La Rivista
Terzo Millennio
Terzo Millennio N° 31 Maggio 2003 | Terzo Millennio N° 31 Maggio 2003 |
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Pagina 2 di 5 La guerra dell’Impero Good Morning Iraq di Monica Centofante E’ chiaramente rappresentato nelle manifestazioni di piazza sciite l’inganno della dottrina americana sulla “liberazione” dell’Iraq. Fiumi di persone riversati sulla città di Karbala, più di un milione di voci ad invocare i propri profeti e a denunciare il nemico di ieri, Saddam, e quello di oggi, George Bush. <<No agli Usa, no a Saddam, no alla tirannia>>, gridano, <<non più occupazione, imperialismo, sionismo>>, <<se l’America rimarrà avrà da soffrirne>>. Tra di loro Mohammed Jabal, 55 anni, arrivato a Karbala appoggiandosi su un piede solo e su un bastone perché rimasto vittima del terribile scoppio di una mina. Come lui tanti, che, incredibilmente, si definiscono <<usciti da un incubo>> mentre marciano tra i resti di case e palazzi bombardati da un liberatore che poco si cura della loro sicurezza e dell’emergenza umanitaria. Troppo impegnato a tenere sotto pressione il Paese per evitare “ingerenze” di potere che potrebbero disturbare la buona riuscita di un piano già scritto cinque anni fa nel “Progetto per un nuovo secolo americano”, firmato principalmente da Cheney, Rumsfeld, Libby, Wolfowitz, Rodman, Armitage, Bolton, Perle. “Il conflitto non risolto con l’Iraq – si leggeva – costituisce un’ovvia giustificazione per la nostra presenza, ma indipendentemente dal problema del regime iracheno, è necessaria una forte presenza degli Stati Uniti nel Golfo” (1). Come a dichiarare l’assoluta necessità di un’enorme base militare in Iraq per la definitiva conquista del mondo arabo. Un piano portato a termine unilateralmente a dispetto delle regole del diritto internazionale e delle sue organizzazioni come l’Onu che, fino all’ultimo, avevano insistito sull’assoluta mancanza di reali motivazioni che potessero giustificare l’attacco. E dalle pagine dell’Independent on Sunday fonti non dichiarate dei servizi segreti anglo-americani si dicono oggi furibonde con i governi di Washington e Londra che avrebbero contraffatto le informazioni da loro consegnate per ingannare l’opinione pubblica e sostenere propri fini politici. “Armi chimiche: nessuna prova. Armi biologiche: nessuna prova. Armi nucleari: nessuna prova. Missili proibiti: nessuna prova” titola l’edizione del 27 aprile, che riporta le dichiarazioni delle fonti segrete: <<Noi abbiamo detto che l’Iraq non costituiva una minaccia. Ma siamo stati ignorati>>. Perfettamente in sintonia con quanto recentemente ammesso dallo stesso Rumsfeld: <<Nella propaganda militare la disinformazione è parte della guerra>>. Portata avanti prima, durante e dopo le operazioni militari al fine di coprire le reali cause e conseguenze dei conflitti. E a confermare il pieno ritmo con cui procedeva tale campagna le considerazioni riportate il 16 dicembre del 2002 sul New York Times riferite alla possibilità che fosse emanata “una direttiva segreta ai militari americani per condurre operazioni coperte mirate ad influenzare l’opinione pubblica ed i politici nei paesi amici e nelle nazioni neutrali… La proposta ha acceso un’aspra battaglia nell’amministrazione Bush – si legge – sul fatto se i militari dovessero eseguire missioni segrete di propaganda in azioni amiche come la Germania… La lotta, ha detto un funzionario del Pentagono, è sulla ‘comunicazione strategica nel nostro Paese, il messaggio che vogliamo inviare per un’influenza a lungo termine, e come farlo…. Abbiamo le attività e le capacità e l’addestramento per andare in nazioni amiche e neutrali per influenzare l’opinione pubblica. Possiamo farlo senza doverne subire le conseguenze. Questo significa che dovremmo farlo’”. E così tra il travisamento di informazioni reali e l’annuncio di “interventi umanitari”, sul modello già proposto in Kossovo prima e in Afghanistan poi, viene allontanata dagli occhi dell’opinione pubblica la lunga sequela di notizie che comprovano i legami tra l’amministrazione americana e il feroce dittatore Saddam. Legami che passano da rapporti di tipo economico ai finanziamenti per la guerra in Iran degli anni Ottanta. E che vedono coinvolta anche l’Italia nella misura in cui la Banca Nazionale del Lavoro, tramite la filiale di Atlanta, prestò una somma di 4 miliardi di dollari