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Home arrow La Rivista arrow Terzo Millennio arrow Terzo Millennio N° 25 Settembre 2002
Terzo Millennio N° 25 Settembre 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 25 Settembre 2002
Iraq: l'Apocalisse
... per approndire
"La guerra all'Iraq, un attacco alla democrazia mondiale"
"L'America vuole destabilizzare il mondo arabo"
Johannesburg l'insostenibile sviluppo
Non abbiamo bisogno di carita', ma di giustizia
Colombia, via a la Conmocion interior
La generalissima voluta da Washington
Percorsi di lettura


Iraq: l’Apocalisse
di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante


Ormai è solo una questione di tempo.
L’attacco all’Iraq sarà sferrato nonostante la ferma opposizione di Germania, Canada, Cina e Russia, che si è dichiarata pronta a far uso del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Sembra deciso il presidente George W. Bush, che di fronte Congresso rinnova il suo impegno a costruire un consenso interno ed internazionale all’attacco mentre dal suo Ranch in Texas, dove ha trascorso una lunga vacanza, parla di un interesse mondiale nel porre fine al regime iracheno. <<Saddam Hussein costituisce una minaccia – spiega – e non c’è nulla che ci possa convincere del contrario, soprattutto per quel che riguarda la disponibilità di armi di distruzione di massa>>. Insieme a lui, intorno al tavolo del Prairie Chapel Ranch, il ministro della Difesa Donald Rumsfeld, il vice presidente Dick Cheney, il consigliere per la Sicurezza Nazionale Condoleeza Rice, il capo dello staff della casa Bianca Andrew Card e il capo degli Stati Maggiori Riuniti generale Richard Myers. Non pesa la mancanza del segretario di Stato Colin Powell, colomba bianca tra tutti i falchi del Presidente che più volte ha tentato di mettere in guardia <<contro i rischi di una guerra priva di sostegno internazionale>>. Niente paura, è l’assicurazione di Bush, prima di qualsiasi intervento militare gli alleati saranno debitamente consultati; io, aggiunge, <<so aspettare>>, <<sono un uomo paziente>>.
E la dimostrazione dell’assoluta importanza conferita al parere degli alleati giunge all’indomani del dissenso di tedeschi e canadesi. <<Bush non ha chiesto loro di partecipare>> è il commento del fedele Rumsfeld che informa: <<La coalizione gode di un ampio consenso e ci permette di fare progressi nella lotta al terrorismo>>.
Quasi contemporaneamente un sondaggio svolto dalla Cnn e dal quotidiano Usa Today rivela che dall’11 settembre la percentuale degli americani che condividono l’operato del presidente è scesa dal 71 al 65%; che a sostenere la guerra in Iraq non è più il 74 del novembre 2001, ma il 53% e che solo il 55% crede che l’Iraq sia in possesso di armi di distruzione di massa. Soltanto due americani su dieci, inoltre, approvano l’invio di truppe senza il sostegno degli alleati occidentali.
Anche “grandi vecchi” della portata di Henry Kissinger o dell’ex consigliere di Bush padre Brent Scowcroft sconsigliano l’attacco.
Almeno per il momento.
<<Un intervento militare americano finirebbe per rendere difficile, se non distruggere, la campagna globale antiterrorismo che abbiamo intrapreso>>, scrive Scowcroft sul Wall Street Journal. <<Gli Stati Uniti darebbero l’impressione di voltare le spalle al conflitto israelo-palestinese per correre dietro all’Iraq, scatenando un’esplosione di risentimento contro di noi>>. Nelle stesse ore, ma dalle pagine del Washington Post, Kissinger giudica la guerra <<prematura>> senza <<una linea politica precisa sul dopo>>, considerando che un intervento militare andrebbe tentato soltanto nel caso ci fosse la volontà di fare uno sforzo per tutto il tempo necessario.
