La Rivista
Terzo Millennio
Terzo Millennio N° 42 Novembre-Dicembre 2004 | Terzo Millennio N° 42 Novembre-Dicembre 2004 |
|
|
|
|
Pagina 3 di 10 Argentina la lunga via del riscatto di Adriana Rossi I nodi vennero al pettine nel dicembre 2001. Giorni di saccheggi, giorni di cacerolazos, di manifestazioni oceaniche di donne e uomini “armati” di mestoli e pentole. Accanto ai poveri, ai disoccupati, agli emarginati, in piazza scese la classe media, che aveva visto svanire nel nulla i propri risparmi, inghiottiti dal sistema finanziario. […] Ci furono morti e feriti. Mentre le immagini delle proteste apparivano sugli schermi di tutto il mondo, il presidente Fernando De La Rúa, personificazione della speranza di un cambiamento, dopo dieci anni di governo di Carlo Saúl Menem , fuggì in modo ignominioso in elicottero dai tetti della Casa Rosada dopo aver presentato le dimissioni. […] In assenza di un vicepresidente (ritiratosi dal suo incarico da più di un anno e mezzo) e data l’impossibilità, a causa dell’emergenza, di convocare le elezioni previste dalla Costituzione, il Parlamento nominò un presidente transitorio. In dieci giorni presero possesso dello scettro presidenziale quattro persone. […] Un’eredità rovinosa Nestor Kirchner, il governatore che veniva dal sud, dalla fredda e ventosa Patagonia arrivò alla presidenza con solo il 22% dei suffragi, in mezzo a una dispersione di voti inusitata. […] Kirchner ricevette un Paese in rovina: un debito estero tra i più alti del mondo; un complesso industriale – in passato invidia di tutta America latina – ormai smantellato; una crisi finanziaria che aveva svuotato le casse dello Stato e le tasche dei cittadini; e poi denutrizione infantile (nel Paese del grano, della soia e della carne), povertà, disoccupazione che favorivano l’ascesa della criminalità; e, per completare il quadro, concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e potentissimi gruppi economici, alcuni nazionali, altri, la maggioranza, costituiti da capitali transnazionali. Una nazione in cui giovani e meno giovani, intere famiglie, riempivano aerei in partenza per l’Europa intraprendendo a ritroso il cammino fatto da genitori, nonni, bisnonni a bordo delle navi degli emigranti. […] Per affrontare una crisi di queste proporzioni, Kirchner con il suo governo doveva ottenere il massimo consenso. E iniziò a conseguirlo dal momento in cui pronunciò il discorso all’atto di investitura: nessuna promessa demagogica, né elucubrazioni economiche che per una decade avevano creato illusioni mentre il Paese si sgretolava. Dopo molti anni, un presidente parlava di nuovo agli argentini di politica in termini ragionevoli e concreti. Cesura con il passato I suoi primi atti mostrarono uno stile peculiare e indussero a pensare che in Argentina stesse iniziando un vero rinnovamento. In qualità di Comandante in capo delle forze armate decapitò i vertici militari: il 50% dei generali fu costretto a presentare le dimissioni. […] Successivamente fu il turno della giustizia, soprattutto della Corte suprema, costituita da magistrati della cosiddetta “maggioranza automatica”: giudici compiacenti senza un curriculum che giustificasse la loro nomina. Amici o simpatizzanti del presidente Menem, garanti della protezione elargita alla sua gestione, mediante una amministrazione clientelista della giustizia – svuotata delle sue reali attribuzioni – e divenuti funzionali alle trame corrotte che il governo menemista aveva generato. E poi venne l’ora delle forze dell’ordine, in particolare della polizia federale e di quella provinciale, la temibile bonaerense, accusata non solo di corruzione, ma di partecipare a veri e propri delitti. Furono promosse indagini, passati minuziosamente al vaglio i commissariati, venne esonerata parte del personale e molti ufficiali sono attualmente sotto accusa d’arricchimento illecito. A sua volta il ministro della Giustizia, Gustavo Beliz, si incaricò di verificare la situazione del sistema penitenziario. Iniziarono a piovere denunce di torture e di delitti commessi