La Rivista
Editoriali
Terzo Millennio N° 25 Settembre 2002 | Terzo Millennio N° 25 Settembre 2002 |
|
|
|
|
Pagina 4 di 10 «La guerra all’Iraq, un attacco alla democrazia mondiale» Nelle parole di padre Jean-Marie Benjamin il tragico volto del popolo iracheno a cura di Monica Centofante Padre Benjamin, dall’inizio dell’embargo ad oggi come è cambiata la situazione in Iraq? Sotto certi aspetti è rimasta invariata, sotto altri sono migliorate molte cose. Gli aiuti inviati dalla Comunità Europea hanno permesso un’assistenza sanitaria più efficiente rispetto al passato, in particolare nel sud del Paese, e la quantità di medicinali è aumentata. Nonostante questo, però, la situazione rimane tragica. Negli ospedali manca ancora tutto, non c’è nemmeno l’anestesia. L’anno scorso, durante uno dei miei viaggi in Iraq, visitai un villaggio di fango, abitato da povera gente, nel quale notai un vecchio frigorifero rovesciato che conteneva dell’acqua. Il capo del villaggio mi spiegò che si trattava dell’acqua del villaggio e quando gli chiesi da dove provenisse mi disse che era del Tigri. Ma l’acqua del Tigri non è potabile! esclamai e quello, con aria consapevole, rispose: <<Ma non abbiamo altro. Qui, d’estate raggiungiamo i 60 gradi all’ombra>>. Quando mi recai nel vicino ospedale il primario mi spiegò che la maggior parte dei bambini ricoverati, circa 2.500, soffrivano a causa di dissenteria o altre malattie infettive intestinali dovute all’ingestione di acqua non potabile. Gli domandai allora quanti di quei piccoli pazienti avrebbero ricevuto cure e lui mi rispose che grazie agli aiuti ricevuti un migliaio sarebbero entrati in terapia. Per i 1.500 rimanenti non ci sarebbe stato niente da fare. A tutt’oggi, in Iraq, muoiono 3.500/4.000 bimbi al mese a fronte dei 5/6.000 di qualche tempo fa. Sul tasso di mortalità influiscono anche le stagioni. D’estate i problemi sono maggiori che non in inverno e al sud del Paese le conseguenze della contaminazione da uranio impoverito sono in aumento del 300%. I casi di leucemia, cancro e altre malattie provocate dalle radiazioni si manifestano con sempre più frequenza e sempre di più sono le famiglie che mettono al mondo figli con spaventose malformazioni genetiche. Ho scattato centinaia di foto in proposito, che mostrano piccoli con due cervelli, con un occhio in mezzo alla testa, con dodici dita. Figli di genitori che prima della guerra del Golfo avevano partorito bambini normali. Come viene affrontato in Iraq il problema delle scorte alimentari? Una decina di Paesi arabi ha firmato con l’Iraq un patto, una sorta di mercato comune sul modello di quello europeo. Nel corso dell’ultimo viaggio che ho fatto a Baghdad, un paio di mesi fa, ho visto che dopo tanto tempo nei supermercati era possibile trovare un po’ di tutto. Ovviamente rimane il problema della popolazione che non ha i soldi per fare alcun tipo di acquisto. Questo nuovo mercato riesce in parte ad ovviare i problemi dell’embargo? Ne vengono risolti alcuni aspetti. Di certo la merce in vendita è molto meno cara di un qualsiasi altro paese del mondo perché è esentata dalle tasse. Il problema dell’Iraq è che quello di non avere accesso ai conti relativi alle vendite del petrolio, che sono bloccati alla Banca nazionale di Parigi dove vengono prelevate automaticamente le somme necessarie a pagare i debiti di guerra. Il Paese, in sostanza, non può vedere un solo centesimo e non ha quindi nulla da investire nella propria economia. Per questo può solo sperare nel sostegno dei paesi arabi e negli aiuti. Poi, di tanto in tanto, le agenzie umanitarie mandano le missioni a contare i morti. Si dice che l’Iraq non distribuisce gli aiuti umanitari. E’ una delle tante leggende che hanno tirato avanti per anni: l’Iraq non distribuisce gli aiuti umanitari, l’Iraq non distribuisce i medicinali e lo fa apposta, per far vedere al mondo che i suoi bambini soffrono. Il nuovo capo del programma umanitario dell’Onu a Baghdad – che è subentrato in seguito alle dimissioni presentate da Hans von Sponeck e Denis Halliday per protesta contro il genocidio – ha recentemente dichiarato alla stampa che quanto si dice sulla distribuzione dei medicinali in Iraq è assolutamente falso. Tra i vari sistemi di distribuzione organizzati dalle Nazioni Unite nei vari stati del mondo quello iracheno è il più perfezionato. E lo deve essere poiché i sistemi di comunicazione e trasporto locali sono assolutamente inesistenti. Soltanto il 15% delle ferrovie è in stato di funzionamento e in quelle condizioni il trasporto degli aiuti umanitari dal nord al sud del Paese non sarebbe possibile, tanto più che per la conservazione di molti medicinali si richiedono delle celle frigorifere. Le notizie sull’argomento sono quindi chiaramente manipolate e a dirlo non è padre Benjamin, ma il capo degli ispettori Onu a Baghdad. Quanti sono i funzionari Onu attualmente operanti in Iraq? Oltre 1500. Ma la cosa più singolare è che non solo si trovano lì da dodici anni – fatto unico nella storia dell’Onu e dei Paesi membri – ma che è l’Iraq a pagare le spese della loro permanenza. Per il biennio 2000/2001 agli iracheni sono stati prelevati dal conto 1 miliardo di dollari, impiegati non solo per il finanziamento dei funzionari, ma anche per il funzionamento di elicotteri e della rete di distribuzione della quale abbiamo parlato. Lei ha più volte affermato che l’Onu è controllato dagli Stati Uniti. Questa non è una meraviglia. Lo sa il mondo intero. E la prova ce l’abbiamo con Israele. Il problema Israele-Palestina sarebbe già stato risolto se il Paese di Sharon avesse accettato le risoluzioni dell’Onu che da 50 anni ignora. In una sola settimana, a causa del massacro a Jenin, ci sono state due risoluzioni e una condanna delle quali nessuno ha tenuto conto. E ora vengono a dirci che sulla questione dell’Iraq bisogna rispettare le decisioni dell’Onu e accettare l’invio di nuovi ispettori per il disarmo. Ma nessuno si ricorda di dire che le no-fly zone, esistenti da 12 anni, non sono mai state approvate da una risoluzione dell’Onu? Che due Paesi membri delle Nazioni Unite, Inghilterra e Stati Uniti, violano il diritto internazionale con due no-fly zone unilaterali? Un attacco all’Iraq rappresenterebbe la pagina più nera della storia dell’Organizzazione delle Nazioni Unite e i miei ex-colleghi sono i primi a dirlo. Quando ha dato le dimissioni, Hans von Sponeck ha motivato la sua decisione dicendo che non avrebbe mai accettato di essere manipolato e di rendersi complice di un genocidio. Ma manipolato da chi? Manipolato dagli americani. Nel novembre del 1998 l’Iraq espulse gli ispettori dell’Unscom accusandoli di essere spie della Cia. Tutti i giornali tuonarono che non poteva che trattarsi di un’invenzione di Saddam e sotto la minaccia di un bombardamento americano gli iracheni furono costretti ad accettare il ritorno dei funzionari. Per tre mesi il capo della Commissione per il disarmo Richard Butler effettuò dei sopralluoghi, scattò fotografie e, alla fine, stilò un rapporto che il suo aggiunto Scott Ritter e Hans von Sponeck contestarono poiché, secondo quanto da loro dichiarato, non rappresentava la reale situazione. Tale documento, poi, contrariamente al regolamento dell’Onu, venne consegnato agli ambasciatori americani e inglesi prima che al Consiglio di Sicurezza, dando così a Stati Uniti ed Inghilterra un vantaggio temporale per organizzare i bombardamenti. E i siti bombardati furono principalmente quelli nei quali il signor Butler aveva effettuato i sopralluoghi. A questo punto Scott Ritter, furioso, presentò le dimissioni dicendo: <<Noi lavoravamo per la Cia>>. Ma allora aveva ragione il governo iracheno! E se personaggi come Butler e come von Sponeck - capo degli ispettori Onu, assistente di Kofi Annan - decidono di abbandonare la carriera è perché sono stati spinti da una motivazione morale. E, nonostante tutto, prima gli americani hanno provato