Ma il tempo è tiranno, è il parere Condoleeza Rice, affettuosamente detta Condi. <<Saddam è un uomo cattivo che, lasciato al suo posto, porterà distruzione ancora tra la sua gente, i suoi vicini e, se possiede armi di distruzione di massa, per tutti noi diventa un imperativo morale molto potente che il suo regime cambi>>.
Ed ecco spuntare, all’occorrenza, un nuovo filmato proveniente dalla “collezione privata” di Osama bin Laden. Questa volta, a provocare la rabbia e l’indignazione dell’opinione pubblica è l’agonia di un innocente cucciolo di Labrador chiuso in una gabbia di vetro al cui interno un militante di Al Qaeda getta un liquido giallastro dal quale si sprigiona un gas letale. Le immagini mostrano il cagnolino che comincia a salivare, a guardarsi intorno, a barcollare prima di rimanere a terra senza vita. Pochi giorni dopo il governo americano parla di esperimenti ancora più sconvolgenti effettuati dai terroristi afgani nel nord dell’Iraq, e precisamente nella cittadina di Halabja. Una fonte anonima avrebbe riferito di test letali su diversi animali da cortile e su almeno un essere umano.
Questo basterebbe, è l’opinione dei vertici statunitensi, per provare l’esistenza di un legame tra Al Qaeda e Saddam Hussein oltre che l’effettiva esistenza di esperimenti con armi non convenzionali, nonostante l’Iraq sia accusato di possedere ben altri arsenali chimici.
Ma se della localizzazione di armi chimiche, biologiche e di missili, ossia delle prove per giustificare l’attacco, non sembra esservi ancora traccia nei rapporti dei servizi segreti(1), ve ne sarebbe invece negli armadi del fu presidente Ronald Reagan. Secondo un’inedita rivelazione resa al New York Times da fonti militari di altissimo livello, tra il 1981 e l’88 gli Stati Uniti, sebbene consapevoli del largo utilizzo di armi chimiche fatto dall’esercito iracheno, avrebbero collaborato con il raìs nella guerra contro l’Iran che si concluse con la morte di 700mila persone.
Per timore di perdere il controllo sul petrolio del Golfo Persico Washington accettò che l’Arabia Saudita inviasse un ambasciatore, il principe Bandar bin Sultan, a difendere la causa dell’Iraq presso la Casa Bianca.
<<Il presidente Reagan e il vicepresidente Bush – si legge – non hanno mai ritirato la loro approvazione per un programma segreto in cui oltre 60 agenti segreti americani fornivano agli iracheni informazioni sui movimenti delle truppe iraniane e preparavano per loro i piani tattici per battaglie e attacchi aerei>>. Gli americani, in sostanza, indicavano la posizione dei reparti contro i quali gli uomini di Saddam avrebbero lanciato gas nervino, sarin e altre armi chimiche, grazie alle quali riconquistarono la penisola di Fao e costrinsero l’Iran ad accettare la pace. In fondo per il Pentagono, stando alle dichiarazioni di uno dei veterani del programma, l’uso del gas non era così sconvolgente. Si trattava <<soltanto di un altro modo di uccidere – fosse con una pallottola o con il fosgene, non faceva alcuna differenza>>.
Curioso il fatto che per tutta la durata degli aiuti i vertici dell’amministrazione Reagan condannarono pubblicamente l’uso di gas nervino da parte dell’Iraq.
In particolare in seguito alla strage dei curdi di Halabja, nel 1988.
E del programma era a conoscenza Powell, all’epoca consigliere per la Sicurezza Nazionale, che tramite un portavoce e come da copione ha definito <<totalmente false>> le informazioni, seguito a ruota dal vice Richard Armitage.
Ora, il compito di dimostrare quanto la guerra sia <<giusta e necessaria>> sarà affidato ad un dépliant curato dall’Iraq Public Diplomacy Group, un ente governativo incaricato di promuovere l’attacco americano e che verrà probabilmente distribuito in corrispondenza all’anniversario della strage delle Twin Towers.
Sull’onda della massima pressione emotiva dell’opinione pubblica.