senza garanzia alcuna affinché l’Iraq potesse procurarsi le armi necessarie ad attaccare e gasare i cittadini curdi. Notizia che venne a galla il 5 agosto del 1989 quando in seguito alle denunce di alcuni informatori, agenti dell’Fbi entrarono nella filiale georgiana della Banca e appurarono la genuinità delle notizie ricevute. Tanto che Mario Nesi, allora presidente dell’Istituto di Credito che vedeva il Tesoro retto da Guido Carli suo maggiore azionista, presentò le dimissioni. Dopo averlo quindi finanziato, gli americani, hanno tentato di combattere il regime del rais non solo con il primo attacco sferrato da Bush padre, ma devastando la società civile irachena con la disumana sanzione dell’embargo. Cosa che avrebbe però soltanto rafforzato il dittatore costringendo la popolazione ad affidarsi a lui per sopravvivere. E fornendo alla nuova forza imperialista americana il pretesto per un nuovo attacco. Un gioco di potere che si manifesta oggi nella sua forma più devastante con la formula della guerra preventiva, sinonimo di totale annullamento di quel fragile equilibrio che ha sin qui assicurato la salvezza del nostro pianeta. E che considerate le tecnologie sempre più letali rappresenta una reale minaccia alla sopravvivenza di buona parte dell’umanità. Ne abbiamo parlato con Giulietto Chiesa che nell’assalto all’Iraq vede una sorta di <<avvertimento>> del <<team washingtoniano>>, <<come una guerra ad azione dimostrativa, come un esperimento di disarmo forzato da imporre non solo a uno stato, ma a tutta una serie di stati che potessero osare sfidare la potenza degli Stati Uniti>>. E dal momento che <<le classi dirigenti, in gran parte classi dirigenti americane, che guidano questo processo hanno una psicologia parassitaria e assolutamente suicida, non vedono una componente centrale della crisi attuale: quella che è rappresentata dal fatto che si è ormai giunti al limite dello sviluppo. Questa cecità assoluta rispetto allo stato del pianeta fa sì che questi signori facciano un calcolo largamente suicida, poiché se anche riuscissero nel loro progetto, porterebbero alla fine della popolazione della terra. O comunque ad una situazione tale che le generazioni future dovranno vivere in condizioni subumane, disumane, perché avremo consumato gran parte delle risorse e dovremo fare i conti con un eccesso di popolazione. Si prevedono quindi miliardi di morti e sconvolgimenti inenarrabili, un secolo tremendo nel quale finiranno ogni forma di democrazia, di giustizia e di legge. E’ questo il disegno che appare nel mio ultimo libro Superclan, che è in totale, assoluto e radicale disaccordo con le tesi del libro di Tony Negri che considero una specie di apologia dell’Impero. E’ il destino di tutti gli ultrarivoluzionari che io ho conosciuto nella mia vita: diventare apologeti dell’impero. Dottor Chiesa, la recente guerra all’Iraq è stata anche guerra dell’informazione. Dal momento in cui gli americani, come lei ha avuto modo di dire, scrissero che la forte presenza degli Stati Uniti nel Golfo era necessaria indipendentemente dal regime iracheno c’è stata tutta una preparazione mass-mediatica a questo evento. Lo conferma? Sì, negli ultimi anni, da quando cioè la globalizzazione è diventata anche una “globamediatizzazione” - e quindi il sistema dei media è praticamente tutto in mano all’occidente e in particolare agli Stati Uniti - è chiaro che le operazioni di conquista globale che gli Usa stanno realizzando, vengono preparate e organizzate attraverso un sistema mediatico. Fino a che l’impero non si sarà infatti costituito come un impero globale, definitivo, cosa che mi pare poco probabile, è chiaro che l’amministrazione americana dovrà sempre cercare di motivare i propri atti, di motivarli agli occhi dell’opinione pubblica. E questa motivazione viene costruita con un insieme di operazioni mediatiche che una volta, quando si riferivano all’Unione Sovietica, venivano definite “di disinformazione”. Anche in questo caso, potremmo chiamarle con lo stesso nome o altrimenti descriverle come vere e proprie operazioni di preparazione alla guerra. Secondo lei qual è il reale motivo che si nasconde dietro la bombardamento dell’Hotel Palestine? Il bombardamento si è verificato perché in quel momento l’immagine americana di guerra non era buona. Ci sono state quarantotto ore di grave incertezza in cui gli Stati Uniti non