lavoro, formazione e migliori salari.
Vedo un Messico di giovani che affrontano ogni giorno la difficile situazione della disoccupazione,  che non sempre hanno l’occasione di istruirsi e prepararsi, giovani che molte volte si vedono emarginati nella delinquenza, nella droga; ma vedo anche giovani che quando hanno appoggi e opportunità partecipano con la loro energia in maniera decisiva al progresso della nazione. (…)
Vedo un Messico con fame e sete di giustizia. Un Messico di gente offesa dalle distorsioni di una legge a  cui dovrebbero ubbidire. Uomini e donne afflitti per l’abuso di autorità o per l’arroganza negli uffici governativi.
Vedo cittadini angustiati per la mancanza di sicurezza, che meritano migliori servizi e governi che li assicurino. …
Mi propongo per dirigere un governo che risponda a tutti i messicani. Il cambio con direzione e  con  responsabilità  non può aspettare.
Manifesto il mio profondo impegno con il Chiapas. Per questo dobbiamo ascoltare tutte le voci, non dobbiamo permettere che qualcuno monopolizzi il sentimento dei chiapanensi. Esprimo la mia solidarietà a tutti quei chiapanensi che ancora non hanno detto la loro verità, a tutti coloro che hanno una voce da trasmettere, una parola da esprimere. (…)
Di fronte al Chiapas noi priisti dobbiamo riflettere. Come partito della stabilità e della giustizia sociale ci fa vergognare renderci conto che non siamo stati sensibili ai grandi richiami delle nostre comunità, che non siamo stati vicini nelle loro aspirazioni, che non siamo stati all’altezza di quell’impegno che loro si aspettavano da noi.
Dobbiamo assumerci questa autocritica e rompere con le metodologie che hanno fatto di noi un’organizzazione rigida. Dobbiamo superare quegli atteggiamenti che debilitano la nostra capacità di innovazione e cambiamento.
Recuperiamo la nostra iniziativa, la nostra forza, per rappresentare la cause migliori, per offrire i cammini di pace, per rispondere delle ingiustizie. Recuperiamo questi valori.
Facciamolo in questa campagna. Cominciamo ad affermare la nostra identità, il nostro orgoglio militante e affermiamo la nostra indipendenza dal governo.
E’ ora di un nuovo impulso economico, è ora di crescere, senza perdere la stabilità finanziaria né quella dei prezzi. L’economia, oltre gli obiettivi tecnici, deve essere al servizio dei messicani.
Per questo, la nuova crescita economica deve essere distribuita con maggiore equità, con impieghi sufficienti, con salari sufficienti. (…)
E’ ora della grande battaglia alla disuguaglianza, del superamento della povertà estrema, della garanzia per tutti, dell’educazione, della salute, della vita dignitosa. (…)
E’ ora di riformare il potere, di costituire un nuovo equilibrio nella vita della repubblica, è ora del potere del cittadino, è ora della democrazia in Messico, è ora della buona applicazione della giustizia, il grande strumento per combattere l'ineguaglianza, per combattere i templi del potere e l’abbandono delle nostre comunità. E’ ora di serrare il passo alla corruzione e alla impunità! (…)
L’unica continuità che propongo è quella del cambiamento, del cambiamento che conservi ciò che ha valore. Vogliamo un cambiamento con responsabilità, che non si dimentichi di nessun ambito della vita nazionale, vogliamo un cambiamento democratico, per un’economia migliore, per un maggiore sviluppo sociale. Oggi esistono le condizioni per riuscirci. (…)
Sono un messicano di radici popolari. Sono un messicano che ha percorso in molte occasioni il nostro paese, che però non cessa di meravigliarsi davanti alla gran varietà e ricchezza umana della nostra patria e che ancora meno cessa di percepirne carenze e dolori.
Mi appassiona convivere, condividere, ascoltare e comprendere il popolo a cui appartengo. Apprendo quotidianamente dalle sue attitudini franche, dalle sue attitudini sensibili.
Ripeto che provengo da una cultura dello sforzo, e non del privilegio. Come i miei genitori, i miei nonni, sono un uomo di lavoro che confida più nei fatti che nelle parole, però per questo stesso motivo, sono un uomo di parola, un uomo di parola che ora impegno per compromettermi nel cambiamento che ho proposto: un cambiamento con direzione e responsabilità.
La grande richiesta del Messico è la democrazia. Il paese chiede di esercitarla. Il Messico lo esige e noi rispondiamo.
Come candidato alla presidenza della repubblica, sono pronto”.

