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Terzo Millennio N° 25 Settembre 2002 | Terzo Millennio N° 25 Settembre 2002 |
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Pagina 5 di 10 «L’America vuole destabilizzare il mondo arabo» Nella visione di Giulietto Chiesa, Medio Oriente smembrato, Onu fuori gioco e Russia doppiogiochista a cura di Monica Centofante Dottor Chiesa, una guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq che conseguenze potrebbe avere sull’assetto dell’intera regione mediorientale? Naturalmente questa è una domanda molto difficile che comunque tutti, in questo periodo, si pongono e non è tanto scontato rispondere. Io ritengo che l’effetto destabilizzatore sarà evidente. E’ chiaro che in una situazione come quella attuale, quando tutti i paesi dell’area si dichiarano contrari all’attacco, un intervento di questo genere produrrà effetti destabilizzanti. In ogni caso. Nell’immediato gli americani pensano di poter vincere la guerra in fretta: se la faranno, è logico, è perché ne sono convinti. E comunque, essendo una guerra decisa a fini elettorali, dovranno ottenere in qualche modo un risultato veloce. Se la loro valutazione, secondo cui appena caduto Saddam Hussein nelle piazze di Baghdad ci saranno manifestazioni di giubilo, si rivelerà esatta allora, dal loro punto di vista tattico, avranno avuto in qualche misura ragione. Io però ritengo che le cose non andranno così lisce per cui si avviterà una nuova ondata di tensione che potrà portare alla caduta di alcuni regimi. Caduta in qualche caso favorita dagli Stati Uniti che ne sono interessati (vedi alla voce Arabia Saudita). Ecco, l’unica cosa che vorrei aggiungere è questa: noi non dobbiamo pensare che gli americani siano preoccupati poiché l’attuale gruppo dirigente degli Stati Uniti è interessato a una destabilizzazione. Una tale dichiarazione può apparire, a prima vista, sorprendente, ma non lo è. Perché è vero che ci sarà variazione del prezzo del petrolio, ma è anche vero che per questo loro si sono già tutelati con un accordo segreto con Putin. La Russia farà fronte a tali necessità. Per un periodo di tempo limitato, certo, ma poi gli americani potranno contare su altre “fonti petrolifere”: Messico, Venezuela e tutti i paesi sui quali possono esercitare una pressione diretta. Parzialmente anche sul resto del mondo arabo. Ma se c’è l’intervento russo è chiaro che possono contare su quello, come è già accaduto con l’attacco all’Afghanistan. In quell’occasione la Russia ha venduto petrolio a tutto spiano, prendendosi tra l’altro una valanga di soldi: circa 5 miliardi di dollari in pochi mesi. Il loro ragionamento è dunque questo: la destabilizzazione ci consentirà di proseguire sulla strada della militarizzazione del pianeta. Perché è evidente, almeno per me, che l’America si trova in una spaventosa crisi economica, politica e sociale e il gruppo dirigente è interessato a distogliere l’attenzione, e del proprio elettorato e della propria repubblica internazionale, dalla crisi americana. La guerra è quindi perfettamente funzionale ad una fase in cui l’America non ha ricette, non ha egemonia, non ha capacità di attrazione, sta cominciando a perdere capitali e così via discorrendo. L’intenzione è quella di creare tutta una serie di squilibri mondiali che giustifichino l’intervento americano a tutela dell’ordine internazionale. Ecco perché ritengo che dire agli americani: “state attenti che squilibrate, se attaccate modificherete il quadro degli equilibri” non sia pertinente. Perché il gruppo dirigente è esattamente questo vuole. Ma allora come va inquadrato l’accordo commerciale da 40 miliardi di dollari siglato tra Mosca e Baghdad? Va inquadrato in un doppio gioco che Mosca sta facendo. Da un lato, infatti, Putin aiuta George Bush e si potrebbe dire che lo aiuta a scavarsi la fossa perché nell’interpretazione che la Russia da agli eventi, l’America non ce la farà a fare questa operazione e si avviterà in una serie di contraccolpi sempre