La Rivista
Editoriali
Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002 | Terzo Millennio N° 24 Luglio-Agosto 2002 |
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Pagina 3 di 11 La guerra dell’Impero di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante Sul teatro del mondo è di scena la guerra. Non una di quelle guerre “qualunque” alle quali la storia ci ha abituato. Non la battaglia per il controllo di un territorio e delle sue risorse. Non l’espressione dell’odio razziale di un popolo verso un altro popolo. Niente di tutto questo potrebbe giustificare gli eventi che dall’11 settembre si sono rapidamente susseguiti sotto l’egida della lotta al terrorismo internazionale. Terrorismo che non ha una sua forma definita né, soprattutto, confini. Potrebbe annidarsi ovunque, ci fanno sapere dall’alto, e per salvaguardare la sicurezza dell’intera popolazione mondiale è necessario stanarlo e distruggerlo. Anche se questo dovesse comportare lunghi anni di ininterrotte operazioni militari in qualsiasi luogo si ritenesse necessario. Non un nemico definito, quindi, né un territorio né le comuni norme decise dalla Convenzione di Ginevra regolano questo nuovo modello di conflitto nel quale allo stato di diritto si sono sovrapposte leggi quali la cosiddetta “Atlantic Review”, che contempla la possibilità di ripristinare la tortura per costringere i nemici a rivelare i segreti di Al Qaeda. Cosa sulla quale dignitosi intellettuali di sinistra hanno trovato normale mettersi a discutere. Di più, a coloro che vi si sono opposti, o che semplicemente hanno sollevato dubbi, si è appioppata l’etichetta di antiamericanismo poiché “l’America – come ha dichiarato Gianni Riotta in risposta a Ignazio Ramonet e Rossana Rossanda - non è dunque un paese, ma un’ideologia, una razza, uno stigma…”. Affermazione che sembra racchiudere perfettamente il pensiero al quale sono ispirati la quasi totalità dei mezzi di informazione occidentali pronti a non considerare tutte le verità per favorire quella “singola nazione, gli Stati Uniti d’America” che secondo William Pfaff “dispone di un potere economico e militare senza rivali e può imporsi virtualmente dovunque desideri farlo”. E’ dunque una battaglia per il dominio mondiale quella iniziata l’11 settembre in versione live ed entrata nelle nostre case tanto da scavarsi “uno spazio indelebile nella nostra memoria”? Ne è sicuro Giulietto Chiesa, che nel suo ultimo libro, La guerra infinita, definisce quella in corso la guerra dell’Impero. Un Impero che non è identificabile negli Stati Uniti d’America ma dove “la quota americana” è “maggioritaria” e “sicuramente decisiva” tanto che “noi – scrive – stiamo vivendo l’Impero essenzialmente come l’Impero americano. Ma sta cominciando a essere anche qualcosa di diverso e di più grande dell’America per il potere reale di cui dispone – continua -. Qualcosa di più piccolo dell’America quanto a popolazione. L’Impero non è più definibile territorialmente. Nella fase transitoria di crescita che attraversa, esso sembra invece coincidere con gli Stati Uniti d’America. E, dato ancora più interessante, questa coincidenza domina già le menti delle leadership statunitensi che interpretano se stesse come la leadership definitiva dell’Impero, mentre non sono che le guardie avanzate e transitorie”. Esso sarebbe infatti governato da un’élite nella quale si concentrano i rappresentanti dei cosiddetti “poteri forti” provenienti da ogni parte del mondo, ma in realtà sottoposti all’identica logica della super-civiltà globale. L’espressione è di Aleksandr Zinoviev, autore del saggio Sulla via verso la Super-società, nel quale spiega come gli Stati Uniti, essendo in grado di rappresentare al meglio tale civiltà avrebbero ricevuto il mandato e l’investitura di tutte le altre élite. Dando vita all’Impero, la cui gestazione risale a circa trent’anni fa, ma la cui totale coscienza non è arrivata prima dello scorso 11 settembre. E’ infatti attorno alla fine del regime di Bretton Woods, spiega Chiesa, che gli uomini appartenenti al vertice dell’élite e che si trovano su un “fantastico ponte di comando da cui si