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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 28 Gennaio 2003
Terzo Millennio N° 28 Gennaio 2003 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 28 Gennaio 2003
Iraq,punto di non ritorno
Ci puo' essere ancora un buon Natale
Tanti auguri scomodi
La "Notte di Erode"
La guerra fa girare il mondo
Petrolkiller non avrai il mio scalpo!
Vaticano,nucleo rovente della guerra fredda
Il Papa imprevedibile
...per approfondire
Pagina 11


Iraq, punto di non ritorno

di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante

Inizio di un nuovo anno. E’ tempo di bilanci.
Il 2002 è stato un anno di guerre. Guerre combattute, guerre annunciate, guerre dimenticate.
Nell’Afghanistan liberato dal terrorismo sono trentamila i profughi in cerca di un futuro, quattro milioni quelli che hanno perso casa, animali, pascoli, famiglia, dignità.
L’Alto commissario per i rifugiati Ruud Lubbers spiega che servono 195 milioni di dollari per finanziarie gli interventi dell’Onu in quella terra martoriata e nei paesi limitrofi, ma gli unici soldi che arrivano in abbondanza sono quelli destinati all’acquisto dell’oppio che sarà trasformato in eroina.
Si parla di circa duemila miliardi e mezzo di vecchie lire che finiscono nelle tasche dei Signori della guerra che controllano i contadini produttori. Il prezzo, infatti, dopo la fine del regime talebano, è lievitato da 35 a 350 dollari al chilo mentre il raccolto, stimato intorno alle 3.400 tonnellate per circa 75 mila ettari di terreno coltivato, 18 volte in più rispetto al 2001, vale al paese il primato di primo produttore di oppio del mondo.
Il che indica che il conflitto umanitario non ha risolto le cose. Forse le ha peggiorate.
L’intenzione, d’altronde, non era quella di risolvere nulla, almeno in questo campo.
In un’intervista al Corriere della Sera Antonio Costa, sostituto di Pino Arlacchi alla guida dell’UNODC, l’agenzia dell’Onu per la lotta al traffico di droga e al crimine organizzato, ha riferito che <<fin dall’inizio dell’intervento armato in Afghanistan il segretario della Difesa Usa, Donald Rumsfeld, aveva messo in chiaro che la guerra era contro i terroristi  e non contro i trafficanti di droga>>. Stessa risposta data dai militari americani al governo di Teheran che chiedeva collaborazione nella lotta al traffico di oppio e di  eroina. In questa battaglia i morti iraniani sono già arrivati a tremila, più o meno lo stesso numero di vittime della strage dell’11 settembre, ma di aiuto neanche a parlarne. Almeno fino a quando il Presidente Bush non dovesse decidere di definire i trafficanti del luogo “narcoterroristi”. Allora sarebbe diverso.
Probabilmente le detenute del carcere femminile di Kermanshah conquisterebbero le prime pagine dei nostri quotidiani. Tutti verrebbero a sapere della storia di quelle giovani ragazze avvolte in chador neri, accusate di detenzione di droga, ma in realtà colpevoli soltanto di aver accettato che i rispettivi mariti le accusassero di crimini da loro stessi commessi.
Tutti griderebbero allo scandalo. E negli editoriali dei grandi filosofi del nostro tempo sarebbe espressa tutta l’indignazione che una vicenda di questo tipo in realtà merita.
Quella stessa indignazione che oggi accompagna le notizie sui crimini perpetrati da Saddam Hussein il quale <<afferma il suo potere attraverso la tortura e l’assassinio>> (1). Parola di Bush, che promette agli iracheni la liberazione <<da un regime che maltratta il popolo>> (2) mentre Washington fa pressione sull’Onu affinché si approvi una risoluzione che prevede il rafforzamento dei controlli sulle importazioni dei prodotti civili a Baghdad. Tra questi vi sono i medicinali che possono servire a proteggere i soldati e la popolazione irachena da gas nocivi e dall’antrace.
