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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002
Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002
Target atomico
La guerra dell'impero
I padroni del mondo
La preghiera piu' bella
Globalizzazione della poverta'
Sos Pianeta Terra
Un clan alle corde
Il terrorismo Psicologico nel suicidio Usa
L'improponibile semplificazione della storia
Percorsi di lettura


Globalizzazione della povertà

La sua è decisamente una voce controcorrente. Ma non si tratta del solito integralista no-global, bensì del premio nobel per l’economia Joseph E.Stiglitz, ex numero due della Banca Mondiale. Che nel suo ultimo libro Globalization and its discontents (la globalizzazione e i suoi scontenti), in Italia in autunno, spiega «l’impatto devastante della globalizzazione sui paesi poveri». Ragione principale delle sue dimissioni.
In una lunga intervista di Sol Alameda corrispondente de El Paìs, pubblicata in Italia da Internazionale, ha dipinto il quadro della distribuzione economica mondiale motivando la sua aspra critica alle politiche del Fondo Monetario Internazionale.

Lei dice di aver scoperto con sorpresa che sia alla Casa Bianca sia al Fondo Monetario Internazionale le decisioni a volte venivano prese in base a criteri ideologici e politici, anziché economici.
In un certo senso non mi ha sorpreso che questo accadesse alla Casa Bianca (Stiglitz è stato tra i consiglieri economici di Bill Clinton dal 1993 al 1997 ndr.). Ma quello che mi è sembrato particolarmente inquietante è che l’ideologia e la politica avessero un ruolo tanto importante nelle istituzioni economiche internazionali, dove si presuppone siano presenti professionisti dell’economia. Per esempio, è stato dimostrato che la liberalizzazione dei mercati di capitali produce più instabilità ma non più crescita economica. Era una cosa nota, lo scienza economica lo sconsigliava, eppure l’Fmi continuava a promuovere questa liberalizzazione. Ovviamente assecondava gli interessi dei mercati finanziari, a causa della pressione che questi mercati esercitavano sul dipartimento del Tesoro statunitense e quella che a sua volta il Tesoro esercitava sull’Fmi.
Arrivati alla fine del libro ci si chiede chi prende le decisioni da cui dipendono l’economia dei paesi, la ricchezza e la povertà di milioni di persone.
Una delle cose che mi ha insegnato l’esperienza nel governo statunitense e nella Banca mondiale è che le decisioni non dipendono da un’unica persona. C’è dietro un processo complesso dove intervengono molte forze. Persino il presidente degli Stati Uniti non ha il controllo sulla maggior parte delle decisioni. Non ha nemmeno le informazioni necessaire per farlo. Le decisioni sarebbero troppe e poi si deve tener conto delle informazioni che ci arrivano. Gruppi diversi cercano di controllare le informazioni che arrivano al presidente lasciando filtrare solo quelle che servono ad indirizzarlo verso i loro interessi. Molti fanno fatica a capirlo, ma non c’è una persona sola al comando.

Ora sappiamo che non è un ‘unica persona a decidere, nemmeno il presidente degli Stati Uniti. Ma qualcuno ci deve essere alla testa del processo decisionale. Di chi si tratta?
Nel libro cerco di far capire il ruolo fondamentale degli interessi costituiti: quelli finanziari e delle grandi aziende. Ma insisto nel sottolineare che possono entrare in gioco anche altre forze. Per esempio, il movimento Jubilee 2000 ha avuto una grande influenza nell’alleggerimento del debito dei paesi poveri.
L’Fmi era contrario, ma la società civile ha avuto una forza tale da sconfiggere questi interessi. Nella stessa Banca mondiale ci sono molti economisti preoccupati per la povertà e l’ambiente, perciò si discute anche di questi temi.
(...)

Lei insiste a dire che nelle crisi dei paesi in via di sviluppo il Dipartimento del tesoro e l’Fmi hanno preso misure e fornito ricette che non risolvevano i problemi ma coincidevano con gli interessi economici o l’ideologia dei potenti. Cosa significa questo da un punto di vista morale?
Vuol dire che il Tesoro e l’Fmi approfittavano della situazione del paese in crisi per promuovere la loro ideologia e i loro interessi.
La Corea, per esempio, aveva accettato di aprire i suoi mercati ai prodotti provenienti dagli altri paesi secondo un preciso calendario, invece fu costretta ad anticipare drasticamente i tempi. Ovviamente, un periodo di recessione è il momento peggiore per aprirsi alla concorrenza, perché questo può peggiorare notevolmente la situazione. Si presupponeva che l’Fmi dovesse contribuire ad alleviare la crisi non ad aggravarla. Fu un puro esercizio di potere.

Quante volte succedono cose del genere? Con che percentuale?
Almeno il 50% delle volte. (...)

Alcuni capi di governo le hanno raccontato, amareggiati, di non aver potuto rifiutare le ricette dell’Fmi anche quando erano sbagliate. Come se un gendarme internazionale li avesse costretti a fare qualcosa che non volevano e che non andava bene per i loro paesi.
Avevano paura che l’Fmi li sospendesse se non accettavano le sue condizioni. Inoltre non solo non avrebbero ricevuto i soldi del Fondo, ma nemmeno quelli della Banca mondiale e dell’Unione europea. E a causa di questa cattiva reputazione sarebbe stato molto difficile anche ottenere il denaro dagli investitori privati. Ma peggio ancora temevano semplicemente di parlare con franchezza: l’Fmi poteva pensare di trovarsi di fronte ad una contestazione e decidere di vendicarsi. Insomma avevano l’impressione di non poter nemmeno provare a discutere apertamente.

(...) Da quello che racconta si arriva alla conclusione che siamo nelle mani delle grandi multinazionali.
Voglio sottolineare, però, che intervengono anche altre forze. La cosa strana è che le autorità che prendono queste decisioni non hanno l’impressione di agire per favorire le grandi aziende. Vedono il mondo attraverso il prisma dell’ideologia, e se si fanno osservazioni a riguardo risponderanno che tutto quello che fanno è nell’interesse dei paesi in via di sviluppo. Affermano che le loro politiche sono le migliori possibili e che questo sarà evidente se i paesi in via di sviluppo faranno quel che gli è stato detto.

Perché ha scritto questo libro?
E’ importante che si sappia cosa succede nelle istituzioni che vogliono dare l’impressione di esser l’autorità suprema e che sostengono di prendere sempre le decisioni giuste. Mi sembra che questo sia un buon momento perché i cittadini sappiano quel che succede. Dopo i fallimenti in Argentina, in Brasile e in Russia, la gente è consapevole che le cose non vanno così bene come vogliono lasciar credere. E’ importante rendersi conto che non si tratta di fallimenti isolati.
Bisogna capire la natura fondamentale del problema.

Nel libro lei dice: «L’economia può sembrare una disciplina arida ed esoterica, ma le buone politiche economiche possono cambiare la vita dei poveri». E’ talmente/ ovvio che sembra come se volesse dire: «Non lo dimenticate, è possibile». Sono così poche le occasioni in cui si parte da questa idea per realizzare dei piani economici?
La politica economica è all’origine delle grandi differenze che caratterizzano la vita delle persone. Buone politiche economiche possono migliorare la vita, politiche cattive la peggiorano. E’ qualcosa di molto ovvio, ma è necessario ripeterlo sempre. Senza smettere mai.

Tratto da Internazionale 5/11 luglio 2002




 
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