Il popolo Priista accolse con un’ovazione il discorso di Colosio. Sembrava non volersene andare più dalla piazza. A migliaia cercarono di avvicinarsi al candidato per stringergli le mani, per congratularsi, per ringraziarlo. Come se con le sue parole fosse stato capace di interpretare i sentimenti più profondi del partito, esprimendo appieno il suo carisma Colosio era ora all’apice della sua carriera e delle sue potenzialità. Troppo. Andava fermato.

Nemici, cospirazioni e intrighi.


L’aperta presa di posizione di Colosio era la conferma che la freccia era stata scoccata e si dirigeva a debita distanza dall’arco. Salinas, di cui il candidato non aveva accennato nemmeno il nome durante il suo discorso, si era reso conto che ormai non poteva più controllarlo come aveva sempre fatto. Si limitò a dire: Colosio deve calmarsi. Ma era troppo tardi.
A preoccuparsi però, ancor più del vecchio presidente il cui mandato stava comunque per finire, un personaggio indicato come il vero artefice della politica priista. Un non-messicano che disponeva di un potere immenso, forse anche più di Salinas stesso.
“Il governo di Carlos Salinas de Gortari non si può comprendere senza la figura di Cordoba Montoya. Più che assessore al presidente, Cordoba era un socio in parti uguali. Governavano entrambi ma in un certo senso Cordoba aveva più potere di Salinas, non tanto perché prendeva più decisioni, ma perché soleva imporre il suo criterio in quelle che erano veramente importanti.
Cordoba analizzava, raccomandava, persuadeva, convinceva e garantiva che le cose, soprattutto quelle di maggior rilevanza, si facessero. La sua efficacia risiedeva nella sua discrezione. Mai vi è stato un migliore capo di gabinetto quanto una persona innamorata dell’anonimato, con una vita lontana dai riflettori e immersa nell’azione politica in penombra”.
Di origine franco-ispanica era stato consigliere di Mitterand e poi professore a Yale (Usa) dove si formano le grandi menti americane e i capi della Cia. Lì aveva conosciuto Zedillo che si era laureato discutendo la sua tesi proprio con lui. Tra i due si era instaurato un forte sodalizio consolidatosi in maniera concreta ai vertici del potere messicano. Quando Zedillo lo presentò a Salinas questi si innamorò letteralmente di questo personaggio dal cervello fino e delle sue capacità e pensò che con un braccio destro del genere avrebbe potuto ottenere tutto quello che voleva. In men che non si dica Cordoba sedeva nella stanza dei bottoni e se non li premeva lui, li faceva premere da chi per lui, compreso e soprattutto il presidente.
A tutti a “Los Pinos” (la casa presidenziale di città del Messico) era chiara l’importanza e l’influenza esercitata da Cordoba. Chiaramente anche a Colosio. Come funzionava il metodo Montoya?
Arreola lo spiega molto chiaramente:
“Era, nell’équipe di Salinas, qualcosa come un broker di informazioni. Si assicurava che, nel processo di presa delle decisioni, fossero rappresentati tutti i punti di vista di coloro che avevano un interesse, legittimo o meno, nella questione. Quindi “rimbalzava” l’analisi delle opzioni con il suo capo e così i due, il presidente e il suo assessore, sceglievano l’opzione migliore. Dopodiché Cordoba comunicava con chiarezza le istruzioni al gabinetto e egli stesso si incaricava di seguirle. Questa ultima parte era la meno complicata di tutte perché nessuno lo ignorava nel gruppo stalinista, fallire con Cordoba era grave e molto costoso”.
Colosio aveva appreso benissimo lo schema del gioco e ne rispettava le regole. Con il suo obiettivo sempre in mente cercava di avvicinarsi alla cerchia più intima del potente assessore in osservanza all’antico detto: “tieniti stretti gli amici, ma i nemici ancora di più”.
Come tutti sapeva che di lui non ci si poteva fidare.
“Il grande difetto di Cordoba – disse un giorno il candidato ad Arreola – quello che a volte lo rende un tipo difficile da sopportare, è che dà sempre l’impressione di quello che crede di sapere tutto”.
Che lo credesse o meno sta di fatto che, sebbene non avesse nessuna responsabilità precisa all’interno del governo, comandava perché era stato abile a convincere Salinas di essere uno dei governanti più bravi del mondo e che per questo il suo posto nella storia era assicurato.
Raggiunto un tale potere Cordoba non aveva certo intenzione di rinunciarvi.