Ma di questo nessuno si scandalizza.
E mentre le cronache seguono minuto per minuto il lavoro degli ispettori Onu impegnati in una affannosa ricerca di indizi che possano provare l’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, passa quasi inosservato l’ultimo agghiacciante rapporto Unicef. Si parla di due milioni di bambini uccisi e 6 milioni gravemente feriti nel corso delle guerre combattute nel mondo dal 1990 ad oggi. A questi si aggiungono 300.000 minori, di cui 120.000 solo in Africa, arruolati in corpi militari per diventare soldati, facchini, messaggeri, cuochi e schiavi sessuali. La povertà, conseguenza della guerra, è la principale causa dei 150 milioni di bambini sottopeso nei paesi in via di sviluppo, dove 11 milioni di piccoli al di sotto dei cinque anni muoiono ogni anno per malattie che potrebbero essere facilmente prevenute con i vaccini e chi sopravvive ha uno sviluppo fisico e mentale fortemente compromesso dalla fame. Le altre piaghe sono rappresentate dal lavoro minorile
(circa 211 milioni di minori lavorano, 180 milioni di bambini tra i 5 e i 17 anni sono coinvolti nelle peggiori forme di lavoro minorile, un bambino su 8 nel mondo);
dalla tratta dei minori;
(un business da un miliardo di dollari l’anno. La tratta delle bambine avviate alla prostituzione nel Sud-Est asiatico è un problema spesso gestito dalla mafia e da autorità di polizia, parenti e tutori, che si dividono i profitti);
dall’ignoranza
(la scuola è negata a 120 milioni di bambini. Solo nell’Africa Sub-sahariana e in Asia meridionale sono oltre 50 milioni);
dall’anonimato
(ai bambini non registrati dalla nascita vengono negati identità, nome e nazionalità. Nel 2000 sono oltre 50 milioni i neonati che non sono stati registrati);
dall’Aids. Circa 6.000 giovani al giorno contraggono il micidiale virus e 14 milioni di bambini sotto i 15 anni hanno perduto uno o entrambi i genitori a causa della malattia.
Nel solo 2002 gli infettati dall’Hiv sono stati 5 milioni, 3,5 dei quali registrati nell’Africa Sub-sahariana che conta un totale di 29,4 milioni di casi. Nel sudest asiatico si parla invece di 700.000 sieropositivi in più dal 2002 per un totale di 6 milioni.
13 mesi fa, a Doha, nel Qatar, i paesi membri dell’Organizzazione mondiale del commercio avevano stabilito la possibilità di aggirare i brevetti per arginare il terribile problema. Ma oggi, anche di fronte alla tristezza di queste cifre, gli Stati Uniti cedono alle pressioni delle case farmaceutiche e dicono <<no!>> all’accordo che prevede la vendita di farmaci a poco prezzo per i paesi poveri. L’unico no tra i 143 sì delle altre nazioni presenti al recente vertice del Wto tenutosi a Ginevra. <<I diritti delle società farmaceutiche vanno tutelati>>, sostiene la delegata americana, <<altrimenti verranno violati anche quelli per la lotta alla calvizie>>. Il timore è che una tale formula, se approvata, potrebbe essere poi estesa a medicinali destinati a curare malattie non infettive come diabete, ipertensione e ansia e questo, secondo una considerazione della britannica Bryan Garnier & Co., farebbe perdere alle sole società americane Merck e Pfizer 17,8 miliardi di dollari.
<<Di fatto – è il commento del gruppo “Progetto e consumi delle tecnologie” di Washington che si rivolge al proprio presidente – nega ai bambini dei Paesi poveri i farmaci di cui godono i bambini americani>>.
Ma questa non è né una novità né una sorpresa. Non è stato forse il ministro della Difesa Donald Rumsfeld a dire che il mondo deve accettare che gli americani siano liberi di continuare con il proprio stile di vita?
