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Antimafia Duemila

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Terzo Millennio Anno V Numero 3 - 2005 N°45 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno V Numero 3 - 2005 N°45
Bambini di strada
Il triangolo delle bermuda
Il grido di Adolfo Perez
Corruzione, infanzia e adolescenza
Elena Quinteros un caso ancora aperto
Rassegna stampa news
Antimafia For Funima International

 

Elena Quinteros un caso ancora aperto
Dopo quasi trent’anni si intravede una speranza di giustizia per la maestra “desaparecida”. Una sfida per il nuovo governo di Tabarè Vàzquez
di Georges Almendras

Ancora risuonano nelle orecchie della società uruguaiana le disperate grida di Elena Quinteros mentre i militari e la polizia la sequestravano nel giardino dell’ambasciata del Venezuela, sita nel Bulevar Antigas, vicino a Via Canelones, a Montevideo, la mattina del 28 giugno 1976.
L’episodio causò la rottura delle relazioni diplomatiche con il governo venezuelano che capì, senza sbagliarsi, che le forze dell’ordine uruguaiane avevano violato un territorio internazionale per assoggettare i diritti di una perseguitata politica cui fu impedito, nel modo più perverso, di chiedere asilo.
Ancora, dopo 29 anni, quel barbaro atto, la cui impunità fu preservata sfacciatamente dai governi dei partiti tradizionali dell’Uruguay, è lontano dall’essere dimenticato. Anzi tutto il contrario. I meccanismi della democrazia stabilita nel paese hanno attivato opportunamente la revisione del caso che, a quanto pare, sarà risolto durante l’amministrazione del Dr. Tabarè Vazquez, leader della coalizione di sinistra eletto presidente lo scorso 1  novembre del 2004.

La storia di Helena Quinteros, senza voler ignorare quella di altri uruguaiani,  è per sua natura molto toccante e crudele. I “machiavelli” del “potere di fatto”, sbirri di una tirannia odiosa, non esitarono un istante nel compiere il loro ripugnante ordine: quello di evitare che una coraggiosa militante guadagnasse terreno su un suolo straniero, la sua unica salvezza nella drammatica situazione in cui si trovava.
Gli uruguaiani di allora vennero a sapere molto presto della barbarie di cui Elena era stata vittima. Un’altra ancora, succube di un potere distruttivo e immondo. Un’altra  “desaparecida”, purtroppo.
Un’altra pagina della storia di un paese sofferente, lacerato da tanti soprusi.
Elena Quinteros: una maestra con tanti sogni e con tanti valori  da dividere con altri, una donna integra, una donna intelligente. Il simbolo di una lotta alla quale parteciparono non pochi uruguaiani.
Elena Quinteros: una lottatrice instancabile che non ebbe paura di ideare la sua fuga dopo essere stata detenuta quattro giorni prima di venire catturata violentemente nei giardini dell’ambasciata venezuelana.
“Mia figlia era maestra e da maggio del 1975 ricercata dalle Forze Congiunte, ma rimase in Uruguay” ha dichiarato sua madre, Maria del Carmen Almeida de Quinteros, davanti alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta, aggiungendo che: “Il 24 giugno andarono a casa sua a Pocitos e l’arrestarono. Rimase da quel giorno fino al 28 in una caserma militare vicino alla Grotta di Lourdes. Diceva che se l’avessero arrestata avrebbe cercato di fuggire”.
Durante la sua dichiarazione la madre di Elena spiegò che quando le chiedevano dei suoi compagni di militanza Elena diceva di doversi incontrare con uno di loro alle 10 del mattino, il giorno 28 di giugno, a Bulevar Artigas, tra le vie Canelones e l’Avda. Rivera.
“In quel luogo, come tutti sappiamo, in quell’isolato, si trovava l’Ambasciata del Venezuela” ha aggiunto. Quando arrivarono alla Avda. Rivera la lasciarono proseguire affinché si avviasse lungo la via mentre loro la seguivano con la macchina. Quando giunse vicino all’Ambasciata Elena entrò correndo nella casa prima, saltò la cancellata e cadde all’interno dell’Ambasciata”.
Nel libro di Raul Olivera e Sara Mendez intitolato Rapimento all’Ambasciata. Il caso della maestra Elena Quinteros che tratta di questo caso la storia continua così:

“Elena saltò il muro cadendo nel giardino dell’Ambasciata, territorio venezuelano. Gridava chiedendo asilo politico e identificandosi. La signora Pisani, terza segretaria dell’Ambasciata, sentì le grida e corse verso il  balcone. Vedendo quello che stava accadendo in giardino chiamò gli altri  funzionari: “Correte, qui succede qualcosa, c’è una donna che grida!”
“Quando Elena riuscì a rialzarsi, per poi cominciare a correre verso la residenza della delegazione venezuelana, la raggiunse un colpo di un uomo, un poliziotto in borghese che la scaraventò a terra. Cominciò a trascinarla verso la porta d’ingresso del giardino, verso la strada. Elena si oppose con tutte le sue forze ma una donna, una poliziotta in borghese, intervenne in aiuto del collega. Elena continuava a divincolarsi mentre l’agente di polizia in uniforme all’entrata guardava passivo.
Intanto il personale dell’Ambasciata era accorso sul balcone. Il consigliere Frank Becerra e subito dopo il segretario Carlos Baptista Olivares scesero in giardino per soccorrere Elena che continuava a gridare “Ambasciatore, mi aiuti, mi dia asilo, mi dia asilo!”. Alberto Grille, sua moglie Alba Coronel Garcia, Enrique Baroni, Miguel Millan e Federico Falkner, altri rifugiati politici presso l’ambasciata, sentirono le grida e uno di loro vide il segretario e il consigliere correre in aiuto di Elena che cercava di divincolarsi per evitare di essere portata fuori dal presidio. Dal primo piano Baroni riuscì a vedere come portarono fuori Elena ed ad identificare un funzionario del Dipartimento 5 della Direzione Nazionale di Informazione e di Intelligence della Prefettura di Polizia di Montevideo.
“Per catturare Elena il soldato aveva utilizzato, dal Battaglione di Fanteria Numero 13 fino alle vicinanze della sede diplomatica, oltre a una Volkswagen verde, un camioncino militare con a bordo altri soldati che rimasero in zona mentre si sviluppavano i fatti”.
“Quando già erano riusciti a portare Elena in strada - continua il racconto di Olivera e Mendez - ci fu una colluttazione tra i sequestratori e i funzionari dell’ambasciata. I primi cercavano di farla salire sull’auto che, contromano, era ritornata da Bulevar Artigas e aspettava con il motore accesso di fronte all’ambasciata e mentre i sequestratori la provocavano, schernendola, i funzionari dell’ambasciata la tenevano per le gambe”.
Secondo quanto racconta proprio l’Ambasciatore: “la fecero salire sull’auto e insieme la portarono tre isolati più sotto, vicino la statua del generale Rivera, dove la spostarono in un altro veicolo più grande. Il Consigliere Becerra e il segretario Baptista si  avvicinarono al gruppo prima che questo partisse e cercarono di aiutare la sfortunata donna, ma rischiarono di essere investiti”.
Per finire, secondo la versione del libro di Olivera e Mendez, “l’auto parcheggiata di fronte all’ambasciata del Paraguay partì contromano per avvicinarsi a grande velocità al luogo della colluttazione mentre nello stesso momento arrivavano i funzionari dell’ambasciata in soccorso di Elena. Uno dei sequestratori colpì Becerra riuscendo così a prendere Elena e a farla salire su uno dei veicoli privati che partì con lo sportello destro aperto e le gambe di Elena ancora fuori con uno dei sequestratori sopra di lei”.
“L’auto privata, viene puntualizzato infine, usata durante l’operazione, un modello a due porte, non risultò essere la più adatta perché i sequestratori potessero salire rapidamente con una donna che continuava a dibattersi. Le percosse contro Elena aumentarono fino a quando riuscirono a spingerla sul sedile dietro, più sicuro per evitare un altro tentativo di fuga. Le persone che si trovavano sul sedile dietro dovevano fare in modo che il sedile davanti tornasse alla posizione normale per poter essere occupato. La colluttazione e la resistenza di Elena obbligarono il quarto occupante dell’auto, che sedeva davanti, ad abbassare il sedile anteriore sulle gambe di lei. La violenta chiusura dello sportello provocò la frattura di una gamba di Elena, fatto di cui si sarebbe venuti a conoscenza da fonti mediche dell’Ospedale Militare… Dietro, nei giardini dell’ambasciata, rimase una scarpa che Elena perse durante il suo tentativo di fuga”.
                                    
