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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 28 Gennaio 2003
Terzo Millennio N° 28 Gennaio 2003 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 28 Gennaio 2003
Iraq,punto di non ritorno
Ci puo' essere ancora un buon Natale
Tanti auguri scomodi
La "Notte di Erode"
La guerra fa girare il mondo
Petrolkiller non avrai il mio scalpo!
Vaticano,nucleo rovente della guerra fredda
Il Papa imprevedibile
...per approfondire
Pagina 11

Vaticano, nucleo rovente della guerra fredda
Da Moro alla Orlandi, il regime comunista tenta di sopravvivere
a cura di Jessica Pezzetta

Il libro di Ferdinando Imposimato, intitolato “Vaticano. Un affare di Stato”, è nato dopo quasi due decenni di indagini condotte da questo magistrato che non solo ha svolto incisive battaglie contro le organizzazioni mafiose e terroristiche, sconvolgendo gli anni Settanta e Ottanta del nostro Paese, ma è anche un ottimo investigatore. Si tratta di un uomo che sempre si è fatto carico in prima persona dei rischi che, nel caso in questione, sono andati molto al di là del dovuto per chi percorre questo genere di carriera. Imposimato, peraltro, è anche un abile scrittore che è stato capace di scrivere un libro coinvolgente, seppur estremamente complesso, suddiviso in tanti capitoli che trattano argomenti all’apparenza tra loro slegati, ma che, in realtà, hanno in comune un unico filo conduttore: il Vaticano e i suoi ministri.

La guerra fredda
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta si verificò tutta una serie di eventi drammatici che hanno visto il coinvolgimento del Vaticano, dell’Italia e del mondo. Si trattò del periodo immediatamente successivo alle morti premature di Giovanni Paolo I e di Jurij Vladimirovic Andropov (nel 1982, in Ungheria, divenne segretario del Pcus e presidente del Presidium del Soviet Supremo, cioè capo dello Stato. Iniziò una campagna per eliminare la corruzione ed incrementare l’efficienza dello Stato, ma la salute malferma gli impedì di portarla a compimento), all’elezione a presidente degli Stati Uniti di Ronald Reagan, campione della destra e della riscossa della supremazia americana dopo che Carter, presidente troppo debole, aveva gestito in modo fallimentare la crisi iraniana. Era il periodo della cosiddetta confrontation tra Occidente e Oriente, quando si temeva che un attacco nucleare su una città europea (gli SS 20 russi erano già puntati sull’Europa al di qua degli Urali) avrebbe consentito la vittoria dell’Unione Sovietica. Era il periodo in cui, in Europa, furono collocati i Pershing e i Cruise, gli euromissili in grado di contrastare l’eventuale inizio di una terza guerra mondiale, ma era anche l’epoca delle grandi manifestazioni pacifiste.

Il caso Moro
Nel caso Moro, i servizi decisero di interrompere le trattative e, addirittura, le ricerche della sua prigione. Moro, infatti, non interessava vivo, poiché “non era indispensabile ai fini della stabilità italiana” (S. Bonfigli e C. Sce, Il delitto infinito, Kaos Edizioni). Un dirigente del Sismi, mai identificato, il 19 maggio ’78  rilasciò a Repubblica un’intervista in cui spiegava che lo Stato aveva abbandonato Moro al suo destino, dopo che i servizi, leggendo le sue lettere, scoprirono “che Aldo Moro ha fatto numerose e gravi rivelazioni ai suoi carcerieri a proposito di uomini, cose e situazioni. Sia di carattere politico, sia di carattere militare”, si legge nel libro di Ferdinando Imposimato. Rivelazioni che misero in grande allarme i Paesi dell’Alleanza, tanto da mettere in discussione la posizione dell’Italia nell’Alleanza. Per questo motivo, Steve Pieczinick, inviato dal Governo Usa per impedire il successo della linea di Moro di apertura al Pci dell’area di Governo, decise, nel Comitato di crisi, assieme ai capi dei servizi italiani, di “non trattare”. Il funzionario dei servizi, inoltre, riguardo al collegamento delle Br con servizi stranieri, affermò che interessi stranieri, seppur diametralmente opposti, avevano “il comune obiettivo di tenere i comunisti italiani fuori dai piedi”.