Il 20% dell’umanità consuma l’83% delle risorse del pianeta. E <<può assicurasi con le armi di continuare a farlo>>, aggiunge padre Alex Zanotelli. <<Le armi servono oggi a garantire che pochi possano continuare a papparsi quasi tutto a spese di molti morti di fame>> (3).
Anche per questo l’Europa ha in progetto di stanziare 250 miliardi di dollari per la difesa mentre gli Stati Uniti parlano di 378 miliardi, 100 già messi da parte per la guerra contro l’Iraq.
Lo scudo spaziale, il supersistema di difesa missilistica discusso già durante la presidenza Clinton, inoltre, sarà pronto nel 2004.
“Gli Stati Uniti prenderanno ogni misura necessaria per proteggere la popolazione da quello che potrebbe essere il pericolo più grave: una catastrofe provocata con armi per distruzione di massa da paesi ostili e da gruppi di terroristi – scrive Bush nel documento che da il via ufficiale ai lavori di costruzione -. Oggi ho il piacere di annunciare che faremo un altro importante passo avanti per contrastare questo pericolo, iniziando a sviluppare una  capacità di difesa contro gli attacchi missilistici in grado di proteggere noi e i nostri alleati”.
Secondo i calcoli della Brookings Institution, dal 1957 al 2000 sarebbero stati già spesi 122 miliardi di dollari per il progetto il cui sviluppo operativo avrebbe già avuto un costo calcolato tra i 30 e i 60 miliardi dollari.
E pensare che <<con 13 miliardi di dollari potremmo risolvere fame e sanità per un anno e per tutto il mondo – continua Zanotelli -. Ma questo sistema uccide poi lo stesso pianeta il cui stato di salute è già così precario!>>.(4)
Nell’ultimo decennio il buco nello strato di ozono, sopra l’Antartide, si è allargato spaventosamente e nel 2002 le sue dimensioni hanno raggiunto quelle dell’America del Nord. Esso si estende occasionalmente fino alle regioni meridionali dell’Argentina e del Cile mentre ha investito pienamente Punta Arenas la città più a sud del mondo. 125.000 persone, i suoi abitanti, hanno imparato a controllare le previsioni della temperatura, la possibilità di pioggia e il livello dei raggi ultravioletti prima di uscire di casa. E in certe giornate di dicembre viene loro consigliato di limitare a 21 minuti massimo la loro esposizione al sole tra mezzogiorno e le tre del pomeriggio. Nelle calde giornate d’estate, invece, non è raro vederli passeggiare indossando una giacca o camicie a maniche lunghe, impiastricciati di crema solare a protezione 50. Anche quando il sole è coperto dalle nuvole.
Una mamma sospira: <<La vita è cambiata molto per noi negli ultimi anni, e so che i miei figli non potranno godere la loro infanzia come l’ho goduta io crescendo qui>> (5).
E le cose purtroppo non sono destinate a migliorare. Stati Uniti e Corea del Nord minacciano di utilizzare la bomba atomica per i loro conflitti.
I primi da una posizione di vantaggio. <<La Corea del Nord ha lanciato una serie di sfide politiche agli Stati Uniti sul terreno della difesa e della sicurezza e gli Stati Uniti adesso rispondono – commenta l’ex consigliere di Clinton James Lindsay -. Kim Jong II deve sapere che se, casomai, pensasse di lanciare un missile contro  il Nord America, questo verrà abbattuto>>.
Intanto il Nord America quella stessa sfida politica la lancia all’Iraq e al mondo intero. Se Saddam Hussein farà uso di gas contro le truppe americane Washington fa sapere che non esiterà ad utilizzare l’arma totale. Se si sospetta che un qualsiasi Stato o gruppo terroristico sta per acquisire armi di distruzione di massa il trattamento sarà lo stesso.