sapevano bene come presentare la situazione al mondo poiché si sono trovati di fronte ad un’informazione che non era prevista: quella delle televisioni arabe, ad esempio Al Jazeera. Queste, infatti, trasmettevano cose non decise dai comandi americani e in quel momento qualcuno ha pensato bene di sferrare un vero e proprio attacco. E non credo siano stati i gradi alti della graduatoria, penso piuttosto ai gradi intermedi che si occupano di comunicazione al Pentagono. Il fine era appunto quello di dare una lezione ai giornalisti per bloccarli. Un discorso, questo, che non si discosta da quanto detto precedentemente, ossia che queste guerre hanno una componente di controllo dell’opinione pubblica molto marcata. Al comando centrale e ai comandi locali in guerra sono state date istruzioni molto precise che si riferiscono alla gestione mediatica dell’immagine ed è chiaro che queste cose vengono gestite in corso di combattimento. E’ come una vera e propria operazione di guerra, solo che invece che svolgersi sul campo di battaglia iracheno si svolge sul campo di battaglia dell’opinione pubblica mondiale. Spostiamo ora il discorso su Saddam. Anche lui, come Bin Laden, sembra essere sparito nel nulla. Alcune notizie, non so quanto fondate, parlano di una sua possibile fuga in Russia considerando che proprio il giorno della sua scomparsa sarebbe stato autorizzato, da Baghdad, un solo volo per Mosca. E dal momento che Condoleeza Rice si trovava lì soltanto qualche giorno prima c’è chi parla addirittura di accordo Saddam-Bush. Lei cosa ne pensa? Lo escludo totalmente. Per fare un accordo di questo genere Bush dovrebbe avere un qualche interesse, che sinceramente non riesco a vedere. Per Saddam, certo, avere salvi la vita e il conto in banca sarebbe sufficiente, ma non vedo quale potrebbe essere il tornaconto americano. Per quanto concerne la fuga di Saddam a Mosca la escludo totalmente per due ragioni. Prima: se io fossi Saddam Hussein Mosca sarebbe l’ultimo posto dove scappare poiché, come ho detto prima, il gruppo dirigente moscovita non potrebbe essere più americano di così e quindi non sarei al sicuro. Seconda: perché Mosca non si metterebbe mai in una simile situazione. Non credo proprio che Putin desideri avere tra i piedi uno come Saddam Hussein se non per consegnarlo un istante dopo agli americani. E’ per questo che tale ipotesi la metto nell’ordine delle probabilità vicino allo zero assoluto. Lei pensa che Saddam sia ancora vivo? Io ritengo che Saddam Hussein sia scappato, sia vivo, e per adesso sia al sicuro. Penso inoltre che la sua mancata uccisione sia, prima di tutto un colpo al prestigio degli Stati Uniti d’America e poi un rischio permanente per Bush. Poiché se lui dovesse in qualche modo raccontare dei suoi rapporti con gli americani l’immagine dell’America stessa verrebbe fortemente lesa. Per quanto concerne Osama Bin Laden, invece, penso che lui sia stato ucciso da tempo, con tutta probabilità nel corso dei bombardamenti di Tora Bora. E penso che se i servizi segreti americani non lo hanno annunciato è perché a loro fa comodo lasciar credere che sia ancora vivo per poter così attribuire a lui tutti gli atti terroristici che verranno successivamente compiuti. Di recente ho avuto modo di leggere che l’Iraq sarebbe stato il primo Paese a dichiarare di voler vendere il petrolio in Euro. A lei risulta questo dato? Sì, il dato è corretto. Più precisamente, però, si è trattato di una dichiarazione di intenti poiché di fatto il petrolio, almeno per il momento, si è sempre commercializzato in dollari. Per giunta poi l’Iraq era legato al programma oil for food, gestito dalle Nazioni Unite proprio in dollari. Parlerei quindi di una dichiarazione di principio degli iracheni che tendevano a dire agli europei: “Guardate che noi nei vostri confronti avremmo un altro atteggiamento”. Non mi pare che dal punto di vista economico abbia avuto degli effetti. Non potrebbe essere stata anche questa una delle motivazioni per cui si è deciso l’attacco all’Iraq? Non credo, anche se la motivazione che riguarda l’Euro in Europa sicuramente ha avuto il suo peso. Non per quanto concerne la decisione irachena di misurare in Euro il loro petrolio, questo non lo credo, ma perché l’Euro da fastidio. Da fastidio lui e da fastidio l’Europa come potenziale concorrente economico. Su questo non ci sono dubbi e basta leggere le