Un Papa scomodo
I
n un simile quadro internazionale, è chiaro che l’elezione, del 6 ottobre ’78, a pontefice di Karol Wojtyla, uomo dalla forte personalità, rischiava di minare dalle fondamenta, soprattutto nei primi tre anni di pontificato, il già fragile equilibrio tra i due blocchi: basti pensare che il 2 giugno ’79 il Santo Padre si recò in Polonia, dove mobilitò le coscienze dei polacchi contro il regime comunista, per portare la propria nazione fuori dal Patto di Varsavia. “L’avvento di Papa Wojtyla era visto a Mosca, come ad Istanbul, a Tel Aviv, come a Teheran come un disegno politico dei settori più anticomunisti, antiebraici e antislamici della gerarchia ecclesiastica”, si legge ancora nel libro di Imposimato. Anche nello stesso Vaticano, tuttavia, “per qualcuno l’ascesa al soglio pontificio di Papa Giovanni Paolo II fu una sciagura: il prevedibile lungo regno del cinquantaquattrenne Pontefice rischiava di vanificare … le ambizioni papali di molti porporati, tra cui il Cardinale Agostino Casaroli, che aveva in odio Giovanni Paolo II. Il progetto del Cardinale Casaroli era appoggiato dai Paesi dell’Est, con i quali esisteva un’intesa segreta”. Il Cremlino riteneva la delegittimazione del Papa agli occhi del mondo, “specie dopo il suo viaggio in Polonia … un’operazione necessaria ed urgente”. Peraltro, proprio nel ’79 la guerra fredda aveva raggiunto il suo apice. Come spiegò Victor Sheimov, un ex ufficiale del Kgb al servizio degli inglesi, in quell’anno il Cremlino aveva chiesto al Capo del Kgb in Polonia informazioni utili per assassinare Giovanni Paolo II.

La ragione dei sequestri
Orlandi e Gregori
Per quindici anni la magistratura romana ha indagato sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori con risultati processualmente deludenti, non riuscendo neanche a stabilire se si fosse trattato di veri e propri sequestri di persona, di sparizioni riconducibili alla tratta di esseri umani o di fughe volontarie. Tuttavia, l’inchiesta sulla vicenda delle due ragazze ha portato a stabilire che si trattò di episodi rientranti in quel complotto internazionale che ebbe al centro Papa Giovanni Paolo II, già dal momento della sua ascesa al soglio pontificio. “Esse furono ostaggi per ottenere, con l’intervento del Papa, la liberazione del killer Alì Agca, e dei suoi complici turchi…”. Le due ragazze “furono il debito pagato dai mandanti e dagli organizzatori dell’attentato al Papa per dimostrare ad Agca che egli non era stato abbandonato, tanto che una cittadina italiana e una vaticana erano ostaggi dei suoi amici”, ma furono usate anche allo scopo di “colpire ed umiliare il Papa Giovanni Paolo II reduce dai trionfi polacchi del 1979 e 1983”. In particolare, la sparizione di Emanuela Orlandi, figlia minorenne di un uomo molto vicino a Wojtyla, rallentò l’attività del Santo Padre sul piano internazionale, impedendo ancora per alcuni anni il crollo dell’impero sovietico. Di fatto, i rapitori ottennero un primo importante risultato, come scrive Imposimato: “l’appello del Papa in favore di Emanuela e la sua pubblicazione sui giornali del 4 luglio 1983, in prima pagina”. Un fatto che preoccupava a tal punto Wojtyla, che egli, davanti ad una folla di quarantamila fedeli riuniti in Piazza San Pietro, non fece neppure un accenno al successo conseguito in Polonia. Il 10 luglio seguì un secondo appello del Papa, con parole piene di disperazione, da Piazza San Pietro. Il 17 luglio, da Castelgandolfo, Wojtyla lanciò un terzo appello in favore di Emanuela. Si trattò di un “cedimento all’offensiva degli agenti segreti del Kgb, dei bulgari e dei turchi”.