a dire che questi personaggi si erano fatti condizionare dal governo iracheno e poi, messi alle strette, non potendo più negare, hanno dichiarato che agire così era una cosa normale perché loro erano <<in guerra con questo Paese>>. Ma mi scusi, l’Organizzazione delle Nazioni Unite rappresenta la comunità internazionale non un singolo governo. E’ una violazione della carta dell’Onu. Ed è per questo che oggi l’Iraq dice: <<Noi siamo pronti ad accogliere una commissione ma non con il signor Blix. Perché non è affidabile>>. Perché Blix è una spia della Cia e non farebbe altro che rifare quello che Butler fece nel ’98. L’unica cosa che gli iracheni chiedono è un minimo di garanzia, come ne ha diritto un qualsiasi Paese membro dell’Onu. E’ per questo che gli americani non hanno accettato la recente proposta del Parlamento iracheno che avrebbe aperto le porte agli Stati Uniti per controlli della durata di tre settimane? Il presidente del Parlamento iracheno ha inviato una lettera, della quale ho una copia, a tutti i membri del Congresso americano. E’ una lettera molto ben fatta, molto aperta, che contempla le diverse strade delle trattative e che invita in Iraq politici, americani e non, oltre ad una nuova commissione Onu per il disarmo. L’unica richiesta avanzata, e condivisa dai paesi arabi, è che la commissione non sia composta per il 90% da americani. Alcuni congressisti del governo statunitense avevano considerato la possibilità di accettare la proposta, ma hanno ricevuto talmente tante pressioni dall’alto che hanno pensato bene di rimandare il progetto. Non c’è quindi nemmeno un fondo di verità nella notizia che l’Iraq aveva in passato rifiutato ogni tipo di controllo? Se fosse stato così non ci sarebbero state le visite continue di una delegazione del ministero degli Affari Esteri a New York e all’Onu e le riunioni con Kofi Annan, il quale non avrebbe scritto le lettere che ha scritto. L’Iraq non ha mai detto di no. E’ accaduto soltanto che nel corso di un programma trasmesso su Al Jazeera, il ministro dell’Informazione ha affermato che la visita degli ispettori dell’Onu sarebbe stata inutile. <<Che cosa vengono a fare qui – si è chiesto -? Noi non abbiamo nessuna arma. Sono già stati qui otto anni, non otto mesi, otto anni, e hanno distrutto tutto quello che era rimasto in piedi dopo la Guerra del Golfo>>. In seguito a questa dichiarazione gli Stati Uniti hanno preso la palla al balzo dicendo che l’Iraq si opponeva ai controlli nonostante ci sia tanto di documento, firmato dal ministro degli Affari Esteri iracheno su richiesta di Kofi Annan, che afferma il contrario e che è pronto a partire. Gli Stati Uniti dichiarano di voler attaccare l’Iraq per scongiurare il pericolo di un attacco con armi chimiche, Durante la guerra contro l’Iran, però, gli Stati Uniti di Reagan appoggiarono l’esercito iracheno nonostante fossero perfettamente consapevoli che questo aveva le armi chimiche e le usava. Durante la guerra Iran-Iraq gli Stati Uniti d’America hanno venduto agli iracheni armamenti per il valore di 51 miliardi di dollari e hanno addestrato il loro esercito così come hanno fatto con quello talebano in Afghanistan nel periodo dell’invasione sovietica. Con i talebani, poi, si sa come è andata a finire. Ma l’Iraq non è l’Afghanistan. L’Iraq è una repubblica laica. E’ vero che ci sono degli estremisti islamici, ma ci sono anche 750.000 cristiani tra i quali lo stesso vice-primo ministro. Tra i talebani, in Arabia Saudita o in Kuwait questo non sarebbe assolutamente possibile. Ci troviamo quindi di fronte ad un incredibile paradosso. I veri nemici degli americani, infatti, dovrebbero essere i sauditi e ce lo dimostra il fatto che gli arresti che hanno fatto seguito al disastro dell’11 settembre hanno coinvolto per la metà personaggi con il passaporto saudita. L’altra metà comprende egiziani, marocchini, tunisini, tutti paesi moderati e in qualche modo alleati degli Stati Uniti. Non c’è nemmeno un