La minaccia è contenuta in un documento di sei pagine intitolato “Strategia nazionale per combattere le armi di distruzione di massa” firmato Tom Ridge, nuovo ministro per la Sicurezza Interna e, naturalmente, Condoleeza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale.
Il nuovo conflitto nel Golfo, quindi, potrebbe rappresentare un’ottima occasione per un’ennesima dimostrazione di forza della potenza di Stati Uniti in primis e alleati in coda, sempre più decisi ad usare il bastone globale contro tutto e tutti.
E la guerra si farà. L’ipocrisia delle ispezioni dell’Onu è accompagnata da uno spiegamento di forze che vede migliaia di uomini e mezzi pronti ad attaccare il nemico mentre continuano i quasi quotidiani bombardamenti nelle no fly zone.
Per quanto gli ispettori si sforzino, le armi di distruzione di massa irachene non si riescono a trovare, ma Bush, appoggiato dal fedele Blair, continua ad intimare a Saddam di <<disarmarsi>> e di <<fornire le prove al mondo>>. Se non lo farà <<gli Stati Uniti guideranno una coalizione formata da tutti coloro che lo vogliano per disarmare il regime e liberare il popolo iracheno>>.
Liberare il popolo iracheno.
Un rapporto dell’Onu e uno della Cia, resi noti rispettivamente da Washington Post e Washington Times rivelano che una guerra in Iraq causerebbe (sarebbe meglio dire causerà) una tragedia umanitaria di devastanti proporzioni che trasformerebbe Baghdad, già martoriata, in un campo di battaglia con armi chimiche e batteriologiche e stragi di civili oltre che di militari.
Su 24 milioni di iracheni, 10 milioni rischiano carestia e malattie mortali come il colera.
La popolazione rimarrebbe senza medicine, senza cibo, senza acqua, senza energia. “Molti civili non sopravviverebbero alla fame, alla dissenteria, al tifo”. Si prevede inoltre l’esodo di 900 mila persone in Iran, 500 mila in Arabia Saudita, centinaia di migliaia in Giordania e Turchia.
“Abbiamo preparato cibo, coperte, tende per 500 mila persone in Iran – si legge nel documento – ma non basteranno”.
Ora, a noi italiani, gli Stati Uniti chiedono la disponibilità a concedere le basi e il diritto di sorvolo del nostro Paese in caso di attacco. Ci chiedono di divenire complici di questo ennesimo massacro.
E mentre padre Alex grida: <<E’ follia collettiva!>>, qualche noto editorialista si diverte a fare dell’ironia.
“Padre Alex Zanotelli ha dichiarato che, se potesse rinascere, sceglierebbe di essere una mucca europea. Infatti per ogni mucca  la Ue spende un dollaro e mezzo al giorno, mentre centinaia di milioni di uomini dispongono di meno di un dollaro per vivere – scrive Stefano Lorenzetto su il Giornale -. E’ un argomento forte, soprattutto dal punto di vista delle vacche, che non risulta siano  state interpellate sull’eventualità di rinascere un giorno zanotelle”.
E’ l’ironia dei tanti che, forse come lui, ci vorrebbero già schierati al fronte, indignati di fronte a quanti continuano a lanciare appelli contro la guerra “bombardandoci”, come direbbe Jean-François Revel, “con i soliti luoghi comuni terzomondisti” (6)
Ma questa guerra sarà una guerra contro i diritti umani. Sarà, quindi, anche contro di noi.
<<E’ una questione morale ed etica per tutti (credenti e non)>>, grida ancora Padre Alex.
<<E’ un momento grave questo per l’umanità. Forse uno dei suoi momenti più gravi>> <<Si tratta di vita e di morte per il pianeta, per la razza umana. Questa assurda guerra all’Iraq diventa il simbolo di una scelta radicale di fondo. Dobbiamo scegliere da che parte stiamo, se dalla parte della vita o della morte. Non si può più barare>>(7).
Pensiamoci, prima di raggiungere il punto di non ritorno.
Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante

1.    Barbara Walters, La Stampa, 14 dicembre 2002
2.    Ibidem
3.    Alex Zanotelli, il Manifesto, 10 dicembre 2002
4.    Ibidem
5.    Larry Rohter, la Repubblica, 29 dicembre 2002
6.    Jean Fracois Revel, Internazionale, 6 dicembre 2002
7.    Alex Zanotelli, il Manifesto, 10 dicembre 2002



box1
Dio è disgustato
dall’umanità


«Oltre alla spada e alla fame, c’è una tragedia maggiore, quella del silenzio di Dio, che non si rivela più e sembra essersi rinchiuso nel suo cielo, quasi disgustato dall’umanità>>.
A parlare è il Papa, l’occasione è l’udienza generale di mercoledì 11 dicembre. Commenta un cantico di Geremia, Giovanni Paolo II che nell’omonimo libro al capitolo 14, versetti 17-18 recita: “I miei occhi grondano lacrime notte e giorno, senza cessare, perché da grande calamità è stata colpita la figlia del mio popolo, da una ferita mortale. Se esco in aperta campagna, ecco i trafitti di spada; se percorro la città, ecco gli orrori della fame”.  Un testo che il Papa ha intitolato “Lamento del popolo in tempo di fame e di guerra”, definendo quella <<solitudine sperduta>> simile a quella che <<cogliamo anche ai giorni nostri>>. <<Geremia entra in scena col volto rigato di lacrime – spiega il Pontefice -: il suo è un pianto ininterrotto per la “figlia del suo popolo”, cioè per Gerusalemme>>. Ripercorrendo <<l’invocazione lacerante del profeta>>, motivata da <<due eventi tragici: la spada e la fame, cioè la guerra e la carestia>> ha poi osservato: <<La descrizione è purtroppo tragicamente attuale in tante regioni del nostro pianeta>>. Parlando di Dio ha quindi ripreso la lettura: <<Perché ci hai colpito? Ti sei disgustato di Sion?>>. E di nuovo ha commentato: <<Ormai ci si sente soli e abbandonati, privi di pace, di salvezza, di speranza. Il popolo, lasciato a se stesso, si trova come sperduto e invaso dal terrore. Non è forse questa solitudine esistenziale la sorgente profonda di tanta insoddisfazione, che cogliamo anche ai giorni nostri? Tanta insicurezza e tante reazioni sconsiderate hanno la loro origine nell’aver abbandonato Dio, roccia di salvezza>>. Poi è arrivato il momento di commentare la conversione: <Ecco la svolta: il popolo ritorna a Dio e gli rivolge un’intensa preghiera: “Abbiamo peccato contro di te”. Il silenzio di Dio, era dunque, provocato dal rifiuto dell’uomo».



box2
I piccoli schiavi del cacao


Cento bambini alla settimana ridotti in schiavitù e costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao. In alcuni casi violentati e picchiati. E’ ciò che accade in Costa D’Avorio dove Salia Kante, responsabile di “Save the Children Canada in Mali” offre rifugio ai piccoli che riescono a scappare e li aiuta a tornare a casa. Intervistata da Antonio Sciotto per il Manifesto ha dichiarato che cifre dell’Unicef e del governo del Mali <<parlano di 15 mila – 20 mila bambini del Mali schiavi nelle piantagioni. E solo oggi si stanno facendo nuovi studi, perché il fenomeno della schiavitù è diffuso anche in Nigeria, Cameroun e Ghana, con bambini provenienti dai diversi paesi africani vicini e più poveri: ma in questo caso non abbiamo ancora numeri. Nel Mali le famiglie sono poverissime e i trafficanti di uomini avvicinano i bambini prospettando loro la possibilità di trovare buoni lavori e abitazioni comode in Costa d’Avorio. I ragazzini, in Africa già abituati alla mobilità per la ricerca di un’occupazione, credono a queste promesse, passano il confine e vengono portati, spesso in motocicletta, dal futuro padrone. Vengono venduti per un prezzo che si aggira dai 18 ai 50 euro>>. Nelle piantagioni di cacao, poi, lavorano dalle 6 del mattino alle 21, fanno una pausa alle 10, una sola. Il pasto quotidiano consiste in una banana e una ciotola di mais da dividere in dieci. La notte dormono in stanze da 20 persone, senza letti, per bagno un bidoncino di latta. <<La polizia ogni tanto, ma solo su segnalazione di qualcuno, fa qualche ispezione nelle piantagioni. Quando trasportano i bambini da un campo all’altro, in genere i padroni viaggiano indisturbati, basta loro un piccolo accorgimento: foderano di panni verdi i vetri dell’autobus, colore utilizzato di solito dalle macchine che trasportano le bare>>. Poi attacca: <<Le multinazionali come Mars, Unilever o Nestlé, con il governo della Costa d’Avorio, hanno affermato l’anno scorso che la schiavitù riguarda solo l’1-2% delle piantagioni, e che loro non si riforniscono in quei campi. a non è così, le cifre sono molto più alte e il fenomeno della schiavitù infantile, come più in generale dello sfruttamento del lavoro, riguarda il complesso del commercio globale del cioccolato: basti pensare che l’Africa occidentale produce il 70% del cacao mondiale>>.



