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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 27 Dicembre 2002
Terzo Millennio N° 27 Dicembre 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 27 Dicembre 2002
La guerra dell'Impero
Gia'decisa la guerra all'Iraq
Osama e' vivo
L'incubo del disastro ecologico
Un prete no global



Un prete no global

Lo scorso 28 novembre, Don Vitaliano, il parroco di Sant’Angelo a Scala, è stato rimosso dal proprio ufficio per aver appoggiato i no global, ospitando nella casa canonica Luca Casarini, leader del movimento antiglobalizzazione, con cui aveva partecipato alle manifestazioni di protesta dopo l'arresto di Francesco Caruso. Così, ora, <<l’Irpinia ha un disoccupato in più e noi, dopo il sindaco, siamo rimasti anche senza il parroco>>. Il sagrato della chiesa di San Giacomo Apostolo – sette anni fa ancora diroccata per le ferite subite dal terremoto del 1980, al cui portone don Vitaliano si incatenò per protestare contro la mancata ricostruzione –, a Sant’Angelo a Scala, in Irpinia, è diventato, come già in altre occasioni, il luogo delle speranze tradite di quelle ottocento anime rimaste senza un parroco e con un sindaco, Vinicio Zaccaria, destinatario di un avviso di garanzia speditogli dalla Procura di Salerno nell’ambito dell’inchiesta sulla forestazione. La perdita di don Vitaliano è stata proprio un duro colpo per la piccola comunità dei monti irpini. Adesso c’è aria di mobilitazione e protesta nel borgo addossato al massiccio del Partenio, poco distante dal monastero fondato mille anni fa da san Guglielmo da Vercelli, proprio il luogo in cui l’abate Tarcisio Nazzaro ha scritto di suo pugno il decreto che, in base al diritto canonico, ha rimosso don Vitaliano dall’ufficio di parroco. Sul sagrato della chiesa è arrivato anche il sindaco. <<Evitiamo manifestazioni eccentriche – ha raccomandato Zaccaria –, l'abate ha preso le sue decisioni. Noi prenderemo le nostre. Don Vitaliano, che ha sempre operato nel bene, è nostro concittadino, lo inviteremo a prendere casa qui e se avesse bisogno di aiuto non glielo negheremo>>. Don Vitaliano, nel frattempo, ha fatto la spola tra la sagrestia e il sagrato nel tentativo di calmare gli animi. <<Sono sereno>>, ha dichiarato, ma <<sono anche addolorato: il sette dicembre avremmo dovuto festeggiare i dieci anni da parroco a Sant'Angelo a Scala. Vorrà dire che sarà una festa di commiato>> Tuttavia, Don Vitaliano non intende lasciare il paese: <<Mi organizzerò – ha detto ancora –, l'abate mi ha condannato al limbo e con le sette-otto centomila lire al mese che mi passerà di pensione, vedrò di trovare casa e restare tra la mia gente. Sarà un’esperienza utile, persino più leggera di quella che vivono sulla loro pelle disoccupati, licenziati e cassintegrat>>. Quasi sicuramente, come lui stesso ha ammesso, nei suoi dieci anni da parroco, don Vitaliano ha spesso esagerato. Ma si è fatto portatore di un messaggio che è stato capito dai parrocchiani tanto quanto sfugge all’abate. Non ha un soldo visto che regala tutto quello che gli viene dato. E ha elaborato una sua propria riconciliazione sociale, se è riuscito a far digerire al contesto chiuso di un paese sperduto sulle colline dell’Irpinia i campeggi dei no global: un cristianesimo militante che alla sacrestia preferisce la strada, un cristianesimo problematico che, ad ascoltare decine di testimoni, è esattamente quello che chiede la gente. Soprattutto i giovani. Sergio Cerullo, un giovane santangiolese, ha parlato per tutti: <<Se Don Vitaliano non ha più la chiesa, andremo a messa in strada. Perché la messa non è un luogo, è comunione con Dio, attraverso chi la celebra>>. E, intanto, gli abitanti di Sant’Angelo, per protesta, hanno murato il portone dell’ex chiesa del loro parroco.J.P.




 
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    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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