Una sorta di campagna pubblicitaria, quindi, che non sembra voler in alcun modo prendere in considerazione la possibilità di giungere ad un accordo con il regime di Saddam e quindi evitare ulteriori massacri. Quando il presidente del Parlamento iracheno si è rivolto al Congresso di Washington dichiarandosi disponibile ad aprire le porte del Paese <<per qualsiasi ispezione, senza limiti di luogo e per tre settimane>> il portavoce di Bush ha risposto che <<le discussioni sono inutili>>. Secondo il Presidente gli iracheni mirerebbero infatti a guadagnare tempo per rinviare l’ora delle decisioni.
Ma i portatori di pace, indignati per la barbarie del nuovo Hitler, tendono invece ad avvicinarla e, come si dice, fanno sul serio. Lo dimostrano lo spostamento di elicotteri e bombe dagli Usa al Medio Oriente e il bombardamento di strutture irachene a sud del 38° parallelo effettuato da aerei americani lo scorso 20 agosto. Il ventottesimo dall’inizio dell’anno.
Nessuna meraviglia.
Dal 1991, anno della Guerra del Golfo, i bombardamenti non sono praticamente mai cessati tanto che nel corso di tutti questi anni le forze della coalizione avrebbero colpito il territorio iracheno, già sofferente a causa dell’embargo, con oltre 135.000 tonnellate di esplosivi tra cui più di 940.000 proiettili (400 tonnellate) all’uranio impoverito, un materiale altamente radioattivo.
Lo stesso che sembra aver contaminato oltre 200.000 veterani colpiti da gravi patologie, per la maggior parte incurabili, molti dei quali hanno generato figli affetti da gravi malformazioni.
Lo stesso che, tra le altre cose provoca la leucemia, malattia della quale soffrono migliaia di bambini iracheni, che potrebbero essere curati grazie a macchinari per i quali la Commissione dell'Onu ha impedito l’utilizzo se non per fini militari.
Che attinenza ha questo con i tentativi di destabilizzare il regime e di ridurre la capacità dell’Iraq di produrre armi di distruzione di massa?
E le armi all’uranio impoverito non sono forse esse stesse armi di distruzione di massa?
E l’embargo non provoca forse la morte di migliaia di persone innocenti?
Quanti sono gli Hitler sulla Terra?

Nel campo di concentramento
Secondo il rapporto annuale Unicef del 1998 sono 90.000 i bambini che ogni anno muoiono in Iraq a causa dell’embargo. Ogni mese oltre 3.000 bambini di età inferiore ai cinque anni e oltre 4.000 di età  superiore ai cinque anni muoiono a causa di fame e malattie mentre uno su quattro soffre di malnutrizione. “Il piano della risoluzione 986, che accorda all’Iraq ‘alimenti in cambio di petrolio’ – spiega padre Jean-Marie Benjamin nel suo libro Iraq: l’Apocalisse – si è rivelato del tutto insufficiente e inadeguato, come è stato dimostrato dalle Organizzazioni internazionali e agenzie dell’ONU (Fao-Unicef-Unesco-Oms-Pam). I bambini (e gli adulti) che sopravvivono rimangono privi dei necessari apporti in vitamine e proteine ed accusano gravi patologie. A Baghdad i bambini a sviluppo ritardato sono il 15,7% e quelli molto debilitati il 3,3%; a Karbala (nel sud del Paese) i bambini a sviluppo ritardato sono il 18,1% e quelli molto deboli il 5,1%. Il Pam e la Fao ritengono che le statistiche ottenute a Karbala riflettano meglio la situazione dell’Iraq nel suo complesso”. Le razioni medie giornaliere sono composte di tè e pane il mattino, riso a mezzogiorno e pochi grammi di ceci la sera e “molte infezioni sono causate dall’associazione agli alimenti di acqua non potabile e dalla massiccia presenza di mosche”.
