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Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio Anno V Numero 2 - 2005 N°44
Terzo Millennio Anno V Numero 2 - 2005 N°44 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio Anno V Numero 2 - 2005 N°44
Paraguay Omicidio di Stato
Ecco i veri Killer in Colombia
Carcere, strumento di rieducazione
Plan Condor un altro passo avanti
Associazione culturale Giustizia e Verita'
I bambini: stelle che cadono


Carcere, strumento di rieducazione

Intervista al dott. Enrique Navas, direttore delle carceri dell’Uruguay

di Giorgio Bongiovanni e Georges Almendras

Ogni giorno, milioni e milioni di persone detenute nel mondo subiscono ogni sorta di maltrattamento, dagli abusi sessuali alle torture, dalla violenza fisica a quella psicologica. In molti Paesi la detenzione è associata a motivi politici e di coscienza, determinata da un credo religioso o da un’origine etnica o ancora legata al sesso, colore o stato sociale.
I rapporti ufficiali indicano che molti governi non adottano ancora normative adatte e conformi a uno Stato di diritto sociale volto alla tutela delle forme più elementari sui diritti umani.
Molti prigionieri sopravvivono in condizioni disumane, dormono per terra e non hanno un’assistenza medica adatta alla effettiva necessità. Esposti a vari tipi di infezioni, resistono al problema del sovraffollamento delle carceri, un’emergenza comune a moltissimi Stati.
Ai detenuti non viene neanche associato un programma di rieducazione e riabilitazione che li guidi e li prepari al reinserimento nella società.
I problemi si fanno più seri nei Paesi dove vige ancora la dittatura, con un sistema di controllo pressoché inesistente o affidato alla mercé di vigilanti corrotti oppure in territori dove l’organismo penitenziario non ha i mezzi per assolvere ai propri doveri.
Questo è il caso dell’Uruguay dove in due istituti penitenziari vi sono stati recenti disordini: il carcere di Libertad (nella regione di San José a 50 km dalla capitale Montevideo) e il complesso carcerario di Santiago Vasquez (Comcar). I carcerati richiedevano di accedere a una migliore assistenza sanitaria, denunciando le condizioni di sovraffollamento e di povertà dei loro penitenziari. Relativamente a questa drammatica situazione abbiamo chiesto a Enrique Navas, direttore delle carceri uruguayane, che cosa ne pensa.
Attualmente il governo in carica è guidato da Tabare Vazquez appartenente alla sinistra del suo Paese. Eletto con più del 51 per cento dei voti, Vazquez ha indicato al primo posto nel suo programma di governo, la lotta contro la povertà.
Vi è nella tabella di marcia amministrativa anche un piano per migliorare le qualità del vostro sistema carcerario?

Sì, con l’ingresso di questo nuovo governo sono certo che le cose miglioreranno. Senza entrare in merito alla politica e appellandomi al concetto di apoliticità dell’istituzione di polizia, devo dire  che il primo marzo di quest’anno ha rappresentato una svolta per questo nostro organo statale.
Ci sono delle buone premesse per sviluppare un programma di recupero strutturale e non solo dei nostri penitenziari anche se la strada è ancora lunga. Servono anche normative che tutelino i diritti civili di ogni  detenuto. Per cominciare, contrariamente a quanto avviene in quasi tutti i Paesi del mondo, i reclusi uruguayani non hanno diritto di voto.
Fino ad oggi sono state promulgate delle leggi che hanno penalizzato fortemente il detenuto, sono stati bocciati moltissimi ricorsi presentati dalla Dirección Nacional de Cárceles e si è reso difficile il processo per il riacquisto della libertà o della condizionale. Ciò ha facilitato il fenomeno del sovraffollamento che in un solo complesso ha raggiunto i 7.500 ospiti, superando di gran lunga i limiti consentiti dalla legge e causando grossi problemi igienico-sanitari.