agli ordini dei secondini. La società argentina applaudì e lo fece ancor di più quando il presidente decise di dire no alle richieste del Fondo monetario internazionale. Benché riconoscesse il debito affermò di non essere disposto a pagarlo a quelle condizioni e modalità rovinose per la ripresa economica argentina, che si sarebbero sostanziati in una pesante ipoteca sul futuro della nazione. Dopo solo un mese la popolarità del presidente aveva raggiunto l’80%. Solidarietà latino-americana Ricostruire un Paese non è un compito facile. Segnali di ripresa già esistono. Il settore primario si è trasformato in una delle maggiori fonti di ingresso di valuta. Riguardo all’industria, le fabbriche chiuse sono tornate a produrre le merci che prima, con la parità peso-dollaro, conveniva importare. Le statistiche ufficiali parlano della creazione, in nove mesi di governo, di un milione e 900mila posti di lavoro. […] Ciò nonostante, molti sono i contratti “spazzatura”, molti gli impieghi temporanei. E l’Argentina è uno dei Paesi con la giornata lavorativa tra le più lunghe al mondo. I salari sono un riflesso della precarietà, bloccati da anni mentre l’inflazione cresce. Il 55% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà. La denutrizione infantile, che colpiva le province più povere (come quelle del nord), è arrivata alle porte di Buenos Aires. La ricostruzione durerà anni, ammette il governo stesso, che guarda le trattative sul debito estero con crescente preoccupazione. In un messaggio al Parlamento, il Presidente ha denunciato quella che ha definito “la doppiaggine” dell’Fmi e la “continua variazione delle regole, che non conducono a una relazione impostata sulla buona fede”. Nelle trattative punta alto: ai governi creditori ha chiesto una remissione del debito del 75%. Cifre alla mano, il governo può dimostrare che l’Argentina, come altri Paesi dell’America latina, ha pagato più di una volta i prestiti, grazie agli interessi da usura applicati al debito, molto più alti rispetto a quelli stabiliti dal mercato finanziario. Senza l’intenzione di cadere in default, che non aiuterebbe l’Argentina a recuperare la fiducia degli investitori, e con l’avvicinarsi delle scadenze del debito, il governo ha cercato alleati nel continente. Li ha trovati nel Brasile di Lula da Silva e nel Venezuela di Hugo Chávez. In due riunioni ad alto livello a Caracas e a Rio de Janeiro (a febbraio e a marzo di quest’anno), i presidenti sono arrivati ad un accordo per negoziare con l’Fmi il debito estero sulla base di proposte comuni. Con gli stessi presidenti, Kirchner cerca di promuovere e rivitalizzare il Mercosur e la formazione di un blocco latinoamericano che possa, in una posizione di maggior forza, partecipare alle trattative con gli Stati Uniti. Kirchner e Lula hanno chiesto di negoziare l’entrata dei due Paesi all’Area di libero commercio d’America, l’Alca, promossa dai vicini del nord e prevista per il 2005. Le basi sulle quali si firmerà l’accordo sono completamente sfavorevoli. […] Corruzione strutturale La visione latinoamericanista del nuovo governo rompe con anni di politica d’allineamento quasi incondizionato agli Stati Uniti. Un modello […] che non fu solo economico, ma anche sociale, basato sull’individualismo e sulla rottura dei vincoli di solidarietà. E che aprì spazi alla corruzione e all’impunità, spazi dove si perse definitivamente la credibilità delle istituzioni. Gruppi di interesse privati trovarono negli organi statali i propri alleati, i complici, i soci. All’interno si formarono confraternite che utilizzarono i fondi pubblici a fini personali, mentre la magistratura, sottoposta a una riforma ad hoc, non vigilava. La corruzione si propagò dall’alto verso il basso, da congiunturale divenne strutturale, mentre la delinquenza comune, che non usa né colletti né guanti bianchi, aumentava parallelamente con la disoccupazione e la sottoccupazione. […] Il nuovo governo, cosciente della necessità di recuperare il senso della legittimità dello Stato e dei suoi organi, ha lanciato