La Rivista
Terzo Millennio
Terzo Millennio N° 42 Novembre-Dicembre 2004 | Terzo Millennio N° 42 Novembre-Dicembre 2004 |
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Pagina 10 di 10 Uruguay crimine e soldi di Giorgio Bongiovanni e Georges Almendras Nel giugno del 2002 il Banco di Montevideo, di proprietà dei Peirano, nota famiglia della città, viene commissariato e messo in liquidazione. Secondo la stampa, sono almeno un migliaio i risparmiatori rimasti “intrappolati”, senza alcuna garanzia di riavere i propri depositi, mentre il capostipite della famiglia, Juan Peirano, ricercato per truffa e per altri guai finanziari in Paraguay, fa perdere le sue tracce. Contemporaneamente anche il Banco Velox di Buenos Aires, fino a poco tempo prima controllato dagli stessi Peirano, subisce la stessa sorte: commissariato anch’egli dalla Banca centrale per mancanza di liquidità. Anch’egli responsabile di una grave crisi che investe i risparmiatori, e non solo sul piano economico. Cresce infatti in modo esponenziale, nei mesi successivi, la sfiducia generale nei confronti del sistema finanziario nel suo complesso e ben quattro istituti di credito si vedono costretti a chiudere. Messo alle strette, il governo vara una legge di riprogrammazione del sistema finanziario stesso, la quale porta ad un ulteriore indebitamento dell’Uruguay nei confronti del Fondo Monetario Internazionale. E ad un successivo aggravio della crisi economica del Paese, le cui conseguenze sono ancora oggi molto evidenti. Il giudice che da quel lontano giugno del 2002 si fa carico del caso Peirano è Pablo Eguren Casal, 50 anni, che nel corso dell’intervista che ci ha concesso, ci fornisce un quadro completo dell’attuale situazione della giustizia in Uruguay. Dott. Eguren, lei è titolare dell’inchiesta sui banchieri Peirano. Può riassumerci brevemente gli sviluppi di un’indagine che dura ormai da oltre due anni? Grazie alle investigazioni fino ad oggi effettuate - e per quello che mi è consentito dichiarare dal momento che il processo è ancora in corso – abbiamo scoperto che la famiglia Peirano avrebbe truffato dai 300 ai 500 milioni di dollari. Trasferendo i soldi dei risparmiatori, attraverso un gruppo finanziario e con l’aiuto di prestanome, in una banca che non esisteva situata in un paese off-shore all’interno di un conto segreto. Da qui i soldi venivano prelevati dai Peirano che li convertivano in altri tipi di società, supermercati, imprese di trasporto… La latitanza di Juan Peirano dura ancora oggi? Sì, Juan Peirano è latitante da due anni. E stando a quanto mi ha dichiarato suo padre, essendo egli uno dei maggiori azionisti del Banco avrà sicuramente tentato di salvaguardare il proprio patrimonio e quello della famiglia. Non ci sono indizi che portano sulle sue tracce? Non ci sono indizi certi. Solo speculazioni. Si dice che potrebbe essere rimasto in Uruguay, che potrebbe essersene andato dal Paese, che potrebbe essere in Europa oppure negli Stati Uniti. E’ ricercato su scala internazionale? Sì, su scala internazionale. Dall’Interpol, dalle autorità uruguayane… che per il momento, però, non hanno raggiunto in questo senso alcun risultato. Lei pensa che la sua latitanza possa essere protetta da alti vertici o da organizzazioni che potrebbero avere cointeressenze nella truffa del Banco di Montevideo? Mi riferisco, per esempio alla mafia internazionale o alla massoneria. Questo lo possiamo soltanto presumere. Non abbiamo certezze, ma è chiaro che non è affatto facile per un singolo individuo riuscire a sfuggire alla giustizia per un tempo così lungo. I familiari di Juan Peirano, quelli rimasti in Uruguay, hanno confessato di aver partecipato alla truffa o si professano innocenti? Loro parlano di un errore commesso dai giudici e sostengono che in futuro la verità verrà a galla. Non c’è, secondo lei, alcuna possibilità che possano pentirsi e collaborare con la giustizia? Naturalmente in cambio di una riduzione di pena. In Uruguay il fenomeno del pentitismo non esiste. La situazione, in questo senso, è molto differente rispetto all’Italia. Ma il pentitismo non è diffuso solo in Italia. Molti collaboratori esistono anche negli Stati Uniti. La mentalità nel nostro Paese è decisamente diversa sia dall’Italia che dagli Stati Uniti. Non ci sono leggi che tutelino il criminale che decida di confessare i propri delitti e il timore è che molti delinquenti sfruttino questa via per far ricadere le proprie colpe su terze persone e tentare di “uscirne puliti”. Ma è proprio per evitare questo che le rivelazioni dei pentiti vanno riscontrate con prove, con dichiarazioni incrociate. Lei ha ragione, ma c’è un altro problema da affrontare: quello dell’opinione pubblica. Un fenomeno simile non verrebbe sicuramente accettato dalla maggior parte dei cittadini uruguayani. La truffa orchestrata dai Peirano ha danneggiato anche Paesi vicini