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Terzo Millennio Anno V Numero 2 - 2005 N°44 | Terzo Millennio Anno V Numero 2 - 2005 N°44 |
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Pagina 2 di 7 Paraguay Omicidio di Stato di Giorgio Bongiovanni A undici anni dalla morte di Ramon Rosa Rodriguez ANTIMAFIADuemila scopre le carte che provano la verità sul suo assassinio. Tra i principali mandanti: l’allora Presidente della Repubblica del Paraguay. Alla fine di novembre dell’anno 1994 viene assassinato, nella città di Asunciòn, in Paraguay, il generale Ramòn Rosa Rodriguez, direttore della Senad (Segreteria Nazionale Anti Droga). Immediatamente accusato dell’omicidio è il cap. Ruiz Diaz, suo segretario personale. Il quale, secondo la versione ufficiale, avrebbe tentato il suicidio subito dopo aver commesso il delitto, utilizzando la stessa arma usata per uccidere: una calibro 6.35mm. Dai primi rilevamenti gli investigatori notano, però, che nel caricatore dell’arma in dotazione al capitano non mancano due, ma un solo proiettile. La perizia balistica effettuata sul corpo della vittima, in sede di autopsia, dimostra inoltre che il foro d’ingresso della pallottola che aveva mortalmente colpito alla testa il generale era partito da una calibro 9mm. Una pistola diversa da quella di Diaz. Alle prove, schiaccianti, a suo favore si aggiunge poi l’esame alla paraffina, che dà esito negativo. L’imputato ha tutte le carte in regola. La sua è una causa già vinta. Nel corso del processo, però, le carte si rovesciano. Giudici e Pubblici Ministeri continuano ad attaccarlo rimanendo indifferenti di fronte alle prove presentate dal suo avvocato, che, per giunta, riceve ripetute minacce di morte. Oggetto di costanti intimidazioni e di conseguenti evacuazioni anche l’Istituto Dante Alighieri, dove studiano le figlie del capitano. Alla fine, forse spossato e spaventato dai molteplici violenti attacchi subiti dai propri familiari, Ruiz Diaz accetta la resa e si dichiara colpevole. Per tutti il caso è chiuso. Quanto ingiustamente non se lo chiederà nessuno. Mai più. Perché? Che interessi si nascondono dietro la condanna del capitano Ruiz Diaz e chi aveva tanto potere da condizionare in modo così sfacciato un intero processo per un omicidio eccellente? La risposta è in una serie di documenti redatti e firmati dalla vittima nei mesi precedenti il suo tragico destino e che ANTIMAFIADuemila è riuscita ad ottenere, in assoluta esclusiva, da una fonte confidenziale interna alla Corte suprema di giustizia del Paraguay. Documenti che “scottano” e che seguendo le rotte della cocaina portano fino alla punta del vertice delle istituzioni paraguaiane. Fino al generale Andres Rodriguez: l’allora Presidente della Repubblica. E’ il 24 agosto del 1994 quando il generale Ramon Rosa Rodriguez firma la sua condanna. In un rapporto ufficiale parla delle indagini della SENAD su un vasto traffico di cocaina che dai laboratori di Bolivia e Colombia, paesi produttori, attraversa il Paraguay per raggiungere il mercato degli Stati Uniti d’America ed altre destinazioni. “Principale narcotrafficante e finanziatore – si legge nel documento - è Fahd Yamil. Colui che protegge il narcotraffico e le operazioni, evitando il controllo delle Istituzioni dello Stato è il generale Andres Rodriguez”. Già conosciuto dai mezzi di comunicazione come il maggiore trafficante di droga del Paraguay Rodriguez era diventato presidente con un terribile colpo di Stato ai danni del generale Stroessner, suo consuocero. Con la poltrona, nel 1989, aveva ottenuto anche una sorta di “nuova identità” grazie agli Stati Uniti d’America, che “cancellarono” per sempre il suo passato. Facendo di lui un “uomo pulito”. I suoi contatti con personaggi della portata di Yamil, però, non cessarono mai. Di dominio pubblico, si legge negli stessi documenti, furono le continuative relazioni di “affari e amicizia” tra i due “iniziate molti anni addietro”. Tanto intense e “proficue” che una loro condanna avrebbe significato la fine della “maggior parte del narcotraffico e del contrabbando di armi che passano per il Paraguay”. A rendere estremamente pericolose tali affermazioni è quanto immediatamente dopo riportato: “La SENAD e la DINAR possono contare su prove e testimonianze di ex-operatori che parteciparono ai traffici di Yamil e Rodriguez e su prove documentali sufficienti per processare e arrestare i suddetti delinquenti”. I quali, prosegue il documento, sono implicati anche “nel lavaggio di narcodollari”, “omicidi e altri crimini”. Sono le prime battute di un’inchiesta condotta personalmente dal Direttore della Senad, in collaborazione con la Dinar e con uomini di sua strettissima fiducia, che avrebbe impegnato totalmente