Per garantire la continuità della sua regia occulta il migliore candidato alla presidenza sarebbe stato sicuramente il suo pupillo: Ernesto Zedillo. La scelta di Colosio, comunque molto caro a Salinas, gli era in qualche modo conveniente. Non deve essere rimasto dello stesso avviso però quando il candidato scelto ha cominciato a rendersi indipendente dalle direttive del partito.
Di fatto attraverso Zedillo, che era diventato il coordinatore della campagna di Colosio, Cordoba intendeva chiaramente estendere la sua ingerenza sulle attività del candidato che con astuzia agì in modo diplomatico fino a quando poté, poi tracciò la linea di confine.
I suoi collaboratori lavoravano attentamente alla preparazione dei suoi discorsi che però subivano correzioni da parte dei redattori di Salinas e quindi di Cordoba che inviavano a Zedillo. Cosa che andava a creare non poche frizioni fra le due squadre.
Per amore di pace in occasione di una ricorrenza in particolare Colosio aggiunse due paragrafi suggeriti da “Los Pinos”, ma per il resto scelse la versione dei suoi collaboratori. Così facendo aveva inviato a Cordoba un messaggio preciso.
Di tutta risposta il burattinaio nominò coordinatore amministrativo e finanziario della campagna un altro suo fedelissimo in modo da tenere sotto controllo ogni scelta del gruppo colorista. Sempre i collaboratori del candidato si erano lamentati di disporre di poche risorse.
Gli uomini e le donne di entrambi gli schieramenti si fronteggiavano gli uni per interferire e criticare, gli altri per cercare di tenere Cordoba più lontano possibile dalla campagna. Dimenticandosi, precisa Arreola, che il nemico, almeno in teoria, era negli altri partiti.
Tuttavia Colosio sapeva benissimo che la vera mente della politica economica del partito era Cordoba e non poteva ignorarlo visto che la questione più delicata dell’agenda nazionale era l’entrata in vigore del Trattato di Libero Commercio che era strettamente legata ai timori degli investitori stranieri per il conflitto in Chiapas.
Questo era il punto di maggior vulnerabilità di Colosio. Camacho invece lo aveva compreso benissimo guadagnandosi dal vecchio padrino Salinas la nomina di negoziatore e mettendo in discussione la candidatura di Colosio. Tanto che ad un certo punto si pensò ad una sostituzione.
Tuttavia Cordoba era in pessimi rapporti con Camacho e voleva Zedillo. Colosio insomma era la via di mezzo. Che però non aveva nessuna intenzione di farsi usare per i loro giochi di potere. Forse fece l’errore di rendere note le sue intenzioni prima del tempo; forse non poteva fare altrimenti.
Tutti i suoi più stretti collaboratori erano consapevoli che Colosio non avrebbe consentito allo stratega internazionale di riconfermare il suo potere.“Cordoba lavorerà con il presidente Salinas fino al giorno 30  novembre, l’ultimo giorno del suo governo”. Nessuno in effetti gradiva la sua incombente egemonia. Nessuno tranne Zedillo, ovviamente. Che seppe aspettare la fine dei giochi.
Avevano una relazione piuttosto intensa Colosio e Zedillo.
Arreola la descrive così:
“Era molto buona, ma anche molto cattiva. Se mi chiedessero di mettere Ernesto Zedillo tra i possibili sospettati di aver assassinato Luis Donaldo Colosio, risponderei di sì. Ma risponderei la stessa cosa anche per Carlos Salinas, José Cordoba e Manuel Camacho”.
Eppure Colosio lo aveva voluto nella sua squadra, lo ammirava, lo considerava umile e molto intelligente. Uno dei suoi migliori amici.
Un giorno mentre parlavano di chi sarebbe stato il coordinatore della sua campagna il candidato disse che voleva Zedillo e chiese a Federico di andare da lui e dirglielo. Si videro in uno dei suoi uffici situato nella zona a sud di città del Messico. Il politico si rallegrò quando ascoltò quanto il giornalista aveva da comunicargli, gli disse che avrebbe obbedito a Colosio e aggiunse:
“Guarda, Federico, ci sono solo due opzioni reali per succedere a Carlos Salinas. La prima, che è quella che sarà, è Luis Donaldo Colosio, non ci sono dubbi che il tuo amico sarà il presidente del Messico. La seconda, con una possibilità molto remota, sono io, ma solo io potrei essere il candidato nell’improbabile caso che non lo fosse il tuo amico, cosa che non succederà”.
Zedillo e Colosio erano sempre andati d’accordo, ma erano profondamente diversi e man mano che proseguiva la campagna il divario andava aumentando fino a che non li allontanò del tutto.