all’Uruguay, come il Paraguay o l’Argentina. Ci sono giudici stranieri che hanno collaborato con lei a questa investigazione? Quando iniziammo ad investigare un pubblico ministero paraguayano ci fornì una prova molto importante circa il coinvolgimento nella truffa di un soggetto che era stato ministro degli Interni e ministro della Giustizia in Uruguay. Grazie a quella prova potemmo processarlo. Dott. Eguren, quali sono secondo lei i presupposti che hanno portato al fallimento del piano ordito dai Peirano? Forse una sorta di “delirio di onnipotenza” che ha portato a formulare valutazioni errate. In un Paese con un sistema economico così precario è infatti ovvio che manovre di questo tipo non possano che portare ad un collasso. La crisi argentina può aver influito, secondo lei? Ha influito sicuramente. E purtroppo il danno causato fu impressionante per la regione, per la banca, per il prestigio dell’economia uruguayana che in quel momento sembrava essere in ripresa. Casi come quello dei Peirano non sono certo isolati. Si pensi agli scandali che hanno coinvolto la Enron negli Stati Uniti o la Parmalat in Italia. Come fare per evitarli? Per evitarli occorrerebbe fare, innanzitutto, un lavoro di prevenzione. E in secondo luogo organizzare la giustizia in modo differente. Mi spiego. Io credo che tutto il sistema finanziario debba basarsi essenzialmente sulla fiducia. E perché ci sia fiducia ci devono essere mezzi in grado di controllare veramente i movimenti finanziari e i soggetti che li compiono. Gli individui che solo per ambizione o desiderio di potere violentano le regole della convivenza sociale e del libero mercato commettendo truffe sono difficili da scovare. Ed è proprio questa consapevolezza che li spinge a delinquere. Per contrastarli occorrerebbe, a mio modo di vedere, creare degli organi specializzati nel contrasto a questa forma di criminalità economica, una “giustizia forte”, in grado di reprimere in tempi rapidi questa forma di delinquenza. E mi creda, quando c’è il reale pericolo di essere catturati certe scelte criminali non si fanno più con tanta facilità. Qual è l’ostacolo maggiore in una simile riforma? Vede, noi giudici abbiamo la possibilità di compiere delle investigazioni, ma ci troviamo a vivere una forma di isolamento. Non siamo appoggiati dal sistema e soprattutto quando i casi che investighiamo coinvolgono personaggi di alto livello. Che sono protetti dal potere economico stesso, dai grandi istituti finanziari, da avvocati e via dicendo. Loro hanno tutte le carte in regola per “offendere” il Paese e la gente mentre le nostre armi sono spuntate. A loro, al potere, un sistema come quello attuale fa sicuramente comodo ed è per questo che non è facile cambiarlo. Un reale cambiamento influirebbe positivamente sull’economia del Paese. Certamente. Porterebbe ad uno sviluppo dell’economia paraguayana, ad una crescita della quale beneficerebbe tutta la società. Avete indizi dell’esistenza di altri casi simili a quello dei Peirano? No, se avessimo degli indizi staremmo già lavorando a quei casi. Quanto, secondo lei, il lavaggio del denaro sporco – provento di traffico di droga e corruzione – può influire nel sistema economico di un Paese? In generale dico che può influire moltissimo. Per quanto riguarda i Paesi latinoamericani, però, non credo assolutamente che questo problema si ponga. E semplicemente perché non credo che i Paesi latinoamericani possano essere al centro del lavaggio di denaro sporco. Il denaro si lava dove c’è economia forte e in America latina è chiaro che non è così. Però i paesi dell’America latina possono fungere da ponte. In questo concordo con lei. Il caso a cui lei sta lavorando ha fatto scalpore in tutto il mondo. Per questo credo che lei possa essere considerato una minaccia per i suoi nemici, per quelle persone che, come diceva Giovanni Falcone, fanno parte del gioco grande. Tuttavia lei non ha guardie del corpo. Non ha paura? Le dico solo questo: i giudici in Uruguay si spostano sui mezzi pubblici. Ma i giudici che sono minacciati devono essere protetti. Io credo che le cose che devono succedere succedano e basta. Credo che chi senta veramente il valore della giustizia lo debba mettere in pratica ad ogni costo, senza paure. Tanto, quando è ora che un soggetto fastidioso sparisca, sparisce con o senza scorta. Il caso italiano di Falcone e Borsellino è indicativo. Loro erano protetti, però non riuscirono ad evitare un destino infausto. Una cosa, però, è certa. Alla società hanno lasciato un insegnamento morale: i magistrati devono compiere il loro dovere con vocazione e con amore. Come dei veri guerrieri. La ringrazio. Grazie a lei. |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

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Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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