La Rivista
Terzo Millennio
Terzo Millennio N° 23 Giugno 2002 | Terzo Millennio N° 23 Giugno 2002 |
|
|
|
|
Pagina 3 di 7 Stati di guerra India - Pakistan, l’ombra del conflitto atomico di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante E’ giovedì mattina in una moschea come tante nel territorio del Kashmir. Il profumo del kawa, l’infuso di te, mandorle e zafferano, si confonde con quello dell’incenso, sacro, come il variopinto affresco del dio Rama. Sono tante le donne che si incontrano qui, ogni settimana e si fanno compagnia, e intingono biscotti nella deliziosa bevanda, tipica in quella zona, e ricordano. I mariti, i figli, i fratelli. Sono tante le donne che si incontrano quì e sono le mogli, le madri e le sorelle dei missing, gli scomparsi, forse morti, forse detenuti nelle camere di tortura di cui è dotata ogni caserma che si rispetti. A portarli via l’esercito ordinario o i militanti indipendentisti, spesso senza un particolare motivo, magari soltanto per prevenire ogni possibile forma di ribellione. <<Il 23 di marzo eravamo tutti a casa – racconta Amina Malik, sorella di Yasin, leader del Fronte di Liberazione del Kashmir – quando per radio sentiamo la notizia di una coppia (uomo e donna) arrestati per traffico di valuta – denaro personalmente destinato, secondo la radio, a mio fratello Yasin. Che, per discolparsi pubblicamente, indice subito una conferenza stampa. Fa appena in tempo a sedersi che la polizia gli piomba addosso, traendo massima pubblicità dalla presenza in sala di un buon numero di media(1)>>. Amina continua: <<Così Yasin è stato portato all’interno dell’infame Caserma di Rajbagh, e poi a Udampur, dove è stato interrogato a lungo con il solito ricorso alla tortura. Sono andata a visitarlo qualche settimana fa all’ospedale di Udampur: non ci sentiva più da un orecchio, era gonfio dappertutto. Non so quale tortura gli abbiano inflitto. Lui mi ha detto: terzo grado. Era incapace di parlare. Ci hanno detto che l’ufficiale di polizia responsabile dei “maltrattamenti” verrà punito – dicono così, poi non fanno niente. E comunque mio fratello ha subìto quel che ha subìto, e anche se nessuno è riuscito a provare le accuse non ci sarà verso di tirarlo fuori per due anni(2)>>. Ma questo è un finale riservato a pochi. Sono quasi 4 mila gli scomparsi che, con tutta probabilità, non faranno mai ritorno a casa. Decine di migliaia le vittime dei continui attentati o delle vere e proprie esecuzioni politiche che da oltre cinquant’anni insanguinano il territorio conteso del Kashmir. E in questi giorni la situazione è notevolmente peggiorata. Lungo la linea del “cessate il fuoco” che attraversa la zona si spara dalla metà di maggio, a seguito dell’attacco suicida messo a segno dalla guerriglia separatista musulmana e all’assassinio, a Srinagar, del leader indipendentista Abdul Ghani Lone. Freddato dai colpi sparati da due “non identificati” uomini in divisa poco dopo aver rilasciato la sua ultima intervista alla giornalista del Venerdì Daniela Bezzi. Lone, alla testa di una formazione politica che rappresentava l’ala moderata, alla ricerca del dialogo per una risoluzione definitiva delle tensioni tra India e Pakistan, si era dichiarato contrario alle elezioni che si terranno nel Kashmir indiano il prossimo settembre. <<Saranno elezioni truccate – aveva dichiarato - preordinate da Delhi e poi legittimate dal falso conteggio dei voti, come già successo in passato>>. Il giorno della sua morte pochissimi erano gli agenti preposti alla sicurezza del politico e della folla - riunitasi per commemorare l’assassinio di Mirwaiz Maulvi Mohammed Farook, altro martire della causa indipendentista del Kashmir - ed erano trascorsi già quattro mesi da quando il governo in carica aveva ridotto la sua scorta nonostante i numerosi attentati e le intimidazioni subìte. E forse Lone a quelle elezioni si sarebbe presentato. E forse