iracheno. Tirando le somme, la lotta la terrorismo dove ha portato? Non una sola cellula di Al Qaeda, in più di 40 paesi, è stata smembrata; il primo ricercato è sparito nel nulla; il secondo è scappato con la moto. Fino ad ora gli Stati Uniti hanno perso la faccia così come l’hanno persa con il crollo dell’embargo e con il loro tentativo di creare una rivoluzione in Iraq mettendo il popolo contro Saddam Hussein. Con le loro azioni hanno ottenuto l’esatto contrario: Saddam oggi è un eroe nazionale sia per i palestinesi che per le popolazioni arabe. Anche in Tunisia e in altri paesi moderati non è difficile trovare gente con la foto di Saddam in macchina. Ma allora quali sono le vere motivazioni che si celano dietro all’attacco? Il petrolio. E’ per questo che hanno bisogno di una presenza permanente nel paese ed è per questo che sono sempre stati in Arabia Saudita. Adesso però sta cambiando tutto, perché l’Arabia Saudita sta facendo un bel po’ di scoperte e molti militari americani devono lasciare il Paese. Ecco perché Saddam si è trasformato in una grande minaccia per l’America e per il mondo intero! Ma anche un bambino, se avesse la possibilità di farsi un giro in una qualunque città irachena capirebbe che quella terra è in agonia e che non avrebbe la forza di attaccare nemmeno un gruppo di curdi. Quindi dobbiamo aspettarci un mondo arabo che di fronte ad un attacco statunitense contro l’Iraq potrebbe coalizzarsi. Non è che potrebbe, è già coalizzato. E non solo il mondo arabo. Tra Iran ed Iraq sono stati stipulati diversi accordi tra cui, per citare un esempio, quello per la costruzione della linea ferroviaria Teheran- Baghdad. La stessa Russia sta firmando, in questi giorni un contratto di oltre 40 miliardi di dollari con Baghdad e la Siria ha già fatto un appello contro la guerra. La situazione, inoltre, si aggrava se si pensa alla fortissima opposizione all’interno dello stesso partito del presidente americano. E’ evidente che uno degli intenti è quello di mascherare le sconfitte subite e di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica da situazioni spinose – vedi alla voce Enron – che stanno mettendo in seria difficoltà l’amministrazione americana. Tornando all’Arabia Saudita, è forse per affermare la propria opposizione alla guerra che gli arabi sembra stiano svuotando i propri conti negli Stati Uniti? Certo, ma il discorso non vale solo per l’Arabia Saudita. I Paesi arabi hanno capito che questa guerra non sarebbe una guerra contro l’Iraq, ma una guerra per il petrolio e che è destinata ad allargarsi. Come hanno già annunciato. Molto controversa è anche la posizione dell’Italia. Che ha basi americane da nord a sud. Attualmente nessun paese al mondo, nemmeno il Canada è pronto ad appoggiare un’operazione così, ma immaginiamo cosa potrebbe accadere se l’attuale governo mettesse a disposizione delle basi. In linea d’aria la Sicilia è a dieci minuti di distanza dai paesi arabi. La speranza è che la posizione comune europea rimanga invariata poiché sarebbe una follia attaccare senza una risoluzione dell’Onu. Non si tratterebbe di un attacco all’Iraq ma all’intera comunità internazionale. Meglio: al diritto internazionale, alla stessa democrazia. sarebbe l’espressione di una dittatura mondiale. Nel suo ultimo libro La guerra infinita il giornalista Chiesa parla di un ristretto numero di persone che gestiscono l’intera situazione mondiale. Di questo sono convinto da anni. Il mondo è nelle mani di 200 famiglie, il 90% delle quali si trova negli Stati Uniti. Attualmente di queste famiglie fanno parte le lobby che appoggiano i piani di Rumsfeld, quelle che hanno interessi nel mercato degli armamenti. E’ per questo che sono convinto che l’Onu sia completamente controllato dagli Usa. Ma questo i funzionari delle Nazioni Unite lo sanno, ne parlano apertamente sia nel corso delle riunioni che nei corridoi. Ed è per tale motivo che l’Onu è pronto a reagire ed è assolutamente deciso a