dichiarazioni ufficiali contenute nei documenti sulla sicurezza nazionale americana per verificare che gli Stati Uniti progettano, hanno progettato e continuano a progettare un loro nazionale riarmo tendente a stabilire una differenza incolmabile tra qualunque stato o gruppo di stati che possano prima o poi anche lontanamente avvicinarsi alla loro potenza soverchiante. Detto questo è chiaro che gli Usa non considerano possibile e accettabile una Europa che si erga di fronte a loro come un partner di pari livello e quindi programmano operazioni funzionali a sottomettere gli alleati. I loro ottimi rapporti diplomatici con Italia e Spagna sono funzionali anche a questo? Sicuramente sì. L’Italia e la Spagna si sono associate a Blair, alleato tradizionale degli Stati Uniti, nel demolire l’Europa che noi conoscevamo, l’Europa dei quindici. Hanno contribuito a spezzarla in due e quindi ad indebolire la sua capacità di veduta politica e diplomatica di fronte agli Stati Uniti d’America. Se a questo si aggiunge il livello di americanizzazione dei dieci nuovi ingressi nell’Unione Europea è chiaro che la nuova Europa dei venticinque sarà un’Europa più statunitense di quanto non fosse quella precedente. Tornando all’Italia Berlusconi è chiaro che questa andrà ora avanti sulla strada di un’intesa strategica con gli Stati Uniti che rappresenta un do ut des, cioè un appoggio pieno agli americani in cambio di una totale e completa libertà di manovra sul territorio italiano da parte dell’Imperatore. Che questo è lo scambio è ormai evidente. Non so quale sia lo scambio che c’è con Aznar ma, è chiaro che in una simile situazione Germania, Francia e gli altri Paesi europei che vogliono mantenere una certa autonomia avranno molto filo da torcere. Lo dimostrano già le recenti dichiarazioni di Powell, secondo cui la Francia dovrà <<pagare>> la sua presa di posizione contraria agli Stati Uniti sulla questione Iraq. Questo conferma quanto stavo dicendo. Da parte americana mi pare che non ci sia il minimo dubbio sul fatto che gli Stati Uniti siano intenzionati ad andare avanti così come hanno deciso, così come prevede il loro ruolo di conquista mondiale. In tre anni hanno dimostrato di poter condurre una guerra in tempo limitato, così come l’hanno decisa, agendo addirittura da soli, senza la NATO, con l’esclusivo apporto della Gran Bretagna. La loro forza militare è incontestata e incontestabile e sono decisi a usarla in tutte le direzioni. Credo che quanti in Occidente vorranno contrapporsi a questa linea o vorranno cercare di fermare dovranno scontrarsi con una ferrea decisione di questo gruppo dirigente degli Stati Uniti, che non esiterà di fronte a misure di qualunque genere. Bisogna che ci si affretti a capire che gli Stati Uniti attuali non si fermeranno di fronte a nulla, è il potere allo stato puro che tenderà a imporre le proprie scelte senza nessuna mediazione. Dottor Chiesa, quale sarà secondo lei la prossima mossa dell’Impero? Qualcuno sostiene che il prossimo attacco sarà sferrato in Siria, altri parlano dell’Iran. Lei cosa ne pensa? Io ho sempre ritenuto che l’obiettivo principale fosse l’Iran piuttosto che la Siria. Dove si orienteranno successivamente non saprei dire perché ci sono troppi fattori in movimento. Ma ciò che è essenziale capire è che gli americani sono andati in Iraq e ci resteranno con un forte contingente militare, sempre pronti a ritornare in forze. Da lì eserciteranno pressioni di tutti i tipi: militare, politico, diplomatico, negoziale e, come ha detto Condoleeza Rice, “useranno diversi rimedi per diverse malattie a seconda della gravità”. Quindi nessuna opzione è esclusa, neanche quella apertamente militare, anche se sono comunque tante le cose che si possono fare senza che vangano dette: per esempio raid-aerei che colpiscano questo o quell’obiettivo, incursioni o altro. In sostanza, dobbiamo metterci nell’ordine di idee che non assisteremo ad una guerra su larga scala, ma ad una serie di azioni militari, anche più contenute, dirette magari ad uccidere questo o quel leader. Ed è a tali esplicite pressioni, a tali chiare minacce che vengono oggi sottoposti i dirigenti di tutti i Paesi asiatici. Rientra in quest’ottica anche la difficile situazione della Palestina. Certamente. Gli americani sono andati lì per ridisegnare la mappa politica del Golfo, hanno cominciato cancellando l’Iraq come