una crociata contro la corruzione radicata nelle istituzioni, in presenza della quale crescita economica, ingresso di valuta estera, aumento delle esportazioni, accordi con i creditori non saranno sufficienti a dare alla luce una nuova Argentina. CRIMINALITA’ E POTERE Con l’aggravarsi della crisi e l’aumento della disoccupazione […] i furti sono aumentati a dismisura. Si ruba di tutto: dalle automobili alle biciclette, dai cavi della luce alla targhe delle porte, dalle scarpe da ginnastica di marca alle statue di bronzo dei parchi, ai pochi soldi trovati in casa dei pensionati. E spesso mentre si ruba si uccide, oppure si tortura o si violenta, perché quando si è disperati tutto sembra permesso. Sequestri “express” I delinquenti sono sempre più giovani – alcuni sono bambini – e sempre più feroci. Alcuni settori della società sollecitano mano dura e, per i minori, chiedono la riduzione del limite d’età della responsabilità penale a 14 anni. […] Ladri e rapinatori non sempre formano grandi bande. Spesso agiscono in piccoli gruppi di due o tre persone. In questo universo sono comparse le donne, solitamente nel ruolo di supporto, ma a volte – i casi sono in aumento – le più giovani e audaci formano piccole gang, nelle quali gli unici uomini ammessi sono ragazzetti con il ruolo di comprimari. Gli obiettivi preferiti sono i piccoli negozi e le case, e se qualcosa va storto non si esita a fare ostaggi. Le grandi bande invece, quelle formate da criminali esperti, si dedicano ad altre attività più lucrose, come le rapine alle banche, ai mezzi blindati per il trasporto delle valute, ai furti di camion e di automobili. Molti cittadini, persa la fiducia nelle banche, hanno iniziato a conservare i risparmi “sotto il materasso”, come usavano fare i nonni. Pochi soldi, ma tutti in casa. Ciò ha favorito la pratica dei “sequestri express”. A volte senza nessun piano prestabilito, con un alto grado di improvvisazione, seguendo l’istinto e basandosi su dati esteriori (tipo di auto o abbigliamento), gli autori di questo genere di crimine scelgono per strada la persona da rapire, per chiedere riscatti di 5mila dollari, come anche solo di 500 o 300. Con una modalità violenta e rapida, il sequestro è realizzato in pieno giorno da delinquenti di piccolo calibro. Le grandi bande, invece, sequestrano imprenditori, professionisti di alto livello, familiari di giocatori di calcio e di personaggi dello spettacolo. Alcune bande sono famose, come quella del Negro Sombra, e si avvalgono della complicità di ufficiali di polizia, che “liberano la zona” dalla presenza di colleghi mentre avviene il sequestro o durante i successivi trasferimenti, o che arrestano, per depistare, poveri diavoli estranei ai fatti. La partecipazione di elementi delle forze dell’ordine, benché scandalosa, non è sorprendente. È parte di una trama di corruzione e impunità retaggio di un passato che non vuole morire e caratterizzato da simbiosi tra gestione del potere e crimine organizzato. La bonaerense come la cupola Sottoposta alle indagini volute dal presidente Kirchner, la polizia è considerata un covo di corruttela […] il suo modus operandi è strutturato in modo tale da poter essere paragonato all’operato di una organizzazione “mafiosa”. Le accuse formulate includono la polizia federale, ma sono soprattutto rivolte ai corpi di polizia provinciali, con particolare riferimento alla polizia di Buenos Aires. La “Bonaerense”, come tutti la conoscono, nel 1995 venne definita dal proprio governatore Eduardo Duhalde come la “migliore polizia del mondo”. Duhalde non tardò molto a rettificare una dichiarazione che tutti sapevano essere priva di fondamento, sollecitata dalle pressioni subite a partire dal raccapricciante crimine commesso ai danni di un fotografo di una nota rivista, José Luis Cabezas, ucciso da delinquenti comuni con la complicità di alcuni agenti di polizia. Da quell’anno la “migliore polizia del mondo” divenne la “polizia maledetta”. Le varie purghe e le riforme applicate non dettero i risultati sperati. È accusata di aver