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Terzo Millennio N° 31 Maggio 2003 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 31 Maggio 2003
La guerra dell'Impero Good Morning Iraq
Prima e dopo l'attacco all'Iraq
Costi della politica?
Percorsi di lettura


Costi della politica?
di Massimo Brugnoli

Qualcuno si preoccupa per la commissione d’inchiesta su Tangentopoli. Sarò incosciente, ma non vedo l’ora che la facciano. Così potrò essere sentito. E raccontare qualche esempio di quelli che oggi chiamano “costi della democrazia” e che allora si chiamavano semplicemente tangenti. Ho in mente un nostro imputato che la sera si coricava con due signore. Per carità, nessuna prevenzione. Ma non vedo perchè le signore le dovessimo pagare noi. Tanto più che certi vizi sono dispendiosi.
Piercamillo Davigo, 21/01/2003


Da quando la premiata ditta della “disinformacija” ha cominciato l’opera di falsificazione della storia di Tangentopoli, uno dei ritornelli più frequenti riguarda i cosiddetti “costi della politica”, nome con il quale vengono oggi tradotti i finanziamenti illeciti ai partiti. Secondo questa vulgata, la corruzione non esisteva; vi sarebbero solo stati degli innocenti finanziamenti che magari qualcuno si dimenticava di iscrivere a bilancio, ma essi sarebbero stati necessari per finanziare l’attività dei partiti e, quindi, la democrazia.
In realtà, le cose non stanno affatto così.
La legge attuale sul finanziamento pubblico dei partiti risale al 1974 (successivamente modificata, in parte, nel 1981) e coincide con un preciso avvenimento giudiziario: la scoperta, da parte del pretore di Genova Mario Almerighi, di una delle prime Tangentopoli d’Italia, il cosiddetto “scandalo dei petroli”. Ovvero, la legislazione fiscale in materia petrolifera veniva scritta direttamente dall’Unione petrolifera italiana, che a sua volta elargiva miliardi ai partiti di governo. L’inchiesta si concluse però senza conseguenze penali (grazie anche alla Cassazione, che trasferì il procedimento a Roma); le elargizioni in denaro erano incontestabili, ma la classe politica riuscì a spuntarla sostenendo che si sarebbe trattato di contributi a fondo perso, senza alcuna contropartita politica. Quindi, senza alcuna corruzione. Le poltrone dunque erano salve, ma, di fronte agli elettori, la faccia era persa. Ecco allora che i partiti, per recuperare un pizzico di credibilità, approvarono la suddetta legge, che consente assoluta libertà dei contributi dei privati a patto che questi vengano effettuati con criteri di trasparenza. Ovvero, che vengano deliberati dagli organi sociali di competenza e che vengano regolarmente iscritti nei rispettivi bilanci di chi eroga e di chi riceve il finanziamento. Questo proprio affinchè l’opinione pubblica possa conoscere in tempo reale le fonti e le cause dei finanziamenti ai partiti, recidendo alla base ogni sospetto di corruzione.
Coloro che affermano che i finanziamenti illeciti fossero “costi della democrazia” e “necessità della politica”, dunque, mentono. La politica (e soprattutto i grandi partiti) ha sempre avuto la possibilità di finanziarsi come e quanto voleva, attingendo, oltre che dal finanziamento pubblico, da quello dei privati, purchè lo facesse secondo criteri di trasparenza. Ecco perchè gli eredi dei partiti travolti da Mani Pulite farebbero bene a risparmiarci la solfa del finanziamento illecito come reato minore, quasi un evento ineluttabile della vita democratica. Furono loro a varare la legge che regola la materia, e mai se ne lamentarono prima che il “mariuolo” (come lo definiva qualcuno) Mario Chiesa fosse preso con le mani nella marmellata. E poi, a che scopo costituire fondi neri e occultare finanziamenti (sapendo di commettere un reato) quando la cosa potrebbe essere fatta, senza rischiare conseguenze penali, alla luce del sole? E’ evidente che da