Paese sovrano, trasformandolo in un protettorato americano e la stessa cosa faranno con Palestina, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Emirati Arabi e, come abbiamo già detto, Siria e Iran. Tutti i gruppi dirigenti di questi Paesi sono ora a rischio. E saranno chiamati innanzitutto a dimostrare la loro assoluta fedeltà all’Impero, non solo in termini politici, ma anche in termini di maneggio di fonti energetiche, petrolio in primis. Assisteremo quindi ad una situazione in cui saranno direttamente gli americani, con le loro compagnie, a decidere da soli il prezzo del petrolio, bene del quale l’Iraq, non dimentichiamolo, è il secondo grande produttore potenziale al mondo, dopo l’Arabia Saudita. Questa è la prima cosa, la seconda cosa è che tutti i regimi, quello palestinese incluso, saranno sottoposti a un controllo diretto e molto più ravvicinato da parte degli americani. I quali cercheranno di operare sul governo palestinese una serie di pressioni molto forti per far fuori Arafat, per ridurre le pretese palestinesi a uno Stato militarmente sovrano e per dare a Sharon e a Israele quello che Sharon e Israele volevano e vogliono avere, e cioè una specie di Bantustan israeliano. Una sorta di finto paese sovrano che sarà costruito in termini tali da essere inattivo dal punto di vista economico e da quello dell’autogestione del territorio. In poche parole, un finto stato palestinese che resterà chiuso in una parte esigua dei territori con tutti gli insediamenti colonici in funzione. Praticamente un totale abbandono degli accordi di Oslo. Per fare questa operazione, occorre naturalmente che il governo palestinese sia consenziente ed è questo ciò che si sta cercando di fare. Naturalmente la presenza americana nel Golfo, il futuro controllo di Siria e Iran, renderanno questa operazione più facilmente realizzabile, o almeno così pensano gli americani. La guerra in Iraq quindi prelude, alla fine, delle vere e reali aspettative di uno stato palestinese, questa è la mia nettissima convinzione. Nonostante le dichiarazioni di Sharon che è pronto a fare grandi rinunce, non vedo nessuna grande rinuncia nell’ipotesi di Sharon, non ci sarà nessuna grande rinuncia perché in una situazione del genere i vincitori non regalano niente ai vinti. E in questo caso i vinti sono gli arabi nel loro complesso e i palestinesi in modo specifico, per cui questo è il quadro. Riuscirà questa operazione? Non lo so. Allo stato attuale delle cose, gli americani hanno molte chance di vincere anche questa battaglia. L’Europa e la Russia, che teoricamente potrebbero costituire un baluardo, non mi pare che siano in condizioni di farlo, poiché, come abbiamo già detto, la prima è internamente divisa e la seconda è governata da un gruppo dirigente fortemente legato agli Stati Uniti d’America. La necessità è comunque quella di affrettarsi, poiché l’impero è all’offensiva e ha tutti gli strumenti per mantenersi tale. Questo sempre in vista di un futuro ipotetico scontro con la Cina? Gli americani si stanno preparando in tutte le direzioni, inclusa quella cinese che è naturalmente la più difficile. Ciò che penso io, è che chi ha elaborato queste teorie pensi che tale scontro si possa evitare riuscendo, a distanza di anni, a creare una superiorità strategica e militare così potente che la Cina non oserà contrapporsi. Anche qui, quindi, la politica del bastone e della carota. Gli Stati Uniti cercheranno da una parte di convincere la Cina ad entrare nel circuito americano - cosa che sino ad ora non è avvenuta - e dall’altra si armeranno fin sopra ogni limite di immaginazione per dotarsi di armi tali che, alla famosa data del 2017 - in cui dovrebbe scoccare la scintilla o comunque dovrebbero esserci situazioni di difficile controllo da parte di Washington – saranno in grado di imporre comunque il loro punto di vista. Pensare che tali disegni si realizzeranno è naturalmente un’ipotesi alla quale io non assegno un voto molto alto. Credo infatti che la possibilità che le cose vadano veramente così è bassa perché gli Stati Uniti d’America vivono attualmente una grave crisi economica e sociale che cercano di nascondere con la guerra. Credi che tutti i movimenti pacifisti che stanno sorgendo potrebbero contribuire alla nascita di una nuova presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica mondiale e che questo potrebbe in qualche modo cambiare le cose? Sì. E’ una delle componenti del quadro che l’attuale gruppo dirigente americano non tiene in nessun conto perché, avendo già sottoposto e sottomesso la propria opinione pubblica ai voleri mediatici del potere, egli pensa che tutte le opinioni pubbliche del mondo saranno riconducibili ai disegni del potere americano. E qui si sbaglia poiché l’Impero dovrà fronteggiare, tra le tante difficoltà non previste, quella di un’opinione pubblica occidentale, mondiale, molto ostile ai loro disegni. 