partecipato alla commissione (o all’insabbiamento) di numerosi reati: dallo sfruttamento della prostituzione, allo spaccio di stupefacenti, alle truffe alle assicurazioni etc. Alla frondosa lista bisogna inoltre aggiungere gli eccessi commessi dalla polizia nell’esercizio delle sue funzioni: torture, casi di “grilletto facile”, sparizioni e violenza gratuita nella repressione delle manifestazioni. La polizia ha fatto cassa Le accuse dirette alle forze di sicurezza provinciali si ripetono in tutto il territorio nazionale. All’interno di ogni commissariato esiste una “cassa”. Per mantenerla in funzione si formano gruppi di agenti che partecipano alla commissione di illeciti e vi portano i soldi provenienti da attività irregolari. Una parte della somma raccolta, una percentuale o un ammontare fisso (dipende dalle province), viene distribuito fra i vari poliziotti secondo il grado gerarchico per integrare il misero stipendio. Il resto viene usato per pagare informatori, giornalisti di cronaca nera senza scrupoli, attivisti politici che nei quartieri garantiscono con ogni mezzo i voti ai partiti e, secondo denunce ormai pubbliche, per comprare fedeltà di tipo clientelare o per corrompere il politico o il funzionario di turno. Il meccanismo della “cassa” è l’espressione di una struttura consolidata, che si regge sulla base di una logica istituzionale e in quanto tale indipendente dalle persone fisiche che si avvicendano. Logica istituzionale che affonda le radici ai tempi della dittatura. […] Anche giudici e pubblici ministeri scendono a compromessi con i poliziotti. I politici sono ricattabili perché la polizia può contribuire a innalzare il tasso di criminalità e il conseguente sentimento di insicurezza dei cittadini, generando un malcontento che può penalizzarli alle urne. L’État c’est moi La polizia è un esempio, ma non l’unico, di come le strutture statali furono e continuano ad essere utilizzate a favore di interessi di privati. Esistono altri settori dove condotte delittuose e potere si vanno combinando in forza dell’idea che lo Stato sia qualcosa di personale, uno strumento ad uso e consumo dei potenti. La concezione dello Stato come di una entità ad uso personale trova le sue origini nel potere esercitato dalle dinastie che governano inamovibili le province più povere, quelle meno sviluppate, quelle che si trovano lontane – da un punto di vista geografico, ma anche sociale e culturale – dalla capitale e dalla regione centrale, la pampa umida, polo di sviluppo agricolo e un tempo, industriale. In quelle province, terre di caudillos con un tessuto economico e produttivo poco sviluppato, lo Stato si trasforma nel primo datore di lavoro. Per ridurre lo squilibrio esistente tra province, in un Paese a struttura federale come l’Argentina, lo Stato nazionale effettua trasferimenti di fondi ai governatori locali: questi fondi, però, invece di essere elargiti in base alle esigenze di sviluppo, vengono utilizzati per puntellare la politica del governo centrale, in una logica clientelare. Si premiano governatori amici, si castigano gli appartenenti all’opposizione. Lo Stato perde così la sua funzione originale e si trasforma in una struttura distributrice di prebende, al servizio degli interessi personali di questo o quel politico. L’uso discrezionale dello Stato apre le porte ad ogni genere di illegalità, e soprattutto il potere riesce a garantirsi l’impunità. Tale impunità si consolidò nell’epoca triste e dolorosa dei due anni di governo (1974-1976) della vedova del generale Perón, María Estela Martínez, conosciuta come “Isabelita”, e del suo tenebroso ministro e intimo collaboratore José López Rega, alias “lo stregone”: allora il dissenso politico e sociale era soffocato dalla Triplice A – Alleanza Anticomunista Argentina – antecedente dei grupos de tarea (gruppi di lavoro), che sequestravano gli oppositori e si impadronivano dei loro beni. Gli anni che vanno dal 1976 al 1983 – il periodo dell’ultima dittatura – furono gli anni in cui si formarono gruppi di interesse politici