Fin quando poté però Colosio cercò di mantenere serenità nei rapporti con il suo amico-nemico soprattutto quando il suo staff si opponeva in modo frontale agli uomini che di fatto erano di Cordoba, mettendo in seria difficoltà Zedillo.
Ad un certo punto però il candidato imboccò la sua strada, difficile sapere se aveva compreso a quale rischio andava incontro.

Trappola per topi

Il 22 marzo 1994 Manuel Camacho dichiarò ufficialmente che intendeva rinunciare alla corsa alla presidenza. Una buona parte dei collaboratori più stretti di Colosio, compreso Arreola, erano dell’avviso che il candidato non dovesse farne menzione nella conferenza stampa che gli avevano organizzato. Ma lui disse: “Non posso aspettare. Per come si è messa la situazione, bisogna agire subito. Domani chi lo sa quale potrà essere la notizia. Domani potrebbe succedere qualsiasi cosa e magari il mio discorso potrebbe non avere più alcuna importanza. E vedi cosa succede nel paese, succede una cosa al secondo, e domani chissà cosa può accadere”.
Il 23 marzo 1994 l’intera compagnia atterrò a Lomas Taurina de Tijuana. I problemi cominciarono subito. Un gruppo di simpatizzanti impedì a Colosio di uscire dalla porta principale, così dovette abbandonare l’aeroporto oltrepassando una recinzione con il filo spinato.
“La disorganizzazione era totale – racconta Arreola – e si respirava una forte tensione”.
Il generale Garcia Reyes aveva confidato al giornalista che non gli era piaciuta la motivazione che aveva dato Camacho alla sua rinuncia alla candidatura: “Non mi è piaciuta per niente. Mi preoccupa quello che ha detto Camacho che ha rinunciato alle sue aspirazioni presidenziali perché non vuole essere candidato a ogni costo”.
Il militare infatti aveva già avuto più di un pensiero quel giorno.
Colosio si era infuriato perché sui giornali era uscita una fotografia che lo ritraeva affiancato da un uomo della scorta munito di pistola, un’immagine che proprio non gli piaceva e a nulla erano valse le rimostranze del graduato che cercava di spiegargli che la protezione non si poteva assicurare diversamente.
E poi c’era la logistica del podio da cui il candidato avrebbe dovuto parlare quel giorno.
C’era stata infatti una discussione piuttosto accesa tra gli organizzatori dell’evento e la sicurezza. A coordinare i lavori Mario Luis Fuentes insieme a Jorge Serafino e José Murat. L’idea di Fuentes era di far camminare Colosio il più possibile vicino alla gente perché era quella l’arma vincente del candidato: il suo contatto con il popolo. Donaldo apprezzava e condivideva la posizione del coordinatore, difficilmente anteponeva la propria sicurezza alla possibilità di avere a che fare con la gente che lo cercava anche solo per dirgli una sola parola. Proteggerlo era un compito piuttosto arduo e questa volta in modo particolare.
Il comizio doveva tenersi in una piazza non tanto grande e per di più dal terreno irregolare alla quale si poteva accedere da un piccolo ponticello in legno malfermo che attraversava un fiumiciattolo.
La questione era sul luogo in cui andava collocato il palco.
Dopo lunga discussione si decise di porlo nella parte alta con il pubblico distribuito in maniera scomposta fino alla parte più bassa, esattamente al contrario di come avviene per un teatro normale. In questo modo Colosio, per uscire, doveva passare necessariamente tra la folla per poi attraversare il ponticello.
Con il semplice buon senso invece se si fosse posizionato il palco nella parte bassa della valle l’auto del candidato si sarebbe potuta parcheggiare nelle immediatezze evitando così qualsiasi rischio. Ma così non fu.
Il candidato alla presidenza della repubblica messicana tenne così il suo ultimo discorso sul retro di una camionetta. Una volta terminato, scese dal palco, si avvicinò al fidato Castillo, da cui stranamente era stato separato nel viaggio di andata, dicendo: “Vamonos!”. Con una cerchia di guardaspalle già ristretta e ulteriormente ridotta a causa della necessaria sorveglianza anche della sicurezza del ponte, Luis Donaldo Colosio fece il suo ultimo bagno di folla. I suoi uomini gli aprivano la strada cercando di mantenere sotto controllo l’entusiasmo della gente che comunque poteva raggiungerlo senza difficoltà. Ad un tratto un uomo, Mario Aburto, si fece tranquillamente largo tra i suoi uomini e gli sparò a bruciapelo alla tempia destra.
Cadde a terra riverso nel sangue.
“Vamonos!, disse Luis Donaldo al suo aiutante capo quando terminò la manifestazione a Lomas Taurinas che si rivelò tanto disorganizzata quanto tutte quelle della tappa di Michoacan.