più gravi che invece di rafforzare il suo dominio lo ridurranno e lo indeboliranno. Putin, dal suo punto di vista, fa questo ragionamento: “Che l’America prosegua pure su questa strada purché non ci tocchi, purché non ci colpisca, purché non diventiamo noi il suo bersaglio. Noi guadagneremo, in questo modo, quei 20, 25, 30 anni sufficienti per poter rimettere a posto, diciamo così, le nostre ossa e ricominciare a svolgere un ruolo mondiale”. Non mi chieda se questo è un calcolo realistico, non ritengo che lo sia, al contrario penso sia un calcolo stupido. Ma penso anche che Putin stia facendo il doppio gioco: da un lato fa i suoi interessi, dall’altro appoggia l’America nella sua linea bellicista in modo che la Russia possa rimanere estranea agli interessi di questo Impero e possa essere lasciata tranquilla. Putin sa benissimo che il prossimo obiettivo dell’America non è la Russia e quindi lascia fare. Ammetto che se io fossi al suo posto e avessi un paese in quelle condizioni un pensierino simile lo farei. In definitiva, anche se ritengo che questa linea sia sbagliata, la capisco. La situazione non potrebbe in qualche modo capovolgersi se il Medio Oriente dovesse coalizzarsi? Questa per il momento è una pia illusione. Attualmente l’offensiva è rappresentata da loro, tutti gli altri sono sulla difensiva. Non c’è una strategia comune, non c’è una linea comune, se ci fosse un Medio Oriente coeso avremmo una situazione simile a quella della Palestina. Io questa ipotesi non la vedo come non vedo niente di ottimistico in quello che farà l’Europa che è arrivata a questa vicenda divisa, spaccata in due, con un Tony Blair che appoggerà e parteciperà all’intervento militare, e un’Italia, che non vi parteciperà perché non è in condizioni di farlo, ma che appoggerà eccome! Un’Europa spaccata con l’asse Londra-Roma in perfetto sostegno della politica americana. Per il momento non vedo ragioni per essere ottimista. Il ritiro di circa 200 milioni di dollari arabi dai conti statunitensi ha a che fare con la questione della guerra? Ha a che fare eccome. Ma più che con la questione della guerra con la questione della crisi. Gli arabi sauditi medio-ricchi sanno perfettamente che se entrano in crisi i rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti, cosa che sta avvenendo, molti conti bancari potranno essere bloccati, unilateralmente, dagli americani. E quindi portano via i capitali, in primo luogo perché non vogliono rischi. In secondo perché si accorgono e capiscono che il dollaro sarà svalutato e quindi, per riequilibrare i loro portafogli, acquistano Euro. Invece di avere un portafoglio pieno di dollari avranno un portafoglio pieno al 50% di dollari e all’altro 50% di Euro. E’ un calcolo che chiunque sarebbe capace di fare: due più due è uguale quattro. Non penso, in sostanza, ad una decisione politica, ma ad una squisita fuga da un’economia in grave difficoltà che non potrà ricevere altri afflussi di capitale. Quindi anche per ragioni che prescindono in qualche modo dalla guerra irachena. Allo stesso tempo è vero che se 200 milioni di dollari, come si dice, sono stati portati fuori dalle banche americane è vero anche che i principi sauditi stanno acquistando dollari in grande quantità. Perché stanno cercando di salvare la pelle e il proprio dominio, e quindi, indirettamente, la monarchia saudita finanzia. E siccome quella della monarchia saudita è una famiglia molto grande, composta da 7000 persone, i grossi pescecani stanno finanziando gli americani per calmarli e i pescicani piccoli e medi portano via i loro capitali per salvarsi. Insomma fifty-fifty. Secondo me se 200 milioni di dollari li hanno portati fuori, 200 o 250 li hanno portati dentro. I dati ufficiali, ovviamente, non li sapremo mai. La Cina potrebbe avere un ruolo in questa guerra? La Cina se ne starà a guardare. Se la discussione verrà proposta al Consiglio di Sicurezza metterà il veto, ma gli americani non hanno la minima intenzione di portare al Consiglio di Sicurezza