non cedere: ne andrebbe non solo della sua credibilità ma del crollo del diritto internazionale e quindi di un disastro dalla portata universale. Il problema non è quindi limitato al mercato del petrolio, è la democrazia internazionale che è messa in pericolo. Certamente. Nel mio ultimo libro, Obiettivo Iraq: nel mirino di Washington, uscito a giugno, ho descritto il piano di attacco all’Iraq. Un mese dopo il New York Times lo ha ripreso, lo ha modificato, lo ha pubblicato e il mondo intero ne ha parlato. Ma era il mio. Gli unici ad averlo detto sono stati l’Avvenire e Avvenimenti. Nel frattempo i disegni mondiali si sono molto ben delineati. E intanto in Iraq si continua a bombardare. Anche tre o quattro giorni fa hanno ammazzato degli innocenti. Dal dicembre ‘98 fino ad oggi sono state registrate oltre 30.000 uscite di aerei angloamericani sulle no-fly zone e centinaia di vittime civili. Un anno e mezzo fa, mentre mi trovavo a Baghdad, nel nord del Paese hanno lanciato un missile che ha colpito un gregge facendo a pezzi due ragazzini di 13 e 15 anni. Erano due giovani curdi perché, in teoria, le no-fly zone servirebbero a proteggere i curdi. In pratica vengono colpite. Nel ’96 la Francia si è ritirata da queste zone di non volo dopo averne chiesto, per tre volte, la legalizzazione. Legalizzazione per la quale c’è sempre stato un veto americano. E su Cnn e FOX News hanno il coraggio di chiamarla coalizione delle no-fly zone. Una coalizione unilaterale di due paesi. Ma le cronache occidentali non parlano di morti civili. Ogni volta che rivela i dati sulle morti dei civili causate dai bombardamenti il ministero di Baghdad viene accusato di fare propaganda. Nessuno, però, si prende la briga di chiedere conferma alle agenzie dell’Onu presenti su tutto il territorio iracheno. E le agenzie dell’Onu le conferme le potrebbero dare, eccome. Questo atteggiamento è fazioso. Per non parlare del fatto che quasi nessuno, in occidente, sembra preoccuparsi di come vive realmente il popolo iracheno. Per noi sembra esistere solo Saddam. Di fatto, il mondo arabo è stato scoperto dopo l’11 settembre. Anche i responsabili delle commissioni parlamentari ignorano completamente quella realtà. Non hanno capito che se un ragazzo o una ragazza di 16 anni arriva a mettersi delle bombe addosso e a farsi saltare in aria è perché ha raggiunto un tale grado di disperazione che non ha più niente da perdere. Tanto che sacrifica anche la propria vita. La generazione dell’embargo, quella che ha vissuto isolata dal resto della comunità internazionale, senza alcuna speranza di avere un futuro, nella più totale disperazione, umiliata e offesa ha covato odio. La stessa cosa è avvenuta per i musulmani ed è ovvio che nel caso in cui venisse attaccato l’Iraq ci sarebbero un miliardo di persone, scatenate, pronte a rivoltarsi. La situazione si potrebbe quindi capovolgere. Il problema è che noi abbiamo tutto da perdere mentre loro da perdere non hanno niente e quindi non temono il rischio. Gli afghani che sono stati bombardati vivevano in case di terra e si nutrivano con la poca erba che cresceva nella sabbia. Di loro, però, delle migliaia di vittime di serie B, nessuno parla mai. Si parla invece dei missili ultimo modello che verranno utilizzati per continuare i bombardamenti. Missili intercontinentali a testate multiple, testate nucleari a portata limitata e chi più ne ha più ne metta. E poi si meravigliano se improvvisamente appare una nube misteriosa fra l’India e la Cina. Ma fra l’India e la Cina non c’è forse l’Afghanistan? E una nube misteriosa che non riesce a dissolversi nell’atmosfera non può essere fatta di ossido di carbonio. Hanno detto che l’avrebbero studiata per verificarne la natura, ma un qualsiasi scienziato può testimoniare che i satelliti sono in grado di determinare il tipo di inquinamento che compone una nube tossica in poche ore. E invece a tutt’oggi ancora non si sa nulla di definitivo. La verità è che hanno