Il Maggiore Castillo si mise davanti al candidato e cominciò a camminare guidandolo. Castillo camminava dietro il colonnello Del Pozo (….). I due dovevano spingere la gente per aprirsi il passo. Io, con il dottor Castorena e Tere Rios, la segretaria, lo aspettavamo più avanti, dove erano stati parcheggiati i veicoli. Di colpo, il caos. Io e il dottore cominciammo a correre verso Luis Donaldo e ci rendemmo conto che era successo qualcosa di molto grave. Arrivammo e lo vedemmo a terra, sanguinante, con la massa encefalica fuori dalla testa. Castorena si mise immediatamente al lavoro per cercare di salvare il nostro amico.(…)
L’ambulanza si diresse a tutta velocità verso l’ospedale violando tutte le norme del traffico. Viaggiò in controsenso per alcune strade cercando di uscire il più rapidamente possibile dalla trappola per topi di Lomas Taurinas. (…)
Pochi minuti dopo il nostro arrivo lo Stato maggiore presidenziale e la polizia locale chiusero l’accesso all’ospedale. Lì dentro tutti avevamo paura. Non sapevamo cosa sarebbe successo. Voglio dire, era un dato di fatto che Luis Donaldo sarebbe morto (due o tre volte chiesi al dottor Castorena lo stato di salute di Colosio e in tutte mi disse che non c’era nessuna possibilità di salvargli la vita), questo era chiaro, però ignoravamo cosa si celava dietro l’attentato.
Quando arrivò Diana Laura il Generale Reyes mi chiese di informarla di quello che era successo: “Non ho il coraggio, don Federico, glielo dica lei per favore”.
Il generale mi accompagnò fino da lei che mi chiese: “Perché c’è tanta confusione se mio marito è stato colpito solo con un palo in testa?”.
Qualcuno le aveva mentito nel tragitto verso l’ospedale, io la disincantai: “Non è stato un palo, Diana, ma due o tre pallottole e una di queste gli ha attraversato la testa”. Ebbe un collasso, io la sostenni con forza perché non cadesse, ma molto rapidamente ritornò in se. Piangendo mi chiese sè ad assistere suo marito c’era il dottor Castonera. “Sì Diana, è un bravissimo medico”. Volle essere ottimista: “Castorena mi ha tirato fuori viva dalla terapia intensiva, a me che sono tanto debole e tanto malata, a Donaldo che è tanto forte, deve salvarlo”.
Passava il tempo e la signora Colosio era preoccupata per i suoi figli. Così ordinò a uno dei suoi assistenti che chiamasse a casa sua affinché ai bambini fosse proibito di guardare la televisione.
Dopo poco i dottori uscirono dal reparto. Il dottor Castorena e il generale Garcia Reyes decisero di informare Diana Laura che non intendevano mantenere in vita suo marito artificialmente. Mi chiesero di accompagnarli. Piangevamo tutti. Il maggiore Castillo. Tere Rios. Liébano Saenz. Domino. Castorena. Diana Laura.”
Prima dell’autopsia Diana Laura volle vedere per l’ultima volta il suo sposo. Aveva gli occhi chiusi, di cui uno violaceo e una benda che gli copriva la testa.
L’aereo militare con a bordo i membri della campagna, la vedova e la bara con il corpo di Luis Donaldo Colosio arrivarono a Città del Messico alle cinque del mattino dopo.
Ad attendere il corteo il presidente Carlos Salinas e sua moglie Cecilia Occelli, Ernesto Zedillo e Fernando Ortiz Ariana, tra gli altri.
Il feretro di Luis Donaldo Colosio fu portato presso la sede centrale del partito dove ricevette l’encomio solenne. Fu poi condotto presso l’aeroporto di Città del Messico per essere trasferito nella città natale del politico Magdalena de Kino, nello stato di Sonora. Il corteo funebre attraversò la città, molti taxisti si unirono al seguito e lungo la strada la gente si fermava per rendere omaggio a quell’uomo in cui avevano riposto tante speranze.
Non era mai successo nella storia del Messico che il popolo manifestasse un tale affetto, una tale riverenza per un uomo che sarebbe certamente diventato il Presidente, il presidente di tutti i messicani.
Il 25 marzo 1994 la piazza di Magdalena de Kino era gremita di gente. In migliaia tra autorità e gente semplice erano venuti a salutare per sempre Luis Donaldo Colosio.
Con una forza incredibile in netto contrasto con la sue esile figura chiusa in un abito nero Diana Laura tenne un discorso di commiato al suo sposo, ma soprattutto al presidente del Messico.