Le analogie tra il caso Orlandi
e il caso Moro
Molte furono le analogie tra il comportamento dei rapitori di Emanuela e i brigatisti rossi che sequestrarono Moro. Emanuela, cittadina vaticana, fu una prigioniera politica, come Moro lo fu delle Br, ostaggio di una guerra in cui la sconfitta del nemico – in questo caso il Pontefice – doveva avere la massima pubblicità. Di fatto, la pubblicazione dei comunicati doveva servire proprio ad umiliare il Vaticano e ad aggregare i consensi dell’Est. Allo stesso modo, “fin dall’inizio, le Br pretesero la pubblicazione delle lettere di Moro per umiliare lo Stato e mobilitare i combattenti”. Peraltro, anche lo scambio dei prigionieri – Agca in cambio della Orlandi – fa pensare a quello tra Curcio e gli altri brigatisti e Moro. Addirittura l’ultimatum del 20 luglio fu simile al termine del 20 aprile ’78 che le Br indicarono come definitivo, in cambio della vita di Aldo Moro, per liberare i loro ostaggi. Lo stile, quindi, fu identico a quello delle Brigate Rosse. Il 20 luglio il Papa lanciò un quarto appello prima dello scadere dell’ultimatum e un quinto, carico di drammaticità, il giorno successivo. Ormai, mentre i giornali italiani relegavano la vicenda Orlandi nelle pagine di cronaca nera, tutto il mondo, al contrario, la seguiva con estrema attenzione. Il 24 luglio Giovanni Paolo II invitò ancora una volta i fedeli a pregare per la ragazza. Una supplica che ricordò quella fatta da Papa Paolo VI alle Br per chiedere la liberazione di Moro. Tre giorni più tardi vi fu il settimo appello del Papa. Il giorno precedente, il 26 luglio, uno sconosciuto dal marcato accento slavo telefonò alla redazione di Famiglia Cristiana affermando che se entro il 31 luglio Agca non fosse stato liberato, Emanuela Orlandi e Giovanni Paolo II sarebbero stati uccisi. Lo sconosciuto definì anche il Santo Padre  un “fomentatore politico” e un “sovversivo”, tanto che il pensiero di molti corse all’ultimo messaggio del Papa di speranza e di rivolta contro i tiranni in Polonia. Di fatto, il caso Orlandi mirava a screditare e ricattare il Pontefice, che solo nel 1986-87 poté ritornare alla piena attività, assumendo la guida del mondo cristiano; allo stesso modo, il rapimento di Mirella serviva a fare pressioni sul presidente Pertini. Parallelamente al sequestro di Emanuela, gli assassinii, i rapimenti, i ricatti e le minacce che si susseguirono agli inizi degli anni Ottanta non furono episodi tra loro slegati e privi di significato, ma la conseguenza del fallito attentato al Papa, avvenuto a Roma, in piazza San Pietro, il 13 maggio ’81: si tratta dei tasselli di una “congiura poliedrica interna ed esterna al Vaticano”. Un contributo importante alla comprensione di questi fatti è venuto dai documenti della Stasi (polizia tedesco orientale), dal dossier di Valerji Mitrokhin, dalla scoperta di agenti segreti infiltrati all’interno delle mura leonine, dagli incontri berlinesi con il colonnello Gunther Bohnsack e con il generale Markus Wolf, dalle dichiarazioni di alcuni dei protagonisti di questa vicenda, tra cui il giudice Ilario Martella – costretto ad abbandonare le indagini a causa delle minacce di morte –, dagli incontri con i congiunti delle famiglie Orlandi e Gregori, nonché con esponenti di vertice della gerarchia vaticana e con Mehmet Alì Agca, iniziati nell’agosto ’97. Il Capo dello Stato inquadrò la scomparsa di Emanuela e Mirella nell’ambito del terrorismo internazionale, dicendosi convinto “che la risposta dello Stato doveva essere ferma…”. Per Imposimato si sarebbe dovuto agire rifiutando il ricatto. Tuttavia, “il cedimento alle richieste dei rapitori – con la scarcerazione dei due Lupi Grigi Celebi (accusato da Agca di essere uno degli organizzatori dell’attentato) e Bagci – e gli arresti domiciliari ad Antonov provocarono certamente la fine delle due ragazze”.