1. Giulietto Chiesa, www.disinformazione.it box1 IL CRIMINE DEL SECOLO Le più importanti polizie mondiali e l’Interpol hanno lanciato una gigantesca caccia al tesoro contro quello che è stato definito il “crimine del secolo”. Dal “sacco” di Bagdad non poteva certo rimanere immune il museo nazionale della città. Sono stati trafugati migliaia di reperti di valore inestimabile, tra cui antiche tavole incise con caratteri cuneiformi, i tesori più preziosi come i gioielli d’oro dei sepolcri di Ur, statue sumere, oggetti provenienti da Babilonia e Ninive. Claus Peter Hass, direttore del museo islamico di Berlino, esclude che dietro il saccheggio vi siano semplici collezionisti desiderosi di mostrare nei propri salotti questi reperti antichi. Hass è convinto sia opera della “mafia dell’arte internazionale”, veri professionisti che sapevano esattamente dove fossero custoditi gli oggetti più imporrtanti ed hanno atteso il momento giusto per fare il grande colpo. I tesori sono usciti dal paese varcando la frontiera con la Giordania, dalla quale già al tempo dell’embargo passava petrolio di contrabbando, armi e ogni genere commerciale. Trascorrerà certamente del tempo, forse decenni, prima che i pezzi possano trovare una collocazione sul mercato. Ora saranno molto probabilmente nelle mani di qualche intermediario. Dora Quaranta box2 QUALE LA VERA CAUSA DEI CONFLITTI ATTUALI? In un’intervista concessa da Colin Campbell, il più eminente esperto mondiale di petrolio, a Michael Ruppert, direttore del bollettino From The Wilderness, pubblicata in Italia da Nexus (n.42, 2003), è contenuta la chiave per capire il dispiegarsi degli eventi post-11 settembre. Il petrolio convenzionale, quello cioè più largamente usato fino ad oggi, ancora disponibile è pari a circa mille miliardi di barili. Poiché la popolazione mondiale consuma 80 milioni di barili al giorno, nella migliore delle ipotesi tale tipo di greggio consentirà una sopravvivenza del pianeta solo per altri 35 anni. Il petrolio che rimane è qualitativamente inferiore, di più difficile estrazione con costi di raffinazione ed immissione sul mercato più alti. Stati Uniti, Europa, Russia e Mare del Nord hanno raggiunto ormai la fase di calo di produzione del greggio a differenza dei paesi del Medio Oriente. L’Arabia Saudita e l’Irak toccheranno l’apice produttivo non prima della metà del prossimo decennio. Chi acquisirà il controllo di queste importanti aree potrà godere del dominio su tutta l’economia petrolifera mondiale ed in sintesi di tutta la civiltà umana. <<All’indomani del 2020 – dichiara Campbell – gli Stati Uniti, per far fronte ad una domanda anche analoga a quella attuale, dovranno importare il 90% del loro petrolio e l’accesso al petrolio estero è stato già da tempo dichiarato ufficialmente un interesse nazionale vitale che giustifica l’intervento militare>>. Un paese che è destinato a rivestire un ruolo importante nello scacchiere mondiale e che giocherà con gli Stati Uniti la partita finale della competizione per il petrolio è la Cina. <<Man mano che le sue forniture si esauriscono – conclude Campbell – la Cina ha disperatamente bisogno di importare. Il paese è stato esplorato a fondo e la Cina sarà in competizione con gli Stati Uniti per l’accesso al petrolio straniero; si è già ben assestata in Irak. Questa è la mia analisi>>. Dora Quaranta box3 Rachel Corrie: osservatrice e militante non violenta Nel sud della Striscia di Gaza, campo profughi di Rafah, il 16 marzo 2003, una ruspa dell’esercito israeliano ha travolto e ucciso Rachel Corrie, giovane statunitense di soli 23 anni, osservatrice e militante non violenta (è così che si definisce), venuta in Palestina come volontaria dell’International Solidarity Movement (Ism), movimento impegnato in azioni di interposizione non violenta contro l’occupazione israeliana. Nel villaggio di Rafah il