Ramòn Rosa Rodriguez – per ironia della sorte omonimo del Presidente - nei mesi che seguirono. Gli ultimi della sua vita. L’inchiesta partì dai sospetti nutriti dal generale a seguito di una richiesta formulata dall’Agente Miguel Angel Berni di acconsentire a una “entrega vigilada”. Una “consegna sotto controllo”, ossia una presunta azione militare condotta da agenti sotto copertura che, fingendosi trafficanti, avrebbero intercettato carichi di droga in transito in Paraguay arrestandone i responsabili. Il carico di droga in questione proveniva, per l’appunto, dal Cartello di Bogotà, in Colombia, ed era diretto negli Stati Uniti d’America. “In qualità di Segretario Esecutivo de la Senad – sono le parole di Rodriguez riportate in un ulteriore rapporto redatto il 3 ottobre del 1994 - mi opposi fermamente all’operazione”. I motivi del suo rifiuto li riassunse in tre punti dei quali il primo sottolineava come tali azioni fossero proibite dalle leggi paraguaiane. Il secondo riguardava alcune precedenti operazioni, simili a quella richiesta: in codice “Parque Cué”, “Nueva Asunciòn” e “Feliz Navidad”. “Furono realizzate senza nessun controllo – ricorda il generale - gran parte delle droghe finirono nei mercati di consumo e non si raggiunsero risultati positivi contro i narcotrafficanti”. Tutt’altro. “Si aiutarono i cartelli facendo sì che le loro droghe giungessero ai mercati di destinazione, violando così le leggi e le sovranità dei Paesi”. Tali azioni furono protratte nel tempo, tanto che il trasporto riguardò “enormi carichi di cocaina”, che si muovevano indisturbati, senza il timore di finire nelle maglie della giustizia. Il terzo punto riguardava il rischio di provocare scandali internazionali incontrollabili, se le autorità superiori degli Stati Uniti o di altri paesi fossero venuti a conoscenza di simili delitti e violazioni. Una volta posto il veto alla richiesta di “entrega vigilada” cominciarono, per il generale Rodriguez, i primi guai. Vide delinearsi, di fronte a lui, due “gruppi opposti”. Uno rispondeva ai suoi ordini, l’altro operava illegalmente, a dispetto di qualsiasi regola. Su direttiva dello stesso Rodriguez il primo fu incaricato di tenere sott’occhio le manovre del settore ribelle. Si scoprì così che la “entrega vigilada” – alias operazione Madrejòn – fu preparata ed eseguita - nonostante la ferma opposizione dei responsabili degli uffici competenti di Senad e Dinar - nel più assoluto riserbo. Agenti “inferiori, di quarto rango”, tali Berni e Benitez, firmarono fantomatiche autorizzazioni ufficiali, completamente prive di validità legale, e gli uomini che presero parte all’operazione eseguirono gli ordini degli stranieri che gestivano il traffico. Tra questi alcuni membri del cartello di Bogotà, i mafiosi Antenor Gomez (colombiano), Antonio Motta (brasiliano), un tale Jaime e altri. Era il 10 settembre quando in una pista di atterraggio situata nei pressi di Madrejòn Chaco, “alla presenza del comandante delle forze speciali della Senad, capitano di ingegneria Sergio Benitèz, all’agente speciale della Dinar Miguel Angel Berni, al rappresentante dell’Ufficio regionale della Dea di Asunciòn Robert Ridles”, atterrò un aereo di colore bianco. Dal quale, a motore acceso, furono scaricate diverse “scatole di cartone contenenti settecentocinquantasei (756) pacchetti del peso approssimativo di un chilo l’uno”. I pacchetti contenevano cocaina. Nel corso dell’operazione gli “agenti sotto copertura” delle forze dell’ordine non solo non sequestrarono l’aereo né arrestarono l’equipaggio, ma si occuparono di rifornire di carburante il velivolo di modo che i narcotrafficanti potessero comodamente fare ritorno in Colombia. La droga sequestrata non fu consegnata alle autorità competenti paraguaiane, ma trasportata all’interno di un deposito sconosciuto, il quale, secondo le indagini, apparteneva niente meno che alla Dea. Da quì la droga sarebbe dovuta partire alla volta degli Stati Uniti. Quando si accorsero che la Senad stava svolgendo indagini su di loro, i membri del clan di Madrejòn ebbero un attimo di sgomento. Ragionarono sul da farsi, poi, per 17 giorni, evitarono di “comunicare il sequestro al Tribunale, fornendo una falsa versione dei fatti” e facendosi scudo con un presunto “documento ufficiale firmato dall’agente inferiore della Dinar Miguel Angel Berni, che non era autorizzato a rappresentare, in questo senso” le due istituzioni. Circa un mese più tardi, a fornire un’ulteriore conferma dell’illecito traffico intervennero le dichiarazioni di Clovis Antonio Catafesta Armiliato, catturato dalla Dinar perché coinvolto nell’ “Operazione Madrejòn”. La Dea, prosegue il suo agghiacciante rapporto Rodriguez, fece di tutto “per evitare che