Secondo gli studi effettuati da esperti di oltre15 paesi e operanti da anni, in Iraq le acque, l’aria, la vegetazione egli animali commestibili sono gravemente contaminati su tutto il territorio iracheno, in particolare a sud, a causa della contaminazione da uranio impoverito. I cui effetti hanno una durata che va da un minimo di 500 milioni a un massimo di quattro miliardi e mezzo di anni.
La ionizzazione dell’aria ha raggiunto livelli allarmanti e in alcuni villaggi si è registrato un incremento del 180- 450% annuo di casi di leucemia, cancro e infezioni varie. Centinaia, inoltre, sono i bambini che nascono con gravi malformazioni.
A causa dell’embargo qualsiasi tipo di assistenza sanitaria e tutte le iniziative utili alla decontaminazione sono totalmente paralizzate.
Anche gli ospedali versano in condizioni catastrofiche e “quando arriva un medicinale – spiega padre Benjamin – il dramma dei medici è quello di dover decidere a chi somministrarlo, di fronte a centinaia di richieste”.
Nel maggio del 1999, un ufficiale dello Stato Maggiore della Nato dichiarava che <<le armi all’uranio impoverito non inquinano più di un orologio o di un telefonino cellulare>>, omettendo di rivelare che in seguito alla Guerra del Golfo i militari chiamati ad intervenire con armi all’uranio impoverito in zone di conflitto ricevono dal Ministero della Difesa degli Stati Uniti una videocassetta che presenta i rischi di contaminazione e le precauzioni da adottare in caso di pericolo.
Secondo uno studio pubblicato dal prof. Siegwart-Horst Günther, presidente della Croce Gialla Internazionale e specialista di malattie infettive ed epidemiologiche, “le munizioni all’uranio impoverito provocano nei bambini:
·    un collasso del sistema immunitario con forti aumenti delle infezioni;
·    un forte sviluppo di herpes e herpes zoster;
·    sintomi simili a quelli dell’AIDS;
·    un quadro clinico prima sconosciuto di disfunzione renale ed epatica;
·    leucemia, anemia aplastica o neoplasie maligne;
·    malformazioni di origine genetica riscontrate anche negli animali contaminati”.
Combattere la leucemia, in Iraq, costa 50.000 dinari, l’equivalente di 16 mesi di salario medio e vista la carenza di attrezzature ospedaliere e la penuria di ambulanze che possano intervenire in casi di urgenza il numero delle vittime è solo destinato a salire.
Ma le malattie e la fame non sono l’unico problema dei bambini di Baghdad.
<<La maggior parte di essi manca di indumenti puliti, di un alloggio decenti o di acqua potabile - dichiarava nel 1998 Denis Halliday, ex-responsabile del programma umanitario dell’Onu per l’Iraq, nel corso di una conferenza -. Non possono neppure sognare una vita  con minimo di salute, con la sicurezza di una nutrizione regolare ed equilibrata, con la possibilità di andare a scuola invece di lavorare o mendicare>>.
In un paese che vanta 7.000 anni di cultura, che ha visto nascere la ruota, l’arte della navigazione, l’architettura, la scuola e ancora gli scribi, le prime leggi e i primi giudici, l’arte, la musica, la medicina, i sacerdoti e i templi, “la distruzione dell’apparato scolastico – continua Benjamin - è grave quasi quanto la volontà di privare i bambini di pane e medicinali.
Quale rapporto esiste tra l’impedire l’importazione di testi per l’insegnamento e la politica?”
Sono più di 10.000 le scuole distrutte dai bombardamenti e oggi solo un terzo dei bambini riceve un’istruzione normale. Chi non frequenta corsi scolastici si trova su una strada a mendicare, a lucidare scarpe o a vendere sigarette, pistacchi, giornali.
A Baghdad è normale vedere bimbi e adolescenti che ripuliscono le strade dopo la mezzanotte e che non rientrano a casa a dormire.