gode il miglior panorama della Terra” si convincono che agli Stati Uniti era consentito pretendere di più per sé stessi visto il ruolo di “guida mondiale” che stavano ricoprendo. Da qui l’investimento della parte maggiore delle proprie ricchezze nel progetto di eliminazione del Nemico Sovietico e la messa in pratica di un vero e proprio decalogo che avrebbe assoggettato le leggi del mercato agli Usa e permesso ai cittadini americani di consumare molto di più di quello che producevano. A una piccola fetta di loro addirittura di “arricchirsi dormendo”. E il decalogo non è frutto di una pura speculazione, continua l’autore, poiché esso sarebbe agevolmente verificabile anche da chi non sia uno specialista di politica e di economia. Si suddivide in dieci punti fondamentali: “1) Fai in modo che la tua moneta sia l’insostituibile moneta di riserva per tutti, o quasi tutti, gli altri paesi. 2) Non tollerare alcun controllo esterno sulla tua creazione di moneta. Potrai finanziare i tuoi deficit commerciali con il resto del mondo, rendendoli praticamente illimitati. 3) Definisci la tua politica monetaria in base, esclusivamente, ai tuoi interessi nazionali e mantieni gli altri paesi in condizioni di dipendenza dalla tua politica monetaria. 4) Imponi un sistema internazionale di prestiti a tassi d’interesse variabili espressi nella tua valuta. I paesi debitori in crisi dovranno ripagarti di più proprio quando la loro capacità di pagare è minore. Li avrai in pugno. 5) Mantieni nelle tue mani le leve per determinare, all’occorrenza, situazioni di crisi o d’incertezza in altre aree del mondo. Stroncherai sul nascere ogni eventuale aspirante competitore. 6) Imponi con ogni mezzo la massima competizione tra esportatori del resto del mondo. Avrai un afflusso d’importazioni a prezzi decrescenti rispetto a quelli delle tue esportazioni. 7) Intrattieni i migliori rapporti con le élite e le classi medie degli altri paesi, a prescindere dalle loro credenziali democratiche, perché esse sono decisive per sostenere la tua architettura. E’ essenziale che le élite e le masse di quei paesi non si uniscano attorno a idee di sviluppo “nazionale” o comunque ostili al tuo dominio e alla tua egemonia. 8) Promuovi con ogni mezzo una totale mobilità dei capitali, insieme alla libertà d’investimento internazionale. In questo modo i capitali, nelle condizioni sopra delineate, verrranno al tuo indirizzo perché è il luogo migliore, il più sicuro e redditizio. Quanto agli investimenti esteri, assicurati che le corporation possano liberamente soccorrere le élite nazionali nella gestione delle loro proprietà finanziarie, dell’educazione privata e pubblica, della tutela della salute, dei sistemi pensionistici ecc. 9) Promuovi con ogni mezzo il libero commercio. Esso varrà per tutti, cioè per gli altri, che non potranno sottrarvisi mentre tu lo applicherai se e quando ti converrà. 10) Per controllare che tutto ciò si realizzi ordinatamente, senza conflitti troppo evidenti, ti occorre una struttura di istituzioni sovranazionali che all’apparenza si presentino come riunioni di membri a pari diritto. Darai l’impressione di rispettare un certo pluralismo, mantenendo il loro finanziamento e il loro controllo nelle tue mani.” E’ questa la tavola delle leggi che ha permesso agli Stati Uniti di esercitare un controllo pressoché totale sul resto del mondo tanto da eliminare sul nascere la minaccia di eventuali competitori. Una volta scongiurato il pericolo comunista, infatti, essi hanno dato il via ad un piano di imposizione fisica e ideologica che si è manifestato nella sua forma più prepotente e cruenta nelle “prove di guerra” in Irak e in Jugoslavia. Passaggi fondamentali per la definitiva affermazione della potenza americana che si dimostrava pronta ad usare la sua forza inequiparabile contro chiunque avesse provato ad “alzare la testa”. Il primo dei due attacchi, denominato Tempesta nel deserto e qualificato come operazione di polizia, cominciò la sera del 16 gennaio 1991, quando i programmi televisivi di tutto il mondo diedero spazio alle indimenticabili immagini dei bombardamenti aerei su obiettivi