“Le pallottole della violenza hanno tolto la vita a Luis Donaldo Colosio, ma non hanno ucciso le sue idee”. E a dimostrarlo lei che con compostezza e aristocrazia ricordò all’intero Paese l’amore e la passione che il suo sposo nutriva per la Nazione, le sue intenzioni di servirlo affinché ogni famiglia potesse avere il minimo necessario per poter vivere con dignità, che ognuno potesse avere un impiego per garantire protezione, assistenza e educazione ai propri figli, che non ci sarebbe potuta essere democrazia e progresso senza la giustizia.
“A nome di tutta la nostra famiglia, a nome mio che ho avuto il privilegio e la fortuna di accompagnarlo, dei nostri figli Luis Donaldo e Mariana e soprattutto a nome di mio marito Luis Donaldo vi ringrazio di averci accompagnato”.
Diede l’estremo saluto a suo marito deponendo sulla bara che veniva calata nella terra un’immagine della Vergine di Guadalupe.
Otto mesi dopo il 18 novembre 1994 Diana Laura lasciò che quella sua malattia tanto combattuta prendesse il sopravvento e si ricongiunse con il proprio sposo: Luis Donaldo Colosio Murrieta.

Chi ha ucciso Luis Donaldo Colosio?


Dopo dodici anni, tre governi e una Commissione di inchiesta hanno prodotto solo cinque volumi e più dubbi che certezze. L’investigazione fin dai primi passi manifestò gli indizi tipici di un’attività di depistaggio tesa a creare confusione.
Una metodologia che ricorda quella dell’assassinio del presidente John Kennedy.
Dopo gli spari si creò il panico, la gente cominciò a correre e ad urlare. Mentre il corpo senza vita di Colosio veniva trasportato verso l’ambulanza un gruppo di persone si avventò su un uomo che i più avevano visto sparare. Lo strattonarono con forza colpendolo più volte e per la prima volta comparve al cospetto dei messicani il volto coperto di sangue dell’uomo che aveva portato via la speranza. Mario Aburto gridava: “Non sono stato io”. Ma una volta rinchiuso nel carcere di Almoloya ammise di essere stato lui ad assassinare il candidato del PRI.
E’ già attorno alla sua figura che si creò il primo grande mistero.
L’uomo che apparve dietro la porta a vetri del carcere era rasato, con i capelli corti e con lo sguardo fisso, impassibile. La madre accorsa in carcere racconta di averlo trovato in uno stato di trance, di choc, quasi non la riconosceva.
Molti avanzarono l’ipotesi che non si trattasse della stessa persona ripresa al momento dell’attentato. Il giornalista di Televisa Jaime Maussan realizzò l’anno seguente un documentario intitolato Magnicidio in cui veniva mostrata una sovrapposizione computerizzata dei due presunti volti di Aburto. Gli esperti intervistati assicuravano che si trattava della stessa persona, anche se è impossibile non rilevare che la fisionomia del reo confesso è tipica dell’ uomo medio messicano di quelle zone.
Attorno al presunto assassino però permane un’ombra ancora più pesante.
Quasi immediatamente dopo l’attentato fu chiaro che Donaldo Colosio era stato vittima di un complotto, a dichiararlo anche il sostituto procuratore incaricato del caso: Miguel Montes Garcia. A supportare questa tesi le perizie balistiche e le riprese video del momento dell’omicidio. La validità della tesi fu messa in discussione già due mesi più tardi in un rapporto dello stesso Montes Garcia secondo cui Mario Aburto agì da solo. L’ “Informe Montes”, come è stato definito, non presentava tuttavia nessun elemento di spiegazione o argomentazioni convincenti per sostenere questa incredibile retromarcia, a tal punto che Diana Laura Colosio si vide costretta a nominare un avvocato penalista che la rappresentasse. A Juan Velazquez Evers la vedova chiedeva di farle da ponte di comunicazione con Montes e in sostanza che verificasse che non venisse trascurata alcuna pista per arrivare alla verità.
Seppur manifestando il suo massimo rispetto per il lavoro del magistrato, la vedova non esitava a scrivere a chiare note che sebbene fosse stato provato il “delirio cronico sistematico” nella personalità di Aburto non poteva escludersi a priori che il suo comportamento non potesse essere stato coadiuvato da influenze esterne, così come che l’atto omicida poteva essere stato pianificato da un raffinato regista in grado di sfruttare la personalità di Aburto.