ed economico-criminali. Gli anni dei generali e degli ammiragli, con potere di vita e di morte sui cittadini, inseriti in una rete internazionale di scambi di informazioni e di metodologie del terrore con i governi dittatoriali dell’Uruguay, del Paraguay, del Cile e della Bolivia. Furono gli anni dell’amicizia di Massera, di Suárez Mason, di Bussi – i volti visibili del potere dispotico – con Licio Gelli, il Gran Maestro della Loggia massonica P2, e della costituzione di reti consolidate di traffico di armi e stupefacenti per finanziarsi. Furono gli anni della tortura e dei desaparecidos della cultura e della mentalità di un potere intoccabile e senza limiti. Purtroppo questa mentalità sopravvisse al ritorno della democrazia, grazie alle leggi e all’indulto che lasciarono in libertà quegli uomini che si erano macchiati di crimini contro l’umanità. Anni ‘90 e continuità Lo stile personalista dell’esercizio del potere e l’idea dello Stato come proprietà privata confluirono negli anni 90 nella presidenza di Carlos Saúl Menem, che ereditò reti, contatti e strutture dedite ad affari illeciti. Nei dieci anni del doppio mandato presidenziale, l’Argentina arrivò ad occupare un luogo privilegiato nel ranking internazionale delle nazioni più corrotte, superata solo dalla Nigeria: fondi deviati, lavori pubblici mai realizzati, aziende fantasma, prezzi gonfiati nei contratti pubblici e bustarelle per tutto e per tutti. E così non solo la sicurezza urbana era messa in pericolo dalla criminalità comune, ma settori della classe politica e delle forze dell’ordine violavano le leggi, si rubavano il Paese intero e minacciavano lo Stato di diritto, imponendo riforme ad organi e istituzioni statali, come la Corte suprema di giustizia e la Dogana, per sottoporli al proprio controllo. Oggi, con un governo che dell’etica ha fatto una bandiera, vale la pena interrogarsi sulla possibilità di estirpare fenomeni radicati: purtroppo nessuno sa quanto sia estesa la rete delittuosa dentro e fuori lo Stato e se le organizzazioni che la costituiscono sono così profondamente strutturate da garantire la propria permanenza nel tempo. MALOS AIRES Il signore dei cieli A dicembre del 1999 atterrarono all’aeroporto di Ezeiza (Buenos Aires) funzionari della Direzione delle dogane, del Dipartimento di giustizia e della Riserva federale degli Stati Uniti, accompagnati da agenti della Cia, dell’Fbi e della giustizia messicana. Il loro arrivo era in stretta relazione con l’operazione “Casablanca”, condotta in Messico seguendo le tracce del denaro di una delle più potenti organizzazioni criminali di quel Paese. I vincoli tra il cartello di Juárez e l’Argentina si stabilirono tra il 1996 e il 1997, quando Amado Carrillo Fuentes, il capo del cartello, partì per un viaggio tra Cile e Argentina con scalo a Cuba, prima del ritorno in Messico, dove apparentemente morì pochi mesi dopo, durante un intervento chirurgico. Il “Signore dei Cieli”, come era chiamato per l’imponente flotta di velivoli di sua proprietà, avrebbe voluto modificare le sue fattezze, nel tentativo di sfuggire alla polizia e all’Interpol, dopo l’arresto del suo protettore Jesús Gutiérrez Rebollo, lo zar antidroga messicano. C’è chi afferma che morì in seguito all’intervento, altri insinuano che Carrillo Fuentes sia vivo: sequestrato dalla Dea (Drug Enforcement Administration), sarebbe divenuto uno dei suoi informatori. A partire da quegli anni si stabilì una rete di riciclaggio tra il Messico e l’Argentina. Fino al 1999, i nuovi capi del cartello avrebbero introdotto nel Paese circa 25 milioni di dollari. Tredici milioni sarebbero stati utilizzati per acquisto di terreni e altri beni immobili in una zona vicino a Mar del Plata. Dopo la pubblicazione di questa notizia, non si sentì più parlare del cartello fino al febbraio del 2004 […]. Gli affari di Victoria Ma anche altre organizzazioni criminali hanno utilizzato il suolo argentino per riciclare capitali sporchi. Un altro caso, emerso nel 1999, fu quello di Victoria Henao Vallejo, la vedova di Pablo Escobar