iracheni. Solo alcuni anni dopo si verrà a sapere che “quindici ore prima dell’inizio dei raid su Baghdad, una squadriglia di sette B-52G, bombardieri di lungo raggio, era decollata dalla base della Usaf di Barksdale, in Louisiana, per quello che sarebbe stato definito, in seguito, come il più lungo raid aereo della storia dell’aviazione mondiale”. Passando dalla costa est degli Stati Uniti e attraversando l’Atlantico, la Spagna e il Mediterraneo da ovest verso est virarono sullo spazio aereo egiziano, poi su quello saudita e per meno di un minuto su quello iracheno. Tale breve lasso di tempo fu loro sufficiente per sganciare 35 missili Cruise aria-terra su otto obiettivi nemici prima di virare di 180 gradi e fare ritorno alla base di Barksdale. Una vera dimostrazione di potenza aerea globale, si commenterà in seguito, nel corso della quale furono utilizzate armi (i missili Cruise) costruite per portare a bersaglio bombe nucleari, ma modificate per trasportare testate esplosive convenzionali ad altissimo potenziale. Un’azione sperimentale, quindi, che “dimostrava la possibilità degli Stati Uniti di colpire qualsiasi parte del mondo, partendo dal proprio territorio, senza avere praticamente bisogno di nessuno. Si preparavano ad agire da soli.” Ma la guerra contro l’Irak, proseguita poi a singhiozzo per un decennio provocando la morte di un milione e mezzo di persone, in gran parte bambini, aveva un “difetto essenziale”. E’ l’espressione usata dall’autore del libro per indicare come la necessità del consenso di un’Unione Sovietica ancora in vita e delle Nazioni Unite, nonché la posizione incerta dell’Europa costituivano un’ostacolo all’affermazione del dominio degli Stati Uniti. Ed è qui che entra in gioco la Jugoslavia, ultimo stato “comunista” del suolo europeo, bersaglio di una vendetta che gli americani non erano riusciti a compiere contro l’URSS, ricaduta su sé stessa in modo quasi inaspettato. “Costruita con una sapiente maestria – vera svolta mass-mediatica, all’altezza dei film hollywoodiani che, con straordinaria sintonia, venivano prodotti per raccontare di guerre costruite negli studi televisivi – la guerra jugoslava trascinò per i capelli l’Europa, sul proprio territorio, la sottopose al comando imperioso di Washington, non lasciò spazio alcuno di manovra. La Nato fu costretta a cambiare il proprio statuto. Il 24 aprile 1999, con i borbardamenti sulla Jugoslavia in corso, il vertice atlantico di Washington decideva all’unanimità ( e come avrebbe potuto essere altrimenti?) di cambiare finalità e natura, si autoinvestiva della funzione di gendarme mondiale. Gli articoli 5 e 6 del suo Statuto, che delimitavano l’uso della forza ai casi di difesa collettiva contro l’aggressione perpetrata ai danni di un membro dell’alleanza, venivano modificati. La Nato allargava a proprio piacimento i limiti della propria competenza territoriale, prevedendo esplicitamente interventi fuori dall’area, cioè lontano dai confini dei suoi stati membri, fino ai limiti del pianeta intero. Atto sovrano unilaterale dei potenti del mondo: letteralmente decidevano di occupare uno spazio giuridico che nessuno aveva loro assegnato. E, nello stesso tempo, colpo durissimo contro l’articolo 51 della carta dell’Onu sulla legittima difesa. Non più soltanto autodifesa contro un’aggressione militare, ma spazio senza limiti a un intervento contro un’illimitata serie di minacce alla sicurezza dei 19 paesi membri: terrorismo, ovviamente, ma anche criminalità organizzata, sabotaggi, interruzione di approvvigionamenti, movimenti migratori, violazione di diritti umani, disgregazioni di stati considerate pericolose per i paesi vicini e lontani, rivalità etniche, religiose, politiche, contrasti economici, riforme fallite. Per ognuno di questi problemi veniva introdotto per la prima volta il criterio di una possibile risposta militare. La guerra veniva elevata a mezzo legittimo per la soluzione delle crisi di ogni genere: economiche, sociali, politiche e religiose”. Tutto questo con il pieno consenso dell’opinione pubblica occidentale, finalmente protetta dal diavolo di turno Milosevic sostituitosi