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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002
Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002
Target atomico
La guerra dell'impero
I padroni del mondo
La preghiera piu' bella
Globalizzazione della poverta'
Sos Pianeta Terra
Un clan alle corde
Il terrorismo Psicologico nel suicidio Usa
L'improponibile semplificazione della storia
Percorsi di lettura

Un clan alle corde
Con la morte di Ramón Arellano Félix e l’arresto del fratello Benjamín il cartello di Tijuana ha sfiorato la sua fine
a cura di jessica Pezzetta

Ramón Arellano Fèlix è stato il capo del cartello di Tijuana fino al 10 febbraio scorso, giorno in cui, durante uno scontro a fuoco con i federali, è rimasto ucciso, a soli 37 anni, con il cervello spappolato. Del resto, aveva passato tutta la sua vita con il dito sempre pronto a premere il grilletto. Diverso era suo fratello Benjamín (50 anni) che, invece, perdeva la calma solo per questioni di affari: non a caso era lo stratega di un clan che per oltre un ventennio è stato invincibile. Da ragazzo, Benjamín vendeva i biglietti all’ingresso delle feste organizzate dal fratello Francisco Rafael a Culiacán, nello Stato di Sinaloa. Gli invitati consumavano pasticche stimolanti, tequila e cocaina ed i guadagni erano talmente alti che l’affare diventò subito serio. Quando, il 9 marzo scorso, Benjamín è stato tratto in arresto dall’esercito messicano nella sua casa di Puebla era in procinto di recitare il rosario, insieme alla seconda moglie e a due figli. L’altarino che teneva in casa, e che gli è stato sequestrato lo aveva eretto, come lui stesso ha spiegato, in onore della Madonna di Guadalupe e del fratello Ramón che, insieme al terrorista Osama Bin Laden, figurava nell’elenco, stilato dall’Fbi, dei dieci criminali più ricercati del pianeta.
In meno di un anno sono caduti undici narcotrafficanti di grosso calibro appartenenti ad una famiglia che aveva innalzato il proprio impero grazie al contrabbando di sigarette e liquori e che ormai riversava sul mercato nordamericano più del 25 per cento della cocaina colombiana che vi si consuma. Così oggi, con il governo di Vicente Fox, la fiducia degli Stati Uniti nella collaborazione della Polizia messicana – che sotto le precedenti amministrazioni non era stata delle migliori – sta aumentando parallelamente ai successi delle operazioni congiunte. Tuttavia, il narcotraffico non s’è certamente fermato e neanche lo spargimento di sangue. Il clan continua le proprie operazioni di narcotraffico, in particolare vero il nord, dove è alta la richiesta del cartello di “Wall Street”. E la cosa non risulta essere troppo difficile, dato che la corruzione dei funzionari è talmente diffusa che persino il generale Jesús Gutierrez Rebollo, lo “zar” antidroga, ne è stato influenzato.
Peraltro, è pressoché impossibile esercitare un controllo costante ed efficiente lungo i 3.200 chilometri di confine tra Messico e Stati Uniti. L’assenza di uno Stato di diritto e le “pallottole facili” hanno incrementato il narcotraffico che oggi comprende anche lo spaccio di droghe sintetiche, la coltivazione di diverse piantagioni, e l’imposizione di pedaggi. Ad aiutare le operazioni illecite, tutta quella serie di alleanze estremamente redditizie che gli Arellano Félix hanno difeso con ogni mezzo, soprattutto con torture e omicidi. E tra gli omicidi non mancano quelli di uomini di Chiesa. Un esempio per tutti, è quello che risale al 24 maggio del ’93, nell’aeroporto di Guadalajara: inseguendo a pistolettate il narcotrafficante loro rivale Joaquín Guzmán detto “Chapo”, Ramón e Benjamín hanno crivellato di colpi il cardinale Juan Jésus Posadas. Qualche tempo dopo, si sono presentati al nunzio della Santa Sede a Città del Messico, Gerolamo Prigione, dichiarandosi cattolici e innocenti. In quell’occasione, un prete ha contraffatto i registri parrocchiali e ha giurato su Cristo che il giorno dell’omicidio i due fedeli assistevano alla Messa. Com’era prevedibile, nessuno ha pensato di andarli ad arrestare mentre si trovavano nella delegazione vaticana. L’impunità se la sono conquistata proprio grazie alla corruzione e alle intimidazioni. Queste ultime sono provate da una registrazione risalente al 1997. Il generale José Luis Chávez, all’epoca delegato della Procura Generale a Tijuana, aveva registrato un’intimidazione ricevuta da un membro della famiglia Arellano e, successivamente, aveva messo il nastro a disposizione degli inquirenti.