Le indagini
Secondo Imposimato, la vicenda ebbe inizio con l’attentato a Giovanni Paolo II per mano di Alì Agca e di almeno altri due complici, in cui rimasero feriti il Pontefice, colpito da due colpi di arma da fuoco, e le turiste americane Anne Ordre e Hall Rose. Il 22 luglio ’81, Agca si vide infliggere la condanna all’ergastolo, ma non venne proposto l’appello. L’11 novembre ’86, la Corte d’Assise di Appello di Roma scrisse che il giovane turco “…non compariva dal nulla ma aveva dietro di sé una inquietante ed un’accurata regia”. “Agca non era che la punta emergente di una trama dai contorni purtroppo indefiniti, e però ramificata e minacciosa, ordita da forze occulte in vista di scopi illiberali particolari”. Nel 1982, le accuse mosse da Alì Agca portarono in carcere Omer Bagci, che ammise di aver custodito l’arma del delitto usata contro Wojtyla, Musa Cerdar Celebi, presidente dei Lupi Grigi in Germania, e Ivan Antonov, direttore della Balkan Air di Roma. L’arresto di quest’ultimo assunse i contorni di un incidente diplomatico, tanto che il governo di Sofia ne richiese il rilascio immediato: il Ministero degli Esteri di Sofia convocò l’ambasciatore italiano in Bulgaria, Carlo Maria Rossi Arnaud, e, senza chiedergli le prove in base alle quali Antonov era stato incriminato del tentato omicidio del Papa, gli consegnò un documento dai toni durissimi in cui la detenzione del funzionario veniva definita un’inamissibile provocazione contro la Repubblica Popolare di Bulgaria. Il dubbio che Antonov non fosse un semplice caposcalo era più che fondato, dato che poi si rivelò essere un generale dei servizi segreti bulgari, con una funzione gerarchica superiore addirittura a quella di Jordan Ormankov, il giudice incaricato di condurre un’inchiesta strumentale nei confronti di Agca con l’accusa di “sostituzione di persona”. Su richiesta di Mosca, già nel 1981, a Berlino, era stata avviata “l’Operation Pabst”, l’operazione Papa, con cui si mirava a disinformare l’opinione pubblica mondiale e la magistratura sulla responsabilità per l’attentato a Karol Wojtyla con l’obiettivo di farla ritenere riconducibile alla Cia e ai servizi occidentali. Tuttavia, sembra che i servizi americani abbiano mantenuto un atteggiamento di inerzia in vista della preparazione dell’attentato a Wojtyla. “Secondo una nota del Sismi – scrive Imposimato –, i servizi statunitensi avevano ricevuto la segnalazione che i servizi sovietici avevano preparato l’attentato contro Giovanni Paolo II in collaborazione con il gruppo terroristico palestinese Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina”. Si tratta di una notizia contenuta in un appunto dell’ottobre ’81, proveniente dalla Delegazione Apostolica a Washington e ricevuta dalla Cia “alcune settimane prima della redazione dell’appunto”. L’ex capitano della Gendarmerie Francaise, Paul Barril, nel corso di un incontro a Nizza, nell’estate del ’99, confermò ad Imposimato che “l’attentato al Papa deciso dall’Unione Sovietica rientrava in un piano più vasto, deciso nel 1979, che prevedeva l’attacco a Khomeini ed all’Afghanistan. Dell’attentato al Papa seppero i servizi francesi che informarono non solo il Vaticano ma anche i servizi americani”.