movimento pacifista dell’Ism voleva impedire la distruzione delle abitazioni palestinesi che i bulldozer dell’esercito israeliano erano impegnati a demolire. Dalle riflessive e toccanti lettere rivolte alla madre, la giovanissima Rachel ci dimostra che era coscienziosamente entrata nella realtà profondamente tragica ed ingiusta che quel popolo innocente stava subendo, scrive: “Mi trovo in mezzo a un genocidio che indirettamente anch’io sto sostenendo e del quale è responsabile in gran parte il mio governo”. Cosciente anche di essere una persona libera e fortunata confronta la sua felice situazione con quella ingiusta a cui il popolo palestinese era sottoposto e scrive ancora: “E poi posso sempre andarmene, io. Nessuno della mia famiglia è mai stato colpito, mentre era al volante della sua macchina, da un razzo sparato dalla torretta in fondo a una casa. Sono libera di andare a vedere il mare quando voglio”. Così decide di proteggere quelle famiglie sotto assedio che erano indifese, senza colpa e disarmate come lo era anche lei, quando è stata ingiustamente travolta subendo ferite letali alla testa e alle gambe mentre cercava, con amore disinteressato, di difendere le dimore famigliari palestinesi con le quali aveva convissuto per due mesi. Come mostrano le fotografie e da ciò che ci riportano i suoi amici, testimoni oculari dell’evento, la coraggiosa pacifista indossava una giacca arancione fluorescente e parlava al megafono per cui era perfettamente visibile al soldato del bulldozer israeliano che ha continuato il suo percorso senza pietà.Il guidatore non l’ha soccorsa ma lo ha fatto il medico palestinese la cui casa doveva essere demolita, oggi l’uomo è sotto shock. Per il governo istraeliano si è trattato di “un incidente” promettendo, però, in aprile un’indagine su richiesta degli Stati Uniti. Nella lettera del 27 febbraio 2003 scrive: “Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente avrò degli incubi e mi sentirò continuamente in colpa di non essere più lì, ma potrò usare queste emozioni per lavorare più sodo. Venire qui è una delle cose migliori che io abbia mai fatto”, da questa sola frase si può comprendere la bellezza interiore che Rachel custodiva ed era sempre pronta a donare al prossimo. L’umanità ha perso un’altra perla preziosa. Licia Lucarelli box4 Lettera aperta a George W. Bush di mons. Robert Bowman, vescovo di Melbourne Beach in Florida, già tenente colonnello e combattente nel Vietnam. “Racconti la verità al popolo, signor Presidente, sul terrorismo. Se le illusioni riguardo al terrorismo non saranno disfatte, la minaccia continuerà fino a distruggerci completamente. La verità è che nessuna delle nostre migliaia di armi nucleari può proteggerci da queste minacce. Nessun sistema di Guerre Stellari (non importa quanto siano tecnologicamente avanzate nè quanti miliardi di dollari vengano buttati via con esse potrà proteggerci da un’arma nucleare portata qui su una barca, un aereo, una valigia o un’auto affittata. Nessuna arma del nostro vasto arsenale, nemmeno un centesimo dei 270 miliardi di dollari spesi ogni anno nel cosiddetto “sistema di difesa” può evitare una bomba terrorista. Questo è un fatto militare. Signor Presidente, lei non ha raccontato al popolo americano la verità sul perché siamo bersaglio del terrorismo quando ha spiegato perché avremmo bombardato l’Afghanistan e il Sudan. Lei ha detto che siamo bersaglio del terrorismo perché difendiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani nel mondo. Che assurdo, signor Presidente! Siamo bersaglio dei terroristi perché, nella maggior parte del mondo, il nostro governo difende la dittatura, la schiavitù e lo sfruttamento umano. Siamo bersaglio dei terroristi perché siamo odiati. E siamo odiati perché il nostro governo ha fatto cose odiose. In quanti Paesi, agenti del nostro governo hanno deposto dirigenti eletti dal popolo, sostituendoli con militari-dittatori, marionette desiderose di vendere il loro popolo a corporazioni americane multinazionali? Abbiamo fatto questo in Iran quando i marines e la Cia deposero Mossadegh perché aveva intenzione di nazionalizzare il petrolio. Lo sostituimmo con lo scià Reza Pahlevi e armammo, allenammo e pagammo la sua odiata guardia nazionale Savak, che schiavizzò e brutalizzò il popolo iraniano per proteggere l’interesse finanziario delle nostre compagnie di petrolio. Dopo