Gaviria, il leggendario capo del cartello di Medellín ucciso in Colombia nel 1993. Victoria Henao Vallejo arrivò in Argentina con una identità nuova rilasciata dal governo colombiano per proteggerla dalla persecuzione dei nemici di Escobar. Le autorità argentine, il presidente Menem in primis, benché fossero a conoscenza di chi fosse la signora in questione – nonostante le smentite ufficiali poco credibili – le concessero la residenza come immigrante. La vedova di Escobar si stabilì a Buenos Aires e si dedicò al mercato immobiliare, con operazioni realizzate mediante una società con sede in Uruguay. Prima di essere “scoperta”, Henao Vallejo aveva concluso transazioni commerciali per 3 milioni di dollari, provenienti, sembra, dal capitale accumulato da suo marito con il traffico di droga. Nessuno può escludere che anche altri cartelli operino in Argentina, Paese segnalato più volte dalle agenzie antidroga internazionali come sede di riciclaggio. Si è lavato certamente il denaro del cartello di Cali; quello di un personaggio famoso in tutto il mondo per essere trafficante di armi e di droga, il siriano Monzer al-Kassar; quello di alcuni sceicchi arabi; e si lava, nel massimo silenzio, il denaro proveniente dalla ’Ndrangheta, che in una determinata fase, si dice, utilizzò con questi fini il Banco de la Nación Argentina, ossia la banca di Stato. Il triangolo lava più bianco Sono molti i fattori che hanno inciso su questa situazione prodottasi durante gli anni 90, quando si concesse l’apertura ai capitali stranieri per la necessità di mantenere un modello basato sulla speculazione finanziaria. […] La mancanza di una legge adeguata sul riciclaggio, rinviata fino all’anno 2000 e le agevolazioni concesse agli investimenti in beni immobiliari soprattutto al sud, nella Patagonia, contribuirono a creare uno scenario propizio al lavaggio di capitali provenienti da traffici di diversa natura. Fu in questa situazione che arrivarono in Argentina personaggi molto discussi a livello internazionale. Uno di loro era il banchiere Gaith Pharaon, del Bank of Commerce and Credit International (Bcci), chiuso per essere l’istituto finanziario in cui venivano depositati i capitali provenienti da traffici d’armi e di stupefacenti, i fondi di gruppi guerriglieri e di terroristi di differenti nazionalità e quelli dei servizi segreti, usati per azioni non ufficiali. Gaith Pharaon ottenne il permesso di costruire e inaugurare il Hyatt Hotel di Buenos Aires, probabilmente a scopo di riciclaggio, in società con Alberto Kohan, segretario generale della Presidenza della Nazione durante l’epoca menemista, attualmente sotto inchiesta per questo legame compromettente. Per il riciclaggio si erano formate delle triangolazioni tra banche e compagnie finanziarie locali, società fantasma preferibilmente con sede in Uruguay – nazione in cui il segreto bancario è tra i più ferrei al mondo – e con la partecipazione di altre banche, non solamente dei paradisi fiscali, ma anche degli Stati Uniti (come il rinomato Citibank, associato al Citicorp, o il gruppo Morgan). Le triangolazioni esistenti funzionavano come vie a doppio senso: per “importare” capitali da riciclare e per “esportare” capitali ottenuti da affari illeciti: traffico di droga, armi, oro. E tangenti: si calcola in 10 milioni di dollari l’ammontare delle bustarelle circolate durante il processo di vendita delle aziende statali. Si vincolarono a queste reti di riciclaggio banchieri come i Rohm e operatori finanziari come Aldo Ducler, assessore di Palito Ortega, ex governatore della provincia di Tucumán e candidato alla vicepresidenza della nazione con Carlos Menem […]. Via di transito e produttore L’Argentina si trova inserita, benché con un ruolo di secondaria importanza, nella rete internazionale del narcotraffico. In primo luogo è un Paese di consumo di stupefacenti, che aumenta anno dopo anno in forma esponenziale. Marijuana, cocaina, pasta basica, amfetamine e droghe da laboratorio come l’ecstasy sono le sostanze illegali di maggiore diffusione, assieme