“Dall’embargo, la delinquenza minorile è aumentata di cinque volte – spiega ancora Benjamin - e la lacerazione psicologica che colpisce le giovani generazioni ha notevolmente ridotto la speranza di una vita futura normale. In una società che vede il suo avvenire ipotecato e che non ha più nulla da perdere, la rassegnazione e la disperazione hanno ferito l’anima di tutto il popolo”.
Solo l’immediato ripristino di strutture tecniche necessarie alla ripresa economica potrebbe migliorare le condizioni di vita della popolazione, ma quando il segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan scrisse nel suo rapporto del febbraio 1998 che “870 milioni di dollari sono immediatamente necessari per intraprendere il ripristino e la manutenzione richiesti dalle infrastrutture elettriche (generatori, trasmissioni e distribuzione dell’elettricità), le forze anglo-americane risposero con un bombardamento a due importanti centrali elettriche nel sud dell’Iraq. “Aggiungendo così altre sofferenze e disperazione a una popolazione che aveva affrontato, durante l’estate 1998, 55 gradi all’ombra, senza elettricità per far funzionare un frigorifero e un ventilatore(2)”.
<<L’imposizione delle sanzioni all’Iraq, decisa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite –ha dichiarato ancora Halliday – può essere paragonata a una guerra non dichiarata. Per la popolazione i risultati sono identici: stessa distruzione del suo benessere, stessa ipoteca sul suo avvenire. Non sono un esperto dell’Iraq. Ma, per mia fortuna o sfortuna, ho avuto la possibilità di vedere con i miei occhi le conseguenze delle sanzioni durante i tredici mesi del mio soggiorno in quel paese – conclusosi il 1° ottobre 1998 – quale coordinatore umanitario delle Nazioni Unite>>.
<<Quello che più colpisce, a Baghdad, è lo stato di rovina della città: strade sudicie e mal tenute, discariche a cielo aperto, rifiuti debordanti, spazi una volta verdi divenuti grigi, case crollate, terreni incolti, insomma tutti segni del declino e della negligenza. Le autorità comunali non hanno più i mezzi per pagare un numero sufficiente di netturbini e sono impossibilitate a sostituire le attrezzature danneggiate.
Tutto il sistema di trasporto è saltato, le linee aeree interne, una volta fiorenti, non funzionano più. I treni per Bassora e Mossul, con i finestrini rotti, sono irregolari, gli autobus un incubo. I servizi postali e bancari non funzionano, l’acqua potabile non scorre più dal rubinetto. La disoccupazione colpisce la popolazione in misura catastrofica, poiché le fabbriche sono state bombardate e le materie prime non possono più essere importate. Il numero di individui che non dispongono neppure del minimo vitale è stimato, per il solo comprensorio di Baghdad, tra i cinque e i sei milioni>>.

E’ questo il volto del famigerato Iraq.
Il rifugio dei terroristi di Al Qaeda che l’Impero ha deciso di bombardare.
I diritti umani?
Perché dovrebbero pensare a quelli degli iracheni se non lo hanno fatto nemmeno per gli stessi americani?

Cavie di guerra
Gli studi del già citato professor Siegwart-Horst Günther hanno dimostrato che c’è una sostanziale somiglianza tra le malattie che colpiscono la popolazione irachena e quella che si definisce “Sindrome del Golfo”, della quale soffrono almeno 200.000 veterani americani, canadesi e britannici.
Nonostante esista ancora oggi una preoccupante campagna di disinformazione dell’opinione pubblica volta a minimizzare gli effetti della contaminazione radioattiva da uranio impoverito, nel gennaio del 1998, a sette anni dal conflitto, il Pentagono fu costretto ad ammettere l’esistenza di un pericolo per migliaia di soldati. La “Veterans Administration”, il 18 settembre di quell’anno, riconobbe che si stavano individuando nei reduci problemi neuro-conoscitivi e uranio impoverito nel loro liquido seminale.
Se fosse stato per il governo americano questa sconcertante verità non sarebbe probabilmente mai venuta a galla.