La versione ufficiale di fatto, ignorando questi elementi, permetteva che fossero rimessi in libertà anche i presunti complici: Josè Rodolfo Rivalpalacio, Vicente e Rodolfo Mayoral Venezuela e Tranquilino Sanchez Venegas.
Eppure nel reportage realizzato da Jaime Maussan (vedi box) in cui vengono mostrate le drammatiche immagini dell’esecuzione appare piuttosto chiaro che attorno al candidato venne aperto un varco per consentire ad Aburto di avvicinarsi in maniera tale da non poter fallire esplodendo il colpo praticamente alla tempia del candidato.
Nel filmato infatti si vede chiaramente che Colosio avanza a fatica tra la folla che gli si accalca attorno, è circondato da quattro dei suoi uomini in una classica formazione a diamante, ma alquanto ridicola se si pensa alla calca di quegli istanti.  Il candidato era protetto anche da un gruppo dei corpi speciali costituito proprio dagli uomini che vennero incriminati assieme ad Aburto.
Scorrendo le immagini al rallentatore si vede chiaramente che Tranquilino Sanchez e Rodolfo Mayoral parlano con Aburto prima dell’agguato. Esperti in lettura delle labbra sostengono che Mayoral stia dicendo ad Aburto: “tu aspetta qui” e qualche minuto dopo Sanchez invece: “Da questa parte c’è spazio…” .
Ancora di più nella sequenza che porta al tragico finale Sanchez scorta Aburto fino alle spalle di Colosio e aprendo le braccia gli fa strada interponendosi nello stesso tempo tra il candidato e il generale Domiro Garcia Reyes che non potè intervenire.
Luis Donaldo Colosio non doveva avere scampo.
Non erano ammessi errori. E la verità non doveva emergere.
Il filmato registrato dalla Procura della Repubblica era stato mandato in onda inizialmente solo dalla televisione argentina e in un secondo momento dalle altre emittenti per essere poi acquisito agli atti. Tuttavia nonostante l’eclatante rilevanza non è stato considerato comprovante dai giudici incaricati del caso.
La stessa metodologia venne applicata anche agli altri elementi probatori.
Già dalle prime analisi autoptiche si rilevano dati contraddittori. Il decesso è certamente avvenuto per il colpo alla tempia, ma ventiquattro ore più tardi il procuratore generale della Repubblica dichiarava che Aburto aveva sparato due volte: “Una pallottola alla tempia che provocava nella vittima una rotazione sul suo asse in direzione antioraria e, prima che questi cadesse a terra, l’omicida sparava un secondo colpo ferendo il candidato anche all’addome”.
Agli esperti la ricostruzione appariva alquanto difficile soprattutto il dettaglio della rotazione cosa che incoraggiò l’ipotesi che un secondo colpo poteva essere stato sparato da un’altra mano. Ma anche questa particolarità non venne mai chiarita.
Versioni contrastanti, elementi mancanti, perizie incomplete, molte illazioni, reciproche accuse e ritrattazioni… una cospirazione ha ucciso Luis Donaldo Colosio, una cospirazione ha tradito la sua memoria negando la verità alla sua famiglia, ai suoi collaboratori e a quel Messico che in lui vedeva speranza e progresso.

Ipotesi per un omicidio di Stato.

Convergenza di interessi si chiama. E’ quella particolare condizione in cui convergono i vantaggi reciproci degli attori in gioco, “ibridi connubi tra centri di potere più o meno occulto e criminalità organizzata”, come li definiva il giudice Giovanni Falcone, che preparano il terreno affinché si verifichino crimini efferati le cui vittime sono uomini e donne che hanno avuto il coraggio del nuovo, il coraggio del cambiamento.
In questo quadro va inserito l’assassinio di Luis Donaldo Colosio.
La politica che aveva in mente per il suo Messico che amava con così tanta passione si fondava sulla riforma del potere. A partire dal suo partito che voleva scevro da qualsiasi privilegio, in modo che potesse dimostrare di essere in grado di offrire al popolo una reale apertura democratica. Voleva davvero creare le basi per lo sviluppo equilibrato della società messicana così assetata di giustizia e uguaglianza. Voleva un Messico forte, evoluto, affrancato dai debiti e dalla dipendenza dagli Stati Uniti pronto a proiettarsi nel mondo con tutte le sue ricchezze e culture.
Non glielo hanno permesso. Chi?
In questi casi, in cui non si raggiunge mai la verità, non resta che riguardare a freddo l’intero quadro e valutare chi ha guadagnato dalla morte di Colosio e perché. Chi ha complottato vincendo e chi perdendo, succube delle proprie debolezze e vanità che nel cinico gioco del potere divengono pericolosissimi strumenti criminali.