quel lungo corteo di diecimila persone a seguire il feretro per l’estremo saluto faceva paura. Ora ad affrontare gli elettori ci sarà, tra gli altri, il primo ministro indiano Vajpayee e il suo stesso partito, il Bjp, vedrebbe di buon occhio un’azione dimostrativa contro qualcuno dei campi di addestramento dei separatisti kashmiri ospitati in Pakistan. Niente di più facile. “All’incontro di Goa dell’esecutivo nazionale del Bjp, il primo ministro dell’India laica e democratica, Atal Behari Vajpayee, ha fatto storia. E’ stato il primo premier indiano a varcare la soglia e rivelare pubblicamente un’intolleranza nei confronti dei musulmani che persino George W. Bush e Donald Rumsfeld sarebbero imbarazzati ad ammettere. ‘Dovunque essi siano’, ha detto, ‘i musulmani non vogliono vivere in pace’(3).” A raccontarlo è Arundhati Roy, una delle più famose scrittrici indiane contemporanee. Testimone dell’ultimo pogrom antimusulmano cominciato in seguito alla recente strage di Godhra. “L’altra notte mi ha telefonato un’amica da Vadorara– scrive -. Piangeva. C’è voluto un quarto d’ora per farle raccontare cos’era successo. Non era molto complicato. Solo che Sayeeda, una sua amica, era stata aggredita dalla folla. Solo che il suo stomaco era stato squarciato e imbottito di stracci infuocati. Solo che quando era morta qualcuno le aveva inciso “Om” sulla fronte. Qual è esattamente la scrittura indù che predica questi atti?(4)” Poi denuncia: “Il nostro primo ministro ha giustificato la vicenda definendola una ritorsione degli indù furibondi contro i ‘terroristi’ musulmani che hanno bruciato vivi 58 passeggeri indù sul Sabarmati Express di Godhra. Tutti coloro che hanno subìto quella morte odiosa erano il fratello di qualcuno, la madre di qualcuno, il figlio di qualcuno. Certo che lo erano. Quale particolare verso del Corano prescriveva di arrostirli vivi? Più le due parti cercano di richiamare l’attenzione sulle loro differenze religiose massacrandosi l’una contro l’altra, meno rimane per distinguerle l’una dall’altra … in un’atmosfera così viziata, è crudele e irresponsabile che qualcuno, e in particolare il primo ministro, stabilisca arbitrariamente chi ha cominciato(5)” Secondo fonti ufficiali le vittime di questo nuovo olocausto sarebbero 800. Ma alcuni rapporti indipendenti parlano di oltre duemila morti, 150mila persone costrette al rifugio nei campi profughi, stupri di massa, genitori bastonati davanti ai figli, tombe profanate e moschee distrutte. A questo vanno aggiunti i saccheggi e gli incendi di negozi, case, alberghi, fabbriche, autobus e i sistematici omicidi politici. L’ex parlamentare del Partito del Congresso, Iqbal Ehsan Jaffri, è stato decapitato e fatto a pezzi dopo aver assistito all’uccisione delle figlie, spogliate e bruciate vive. A nulla sono servite le telefonate disperate al direttore generale della polizia, al comandante della polizia, al primo segretario, al primo segretario aggiunto. “Ovviamente è solo una coincidenza che Jaffri sia stato un critico feroce del primo ministro del Gujarat, Narenda Modi, durante l’ultima campagna elettorale del febbraio scorso(6)” E se in molti speravano che i massacri degli ultimi mesi avrebbero allontanato i partiti laici dal Bjp, in molti sono rimasti delusi. “Il fascismo ha stampato la sua impronta in India”, continua Roy, “se possiamo ringraziare il Presidente Americano e la Coalizione Contro il Terrorismo per aver creato un clima internazionale favorevole al suo spaventoso debutto, non possiamo attribuire a loro il merito degli anni in cui ha lievitato nelle nostre vite pubbliche e private. E’ arrivato nel vento sulla scia dei test nucleari di Pokhran del 1998. Da allora l’energia straripante del patriottismo assetato di sangue è diventata una valuta politica perfettamente spendibile. Le ‘armi della pace’ hanno intrappolato India e Pakistan in una spirale di rischi calcolati – minaccia e controminaccia, beffa e controbeffa … Ogni volta che l’ostilità fra India e Pakistan viene artificiosamente alimentata, all’interno dell’India aumenta l’ostilità nei confronti dei musulmani”. Ogni volta che l’ostilità fra India e Pakistan viene artificiosamente alimentata il terreno di gioco è quasi sempre il Kashmir, dove nonostante i numerosi rapporti di Amnesty International non è stata mai aperta alcuna inchiesta. Eppure dagli ospedali pieni di disperazione e morte la gente chiede giustizia. Shuranda Shakar è disperata: lo scoppio di una mina le è costato la perdita di una gamba ed ora non potrà più lavorare. Ad aspettarla, a casa, un bimbo di otto mesi, un campicello da arare e, ovviamente, nessuna indennità. E’ giovedì mattina in una moschea come tante nel lontano territorio del Kashmir. Le donne piangono, ma per loro la guerra sarebbe una liberazione. Il Kashmir non ha da offrire né petrolio, né altre particolari risorse e solo di fronte alla minaccia di un conflitto nucleare può sperare di attirare, finalmente, l’attenzione internazionale. Ne è convinto Sheikh Showkat Hussain, professore e attivista nel campo dei diritti umani: <<Benvenuta dunque questa guerra – e che Allah mi perdoni – se riuscirà a segnalare al mondo la condizione umana in Kashmir(7)>> Dall’India al Pakistan lungo una scia di sangue La storia del conflitto tra India e Pakistan è antica quanto le due stesse nazioni, nonostante il mondo politico internazionale non vi presti particolare attenzione se non in situazioni di estrema gravità. L’origine di tale stato di semibelligeranza è da far risalire, infatti, alla fine del secondo conflitto mondiale, quando la regione indiana si avviò all’indipendenza e le province a maggioranza musulmana chiesero la separazione dall’India. Al termine del processo coloniale britannico si formò quindi la nazione del Pakistan mentre gli indù rimasero fedeli alla confederazione indiana. Nel 1947 violenti scontri tra i due gruppi religiosi costrinsero 10 milioni di induisti a fuggire dal Pakistan e 7 milioni e mezzo di musulmani dall’India. Sorse in seguito il problema del Kashmir, una contrada di alta montagna, uno di quei principati che avevano giurato lealtà alla Gran Bretagna, conservando comunque la propria sovranità. Tali principati furono esclusi dai negoziati e i loro confini mai definiti esattamente. Nel caso specifico del Kashmir, malgrado la religione fosse a maggioranza islamica, il governo era rappresentato da un nobile indù che decise l’annessione all’India quando ormai le due nazioni si stavano avviando verso il primo conflitto. Il Pakistan, infatti, riteneva che spettasse al popolo e non al principe decidere del proprio destino. In seguito ad un accordo di pace stipulato grazie alla mediazione delle Nazioni Unite la zona del Kashmir fu suddivisa in due grandi regioni: il Kashmir pakistano e il Kashmir indiano. La divisione non si estese oltre il ghiacciaio Siachen. Da allora, ognuna delle due nazioni denuncia l’altra di occupare illegalmente la parte restante dello stato. Nel 1948, l’India creò la Commissione per l’Energia atomica e nel ’56 concordò con il Canada e gli Stati Uniti, che le forniranno in seguito l’acqua pesante, la creazione di un reattore per la ricerca nucleare. La seconda guerra indo-pakistana scoppiò nel 1965 e la terza nel 1971, alla nascita del Bangladesh. Il programma nucleare iniziò ad essere sviluppato in Pakistan nel 1972, nella più assoluta segretezza, mentre solo due anni più tardi l’esplosione di un ordigno nucleare sperimentale segnò la definitiva entrata dell’India nell’era atomica. Negli anni successivi, questa acquistò dall’Unione Sovietica l’acqua pesante mentre Germania e Gran Bretagna le fornirono le apparecchiature necessarie agli impianti nucleari. Nel frattempo l’allora premier del Pakistan, Ali Bhutto dichiarò al mondo: <<Mangeremo erba ma avremo la nostra