box3
L’inferno dimenticato del Bangladesh


Sei milioni di bambini, dai cinque anni in su, costretti a lavorare sette giorni su sette, dodici ore al giorno con un salario di 10 mila lire al mese. Trecentomila bambine, dai 10 ai 14 anni, ridotte a fare le serve. Settecentomila adolescenti impiegate nell’industria tessile con paghe da fame. 10 mila minori dediti alla prostituzione. Migliaia di piccoli innocenti rapiti e trasportati clandestinamente negli Emirati dove saranno legati alle groppe dei dromedari per stimolarli con urla e pianti nelle gare di velocità organizzate dagli sceicchi.
Sono i numeri del Bagladesh, uno dei tanti inferni dimenticati in cui 130 milioni di persone vivono con un Pil pro capite annuo di 350 dollari. Qui è normale vedere mendicare e mamme prostituirsi per riuscire a sopravvivere. Ai cosiddetti wip children, figli di prostitute, la scuola pubblica è negata e spesso si incontrano ai lati delle strade a vendere cioccolatini, ninnoli di plastica o ad offrirsi come facchini. “Intenerisce e ripugna lo spettacolo di questi ragazzini di 12 0 13 anni che vedi sgambettare sotto il peso di sacchi enormi verso i treni o i bastimenti in sosta – scrive Ettore Mo in un reportage sul Corriere della Sera -. L’accattonaggio e, peggio ancora, la prostituzione infantile sono l’ultima risorsa di questo maxiesercito di minori alla deriva”. Molti di loro i genitori non li hanno più e quando si addormentano per strada, sui marciapiedi, vengono svegliati dalle secchiate d’acqua degli  spazzini notturni. “I <<boss>> dei quartieri malfamati – continua Mo – li costringono a vendere narcotici e li puniscono a suon di cazzotti se non riescono a piazzare la merce.  E’ anche frequente il caso dei  bulli di strada che li sorprendono nel sonno e gli portano via le poche monete guadagnate a fatica. Talvolta, tra i ladri, c’è pure qualche agente di polizia”. Per le ragazzine la situazione è ancora più squallida. <<Spesso siamo circondate per strada da gruppi di uomini che ci mettono le mani addosso e ci chiamano puttana – confida al giornalista una bambina di soli dodici anni -. Io faccio la serva, anzi sono la schiava della padrona di casa. La prima notte suo marito ha abusato di me e continua a farlo… Sono certa che la moglie lo sa, ma fa finta di niente>>. “Ma niente potrebbe suscitare maggior sdegno e sgomento della casa di pietra di Paglà”, spiega infine Mo, dove si assiste allo “strazio” e alla “fatica” di un “migliaio di uomini e donne che passano la vita frantumando a martellate milioni di mattonelle”. Il 25% di questi è costituito da bambini.” “Poco più in là, su un cumulo di sassi, c’è un’intera famiglia al lavoro: la madre, 26 anni, rimasta vedova, le due figlie, Asma (7)e Saida (5) e infine, un poco in disparte, Al-Amin, 3 anni, nudo come mamma l'ha fatto, che picchia con  impegno sul suo mattone. Un gioco che potrebbe durare tutta la vita”.



box4
Ho condiviso i giorni
di un popolo disperato


Il dramma palestinese rimarrà come la cicatrice vergognosa ed impresentabile che segna tanto il secolo trascorso quanto quello che è cominciato. E’ la lenta e quotidiana distruzione di un popolo davanti alle telecamere. Una distruzione in diretta. Viene da chiedersi amaramente quanto il modo di raccontare per immagini affermatosi negli ultimi tempi, sia privo di astrattezza. E viene da chiedersi anche perché sia così fermo alla realtà come appare in un determinato momento, così incapace di rendere il conteso, così privo di invisibile. E quanto questo atteggiamento contribuisca alla cancellazione dei più deboli. Ho incontrato il popolo palestinese più di venticinque anni fa. Non avevano una patria ma erano ricchi di aspirazioni, speranze, coesione, solidarietà, partecipazione. Elementi invisibili che la fotografia però può rendere. Ci ho  provato. Ma, nei miei ultimi viaggi, ho condiviso solo i giorni di un popolo disperato.
Tano D’Amico, foto reporter (Per gentile concessione di Latinoamerica)



 
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    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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