Ernesto Zedillo è il vero trionfatore in tutta questa vicenda. Subito dopo la morte di Colosio fu eletto presidente della repubblica Messicana e rimase in carica fino al termine del suo mandato, dal 1994 al 2000. Strana coincidenza con la profezia da lui stesso confidata a Federico Arreola. “Se Colosio non vincerà, l’unico potrò essere io”. Ben poche volte il Presidente, durante il  suo governo, ha pronunciato il nome di quell’uomo che lo considerava uno dei suoi più cari amici, delle cui capacità si fidava.
Lo aveva seguito in tutta la campagna, ma quel giorno a Lomas Taurina de Tijuana, nello stato della Baja California, suo paese d’origine, Zedillo non c’era, non era presente quando ammazzarono vigliaccamente il suo compagno di partito. Si limitò ad accoglierlo a Città del Messico quando fece ritorno dentro una bara di alluminio accompagnato dalla giovane vedova.
Con la vittoria di Zedillo anche l’uomo ombra del governo José Cordoba aveva raggiunto il suo obiettivo: nessuno avrebbe intaccato anni e anni di duro lavoro teso a fare del Messico una colonia statunitense, sempre instabile, sempre arretrata in progresso e sviluppo. Aveva compiuto la sua missione questo stratega con tutte le caratteristiche dell’agente segreto e quindi lasciò il Paese.
Il presidente Carlos Salinas de Gortari fu ritenuto da tutti il responsabile morale dell’omicidio per le aperte manovre con cui aveva ostacolato Colosio durante la sua campagna elettorale dimostrando di avere un movente per non gradire troppo tutta quella voglia di indipendenza del suo delfino.
Zedillo se ne sbarazzò costringendolo all’esilio dopo aver fatto arrestare il fratello Raul Salina implicato nel narcotraffico e ritenuto il mandante dell’omicidio di José Francisco Ruiz Massieu, deputato del PRI.
Manuel Camacho che, a causa delle manovre di Cordoba e Salinas, si era posto in palese antagonismo con Colosio sparì completamente dalla scena politica, ormai “consumato” dallo scandalo che gli aveva tolto qualsiasi credibilità.
A dire la verità un altro vincitore c’è. Forse ancora più occulto di Cordoba stesso. La mafia di Tijuana. Mario Aburto era in tutta probabilità un killer del potentissimo cartello di Arellano Felix che di certo non vedeva di buon occhio un candidato alla presidenza come Colosio che annunciava il pugno di ferro contro la corruzione, l’impunità e il crimine. Il solito lavoro sporco ripagato con il silenzio, la libertà negli affari e le proficue entrature negli ambienti che contano nei quali la mafia messicana si muove tranquillamente grazie ai miliardi del traffico di droga e alle cravatte firmate.
Oggi monumenti, busti e strade sono intestate alla memoria di Luis Donaldo Colosio.
Quella memoria cui mai viene reso l’unico vero onore: quello della verità. Senza la quale non potrà mai esserci giustizia. In nessuna parte del mondo.



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Chi furono i cospiratori, i mandanti esterni e interni dell’omicidio di Luis Donaldo Colosio?

di Giorgio Bongiovanni

1)    La mafia con il killer Aburto uccise Colosio in cambio di prebende. Ernesto Zedillo, durante il suo mandato presidenziale non prese mai alcun provvedimento contro la criminalità organizzati, anzì copri addirittura le latitanze dorate dei boss, come quella di Ramòn  Arellano Felix che viveva tranquillamente a Tijuana nonostante pendesse a suo carico un mandato di cattura.
2)    Carlos Salinas de Gortari, l’allora presidente del Messico, era venuto a conoscenza del complotto, ma tacque e non vi si oppose lasciando che uccidessero Donaldo Colosio.
3)    José Cordoba Montoya e Ernesto Zedillo Ponce de Leon, che prese il posto di Colosio alla presidenza del Messico, con la copertura della Cia, organizzarono e concertarono l’intero complotto che comprendeva anche l’eliminazione dei complici e dei personaggi scomodi. Di fatto Carlos Salinas de Gortari fu cacciato in seguito allo scandaloso arresto del fratello Raul, Manuel Camacho odiato da entrambi fu “bruciato” politicamente ed eliminato dalla scena, e persino il grande boss Ramòn Arellano Felix, signore e padrone indiscusso di Tijuana fu ucciso “banalmente” in un conflitto a fuoco in mezzo ad una strada da una qualsiasi guardia giurata.
Questa è la verità, servirà per la memoria e per il giudizio finale.




 
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