questo sarà difficile immaginare che in Iran ci siano persone che ci odiano? Abbiamo fatto questo in Cile. Abbiamo fatto questo in Vietnam. Più recentemente, abbiamo tentato di farlo in Iraq. E, è chiaro, quante volte abbiamo fatto questo in Nicaragua e nelle altre Repubbliche dell’America Latina? Una volta dopo l’altra, abbiamo destituito dirigenti popolari che volevano che le ricchezze della loro terra fossero divise tra il popolo che le ha prodotte. Noi li abbiamo sostituiti con tiranni assassini che avrebbero venduto il proprio popolo per ingrassare i loro conti correnti privati attraverso il pagamento di abbondanti tangenti affinché la ricchezza della loro terra potesse essere presa da imprese come la Sugar, United Fruits Company, Folgers e via dicendo. Di Paese in Paese, il nostro governo ha ostruito la democrazia, soffocato la libertà e calpestato i diritti umani. E’ per questo che siamo odiati intorno al mondo. Ed è per questo che siamo bersaglio dei terroristi. Il popolo canadese gode di democrazia, di libertà e diritti umani, così come quello della Norvegia e Svezia. Lei ha sentito mai dire che un’ambasciata canadese, svedese o norvegese siano state bombardate? Noi non siamo odiati perché pratichiamo la democrazia, la libertà e i diritti umani. Noi siamo odiati perché il nostro governo nega queste cose ai popoli dei Paesi del terzo mondo, le cui risorse fanno gola alle nostre corporazioni multinazionali. Quest’odio che abbiamo seminato si ritorce contro di noi per spaventarci sotto forma di terrorismo e, in futuro, terrorismo nucleare. Una volta detta la verità sul perché dell’esistenza della minaccia e della sua comprensione, la soluzione diventa ovvia. Noi dobbiamo cambiare le nostre pratiche. Liberarci delle nostre armi (unilateralmente, se necessario) migliorerà la nostra sicurezza. Cambiare in modo drastico la nostra politica estera la renderà sicura. Invece di mandare i nostri figli e figlie in giro per il mondo per uccidere arabi in modo che possiamo avere il petrolio che esiste sotto la loro sabbia, dovremmo mandarli a ricostruire le loro infrastrutture, fornire acqua pulita e alimentare bambini affamati. Invece di continuare a uccidere migliaia di bambini iracheni tutti i giorni con le nostre sanzioni economiche, dovremmo aiutare gli iracheni a ricostruire le loro centrali elettriche, le stazioni di trattamento delle acque, i loro ospedali e tutte le altre cose che abbiamo distrutto e abbiamo impedito di ricostruire con le sanzioni economiche. Invece di allenare terroristi e squadroni della morte, dovremmo chiudere la nostra Scuola delle Americhe. Invece di sostenere la ribellione e la destabilizzazione, l’assassinio e il terrore in giro per il mondo, dovremmo abolire la Cia e dare il denaro speso da essa ad agenzie di assistenza. Riassumendo, dovremmo essere buoni invece che cattivi. Chi tenterebbe di trattenerci? Chi ci odierebbe? Chi vorrebbe bombardarci? Questa è la verità, signor Presidente. E’ questo che il popolo americano ha bisogno di ascoltare. Monsignor Robert Bowman box5 SUPERCLAN Chi comanda l’economia mondiale? Giulietto Chiesa Marcello Villari Wall Street e i media sono diventati un binomio cruciale: è la loro inedita compenetrazione a scandire il ritmo della crescita economica internazionale, a determinare gli orientamenti politici, e – attraverso la comunicazione – a stabilire ciò che è giusto e "occidentale" e quello che è contro il nostro sistema. Ma la vera minaccia al nostro tenore di vita e alla nostra democrazia in realtà proviene dall’interno, da una spregiudicata superclasse al potere, un vero e proprio superclan, che ha dimostrato – con la recente sequenza di scandali finanziari culminati nel caso Enron – di possedere solo una grande abilità: quella di saper manipolare conti, bilanci e coscienze. Ma questo è solo un aspetto del problema, dato che la "guerra infinita" diventerà una componente stabile della politica imperiale per "governare" un mondo percorso da continue e devastanti crisi. La guerra per certi versi è l’unica fuga in avanti che questo superclan, privo ormai di ogni immaginazione progettuale sulla società, è in grado di pensare per mantenersi al potere. Feltrinelli Euro 8,00 |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

di
Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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