La banda della Magliana
Nell’ottobre ’81, Imposimato si vide assegnare il processo per l’omicidio di Domenico Balducci, uno degli uomini del capomafia Pippo Calò, alla guida della banda della Magliana, definita “agenzia del crimine”, attiva, a Roma, da molti anni. La banda dimostrò la propria potenza “per il livello di penetrazione negli ambienti che contavano, sia politici che finanziari, nel Vaticano, nella magistratura, nei servizi segreti, nei trafficanti di droga e armi, massoni, uomini di governo, terroristi”. “L’intreccio della banda con il Vaticano si sviluppa dopo l’arresto nel 1981 del banchiere Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, per esportazione illegale di capitali”. Su incarico di monsignor Paul Marcinkus, presidente dello Ior, Calvi aveva infatti inviato milioni di dollari a Solidarnosc e a movimenti di liberazione latino americani. “Forti dei loro legami con la Procura, Domenico Balducci e il faccendiere Flavio Carboni si impegnano, nell’estate del 1981, a risolvere i gravi problemi giudiziari di Calvi e a recuperare le centinaia di miliardi che nel corso di molti anni il banchiere ha versato nelle casse del Vaticano”. Dalle indagini di Imposimato, emerse che Balducci e Carboni, grazie alle numerose amicizie con i porporati, riuscirono a conquistarsi la fiducia di Calvi, “deciso a ricattare il Papa e i cardinali Casaroli e Silvestrini con l’uso di documenti comprovanti le operazioni illecite tra il Banco Ambrosiano e la Santa Sede”. Tra le minacce e le estorsioni che ruotavano attorno a Calvi e a Cosa Nostra si inserisce monsignor Pavel Hnlika, chiamato “Sua Eccellenza 007”, un giovane gesuita slovacco che non disdegnava i commerci al limite della legalità, servendosi dei fedeli. Si trattava di un personaggio ideale per le operazioni del Kgb che lo riteneva prezioso per la causa comunista. Hnlika ebbe, di fatto, il compito di fare da ponte tra Roma e Mosca. Mandato in Polonia, divenne amico personale del vescovo di Cracovia Karol Wojtyla. Poi, a Roma, entrò in contatto con Flavio Carboni, uno degli elementi di spicco della Magliana. Il Kgb approfittò di tale occasione per acuire i contrasti tra Calvi, la banda della Magliana e il Papa, grazie al fatto che il cardinale Casaroli aveva incautamente affidato a monsignor Hnlika l’incarico di recuperare con qualsiasi mezzo i documenti di Calvi, “vere e proprie mine vaganti per la Chiesa e per il Papa”. Hnlika mantenne il suo impegno, divenendo, però, lui stesso ostaggio dei mafiosi. La mafia, a quel punto, si incaricò di eliminare Calvi e di recuperare le lettere, dando inizio al ricatto di Cosa Nostra, con l’appoggio di Hnlika, nei confronti del Vaticano. I ricatti non risparmiarono neanche il Santo Padre che, nel giugno del 1983, era deciso a ritornare in Polonia.

La pista bulgara
Il 28 giugno ’83, sei giorni dopo il sequestro di Emanuela Orlandi, Alì Agca cominciò a demolire la pista bulgara, ritrattando le accuse in precedenza mosse. Tra il luglio di quell’anno ed il febbraio del 1985 vari gruppi indirizzarono messaggi di ricatto contro il Papa, mentre i sequestratori di Emanuela e Mirella chiedevano la liberazione di Agca, Celebi, Bagci e Antonov in cambio del rilascio delle due ragazze.
Già nella primavera del 1983, indagando sulle Brigate Rosse, Imposimato aveva scoperto un legame con l’agente bulgaro Ivan Tomov Dontchev, addetto commerciale presso l’ambasciata di Sofia. Il contatto tra terroristi e bulgari era un sindacalista della Uil, tale Luigi Scricciolo. L’interesse dei bulgari era rivolto ad ottenere informazioni sulla Nato, sui missili e sulle difese antiatomiche, ma, soprattutto, sul viaggio di Lech Walesa (fervente cattolico e uomo politico polacco: nel ’79 emerse come capo dei Sindacati Liberi del Baltico. Guidò gli scioperi che indussero il regime comunista a permettere la costituzione del sindacato libero Solidarnosc, di cui, nel 1980, divenne presidente. Dopo il crollo del regime comunista fu eletto, nel ’90, presidente della Repubblica in un quadro di polemica con una parte di Solidarnosc) in Italia, previsto per il gennaio ’81. I bulgari progettavano di far saltare in aria Walesa e il Papa che dovevano incontrarsi. Tra il 1978 e il 1980, Scricciolo incontrò Dontchev diverse volte: a Sofia, a Vienna e a Roma. Negli stessi luoghi e periodi, però, Dontchev incontrò, separatamente dal Scricciolo, anche Alì Agca. Dontchev si rivelò essere il filo conduttore che legava il caso Moro all’attentato al Papa. “Un giorno – spiegò Scricciolo – (Dontchev, ndr.) mi chiese di Solidarnosc e degli aiuti del Vaticano alla Polonia. Ma le domande più pressanti riguardavano il viaggio di Walesa a Roma”. “Sapevo che i bulgari odiavano Walesa, il cui prestigio aumentava giorno per giorno. Evitai le richieste di Dontchev. Gli dissi che non sapevo niente”. Il racconto di Scricciolo venne confermato da Alì Agca, il quale spiegò al giudice Martella che l’attentato a Walesa era stato progettato da Tomov (alias Dontchev, ndr.), ma che non era stato eseguito poiché “gli italiani (Scricciolo e qualche altro sindacalista, ndr.) non avevano dato le notizie necessarie”. L’incriminazione, il primo marzo 1983, da parte di Imposimato di Antonov, Agca e Scricciolo segnò un’ulteriore svolta contro i bulgari. La sparizione di Emanuela Orlandi fu proprio la risposta all’offensiva dei giudici italiani – Imposimato, Carlo Palermo e Martella – sulla pista bulgara.