Si dovrebbero stanziare capitali non solo per costruire strutture carcerarie nuove, ma anche per migliorare le condizioni di quelle già esistenti, seguire il loro mantenimento garantendo i requisiti previsti dalla legge. Inoltre sarebbe di fondamentale aiuto introdurre più personale specializzato per la sicurezza, addetti nel campo medico, psichiatrico, psicologico  e docente per affiancare i ragazzi e tutti i detenuti al reintegro nella società. Questo perché il carcere non deve essere solo un luogo di castigo ma anche di rieducazione sociale.
Diversamente da quanto l’etica morale detterebbe, i reati sono anche stati più volte oggetto di strumentalizzazioni per fini politici. Dando infatti un particolare risalto a un determinato crimine, si genera uno stato di insicurezza sociale che può essere usato per l’approvazione di certe leggi.
Così facendo le regole per i detenuti sono divenute sempre più proibitive e prolungate, esponendo loro e la polizia penitenziaria al rischio di contrarre malattie e alla fame.  
Attualmente il complesso carcerario di Santiago Vázquez (modulo 2, piano secondo, settore B), è al centro di un “piano pilota” che accoglie i reclusi di diversi moduli su uno stesso piano.
Questa struttura in totale ha sei moduli e ognuno di questi è come un carcere, sei carceri raggruppati in uno solo.
Nel modulo 2 ci sono approssimatamente 500 persone ed è quello peggiore dal punto di vista del degrado strutturale, morale e fisico. Si tratta di un compartimento molto violento con un alto indice di incidenti, in particolare dovuti alla grave carenza di personale di sicurezza. Fondamentalmente è questa insufficienza di organico che consente ai prigionieri violenti di girare nei diversi padiglioni liberamente e a gruppi di attaccare i singoli detenuti per sottrargli qualcosa come il pranzo o i vestiti.
Ci sono però delle proposte di legge del nuovo governo che vi fanno pensare che ci sarà un miglioramento?
Le nuove leggi entreranno in vigore l’anno prossimo. Per quest’anno si deve completare il piano del vecchio mandato che dura un quinquennio.
Abbiamo parlato con l’attuale autorità ministeriale, la quale ci ha anticipato di essere disponibile a risolvere  il problema dell’alimentazione, per evitare che nessuno sia privato del suo pasto come invece ora avviene.
Si è dimostrato molto vicino ai problemi legati alla salute e alle malattie contratte a causa delle insalubri condizioni igienico-sanitarie del centro penitenziario. Si lavorerà affinché tutti abbiano a disposizione un apparato medico funzionale e non solo i malati terminali.
Ci sono focolai di contagio di ogni genere e tipo. Abbiamo anche scoperto un batterio inesistente in Uruguay, lo hanno chiamato “Metisllina resistente” o “batterio assassino” importato, si dice, da un penitenziario di Los Angeles. Senza parlare poi della Tubercolosi. Ogni mese ci sono agenti di polizia che vengono contagiati da questa malattia. Nel nostro carcere infatti esiste un’emergenza che riguarda anche le guardie, le uniche a vivere qui in Uruguay in condizioni straordinarie. Lavorano circa 84 ore settimanali anche se lo Stato gliene paga 48 solamente. Il governo non passa loro neanche l’uniforme e quando finiscono il loro turno sono costretti a scambiarsela tra di loro. 
Esiste il traffico di droga all’interno del penitenziario? E se sì, c’è per caso una mafia dietro questo commercio?

Sì, c’è il traffico di droga ed esiste non una sola mafia, ma vari gruppi mafiosi che stanno dietro questo commercio. Principalmente sono due, uno nel complesso carcerario di Santiago Vázquez e l’altro nel carcere di Libertad. Questi gruppi non hanno una identificazione netta, perché si infiltrano in maniera molto subdola. Non esiste né il bianco né il nero. Loro si inseriscono in una zona grigia composta da detenuti, poliziotti e qualche avvocato. A volte abbiamo sospettato anche di qualche politico e di personalità all’interno del Ministero degli Interni, ma adesso non saprei dirle perché ora sono cambiate molte autorità politiche.
Come esercitano la loro attività criminale?