Dal crudele gioco del destino si è potuto sapere, come risulta dal rapporto della Commissione per la Pace, che Elena fu portata dall’ambasciata venezuelana fino alla sede dell’OCOA, sita presso il Servizio di Materiale e Armamenti nel presidio del Battaglione Numero 13 di Fanteria, dove fu intensamente torturata, durante l’arco di diversi mesi, per venire infine giustiziata i primi giorni del mese di novembre 1976.  La Commissione per la Pace non ha potuto ottenere una versione unanime sul modo in cui venne giustiziata. I suoi resti, continua il rapporto, sarebbero stati prima sotterrati in un dipartimento militare, sicuramente il Battaglione 14 di Toledo, e poi riesumati nel secondo semestre dell’anno 1984, inceneriti e buttati nel Rio della Plata.
                               
Raùl Olivera, detenuto durante la dittatura dall’anno 1973 fino al 1980, diede un grande impulso al processo giudiziario in cui Tota Quinteros, madre della maestra sequestrata e “desaparecida” poté chiedere Verità e Giustizia per quanto era successo a sua figlia. Oggi Olivera è impegnato nella Segreteria dei Diritti Umani e Politici Sociali del PIT-CNT, nel  settore di investigazione e lotta contro l’impunità. E’ sposato con Sara Mendez, maestra e psicologa sociale. La quale, nell’ambito di un’intensa attività come fondatrice del Partito per la Vittoria del Popolo, fu sequestrata in Argentina dalle forze repressive imposte dal “Piano Condor” e fu fatta prigioniera dalla dittatura argentina nella “Automotora Orletti”. Suo figlio Simon fu sequestrato dopo 20 giorni dalla nascita e riuscì a riaverlo solo dopo una lunga lotta durata 26 anni. In Uruguay Sara Mendez è stata prigioniera politica per cinque anni e dopo essere stata liberata realizzò un’intensa attività di denuncia in diversi paesi. Inoltre condivise con Elena Quinteros gli studi magistrali e la militanza sindacale e politica.
E’ per questo che entrambi hanno deciso di scrivere il libro Sequestro all’Ambasciata, il caso della maestra Elena Quinteros edito nel 2003, precisamente quando era stato appena arrestato l’ex-cancelliere dell’Uruguay ai tempi della dittatura, il Dr. Juan Carlos Blanco, accusato della scomparsa della maestra Elena Quinteros. Solo che in seguito, e questo fu un altro fattore che incoraggiò la stesura del libro, fu concessa a Blanco la libertà provvisoria e fu elaborato un rapporto dalla Commissione per la Pace, creata durante il governo del Dr. Jorge Batlle, con la pretesa di far ritenere chiusi gli atti giudiziari riguardanti i desaparecidos che venivano dichiarati morti.
Recentemente abbiamo intervistato Sara Mendez e Raul Olivera nel ristorante dell’Associazione Cristiana de Jovenes (Associazione Cristiana di Giovani). Abbiamo conosciuto una coppia eccezionale, prima di tutto impegnata nella causa che ha ispirato il loro libro e secondo, coraggiosa e perseverante, perché anche durante il governo di sinistra la loro lotta non si è arrestata, anzi, si è intensificata.
Ci hanno raccontato: “A metà del 2003, 27 anni dopo la scomparsa di Elena, abbiamo deciso di porre un limite all’aggiunta di nuovi elementi che, ovviamente, continuavano ad emergere. Il libro ha un finale, ma non ne ha la lotta per la verità e per la giustizia che ha accompagnato il dramma di Elena. Ed  è bene che sia così. Il tema merita molte azioni, molti libri”.
Ci hanno poi parlato con franchezza del caso di Elena, delle sue aspettative, di Juan Carlos Blanco e delle prospettive sul suo processo, ora che la sinistra è al governo e che le strade per fare giustizia dovrebbero essere più facili per far sì che l’impunità ceda pienamente  il passo alla verità.