La rete di spie
Le indagini sul sequestro Moro portarono alla scoperta di una rete di spie ramificata in tutta Italia e nella città del Vaticano. Imposimato, nella sentenza di rinvio a giudizio del 12 gennaio ’82, sostenne il collegamento delle Br con Kgb, Mossad e terroristi mediorientali. La pistola automatica Skorpion usata per uccidere Moro la mattina del 9 maggio ’78, per esempio, fu rinvenuta nella casa della figlia di Giorgio Conforto, agente speciale del Kgb, presente, al momento del ritrovamento da parte della Polizia, nel covo di viale Giulio Cesare. Il Kgb, insieme all’Armata Rossa, costituiva “lo scudo e la spada dell’Unione Sovietica, il più grande tra tutti i servizi esistenti sul pianeta”. “Le azioni speciali – scrive ancora Imposimato – erano strumento della politica sovietica e servivano a ‘paralizzare le azioni dei nemici e coinvolgere questi ultimi in una lotta in condizioni a loro sfavorevoli’”. Accanto al Kgb operava il Gru, il servizio segreto militare dello Stato Maggiore Sovietico. L’organico della Residentura (nome di copertura degli Uffici esteri del Kgb e del Gru) di Roma comprendeva una quarantina di persone tra Ambasciata, Consolato, enti di Stato – tra cui l’Aeroflot –, nonché due quotidiani: La Tass e la Pravda. All’epoca del sequestro Moro il capo del Kgb era Boris Aleksandrovich Solomatin, uno degli agenti più esperti e spregiudicati di cui Mosca disponeva. Solomatin ebbe un ruolo centrale nella disinformazione durante il sequestro Moro e in seguito all’attentato al Papa. Il Kgb era appoggiato dai servizi degli Stati satelliti che, di fatto, dipendevano da Mosca: cecoslovacchi, bulgari e tedesco orientali erano i più fedeli alleati dell’Unione Sovietica. In questo quadro, Andropov aveva ordinato a Wladimir Kruchkov, ambasciatore sovietico a Roma, di combattere il revisionismo di Berlinguer, che voleva emanciparsi da Mosca, e di sostenere Armando Cossutta che, secondo il Dossier Mitrokhin, sarebbe stato al soldo del Kgb. E il sospetto che il Kgb tirasse le fila dei brigatisti era fondato, dato che il capo Br Giovanni Senzani scrisse che “anche l’ultima operazione contro la Nato è stata guidata dai servizi della Russia”. Tra l’altro, nella base di Senzani venne ritrovato un missile sovietico destinato al Ministero della Giustizia.

In conclusione
Il fallimento del tentativo di uccidere Papa Giovanni Paolo II non ha risolto, ma accentuato i problemi dell’Unione Sovietica. Miracolosamente sfuggito alla morte, il Pontefice vide accrescere il proprio prestigio e la popolarità in tutto il mondo, insieme alla sua determinazione a lottare. L’attentato, quindi, altro non ha fatto che consacrarlo come il simbolo vittorioso della resistenza dei popoli oppressi alla tirannide comunista. Una situazione già difficile, resa ancor più drammatica dall’arresto di Alì Agca che ha lanciato aspri avvertimenti a complici e mandanti e che poi, raccontando la propria vicenda e spiegando il suo lungo itinerario tra l’Asia, l’Europa dell’Est, dell’Europa Occidentale e l’Africa del Nord, per poi approdare in Piazza San Pietro, ha innescato la fase più drammatica dall’inizio della Guerra Fredda.
Jessica Pezzetta





 
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