alla colla, la droga dei poveri. L’Argentina è poi una via di transito del traffico internazionale di cocaina. Sfruttando i corridoi commerciali esistenti, la coca prodotta in Colombia e in Bolivia – con la quale l’Argentina condivide una frontiera molto porosa, fatta di montagne e foreste – giunge in Europa (specie in Spagna, Italia e Germania), in Sudafrica e in Australia. La cocaina viene trasportata per via terrestre e sui grandi fiumi, dove navigano navi d’oltremare che attraccano nei porti cerealicoli delle province del centro-nord, in mano ad aziende private e dove il controllo dello Stato è solo occasionale. Parte della cocaina intraprende in seguito il viaggio attraverso la cordigliera andina per il Cile. Il transito dell’eroina è considerevolmente in aumento verso gli Stati Uniti, come risulta dai dati dalle forze dell’ordine. L’anno scorso, durante l’Operazione Santa Fe’ furono sequestrati 160 chili di eroina pura per un valore calcolato in 15 milioni di dollari. La marijuana invece entra in territorio argentino per il mercato interno e per quelli del Brasile, dell’Uruguay e del Cile. Viene dal Paraguay in quantità sempre maggiori. Lo scorso anno ne furono sequestrati 58mila 348 chili, il 30% in più rispetto al 2002. Le province maggiormente coinvolte sono Jujuy e Salta. In quest’ultima è stata denunciata l’esistenza di numerose piste d’atterraggio utilizzate da piccoli velivoli di proprietà di narcotrafficanti. Addirittura le strade normali a volte vengono usate come piste multiuso per voli privati. Se l’Argentina è sempre stata territorio di transito della droga, negli ultimi anni si è trasformata, seppure in scala ridotta, in un Paese produttore. Si coltiva marijuana nelle province del nord, Tucumán, Salta, Misiones, Corrientes e in alcune località della Patagonia come nella provincia di Chubut. Si stanno poi diffondendo i laboratori per la produzione: i primi ritrovamenti riguardavano la produzione di ecstasy, poi venne il turno della cocaina, elaborata con la pasta base di provenienza boliviana. In cinque anni si sono scoperti 23 laboratori, 8 dei quali nel 2003, con una capacità produttiva di 150 chili all’anno. Terra di nessuno Se la frontiera con la Bolivia è considerata critica, ne esiste un’altra che suscita una certa preoccupazione soprattutto da parte degli Stati Uniti: la triplice frontiera. Zona di confine di tre Paesi (Paraguay, Brasile e Argentina), è il regno dell’illegalità. Situata in una zona circondata dalla foresta, meta del turismo per le magnifiche cascate del fiume Iguazú, ospita traffici di tutti i tipi specialmente in città come la brasiliana Foz do Iguazú e la paraguaiana Ciudad del Este, unite mediante un sistema di ponti all’argentina Puerto Iguazú. A Ciudad del Este si contrabbanda di tutto, dagli elettrodomestici alle automobili rubate, dagli stereo ai computer. Ma ciò che più inorridisce è il traffico di esseri umani: bambini venduti per adozioni irregolari, per l’espianto di organi o per il mercato della prostituzione. Per la triplice frontiera passano la marijuana per il Brasile e l’Argentina e le armi leggere introdotte di contrabbando da elementi della polizia e dell’esercito argentino destinate alle favelas di Rio de Janeiro, controllate dai narcotrafficanti. Si parla della presenza di gruppi vincolati alle triadi cinesi e i servizi segreti nordamericani sospettano la presenza di cellule dormienti dei gruppi terroristici islamici quali Hamas, Hizbollah e al Gamatt, gruppi che sarebbero presenti anche in altre parti del continente come nella venezuelana Isla Margarita, a Trinidad e a Tobago. L’Argentina è già stata teatro di attentati di matrice islamica: nel 1992 venne colpita l’ambasciata di Israele a Buenos Aires con più di venti morti; nel 1994 una bomba fu detonata nella Asociación Mutual Israelí Argentina (Amia) con un bilancio di più di 80 vittime. In entrambi i casi gli obiettivi erano Israele e la comunità ebraica argentina, la seconda in ordine di importanza nel continente americano, dopo quella statunitense. Nel