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Processo stragi: Costituito il nuovo pool antimafia PDF Stampa E-mail

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di Silvia Cordella - 20 aprile 2009
Caltanissetta. Dopo aver assicurato alle patrie galere l’ala di Cosa Nostra che materialmente uccise Paolo Borsellino e 5 agenti della sua scorta, molti altri sono i tasselli mancanti che rimandano a responsabilità esterne a Cosa Nostra e che fanno della verità processuale sulle stragi del ’92 un mosaico ancora incompleto.



Per questo a Caltanissetta si è costituito un nuovo pool di magistrati che, come quello istituito nella metà degli anni Novanta dalla Procura nissena, mira a far luce sul capitolo dei mandanti esterni della strage di via D’Amelio. Sotto il coordinamento del procuratore capo Sergio Lari, saranno gli aggiunti Domenico Gozzo e Amadeo Burtone, insieme ai sostituti Nicolò Marino e Stefano Lucani a ripercorrere tutte le piste, anche quelle già battute, per ricostruire le fasi che precedettero quei drammatici momenti, dalla preparazione della strage fino ai minuti successivi allo scoppio della bomba.
Dopo diciassette anni le domande più pressanti che dovranno essere dimostrate in un aula di giustizia sono sempre le stesse. Chi ha ordinato l’eliminazione del giudice Borsellino? Chi ha sottratto l’agenda rossa dalla macchina ancora fumante? Chi ha premuto e da dove il telecomando della carica di esplosivo? Cosa accadde nei 57 giorni che seguirono la morte di Giovanni Falcone? Perché il primo luglio 1992 Paolo Borsellino fu convocato al Viminale? Perché ritornò sconvolto da quell’incontro con l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino? Che ruolo hanno avuto i Servizi Segreti in tutta questa vicenda?
Impossibile per la Procura anticipare ora le risposte. Così come è difficile prevedere le prossime mosse del pool che in questo momento sta lavorando sotto il massimo riserbo su più versanti investigativi. Il più delicato è certamente quello che parte dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, testimone diretto della cosiddetta “Trattativa” avviata, secondo la sua descrizione, nel periodo a cavallo delle due stragi tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra e che con molta probabilità determinò l’accelerazione della morte del giudice Borsellino. Un patto scellerato attuato attraverso la mediazione di suo padre don Vito Ciancimino che prevedeva la fine della strategia stragista in cambio di una serie di richieste legislative e carcerarie in favore dei mafiosi. Dichiarazioni che per competenza sono state trasmesse ai giudici di Caltanissetta ma che il figlio ribelle dell’ex sindaco del “sacco” di Palermo aveva reso ai magistrati di Palermo Nino Di Matteo e all’aggiunto Antonio Ingroia nell’ambito del processo a carico dell’ex capo del Sisde Mario Mori, accusato di favoreggiamento aggravato alla mafia per la mancata cattura di Provenzano nel 1995 nelle campagne di Mezzojuso. Una storia fatta di segreti inconfessabili che affonda le sue radici in una convergenza di interessi ad alto livello fra criminalità organizzata e centri di potere occulto.
A tal proposito di estrema rilevanza è proprio l’indagine che sempre a Caltanissetta prende le mosse dal pentito Angelo Fontana che parla del legame tra “pezzi” dei Servizi Segreti e Cosa Nostra e del loro comune interesse nell’eliminazione del giudice Borsellino. Una connessione che potrebbe aderire perfettamente a quanto riportano i giudici nelle sentenze sulle stragi, rimandando a responsabilità esterne quelle cause che hanno fatto di Cosa Nostra solo il braccio esecutivo di un progetto ben più ampio. Un supporto quello dei capimafia volto a curare ogni singolo aspetto logistico come il reperimento dell’auto usata per la strage che ha riportato gli investigatori all’ “autocentro” di Roma dove si trovano le carcasse delle auto recuperate dopo la strage di Via d’Amelio. Le macchine sono infatti sotto esame per cercare degli elementi che possano confermare le parole del pentito Gaspare Spatuzza il quale sostiene di aver procurato lui l’auto usata per compiere la strage e non, come accertato processualmente, Salvatore Scarantino. Un dato che potrebbe riaprire le porte a una revisione di alcune posizioni processuali ed è per questo che i magistrati della Dda nissena si muovono con cautela, cercando i riscontri in quelle lamiere contorte che la scientifica sta analizzando minuziosamente.



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    E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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