Tra gli esponenti di spicco del cartello di Tijuana ricordiamo Fabián Martínez, detto el tiburón, lo squalo, la cui <<specialità erano i poliziotti federali>>, come ha dichiarato nella sua deposizione del ’96 un giovane che lavorò con lui sul confine segnato dal Río Bravo. Martínez era solito festeggiare le sue imprese criminali tra chitarre e mariachis. A quanto pare, tra l’altro, tutti gli Arellano “festeggiavano” dopo aver compiuto le loro bravate. <<Uccidere era un divertimento. Dopo un assassinio ridevano, andavano a mangiarsi un’aragosta>>, aveva dichiarato il pentito Alejandro Hodoyán, poi sequestrato e, con ogni probabilità, ucciso. Altro membro importante della famiglia è Amado Carrillo, dato per morto nel ’97 ma che, in realtà, si era fatto una plastica facciale e viveva tranquillamente in una lussuosissima villa fortificata dalle parti di Juárez (tanto per rendere un’idea, l’abitazione comprendeva ben 12 camere da letto, ognuna delle quali completa di vasca Jacuzzi). Il moltiplicarsi degli scambi commerciali tra il Messico e gli Usa, a partire dal trattato del ’94, ha facilitato l’occultamento dei traffici, grazie ai quali i narcos si sono arricchiti a tal punto da potersi permettere ostentazioni davvero inaudite, come quella di legare i cani con file di salsicce. Basti pensare che tra i beni che lo Stato ha sequestrato ai narcotrafficanti solo fino al ’99, c’erano 269 aerei, 118 imbarcazioni, 1.107 immobili, 6.667 autoveicoli, 52 imprese e quasi 30 milioni di dollari, di cui una parte in contanti. E, naturalmente, questa è solo la punta di un iceberg. Benjamín ed i suoi più stretti collaboratori gestivano operazioni finanziarie e immobiliari e avevano rapporti con funzionari, poliziotti e imprenditori corrotti. Il cartello di Tijuana gestiva, tra l’altro, piste di atterraggio, aerei, imbarcazioni e camion e aveva addirittura provveduto alla costruzione di un tunnel (recentemente murato) per inondare il gringo di oltre 450 tonnellate l’anno di cocaina, eroina, marijuana e anfetamine prodotte in Messico. Un affare che, nel complesso, in Messico generava profitti pari al 9 per cento del prodotto interno lordo. Gli sforzi per contrastare il cartello di Tijuana erano stati raddoppiati in seguito all’assassinio, avvenuto due anni fa, del procuratore José Patiño, ammirato dagli agenti americani per la sua onestà. Il funzionario, da San Diego si stava recando a Tijuana ma, trentasei ore dopo aver attraversato il confine, il suo cadavere e quello dei collaboratori che l’accompagnavano è stato ritrovati nel deserto, con addosso segni di tortura e la testa fracassata a colpi di cric. Indubbiamente un’esecuzione, ma un agente messicano ha dichiarato che si è trattato di un incidente e la cosa non ha sorpreso nessuno. Nei primi anni 80, i capi della famiglia di Culiacán si sono trasferiti a Tijuana, approfittando dello spazio lasciato dallo zio Miguel Angel Félix che già controllava il contrabbando. Lì, dopo che gli Arellano avevano frequentato i rampolli delle famiglie più potenti del posto, studiando insieme a loro e frequentando le bische, Ramón – che secondo diversi testimoni avrebbe commissionato l’omicidio di funzionari della Procura Generale, di pubblici ministeri locali e avvocati – aveva reclutato i ragazzi provenienti dalle famiglie più rispettabili e li aveva trasformati in una specie di guardia pretoriana, i cosiddetti narcojuniors, addetti a trasportare droga, sorvegliare incroci e regolare conti in sospeso. Giovani che hanno seminato morte e la cui audacia sembrava non conoscere limiti. Ora, con la scomparsa di Ramon e l’arresto di Francisco e Benjamin e degli altri più importanti esponenti degli Arellano, certamente questa banda di criminali è sulla via del tramonto. Tuttavia, non è da escludere che, passata la bufera, il potere della famiglia, la sua influenza ed il riconosciuto talento criminale, non le consentano di risollevarsi. Tra l’altro, gli investigatori avrebbero già individuato i più probabili sostituti di Ramón e Benjamín in un certo Eduardo, un chirurgo, e sua sorella Enedida, contabile.
(Tratto da Internazionale del 31 maggio 2002)