bomba atomica, esattamente come ce l’ha l’India>>. La situazione, in seguito ai test nucleari del 1998, non si presentò così apocalittica ma sicuramente allarmante. I festeggiamenti nazionalistici protrattisi per giorni dopo i test nucleari lasciarono il posto ai timori per le conseguenze sulla vita quotidiana. <<Soltanto predisponendoci al sacrificio – esortò il premier Sharif – riusciremo a superare la crisi che ci aspetta. La grandezza e la sicurezza della patria vengono prima delle nostre difficoltà>>. In seguito allo scoppio delle bombe nucleari si verificarono quotidiani bombardamenti lungo la frontiera che divide in due il conteso territorio del Kashmir nel quale si è formato un movimento separatista suddiviso in una corrente favorevole al ricongiungimento con il Pakistan e un’altra indipendentista. Quasi quindici anni fa i musulmani ostili che vivevano nella zona, sotto il governo indiano, diedero inizio ad una lotta armata contro i loro governanti. Da allora sono centinaia di migliaia i soldati indiani coinvolti in scontri contro i guerriglieri del Kashmir che chiedono l’indipendenza o l’annessione al Pakistan e la dura repressione attuata dalle autorità dell’India non ha ridotto l’attività armata dei ribelli. Le truppe indiane sono convinte che i pakistani forniscano le armi ai guerriglieri locali alimentando il conflitto tra le due potenze nucleari. Stando al loro parere il Pakistan metterebbe a disposizione campi di addestramento per la loro rivolta. <<Abbiamo iniziato la lotta armata dopo che i nostri diritti essenziali ci sono stati sottratti – ha dichiarato un anonimo guerrigliero pakistano nel corso di un’intervista concessa alla CNN -. Quando furono formate l’India e il Pakistan era stato deciso che alle zone a maggioranza musulmana sarebbe stato chiesto a quale paese volessero aderire. Dopo 50 anni agli abitanti del Kashmir non è ancora stato chiesto se vogliono far parte dell’India o del Pakistan. O essere indipendenti. Non si può credere alle atrocità che ci sono state inflitte. Mia moglie e altri sette membri della mia famiglia sono stati uccisi nel tentativo di farmi arrendere. Grazie a Dio l’India lascerà il Kashmir molto presto e noi saremo vittoriosi>>. Lo scorso 14 maggio, in seguito all’attentato kamikaze che ha provocato 35 morti in una base militare indiana, la febbre tra India e Pakistan è tornata a salire. A 24 ore dalla strage i primi ministri indiano e pakistano, Vajpayee e Musharraf, hanno convocato i rispettivi Consigli di sicurezza e lungo le frontiere è stata rafforzata la mobilitazione militare. Islamabad ha fatto appello alla comunità internazionale per <<ridurre la tensione, tenendo conto dell’atteggiamento ostile>> di New Delhi, contraria ad ogni mediazione internazionale poiché convinta della sua potestà sul territorio kashmiri. <<Speriamo che l’India – ha detto Musharraf – voglia intendere ragione>>. Ma è dura la risposta di Vajpayee. <<Adesso è venuto il momento della battaglia decisiva – ha dichiarato durante una visita in Kashmir -, l’India è pronta a fare dei sacrifici e a raccogliere la sfida>> per combattere <<una guerra per procura che ci è stata buttata addosso dal Pakistan>>. <<I jihadi (guerriglieri islamici) mandati dal Pakistan– ha aggiunto il premier indiano – sono mercenari che non combattono una guerra ma indulgono nella sovversione>>. <<L’India vuole la pace, ma è costretta a combattere.