Fascicoli smarriti, smentite ufficiali, pressioni psicologiche e intimidazioni hanno fatto sì che per sette anni si mantenesse il segreto sullo spinoso argomento. Solo grazie alle battaglie condotte dal “Military Toxics Project” il 25 settembre del 1998 furono pubblicati i risultati dei test preliminari sui reduci dal Golfo Persico.
“Sapevamo che veniva impiegato uranio impoverito – ha dichiarato Tara Thornton, organizzatrice del progetto – sapevamo che vi erano rischi per la salute, sapevamo che non avevamo ricevuto nessuna formazione al riguardo e che ai soldati non veniva fornita alcuna protezione. Noi dovevamo sapere e i combattenti hanno il diritto di sapere se sono stati esposti all’uranio impoverito e se l’UI è presente dei loro corpi. Abbiamo fatto pertanto dei controlli indipendentemente dal Pentagono e dalla ‘Veterans Administration.’”
Quando la polemica divenne incontenibile Casa Bianca e Pentagono, sotto la pressione di 80.000 reduci, ammisero che oltre 20.000 soldati furono esposti ad armi chimiche, ma che soltanto un numero piuttosto limitato di questi – circa 60 – ad UI.
Oggi, secondo le indagini condotte dall’MTP, sappiamo che il numero dei soggetti esposti all’uranio impoverito potrebbe arrivare addirittura a 400.000 unità.
Molti di questi sono ovviamente indignati e sconcertati per il trattamento subito. <<L’80% di quelli che si arruolano nell’esercito lo fa per migliorare le proprie condizioni di vita e la vita della propria famiglia – è l’amaro e simbolico commento di Stacy -. Questo ci ha distrutto la vita. Io sono malato e mia moglie è pure malata. Se vivessi in Iraq o altrove potrei aspettarmi di essere trattato in questo modo, ma non avrei mai creduto che il Governo degli Stati Uniti avrebbe potuto abbandonare i suoi reduci al loro destino>>.
Ma non c’è da stupirsi che l’amministrazione americana abbia fatto di tutto per celare la verità non solo all’Iraq, ma anche ai propri soldati.
Le armi all’UI, come qualsiasi nuovo strumento bellico, necessitavano in primo luogo di un’area di sperimentazione all’interno della quale testarne gli effetti.
Qualcosa di simile, per intenderci, a ciò che Al Qaeda avrebbe fatto con il piccolo cucciolo di Labrador ed è facile ipotizzare che non sia semplice trovare qualcuno disposto a fare, consapevolmente, la stessa fine.
In secondo luogo non va dimenticato che diversi esponenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu come del governo americano hanno interessi sia nel mercato petrolifero che in quello delle armi.
E quale migliore strategia di quella di guadagnare sulla vendita di armi al Medio Oriente per poi sperimentare in quegli stessi territori le nuove tecnologie belliche non appena gli acquirenti si accingono ad utilizzare il proprio arsenale di guerra?
“Durante il conflitto Iraq-Iran, tra il 1981 e il 1988, le vendite di armi fruttarono agli Stati Uniti ed all’URSS 200 miliardi di dollari. La Francia e l’Unione Sovietica si divisero il mercato iracheno e ricavarono oltre 67 miliardi di dollari. In trent’anni, l’Arabia Saudita ha acquistato armamenti per 30 miliardi di dollari, Israele per 12 miliardi, l’Egitto e l’Iran per 7 miliardi ciascuno.
Già nel 1990, George Bush vendeva all’Arabia Saudita per 21,9 miliardi di dollari una impressionante quantità di armi(3)”.
Tra gli anni Ottanta e Novanta Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia controllavano il più vasto mercato del Medio Oriente fornendo i primi armi aeree, la seconda armi terrestri, la terza armi marittime. La Guerra del Golfo fornì l’occasione per svuotare quell’arsenale che, una volta terminati gli scontri, sarebbe stato rinnovato.