Hanno dei referenti reclusi chiamati “Brazos gordos” ossia “braccia grosse”. Sono tipi molto violenti che cercano di esercitare il loro dominio in un particolare settore carcerario. Esigono dalle loro “vittime” il pagamento contributivo di qualche bene che varia da un pacchetto di sigarette a un chilogrammo di “erba” che per l’uruguayano vale moltissimo, vestiti, qualsiasi altro bene che possa essere consumato nel carcere ma che spesso i reclusi non hanno le possibilità economiche di acquistare. Si deve tener presente che le famiglie di questi prigionieri sono molto povere e che l’80 per cento dei reclusi come voi li definireste, sono “ladri di galline”, arrestati per atti contro le proprietà.
Gli individui violenti di cui prima parlavo, che entrano ed escono dal carcere grazie ai loro potenti e facoltosi leader, gestiscono anche il mercato sessuale, trafficano con omosessuali o altri detenuti la loro merce. Attraverso la loro supremazia edificata con la violenza e avvalendosi della corruzione delle guardie, abusano degli altri reclusi in ogni modo, s’impossessano delle loro proprietà arrivando a sottometterli sessualmente, costringendoli a partecipare anche ad accoppiamenti promiscui.
La droga in questo caso come viene pagata?
Attraverso la roba, il denaro, con un omosessuale o un ragazzo giovane vergine o ancora con la donna di un detenuto. Un commercio che può avvenire sia fuori che dentro il carcere avvalendosi della corruzione interna.
Sa qual è la cosa più triste?
Quella che richiama la nostra attenzione?
E’ l’abitudine. L’abitudine a tutta questa “sporcizia”. 
Ci siamo abituati a convivere con la corruzione perché questo è quello che ha sempre fatto la politica servendosi della complicità di alcuni soggetti corrotti all’interno delle istituzioni statali e dell’organo di polizia.
E qui, in Uruguay, se un poliziotto è corrotto non può continuare a esercitare la sua professione se non ha dietro di se un appoggio di altissimo livello. Solo alle autorità politiche infatti è dato di destituire definitivamente un agente corrotto e allo stesso modo farne entrare uno nuovo, ma è chiaro che a volte la scelta può essere “interessata”.
Più volte abbiamo cercato di avviare delle indagini su alcuni elementi fortemente coinvolti in situazioni poco chiare. Qui lo si fa attraverso una pratica chiamata “sumario administrativo disciplinario” che, diversamente da quanto accade in tutti i Paesi del mondo (che la presentano al capo della polizia), viene sottoposta esclusivamente al Ministro dell’Interno. 
Con questo procedimento si cerca di ottenere delle prove per eventuali azioni disciplinari contro un ufficiale corrotto, ma il documento potrebbe intraprendere due strade: sparisce dai tavoli del Ministero oppure dopo infinite richieste si ottiene la sospensione del graduato per un massimo di 6 mesi.
Alla luce di tutto questo è chiaramente impossibile per gli addetti ai lavori “ripulire” certi settori inquinati dalla corruzione, perché  inermi sono costretti ad assistere alle vittorie dell’impunità che diventano “impunità di Stato”. Uno Stato quello uruguayano fortemente centralizzato, nel quale la gerarchia burocratica esercita quasi il dominio della cosa pubblica e dove il cittadino sprovvisto di un “padrino” politico è solo, senza un riferimento istituzionale che possa tutelarlo.
L’attuale autorità ministeriale ha visitato il penitenziario?
Ritengo che il carcere non debba essere un luogo di segreti, ma un posto di trasparenza assoluta. Il Ministro attuale non ha ancora visitato il nostro carcere ma in passato molte personalità lo hanno fatto. Il parlamento lo visita di frequente, la commissione dei diritti umani, la camera dei deputati, le Ong, gli studenti di diritto penale, di sociologia, dell’istituto di criminologia e i giornalisti. Insomma tutti sono stati qui. Come ho detto, la chiarezza è una cosa importante, allo stesso modo lo è il rispetto delle regole dettate dalla disciplina interna del carcere. Tutte queste visite rischiano di compromettere il lavoro che stiamo cercando di portare avanti con i detenuti. Un impegno fatto a volte di equilibri molto precari, raggiunti con sacrificio mediante il dialogo pacifico.