>> Non nasconde le sue paure il ministro degli Esteri britannico Jack Staw, in riferimento ad un possibile conflitto nucleare. <<E’ una possibilità reale e molto preoccupante – ha detto – è una crisi che il mondo non può ignorare>>. E mentre sempre più ambasciate richiamano in patria il personale attivo nelle zone più a rischio e si assiste all’esodo di migliaia di famiglie dalle vallate, il Pakistan, ignorando il coro di proteste del mondo intero, effettua ben due test missilistici tra il 25 e il 26 maggio. Per la prima volta prova il missile a corta gittata Ghaznavi e quello a lunga gittata Ghauri, entrambi in grado di trasportare testate nucleari. Niente e che vedere con il conflitto, fanno sapere da Islamabad, i test erano in programma da tempo, ma New Delhi non mangia la foglia. I lanci sperimentali <<non sono dei test>>, è la dichiarazione di una portavoce del governo indiano, ma strumenti di <<propaganda rivolta all’opinione pubblica interna>> pakistana. Il premier Vaipayee aggiunge: <<Il mondo deve capire che la nostra pazienza ha un limite>>. <<La comunità internazionale ci ha chiesto di essere pazienti – aggiunge – e noi lo siamo stati. Gli incidenti però sono continuati e l’ultimo è stato l’attacco a Kaluchak nel quale sono stati presi di mira bambini e donne>>. <<Tutti i partiti politici appoggiano il governo nella guerra al terrorismo e le truppe sono pronte ai necessari sacrifici. Abbiamo accettato la sfida e vinceremo nella guerra contro il terrorismo>>. E mentre di giorno in giorno si fanno sempre più intensi gli interventi diplomatici il segretario di Stato americano Powell si dichiara <<molto dispiaciuto>> per la decisione del Pakistan di procedere con i test <<in un momento così teso e di alta incertezza>> nei rapporti con l’India. <<A mio giudizio non c’era bisogno di questo tipo di iniziative in un momento come questo>>, dice, <<è una situazione molto pericolosa: India e Pakistan sono entrambi nazioni nucleari e hanno ampie forze armate. E’ una situazione dove tutto può accadere e dove la comunità internazionale deve impegnarsi per trovare il modo per disinnescare la situazione>>. E intanto la Dia, la Defense Intelligence Agency del Pentagono fa sapere che in caso di conflitto nucleare fra India e Pakistan sarebbero 12 milioni le persone che perderebbero la vita, cifra alla quale vanno aggiunte le vittime “nel lungo periodo”, ossia quelle che morirebbero a causa di inquinamento nucleare, malattie, fame, mancanza d’acqua e degenerazioni genetiche. L’asse del male Eccoci quindi al proverbiale passo dall’olocausto nucleare che, non è mai da escludere, potrebbe avere risvolti inaspettati e terribili. Oggi, dopo tanti anni di assoluta indifferenza verso popoli che si sono visti negare i principali diritti umani, l’occidente interviene, con forza, per frenare una folle corsa che, in parte, ha essa stessa provocato. <<Noi amiamo la libertà – dichiara il presidente Bush nella sua recente visita in Europa – e non possiamo ammettere che vi siano armi di sterminio>> in aree a rischio. Soprattutto in un’area, si potrebbe aggiungere, della quale gli Stati Uniti hanno bisogno per la loro campagna contro il terrorismo internazionale: il Pakistan. Poi riconferma il suo impegno contro ogni forma di terrorismo e, in particolare, quello che produce armi chimiche, nucleari e biologiche. <<Se non volete chiamarlo asse del male – dice – chiamatelo come volete, ma lasciateci dire la verità. Non possiamo ignorare la minaccia senza esporci al ricatto e mettere in pericolo i nostri cittadini>>. L’asse del male. Il pensiero non può che andare allo scorso 23 maggio, giorno in cui il presidente americano era a Mosca per firmare l’accordo sulla riduzione degli arsenali nucleari e l’intesa strategica. Nella sala di Sant’Andrea del Cremlino i due presidenti firmano un trattato che prevede la riduzione delle testate nucleari da 6000 a un limite variabile tra i 1700 e 2200 per parte. Nessuna delle due parti dovrà distruggere le bombe, si impegnerà a metterle in magazzino entro il 2012. <<Abbiamo fatto una valutazione realistica del passato – spiega Bush -. Chi può dire cosa accadrà tra dieci anni? Chi può sapere cosa diranno e faranno i futuri presidenti?