nascondere vi era ben altro che non dei disinteressati contributi frutto di una genuina passione politica. Soprattutto quando questi venivano da aziende che operavano frequentemente con la pubblica amministrazione. Anche perchè, sarà una coincidenza, ma è proprio durante gli anni ottanta, quando imperversava la classe politica poi affogata in Tangentopoli, che si è costitutito quel debito pubblico che ancora oggi costituisce la vera spada di Damocle sul futuro del Paese (e che, alla faccia di Maastricht, supera ancora abbondantemente il 100% del PIL): basti pensare che solo dal 1983 all’87 il debito passò da 350mila a 776 mila miliardi! E l’anno peggiore per i conti dello stato fu proprio il 1992. A questo proposito Guido Rossi, docente di diritto amministrativo ed ex presidente della Consob, ha detto: “Il fatto è che a Mani Pulite dobbiamo in realtà la salvezza di un sistema che poteva esplodere. Voglio dire, se l’Argentina avesse avuto Mani Pulite non sarebbe probabilmente nella situazione in cui si trova oggi. Mani Pulite ha avuto perciò una funzione salvifica del capitalismo: non lo ha distrutto ma lo ha salvato, perchè ha evitato in qualche modo che la crisi peggiorasse, che l’illecito diventasse la consuetudine del mondo degli affari”.  E ancora: se veramente i finanziamenti occulti finivano nelle disponibilità dei partiti e non nelle tasche di qualche “mariuolo”, come mai al crollo dell’Impero i medesimi partiti, anzichè navigare nell’oro, affogavano nei debiti?
Inoltre la storia di Mani Pulite non è solo una vicenda di finanziamenti illeciti, anzi. Sono state emesse numerose condanne per corruzione, molte delle quali definitive. Il complesso delle tangenti pagate in Italia è stato stimato in almeno l’uno per cento del totale delle somme movimentate da stato, regioni, province, comuni ed enti pubblici vari in occasione di contratti di costruzione e di fornitura di cui gli stessi siano stati parte. Una cifra enorme. In alcuni processi si parla addirittura di magistrati corrotti e di sentenze comprate a suon di bigliettoni: costi della politica? E poi c’è il reato più odioso: la concussione, ovvero l’estorsione compiuta da un pubblico ufficiale. Non dimentichiamo che Mani Pulite nacque non, come dice oggi qualcuno, dai progetti rivoluzionari di qualche pm, bensì dalla ribellione di un piccolo imprenditore, Luca Magni, che non era più disposto a sopportare le angherie dei partiti.
In ogni caso il finanziamento illecito, anche quando non mascheri reati più gravi (come la corruzione o la concussione, financo la bancarotta fraudolenta: vedi Ambrosiano e conto Protezione), è tutt’altro che acqua fresca. Come ha spiegato Piercamillo Davigo (Micromega 1/2002, pag143): - Ora, la gran parte del denaro di Tangentopoli (perchè poi c’è anche quella impiegata ai fini propriamente privatistici) e gabellato come “costo della democrazia” non è stata utilizzata per la propaganda del partito ma per le lotte interne di partito, per la creazione di tesserati fittizi, che non pagavano la tessera di tasca propria e che nella stragrande maggioranza dei casi neppure sapevano di essere iscritti[...]Perciò, in un sistema di corruzione diffusa di questo genere, non esiste una reale differenza tra corruzione a fini personali e la corruzione a fini di lotta politica, perchè il denaro investito in tessere false è come se fosse investito in azioni o in titoli di Stato: più denaro dà luogo a più potere, che dà luogo a cariche maggiori, che danno luogo a maggiori entrate di corruzione, in un circuito di investimento economico criminale. Perciò, quando si dice “il costo della politica”, si mente. Non si tratta del costo della politica, ma del costo della carrriera politica di quella singola persona, che è cosa diversa dal confronto fra diverse visioni del mondo...-




 
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