caso della Amia, le indagini conducono ufficialmente all’Iran, che si sarebbe vendicato dell’allineamento incondizionato dell’Argentina con la politica nordamericana. Altre piste, non ufficiali, portano invece verso la Siria, Paese di origine di Menem e dei parenti di sua moglie, gli Yoma, tutti molto vicini alla famiglia del presidente siriano e al trafficante al Kassar. Questi nacque in Yabrud, la stessa località da cui provengono i Menem e gli Yoma. Se la seconda pista fosse quella giusta, ci troveremmo di fronte ad un altro tipo di movente: la vendetta contro un mancato impegno del presidente Menem, quello di consegnare alla Siria e ad altri Paesi mediorientali tecnologia nucleare e missilistica in possesso dell’Argentina, in cambio di fondi neri per la campagna elettorale, fondi che ricevette non solamente dal governo siriano, ma anche dall’Egitto e dalla Libia di Gheddafi. Secondo le informazioni dei servizi segreti, gli autori dell’attentato sarebbero passati per la triplice frontiera, dove risiede da moltissimi anni una numerosa comunità islamica di immigrati libanesi e palestinesi. Per quel che riguarda le armi, quelle leggere non sono le uniche ad essere oggetto di contrabbando. L’Argentina si è inserita in un circuito di triangolazioni che vede ricorrere vari Paesi europei – ma non solo –, impossibilitati a vendere armi in forma legale a determinati governi o fazioni in lotta, alla falsificazione della destinazione dei rifornimenti, che poi vengono deviati verso i luoghi realmente previsti, con il beneplacito, pagato a caro prezzo, dei governi che appaiono in qualità di compratori. I fucili e le munizioni usciti dalle fabbriche militari argentine controllate dal ministero dell’Economia si trovano nei mercati neri di varie parti del mondo e sono state introdotti in Paesi come Sri Lanka e l’Iran o in Croazia durante la guerra della ex Jugoslavia, quando vigeva l’embargo internazionale. Per occultare le prove di questi contrabbandi fu fatta esplodere una fabbrica militare di Río Tercero che produceva munizioni: dall’esplosione derivò un bombardamento di proiettili su una località vicina agli impianti, che provocò morti e feriti. L’omicidio del delfino In questo quadro fatto di scandali, corruzione e traffici illeciti, non potevano mancare le morti sospette: suicidi reali e fittizi, incidenti misteriosi, cadaveri eccellenti di funzionari di alto rango, perfino quello del figlio del presidente Menem, Carlos Menem jr., morto per la caduta dell’elicottero da lui pilotato. I testimoni sparirono in misteriosi incidenti stradali o uccisi a colpi di pistola da ladri che non rubarono nulla. La madre non accettò mai la versione della disgrazia e affermò che suo figlio fu ucciso perché sapeva troppo dell’entourage del padre coinvolto in affari loschi. Altri a voce bassa dicono che Carlito volle mettersi in proprio e per questo lo eliminarono, altri ancora che la sua morte fu l’espressione di una guerra in stile mafioso tra gruppi in contrasto all’interno dello stesso governo. Furono coinvolti in questi scandali presidente, vicepresidente, ministri, segretari, funzionari di tutti i livelli, familiari, amici, uomini d’affari, diplomatici. Parlare di loro è parlare del passato. Tutti i personaggi più famosi, Menem per primo, immischiati in storie scandalose, non occupano più posti di potere o sono morti come il capo della mafia in Argentina, Alfredo Yabrán, amico e prestanome dell’ex presidente, degli uomini del cartello di Cali, di Monzer al Kassar. La nuova amministrazione ha inaugurato una nuova forma di fare politica, cercando di recuperare il senso etico nel governare. Se sarà in grado di smantellare reti criminali tanto ramificate è ancora presto per dirlo. Tratto da Narcomafie |
| < Prec. | Pros. > |
|---|
In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
|
| Leggi tutto... |
|
Gioco criminale |
|
Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
| Home |
| Redazione |
| Scrivici |
| La Rivista |
| Informazione |
| Abbonamenti |
| Dossier |
| Documenti |
| Link |