>> La domanda è inevitabile. Non si tratta forse delle stesse armi per cui viene condannato l’asse del male? La differenza della loro pericolosità, certo, sta nell’affidabilità e nella responsabilità di chi ne è in possesso. Ma forse sarebbe necessario riflettere sul fatto che tali armi non esistevano prima che gli Stati Uniti le lanciassero sulle tranquille città di Hiroshima e Nagasaki provocando la morte, atroce, di milioni di persone. Un controsenso del passato? Nella sala di Sant’Andrea Putin ricorda al presidente americano di come la Russia stia aiutando l’Iran nella costruzione della città di Bushehr, un impianto nucleare da 800 milioni di dollari per la produzione di energia elettrica, e dell’impegno assunto da alcuni scienziati russi nella fase di progettazione del missile iraniano Shahab-3 a lunga gittata. Bush ammonisce: <<Abbiamo parlato molto francamente della necessità di evitare che il governo iraniano, in mano a teocrati estremisti, si procuri armi di sterminio>>. Putin sorride: <<Gli Stati Uniti hanno preso l’impegno di costruire un impianto simile nella Corea del Nord>>. <<Abbiamo varie domande da porre sullo sviluppo di un programma missilistico a Taiwan, e in altri paesi dove abbiamo assistito a lavori per la produzione di armi di sterminio>>. Chi più terrorista? Oggi gli strateghi hanno calcolato che nel 2012, quando il disarmo nucleare pattuito sarà completato, ad ognuna delle due superpotenze resteranno armi sufficienti per distruggere l’avversario. <<Armagheddon si leverà dal profondo dell’Oceano>>, dicono, e ricordano che l’orologio dell’Apocalisse è fermo a sette minuti dalla mezzanotte dello sterminio. Una guerra fredda che sarà solo messa in magazzino, continuano gli esperti e uno di loro, Anthony Cordesman del Center for Strategic and International Studies, aggiunge: <<I trattati non controllano il numero totale delle armi nucleari ma solo di quelle pronte all’uso. Non ci sono regole sulla produzione di nuove testate o sulla distruzione di quelle vecchie>>. E sono quasi 50 mila le testate esistenti su tutto il pianeta. 18.750 appartengono agli Stati Uniti, e 6.750 di queste sono pronte a colpire. Ma basterebbe soltanto che ne esplodessero venti per creare una cortina di cenere nell’atmosfera tale da provocare un lungo inverno nucleare. L’intero pianeta soffrirebbe a causa di una terribile carestia e l’effetto delle radiazioni sarebbe devastante. “La distensione tra Usa e Russia fa sperare che nel futuro lo spettro di un conflitto totale svanisca completamente, ma questa prospettiva paradossalmente aumenta il rischio che si ricorra all’atomica. Durante la guerra fredda e la filosofia della <<mutua distruzione assicurata>>, far esplodere un singolo ordigno avrebbe comportato il rischio di scatenare una rappresaglia planetaria. Negli scorsi mesi invece Bush e Putin hanno modificato le dottrine delle loro armate, prevedendo l’uso del nucleare anche in situazioni limitate(8)”. Non è però da escludere che i popoli eventualmente bombardati (nella lista degli Usa ci sarebbero già Iraq, Iran, Siria, Libia e Corea del Nord) possano rispondere agli attacchi creando una situazione di grave pericolo per il nostro pianeta. Nella sua riflessione sul pogrom del Gujarat Arundhati Roy dichiara di sentirsi responsabile dei massacri in quanto ogni Stato agisce a nome dei suoi cittadini. Forse anche noi, in quanto cittadini del mondo, dovremmo reagire e indignarci di fronte alle pericolose scelte dei nostri governanti per evitare che la precaria situazione dell’India contro il Pakistan possa ripercuotersi a livello planetario. L’India insegna. Il mondo di domani sarà, dovrà essere, una società basata sulla non-violenza. Questa è la prima legge: da esse nasceranno tutte le altre benedizioni. Potrebbe sembrare un traguardo distante, un’utopia astratta. Ma non è affatto irraggiungibile, dato che si può iniziare a lavorare in tale direzione già qui e subito. Un individuo può adottare il modo di vita del futuro – il modo non violento – senza dover aspettare che lo facciano anche