alla figura ormai innocua (almeno in quel periodo) di Saddam Hussein. Nel frattempo, a Wall Street, migliaia di miliardi di dollari provenivano da ogni parte del mondo permettendo agli Stati Uniti di diventare l’unico sicuro modello capitalistico a cui ispirarsi. Il gioco ormai era fatto e l’11 settembre ne ha dato la conferma. Le immagini terribili delle Twin Towers in fiamme e le vite spezzate di migliaia di innocenti sono entrate nelle nostre case come mai per nessuna strage (e nel corso della storia ve ne furono di più terribili) era accaduto. Tutto il mondo occidentale si è identificato nel dolore di quelle famiglie che cercavano i propri cari sotto le macerie e ha appoggiato con forza la decisione degli Stati Uniti di bombardare l’Afghanistan per vendicare la crudele ingiustizia. Nessuno o quasi ha pensato agli innocenti che avrebbero perso la vita durante i bombardamenti, nessuno o quasi si è soffermato a meditare sulle contraddizioni e sui vari misteri che circondavano l’attacco al Wtc e che provano la sicura esistenza di una componente interna al territorio americano che conosceva i piani degli attentatori prima di quella fatidica data. Uno per tutti, e fra i più banali, i futures di vendite potenziali dell’American Airlines che il 10 settembre registrarono 4156 opzioni contro 748 di acquisti. Il giorno successivo le azioni di tale compagnia crollarono del 39% e chi fece l’operazione intascò circa 4 milioni di dollari. O con l’America o contro l’America tuonavano la maggioranza dei commentatori, politologi, giornalisti del mondo occidentale e finché fu possibile occultarono le notizie relative agli interessi economici che legavano la famiglia bin Laden ai Bush. Solo poco tempo prima, nel corso della sua infelice campagna elettorale, Al Gore diceva che la sua nazione “è ora guardata dai popoli di ogni altro continente e di ogni altra parte della Terra come una specie di modello per ciò che dovrà essere il futuro”. Ma ciò che ad Al Gore sfuggiva, così come allo stesso Bush e a quanti lo hanno preceduto, era che non tutto ciò che agli americani andava bene doveva necessariamente andare bene per gli altri. In particolare per coloro che hanno soltanto incassato i colpi del bastone globale e, a tutto’ggi, continuano a incassarli. Il progetto finanziario globale steso nel 1944 a Bretton Woods si era rivelato fallimentare. “Le cifre – sottolinea Chiesa – vanno però dispiegate per essere lette e interpretate. Dieci anni prima gli investimenti esteri nei paesi in via di sviluppo sono stati di circa 34 miliardi di dollari. Nel 1997 sono balzati a 256 miliardi di dollari. Ma è bastato un momento di crisi per produrre una fuga generalizzata. Le cinque economie più duramente colpite dalla crisi asiatica del 1997 (Corea del Sud, Indonesia, Thailandia, Malaysia, Filippine) avevano appena ricevuto, nel 1996, tutte insieme, 93 miliardi di dollari di capitali dall’estero. Nel 1997 quell’input totale si è trasformato in output netto di 12 miliardi di dollari. In sostanza, in meno di un anno i cinque paesi hanno dovuto sopportare una ‘escursione finanziaria’ di 105 miliardi di dollari, pari all’11% dei loro prodotti interni lordi combinati”. “Qui è evidente anche un altro dato – continua -: non possono essere l’inefficenza delle economie locali o la corruzione delle classi politiche le cause principali del disastro. Sono senz’altro componenti importanti del problema, ma secondarie rispetto alla responsabilità della finanza internazionale, delle grandi banche d’investimenti che hanno giocato le proprie partite senza tenere minimamente in conto le reali condizioni di quei paesi, preoccupate soltanto di estrarre profitti e tagliare la corda non appena si fosse delineato qualche pericolo”. Estendendo tale analisi al resto del mondo ci si accorgerebbe che al 10 settembre in tutto l’Est europeo e nell’ex-Unione Sovietica il numero di persone che vivevano con la misera somma di 4 dollari al giorno era passato dai 14 milioni del 1989 ai 147 milioni della seconda metà degli anni Novanta. Nei paesi in via di sviluppo, così come in Europa centrale e orientale, il divario tra