il Direttore della Dinar e il Segretario Esecutivo della Senad conversassero con il detenuto”. Il tentativo si concretizzò nella richiesta formulata dalla Corte del Distretto Sud di New York e poi respinta, di estradare il Catafesta chiamato a rispondere della “commissione del delitto di traffico di droga negli Stati Uniti”. Neppure un accenno la Dea fece alla “falsa ‘entrega vigilada’ di cocaina occultata a Madrejòn Chaco”. E della quale l’uomo parlò abbondantemente a Rodriguez, spiegando il grosso affare organizzato insieme al Cartello di Bogotà, “alle spalle di Senad e Dinar”. Il detenuto confermò agli investigatori che i trafficanti “mantenevano occultati, in un deposito di Asunciòn, 756 chili di cocaina” e che “alcuni agenti stranieri stavano pianificando un carico di 5.000 chili”, insieme allo stesso Cartello. Lo stupefacente, passando per il Chaco uruguaiano, avrebbe raggiunto i mercati di consumo degli Stati Uniti. Contemporaneamente, giunse alle stesse conclusioni un altro uomo, quella “talpa” che il direttore della Senad aveva messo nelle viscere degli agenti antidroga corrotti e che fu poi accusato e condannato per l’omicidio del suo superiore: il capitano Ruiz Diaz. Nel corso della sua missione investigativa Diaz scoprì tutti i lati oscuri del grosso affare, riportando dati e nomi al Rodriguez e mettendo a rischio la sua stessa vita. Dal canto suo, Rodriguez, raccolti tutti gli elementi necessari ordinò agli uomini della Senad coinvolti nel traffico di consegnare la droga occultata. Di fronte alla loro categorica opposizione il Direttore divenne furioso, ma la sua impotenza di fronte a quei delitti si sarebbe manifestata con tutta la sua furia solo un mese più tardi. L’8 ottobre del 1994, in un rapporto ufficiale, Ramon Rosa Rodriguez dichiara chiuse le indagini. Riassume in poche righe il caso sottolineando l’appoggio fornito ai trafficanti dal “generale Andres Rodriguez e la stessa partecipazione nelle operazioni di suoi uomini di fiducia.” Questi delitti, rimarca, sono la prosecuzione di altri traffici diretti dal Generale Rodriguez e conosciuti con il nome di Parque Cuè, Nueva Asunciòn, Feliz Navidad e altri. “Allora e oggi, sono implicati gli stessi delinquenti, gli stessi agenti paraguaiani, gli stessi agenti stranieri e i grandi mafiosi produttori di droga. I mafiosi dei cartelli di Bolivia e Colombia sanno perfettamente di poter portare la loro droga con l’intero appoggio degli intermediari del Generale Andrès Rodriguez, il quale offre una rotta sicura ai mercati di consumo. I cartelli sono sicuri degli uomini di Rodriguez, delle piste senza controllo del Chaco, delle rotte protette e degli operatori dei mercati finali. Enormi quantità di droga si trafficano in questa ‘forma protetta’ senza il timore di essere disturbati dalla legge; soltanto quando si commette qualche errore, ci preparano quel teatrino di bassa categoria e cattivo gusto”. Il generale prosegue. “Gli agenti stranieri corrotti – dice - utilizzano e sfruttano gli agganci e le conoscenze del Generale Andres Rodriguez al fine di ottenere le droghe dei Cartelli di Bolivia e Colombia. Il clan Rodriguez, allo stesso modo sfrutta l’impunità e il potere degli agenti e i Cartelli ne beneficiano con l’arrivo della loro ‘mercanzia’ ai mercati di destinazione”. Tutti, insomma, conclude il direttore, “beneficiano” dei grandi affari e per questo “si difendono e si coprono a vicenda”. “La Senad e la Dinar hanno ora tutti i pezzi del rompi-capo. Il complotto per trafficare e continuare a trafficare cocaina attraverso il Chaco è stato totalmente scoperto. Nei prossimi giorni le prove e tutti i tasselli saranno presentati all’Autorità e ai Tribunali, con l’intento che vengano processati tutti gli implicati. La corruzione è insostenibile e per recuperare la vera lotta contro la droga e per il Paese non esiste altro sistema che applicare la legge; devono rotolare teste, costi quel che costi”. Il prezzo di quelle indagini lo avrebbe pagato alla fine del novembre successivo. Quando una calibro 9mm. mise per sempre la parole fine a tutte le sue inchieste e alla sua sete di giustizia. Nessuno mai approfondì il suo caso. Nessuno si arrischiò ad esaminare le sue carte, a proseguire le sue investigazioni, a tentare nuovamente di scalfire i santuari del potere criminale che in Paraguay corrispondevano al potere legale. La violenza aveva avuto l’ultima parola. E ancora oggi a oltre dieci anni da quei terribili fatti, la verità rimane nascosta nei faldoni impolverati delle procure, circondata dalla più totale indifferenza. Anch’essa complice dell’ennesimo sacrificio di un giusto. |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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