buttato una tale quantità di uranio impoverito, plutonio, cadmio e altri agenti chimici da creare una specie di tappo altamente radioattivo ed è questo il motivo per cui non se ne sente più parlare. Se si trattasse di semplice ossido di carbonio lo avrebbero già detto. E al vertice di Johannesburgh nessuno si è neppure sognato di sollevare il problema dell’inquinamento che potrebbero aver causato le migliaia di tonnellate di bombe che sono state lanciate sul Kossovo, sull’Afghanistan, sull’Iraq. Arafat ha protestato tre volte all’Onu, ma nessuno ha risposto. E intanto in Iraq muore un bambino ogni 8 minuti. Per non parlare dell’embargo che ha già causato la morte di 1 milione e 600 mila persone. Secondo quanto è emerso dal vertice di Johannesburg per garantire un futuro all’attuale popolazione mondiale ci vorrebbero altri due pianeti e mezzo. E’ azzardato affermare che, in un certo senso, ai ricchi della Terra farebbe comodo la morte di un buon numero di persone visto e considerato che le risorse sono decisamente limitate? Nel corso del vertice ho sentito una cosa che mi ha lasciato a bocca aperta. Un delegato italiano ha preso la parola e ha dichiarato: <<Ma il problema non è tanto l’inquinamento o altro, il problema è che siamo troppi, che ci sono troppi poveri>>. Ma cosa voleva dire? Eliminiamone un paio di miliardi così i ricchi possono stare più tranquilli?! Intanto gli americani, dopo i problemi vissuti dai reduci colpiti dalla sindrome del Golfo* e consapevoli del grado di contaminazione della terra afgana dopo i bombardamenti, a perlustrare le grotte di Tora Bora ci hanno mandato gli afgani. *Il governo americano ha ufficialmente riscontrato la presenza di uranio impoverito nel corpo di soli 33 soldati, a fronte dei 200.000 che soffrono e muoiono a causa di disturbi riconducibili alla contaminazione da UI. Secondo il governo, però, tale problema sarebbe stato causato dalla penetrazione all’interno dell’organismo di piccole particelle di armi e non dalla respirazione di gas radioattivo. BOX1 Padre Jean-Marie Benjamin, ordinato sacerdote nel 1991, vive in Italia da oltre trent’anni. E’ attualmente presidente del “Benjamin Committee for Iraq”, membro della “Société des gens de Lettres de France” e segretario generale della Fondazione Beato Angelico mentre in passato è stato funzionario dell’Onu. Nel 1999 ha lavorato come regista e autore del film per la Rai “Padre Pio: La notte del profeta” e nel 1997 ha prodotto tre documentari sui drammi del popolo iracheno: “Iraq: Genesi del Tempo” (1988), “Iraq: viaggio nel regno proibito” (1999) e “Iraq: il dossier nascosto” (2002). Tra i libri da lui pubblicati Jean Paul II, l’octobre romain, con il quale nel 1981 ha vinto il premio Académie Française. |
| < Prec. | Pros. > |
|---|
In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
|
| Leggi tutto... |
|
La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
|
|
In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Toghe Lucane: indagati, parti offese, reati
di Filippo De Lubac – Il Resto
Dall'atto di chiusura delle indagini preliminari, emergono gravissime
ipotesi di reato commessi: 1) dai magistrati nell'esercizio delle loro
funzioni apicali negli uffici della Procura Generale presso la Corte
d'Appello di Potenza, della Procura Antimafia di Potenza, della Corte
d'Appello di Potenza, della Procura della Repubblica presso il
Tribunale di Matera, del Tribunale di Matera; 2) dai comandanti
nell'esercizio delle loro funzioni apicali presso gli uffici della
Polizia Giudiziaria presso la Procura Antimafia di Potenza e presso la
Regione Carabinieri di Basilicata; 3) da politici con mandato
parlamentare ricoprenti ruoli di governo
LEGGI TUTTO...
Articoli precedenti:
- ‘NDRANGHETA:Origini, storia, struttura
-
Il coraggio di Paolo Borsellino
-
Uno studio sulla finanza mondiale
| Home |
| Redazione |
| Scrivici |
| La Rivista |
| Informazione |
| Abbonamenti |
| Dossier |
| Documenti |
| Link |