ricchi e poveri era aumentato a dimostrazione che la crescita del Pil non significa necessariamente, come vorrebbero farci credere, diminuzione della povertà. “Anzi molto spesso le cifre dicono – a chi voglia guardare – che anche la ricchezza dei paesi poveri significa soltanto ricchezza per le esigue minoranze che li dominano. E che sono, quasi sempre, molto amiche delle élite occidentali con cui fanno affari e nelle cui banche depositano i miliardi di dollari rubati ai propri sudditi”. E le cifre globali erano, e sono, a dir poco sconcertanti. Su sei miliardi di popolazione mondiale 1,2 soffre la fame; 1,5 non ha sufficiente acqua potabile; metà dell’umanità vive con 2 dollari al giorni, mentre la metà di questa metà con 1 dollaro soltanto. A quest’ultima categoria appartiene il popolo afghano. Ma una tale situazione, anche se questo aspetto sembra essere stato sottovalutato dalla politica statunitense, “avrebbe potuto ripercuotersi sui corsi azionari americani e questi, a loro volta, avrebbero potuto invertire il corso degli ultimi anni, durante il quale consumatori e imprese statunitensi avevano speso di gran lunga molto più di quello che guadagnavano”. A passi indietro, anche modesti, gli States non hanno voluto pensare per il timore di una contrazione della crescita americana, ma tale atteggiamento è alla base della diminuzione della percentuale di crescita media annua del Pil mondiale. “A volerlo guardare con occhio freddo – riferisce ancora Chiesa basandosi su dati statistici del 1999 - il bilancio era dunque quello di un allarme rosso: contrazione impetuosa e senza sosta dell’economia americana, soprattutto della finanza americana. Due fenomeni alla lunga palesemente incompatibili. Per giunta coniugati con uno scollamento del tutto inedito tra la crescita dell’economia reale (i cosiddetti ‘fondamentali’) e la crescita finanziaria”. La situazione, in sostanza, vede oggi gli Stati Uniti alle prese con una pericolosa recessione per anni tenuta nascosta sia allo stesso popolo americano che al mondo intero e “ora che la crisi appare evidente, anzi probabile – continua l’autore -, si reagisce sulla base dell’istinto della sopravvivenza, di quel distillato di legge della giungla che ha guidato chi sta sul ponte di comando all’epoca delle vacche grasse”. Dall’altra parte del mondo, però, la Cina, l’unico paese che non dipende dalle decisioni di Washington e che negli ultimi anni sarebbe rimasto in crescita, potrebbe approfittare del momento di crisi per alzare la testa ed armare i numerosi potenziali nemici del padrone americano. Non a caso, il 10 settembre del 2001 il governo americano ha definito tale paese “antagonista strategico”, anticipato, alla fine dell’anno precedente, da Donald Rumsfeld che avrebbe firmato un documento nel quale la Cina è indicata come avversario pericoloso ingovernabile a partire dal 2013. La corsa del potere americano alla ricerca di nuove tecnologie quali lo scudo spaziale potrebbe essere quindi legata a questa data, una data in cui la partita potrebbe riaprirsi. Per ora, si avvia alla conclusione Giulietto Chiesa, “la nostra comune speranza, di donne e uomini normali, quali che siano la longitudine e la latitudine in cui viviamo, sarà nella capacità di organizzarci per rendere difficile, insopportabile, impossibile la guerra che è cominciata. Una speranza difficile, dunque. Perché non è scritto in nessun grande libro dei Conti Finali che chi sta dalla parte della ragione debba vincere, prima o poi. Né sta scritto da qualche parte che questa civiltà costruita dall’uomo debba sopravvivere per forza di cose”. Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante N.B.: Ove non meglio specificato, il testo racchiuso tra virgolette è tratto dal libro di Giulietto Chiesa La guerra infinita |
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Toghe Lucane: indagati, parti offese, reati
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Dall'atto di chiusura delle indagini preliminari, emergono gravissime
ipotesi di reato commessi: 1) dai magistrati nell'esercizio delle loro
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