Il nostro obiettivo infatti è quello di creare un ponte di comunicazione con le tre parti fondamentali che costituiscono la realtà carceraria vale a dire il recluso, la famiglia e gli ufficiali di sorveglianza. Non vogliamo raggiungere la disciplina con la violenza instillando il terrore, perché con la violenza otterremmo altra violenza e quindi l’insicurezza dell’ambiente in cui lavoriamo.
Il detenuto è libero di manifestarci i suoi disappunti, i suoi bisogni, le sue paure e allo stesso modo noi gli trasmettiamo, con dignità cristiana prima che etica professionale, le nostre ragioni e i nostri obiettivi.
Naturalmente non a tutti i problemi riusciamo a porre rimedio. In questi casi facciamo rapporto al Ministero dell’Interno, al parlamento nazionale, al potere esecutivo e quello giudiziario affinché sappiano la realtà in cui viviamo e vengano costantemente informati sulle necessità del nostro istituto.
Finalmente dopo tanti anni l’attuale amministrazione ha voluto leggere i nostri rapporti. Il Ministro degli Interni ha così istituito un gruppo di tecnici, diciamo giuristi (perché in Uruguay non esiste personale specializzato), per cercare di far fronte alle problematiche più urgenti.
E’ stata dichiarata una sorta di emergenza umanitaria che ha dato il via a un’attività indirizzata ad affrontare le situazioni più drammatiche del carcere quelle di tipo igienico-sanitario e di riabilitazione umana. Inoltre si è avviata una politica volta alla separazione delle carriere tra Corpo Penitenziario e Polizia di Stato, poiché si tratta di due funzioni antitetiche, che richiedono specializzazioni differenti.
Insomma, con questo governo ci sono i presupposti per avviare un processo di trasformazione e di crescita sociale mai visto prima, una metamorfosi che aspettavamo da tempo ma che forse a qualcuno non piace. Lo abbiamo appurato noi stessi quando, istigati da un gruppo di politici esterni al carcere, estremisti radicali, i detenuti stavano preparando una protesta contro l’attuale amministrazione ministeriale per chiedere l’approvazione di una legge di amnistia. Avevano organizzato, se non avessero ottenuto ciò che volevano, uno sciopero della fame che poi sarebbe continuato con l’incendio di materassi fino ad arrivare al totale ammutinamento del carcere.
Personalmente ho esortato i detenuti a evitare quella assurda contestazione, perché anche se con intenzioni pacifiche, erano stati strumentalizzati da forze politiche contrarie per contrastare l’attività del Ministro.
E’ stato spiegato loro che rischiavano di mettere spalle al muro l’unico uomo che per la prima volta aveva accettato un compromesso pubblico per migliorare la situazione delle carceri. Ed infine li abbiamo esortati ad avere pazienza, spiegando cosa significa promuovere una nuova legge, quali sono i tempi, quante devono essere le approvazioni, ecc… .
Questo episodio è poi arrivato fino alla Suprema Corte dove fui personalmente convocato. Lì si approfondirono cose che per rispetto al potere di Stato non rivelerò.
Lo Stato deve rimanere una istituzione sacra di diritto, se perdessimo il rispetto per questa investitura torneremmo alla barbarie.
Abbiamo una costituzione meravigliosa, molto umanista. Si tratterebbe solo di metterla in pratica. I mandati politici finora non hanno elevato il sistema sociale, non lo hanno aiutato ad uscire dall’arretratezza, dall’analfabetismo, dall’ ignoranza, dalle infermità. Pertanto molti valori rimangono alterati, determinando in Uruguay uno status in cui la proprietà ha più valore della vita umana e dell’integrità fisica.
La situazione nelle carceri femminili è migliore rispetto a quelle maschili?  
Il problema maggiore delle carceri femminili è il sovraffollamento. Abbiamo una capacità locativa di 3000 posti, ma in realtà sono presenti circa 7500 persone, delle quali una grande maggioranza dorme sul pavimento senza materasso. Nel complesso carcerario di Santiago Vásques la cosa è ancora più grave perché le misure sanitarie restano inadeguate all’oggettiva necessità e le donne sono costrette a dormire sul bordo dei corsi di acqua calda. Gli aiuti fortunatamente arrivano dal volontariato, rappresentato dalle Ong e da altre piccole organizzazioni che sopperiscono alla mancanza di cibo e vestiti. Alle donne viene data la possibilità di realizzare piccoli manufatti di artigianato, sono seguite da docenti volontari, insegnanti di teatro e di musica.