questa questione e quindi la Cina si dichiarerà contraria, ma non farà nulla. I cinesi ragionano con un altro criterio, ragionano sui 40, sui 50 anni o comunque, in ogni caso, si preparano al grande show down del 2017, 2020. Loro aspettano, il loro criterio non è quello dell’immediato. D’altronde non sono premuti dalla crisi e non sono ancora integrati nel mercato mondiale, quindi, in qualche misura, possono tranquillamente ignorare quello che sta accadendo. Quali rischi correrebbe l’Italia nell’appoggiare militarmente gli Stati Uniti? Gli americani non ci chiederanno di intervenire, con forze di terra, in una cosa del genere perché sarebbe una totale catastrofe. Ci chiederanno, però, di partecipare alle azioni dall’alto, ai bombardamenti, ai pattugliamenti, alle azioni di supporto logistico ecc. ecc. Naturalmente noi, in questo modo, come abbiamo già fatto in Kossovo, come abbiamo fatto in Afghanistan, ci comprometteremo e diventeremo alleati della potenza imperiale. Automaticamente diventeremo anche bersagli delle possibili reazioni; è inesorabile. Vorrà dire che prima o poi cominceranno a saltare per aria anche le discoteche italiane. Qual è attualmente il ruolo dell’Onu? L’Onu è fuori combattimento. Come ho detto prima gli americani non hanno la minima intenzione di sostenere il ruolo delle Nazioni Unite in questa situazione. Quello che vedo all’orizzonte è che immediatamente dopo questa guerra, magari fra due o tre anni, gli Stati Uniti diranno semplicemente che dalle Nazioni Unite se ne vanno. Diranno tranquillamente che sospendono la loro partecipazione perché si tratta di un’organizzazione di avventurieri e di dittatori. Non accadrà subito magari, ma quando la situazione diventerà sempre più drammatica. Quando gli Stati Uniti diverranno più visibilmente imperialisti, quando sarà chiaro a tutti che non sono minimamente interessati a discutere con il resto del mondo misure comuni, è chiaro che gli altri paesi, pian piano, reagiranno - come è accaduto, in qualche maniera, a Johannesburg –e allora gli Usa dovranno dire che l’Onu non serve più. Seguiranno questa linea fino a che questo gruppo di avventurieri che è a capo della Casa Bianca non sarà sostituito da un altro gruppo più ragionevole. Fino a quando l’élite americana non sarà capace di produrre qualcosa di più sensato di quello che sta producendo è chiaro che questa è la rotta verso la quale si sta andando. Wilson fu un grande presidente, anche se qualcuno afferma il contrario, ed ebbe la grande idea della società delle nazioni. Ma quella governata da lui era un’America diversa, era un’America capace di conquistare l’egemonia, che si metteva alla testa del mondo democratico insegnando delle cose positive. L’America che ci troviamo di fronte oggi è completamente diversa: vuole dettare la sua legge con la violenza a tutto il resto del mondo. Ai signori che continuano a biascicare ringraziamenti bisognerebbe dire che ringraziare l’America di allora è bene, ringraziare quella di oggi è un po’ diverso. Anche perché le risorse sono limitate e la sensazione è quella l’eliminazione di una buona fetta dell’umanità potrebbe far comodo ai ricchi paesi dell’Impero. Esatto. Lei pensa che per sciogliere i dubbi che l’opinione pubblica americana e inglese hanno in merito all’Iraq occorrerebbe un attentato più o meno strumentale? Un attentato adesso sarebbe, per loro, esattamente l’ideale. Staremo a vedere. Ce lo dobbiamo aspettare? Non lo so. Io ritengo che se ci fosse sarebbe perfettamente funzionale alla guerra, quindi qualche provocazione di questo genere la troverei assolutamente logica. Io ritengo che l’11 di settembre sia stato concepito in questi termini e ritengo che qualcosa di analogo potrebbe accadere. Se per fare la guerra afgana ci è voluto l’11 settembre per fare quella irachena ci vorrà, diciamo così, un 10 di ottobre. |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |
di Alberto B. Mariantoni © - 31 gennaio 2009
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