BOX1
Ingrid, la Colombia ti ringrazia

I membri del Partido Verde Oxigeno al popolo colombiano: è necessario reagire

5 Luglio 2002. Sono passati più di quattro mesi da quando la guerriglia ha rapito la candidata alla presidenza della Colombia Ingrid Betancourt. Tempo nel quale la sua famiglia ha cercato in vari modi di ottenerne la liberazione mentre il suo staff elettorale ha fatto ciò che in nessun’altra parte del mondo era mai accaduto: presentarsi alle presidenziali senza poter contare sul proprio candidato. Ancora di più: riuscire ad ottenere, in tali condizioni, più di 53.000 voti. Se una tale impresa non riesce a meritarsi il riconoscimento da parte di tutti i colombiani, allora è il caso dire che è la guerriglia, e non i colombiani, che sta vincendo la battaglia. E’ ora che noi colombiani decidiamo da che parte stare, se da quella di coloro che vogliono dissanguare il Paese, di coloro che hanno impoverito la nazione rubandoci il denaro, o, invece, di coloro che cercano, in qualche modo, di modificare ciò che non ha portato all’avanzamento il Paese, che credono che le cose si possano aggiustare attraverso un dialogo politico e non un dialogo “armato”.

E’ necessario raggiungere un compromesso senza arrivare al conflitto armato.
La disoccupazione, l’analfabetismo, i 27.000.000 poveri; i duemilioni di “desplasados”, la crescente violenza devono cominciare ad attirare la nostra attenzione. Non dobbiamo gridare al “si salvi chi può” e muoverci solo per i nostri interessi.
E nemmeno aspettare che qualcuno compia chissa quali gesti valorosi …Questo Paese non è solo dei martiri; la Colombia è dei suoi abitanti.

Ingrid ha dato un’impronta nuova alla campagna politica … ha fatto sì che si dibattessero argomenti fondamentali e concreti per il Paese.

“A pesar de Ellos”, come recita un suo slogan, è stata presente, ogni volta che ha potuto, a tutti i dibattiti politici. La sua foto, a grandezza naturale, è entrata dove sembrava fosse impossibile entrare; il suo pensiero si è mantenuto vivo nonostante lei sia da tempo lontana. Grazie al suo staff abbiamo continuato a vederla in TV, mentre parlava del Caguán o del congresso della Repubblica del 1996. A Juan Carlos Lecompte, suo marito, e alla signora Yolanda Pulecio, sua madre, bisogna riconoscere la forza dimostrata in tutti i momenti difficili che hanno attraversato.

Tutti noi, sostenitori della proposta politica di Ingrid, confermiamo il nostro appoggio e la nostra amicizia alla famiglia di Ingrid, perché continuino, con forza, a cercare di ottenerne la liberazione.

A Ingrid inviamo invece una voce di incoraggiamento, per chiederle di continuare ad affrontare con forza questo momento così difficile della sua vita. Per chiederle di continuare a lavorare per la Colombia e per ringraziarla per il sacrificio che ha fatto per noi.

Sono 42.3 milioni i Colombiani che non chiedono, ma pretendono dalla guerriglia che si faccia un gesto umanitario a favore di tutti i sequestrati.




 
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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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  • Terzo Millennio

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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