L’approccio con il carcere maschile è diverso, nell’immaginario collettivo l’uomo è più violento e i volontari temono per la loro incolumità.
Vuole approfondire il problema relativo alla diversificazione delle funzioni tra la polizia penitenziaria e la polizia di Stato?
Come accennavo poc’anzi, un’altra complessa questione riguarda le nostre funzioni di pubblici ufficiali, appartenenti al corpo di polizia ma impiegati nei penitenziari.
Abbiamo più volte parlato con le autorità competenti della questione sottolineando l’importanza di una specializzazione adeguata che ci renda professionisti del nostro lavoro.
E’ necessario distinguere il corpo di polizia da quello impiegato nelle carceri dando la giusta formazione professionale e competenza tecnica alle nostre particolari funzioni.
Per spingere il governo ad avviare questo processo di qualificazione e distinzione, abbiamo conseguito delle qualifiche in altri Paesi ma ancora non ci sono state riconosciute.
Ho inviato quattro dei miei ufficiali più bravi nelle migliori scuole del Latino America, due alla “Gendarmeria de Chile” e altri due alla “Escuela Federal Argentina”, ottime per la preparazione del Corpo Penitenziario. Lì hanno ottenuto tutti e quattro delle borse di studio. Questi istituti hanno un livello di preparazione universitaria molto avanzata, con una buona preparazione della lingua inglese. Una parte degli studi li abbiamo dovuti pagare, perché il nostro governo non stanzia un solo pesos in queste iniziative, mentre è sempre stato pronto a sovvenzionare congressi oltreoceano a politici e ministri. Ora quello che chiediamo al Ministero dell’Interno è di convalidare i titoli che questi importanti istituti ci hanno conferito.
Lei ha parlato prima di quanto sia difficile “ripulire” il carcere dai gruppi mafiosi perché protetti da alcuni agenti della vigilanza. L’esecutivo ha già avviato delle proposte di legge sulla lotta alla corruzione all’interno degli apparati dello Stato come per esempio nei servizi di polizia?
Per ora l’operato di questo governo non ha interferito sui processi di corruzione in atto e per noi questo è già tanto. Naturalmente molte cose devono essere ancora fatte. Ricordo il caso di un ufficiale che implicato nell’omicidio di un boss mafioso (ammazzato per un regolamento di conti fra cosche) fu considerato responsabile di diversi crimini.
Il caso Gonzales?
Esattamente. L’ufficiale era stato ritenuto membro di una organizzazione mafiosa che aveva commesso gravi reati anche ai danni dello Stato. Processato e condannato per associazione a delinquere, aveva continuato a esercitare le sue funzioni ancora per sei anni, fino a che un giornalista chiese con rapporti alla mano alle autorità ministeriali la destituzione del pubblico ufficiale. Quello che per via legale in tutti quegli anni non era stato possibile fare, grazie all’intervento del giornalista dopo una settimana era stato fatto. Il graduato era stato destituito. Ritengo per questo che la stampa, quella libera, sia un organo fondamentale in uno stato di diritto.   
In ogni modo la lotta contro la corruzione ha bisogno di norme speciali che qui non vogliono essere accettate.
In Italia per esempio avete la legge sui pentiti, ma qui viene respinta. In che altro modo si potrebbe combattere la corruzione?
Le leggi che comunque abbiamo nella nostra costituzione potrebbero già essere efficaci a contrastare la criminalità, ma finora sono state applicate ai nemici o ai “non amici" del precedente Ministro dell’Interno.
Ora credo che il vento stia cambiando. Nutriamo nell’attuale amministrazione una grande fiducia per le sue idee chiare in quanto a moralità ed etica nel servizio pubblico. Adesso restiamo a vedere.   




 
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    Gioco criminale

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    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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