“Ho conosciuto Elena… abbiamo cominciato a militare cercando una strada sociale e politica per il nostro paese. Insieme facemmo la scelta politica. Dopodiché ho conosciuto sua madre che la cercava. Tutto questo non era per me una storia qualunque, era una storia molto speciale, sebbene tutte le storie dei “desaparecidos” ci toccano molto da vicino. Raul ha poi avuto l’idea di unire tutti gli elementi che avevamo. Quando abbiamo iniziato il lavoro non eravamo coscienti che col passare del tempo, collegando tutte le informazioni sulla storia di Elena, avremmo avuto una visione d’insieme molto chiara, fino ad elaborare un documento storico sull’impunità nel nostro paese. Ci siamo fatti guidare dall’intuizione con la convinzione che la Legge della “Presa punitiva dello Stato” per i delitti commessi fino al 1° marzo 1985, più conosciuta come “Legge della Prescrizione”, era il grande ostacolo per poter avere giustizia e conoscere i fatti accaduti qui in Uruguay. Una volta terminato il libro ci siamo convinti, grazie alla documentazione raccolta e all’analisi dei fatti di quegli anni, che l’impunità in Uruguay è stata creata e mantenuta dai vari governi che si sono succeduti dopo la dittatura. Un obiettivo attuato specificamente per preservare l’impunità.
Il libro ha cominciato a prendere forma quando ha avuto inizio il processo a carico dell’ex-Cancelliere Blanco. Il primo risultato ottenuto su questo fronte perché in Uruguay nessun responsabile di questi delitti  era stato processato fino a quel momento”.
“Noi della Segreteria dei Diritti Umani del PIT-CNT – ha aggiunto Raul Olivera – abbiamo iniziato ad investigare su un tema che nel 1985 in Uruguay non era stato mai toccato e che riguardava i delitti del passato. Abbiamo inaugurato questo evento nell’anno 1999 con la richiesta di difesa della madre di Elena Quinteros. Gli avvocati si occupavano della parte giuridica, noi dovevamo scrivere i fatti per convincere un giudice a riaprire il caso. Poi ci siamo posti anche il problema che anche la gente comune doveva essere informata. Il nostro intento era fare uno scritto carico di umanità”.
Tanto Raul Olivera come Sara Mendez sono convinti che il loro libro sia uno strumento per informare l’opinione pubblica poiché sono ancora molte le persone che sconoscono queste realtà.
Sara ha voluto poi puntualizzare che non solo non condivide, come ovvio, “la Legge della Prescrizione”, ma ancor di più il fatto di avere amnistiato un diritto, come quello della giustizia. E’ stato un errore quel plebiscito. E non è stato detto niente. Nemmeno la sinistra ha rivisto quella disposizione e per questa ragione corriamo il rischio di commettere gli stessi errori”.
C’è una speranza che il governo di sinistra, di Vazquez, faccia giustizia?
“Io credo che dopo che la sinistra ha vinto in Uruguay lo scenario politico sia cambiato e mi sembra che vi sia una certa sensibilità da parte del governo. Il quale ora, su questo tema in particolare dei diritti umani violati nel passato, ha una tremenda responsabilità. Così come i governi antecedenti avevano l’obiettivo di mantenere l’impunità, questo governo ha un altro impegno; un impegno non scritto verso la maggior parte delle vittime.
Ritengo che oggi se il governo semplicemente non ostacola l’azione penale e politica già si potranno fare dei passi avanti nel tentativo di recuperare quegli spazi che abbiamo perso in materia di diritti umani”
D’accordo suo marito Raul Olivera che ha concluso: “Andrebbero perseguiti tutti gli abusi commessi dai governi antecedenti applicando la “Legge della Prescrizione”.  Una legge che deve essere annullata, anche se, nonostante ci sia, ci si può attivare molto contro l’impunità. Con questo vogliamo dimostrare che Elena “sparì” nel 1976 e volevano farla scomparire nel 1985 quando si sono ristabilite le relazioni diplomatiche con il Venezuela, e ancora quando hanno occultato l’investigazione amministrativa e quando hanno ostacolato la causa penale, ma Elena Quinteros ritorna sempre… Perché?  Perché Elena è la Verità e la Verità in questa società ritornerà ogni giorno minacciando chi cerca di eluderla… in questo senso ho speranze”.
Al momento l’iter giudiziario si trova in questo stadio:
Juan Carlos Blanco è stato processato inizialmente per “privazione di libertà”, perché in Uruguay non figura il reato per “Scomparsa forzata”, dopodiché il capo di imputazione si è trasformato in “omicidio aggravato”, tuttavia giuridicamente inaccettabile perché non esiste un certificato di morte.  Dunque Blanco ha riacquistato la libertà, provvisoria, ma la causa continua……



 
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