Nei due anni che precedettero la Guerra del Golfo, inoltre, “la Gran Bretagna aveva venduto all’Iraq materiali militari per oltre 250 milioni di sterline; la Germania aveva fornito componenti necessarie all’esercizio dei reattori nucleari (Siemens e MBB, Pilot Plant, Leybold MG)(4)”.

La guerra dell’Impero
Ma questo era ieri.
Oggi, l’attacco all’Iraq potrebbe avere una motivazione in più.
Ancora più agghiacciante, ma sicuramente da non escludere.
Stando a quanto riferito nei rapporti che hanno preceduto l’inizio dei lavori del summit di Johannesburg, mantenendo l’attuale tenore di vita occorrerebbero altri due pianeti e mezzo per garantire la sopravvivenza a tutti gli esseri umani.
Partendo dal fatto che nessun paese occidentale, Stati Uniti in primis, sembra avere alcuna intenzione a ridurre i propri consumi è evidente che le risorse sono ormai altamente insufficienti e che l’unica soluzione sarebbe quella di diminuire drasticamente la popolazione mondiale.
L’ipotesi potrebbe apparire azzardata, ma è bene ragionarci su.
Per liberare il Kuwait era veramente necessario l’impiego di armi di distruzione di massa tanto potenti da contaminare un paese per milioni di anni e distruggere così le generazioni  future?
Per stanare bin Laden e i militanti di Al Qaeda era veramente necessario distruggere interi paesi già colpiti dalla più miserabile povertà?
Per debellare il terrorismo internazionale è veramente necessario bombardare una lista infinita di Paesi che, secondo il parere di Casa Bianca e Pentagono, ospiterebbero alcuni elementi appartenenti ad organizzazioni terroristiche?
Per combattere la mafia sarebbe ragionevole bombardare l’Italia?
E’ evidente, una volta calpestato anche il più basilare diritto umano, che le ragioni che portano a determinate strategie politiche e militari vanno oltre il controllo di determinati territori o mercati.
E forse se ne è accorta l’Arabia Saudita che, stando a quanto emerge da notizie un po’ nebulose, avrebbe svuotato i suoi conti in America, magari in una sorta di disperato ricatto, ritirando circa duecento miliardi di dollari.
Forse se ne è accorto anche Sharon, che ha preferito schierarsi con l’Impero (vedi box) e che ora dall’Impero viene usato in chiave anti-Saddam.
E forse se ne è accorta la Cina, unico grande ostacolo rimasto al dominio globale.
Ma a tutto c’è un rimedio.
Recentemente Donald Rumsfeld ha chiesto che oltre allo scudo stellare l’America pensi seriamente ad un progetto di scudo terrestre in grado di bloccare i missili da crociera. Sopra i quali, dice, potrebbero essere piazzati ordigni chimici o batteriologici.
La verità è che con una tale tecnologia gli Stati Uniti farebbero un deciso passo in avanti distanziando di molto la Cina considerata pericoloso avversario politico a partire dal 2013.
Il nodo, quindi, non è il terrorismo ma la conquista del potere, quel potere che è quasi totalmente nelle mani dell’Impero.
Oggi soltanto una seria presa di coscienza da parte di tutti potrebbe cambiare le cose.
E sarebbe assolutamente necessario cambiarle perché, non dimentichiamolo, l’Impero è spietato.

1.    Tanto che secondo il Sunday Times di Londra il governo americano avrebbe elargito fondi al “Congresso Nazionale Iracheno”, un gruppo ribelle al regime, per convincerlo a spingere funzionari e ufficiali di Baghdad a tradire Saddam e fornire le prove per accusare l’Iraq di terrorismo.
2.    Jean-Marie Benjamin, Iraq: l’Apocalisse, Società Editrice Andromeda, 1999
3.    Jean-Marie Benjamin, Iraq: l’Apocalisse, Società Editrice Andromeda, 1999
4.    Jean-Marie Benjamin, Iraq: l’Apocalisse, Società Editrice Andromeda, 1999



 
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