gli altri. Mahatma Gandhi Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante 1. Daniela Bezzi, Venerdì di Repubblica, 4 giugno 2002 2. Ibidem 3. Arundhati Roy, Internazionale, 17 maggio 2002 4. Ibidem 5. Ibidem 6. Ibidem 7. Daniela Bezzi, Venerdì di Repubblica, 4 giugno 2002 8. Gianluca Di Feo, Corriere della Sera, 23 maggio 2002 box1 India Cenni storici Dalla prima metà del secolo XVIII la Compagnia inglese delle Indie Orientali prese il dominio del subcontinente indiano storicamente suddiviso in una moltitudine di principati, stati, regni, città autonome e oggetto di diverse penetrazioni coloniali. Soppressa la Compagnia nel 1858, i suoi beni furono incamerati dalla corona britannica, e il governatore generale assunse il titolo di viceré. Il governo della Gran Bretagna, unico ed efficiente, avvolse tra i suoi membri molti indiani, gli stessi che poco tempo dopo formarono un movimento nazionalista che trovò i suoi più autorevoli esponenti in Gandhi e Nehru. Nel 1947, grazie alla rivoluzione pacifica di Gandhi, l’India conquistò l’indipendenza ma fu suddivisa in Pakistan musulmano e Unione Indiana, a maggioranza indù. Il destino di alcuni principati, quello del Kashmir per esempio, rimase incerto e fu presto causa di conflitti interni. A questi avvenimenti si accompagnarono sanguinose guerre di religione e manifestazioni di intolleranza, in una delle quali perse la vita lo stesso Gandhi, nel 1948. Dal 1947 al 1964 il Primo Ministro dell’Unione Indiana fu Javaharlal Nehru che, sostenuto dal partito del Congresso, realizzò importanti riforme tra le quali l’eliminazione delle caste, l’abolizione delle discriminazioni della donna in materia di proprietà, l’approvazione di piani di sviluppo quinquennali, la divisione dell’economia in un settore pubblico e uno privato. Si preoccupò inoltre di potenziare l’agricoltura e si dimostrò contrario all’allineamento con gli Stati Uniti o con l’Unione Sovietica. Mentre già nel paese si sviluppavano forze ostili alle scelte di Nehru, i problemi con il Pakistan e la sconfitta nel conflitto con la Cina acutizzarono le divergenze all’interno del Partito del Congresso. La crisi scoppiò sotto il governo di Indira Gandhi, la figlia di Nehru, divenuta Primo Ministro nel 1966. Nacquero così due fazioni: il Congresso-O (Opposizione) e il Congresso-I (Indira). Il Congresso-I rimase al governo e tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli anni Settanta nazionalizzò le maggiori banche, si aprì verso l’Unione Sovietica e intensificò il programma di ammodernamento economico dell’agricoltura. Nel 1971 nacque il Bangladesh e solo due anni dopo l’India risentì di una forte crisi economica internazionale ed esplosero una serie di scioperi. Mentre i numerosi partiti di opposizione si coalizzavano in un fronte unico (partito Janata), Indira Gandhi venne accusata di brogli elettorali. Il Primo Ministro fece arrestare gli esponenti dell’opposizione. Poco dopo, il governo si impegnò in una riduzione forzata del tasso di natalità e si giunse ben presto ad un collasso politico. Il Partito del Congresso venne sostituito con il Partito Janata e Indira Gadhi, accusata di corruzione e violazione della costituzione, fu messa agli arresti per breve tempo. Ritornò sulla scena politica nel 1980 vista l’incapacità del nuovo governo di fronteggiare la situazione, e nel 1984 venne assassinata da un sikh. Fu quindi eletto a Primo Ministro il figlio Rajiv Gandhi che tentò di allentare la politica centralista e autoritaria della madre. Ancora oggi contrasti politico-religiosi mantengono vive le tensioni del paese. Per quanto riguarda la politica estera l’India ha proseguito l’indirizzo del non allineamento anche in anni recenti. box2 Pakistan Cenni storici Già parte integrante dell’Impero britannico delle Indie, il paese divenne indipendente nel 1947, quando l’impero fu smembrato in due dominion: Pakistan musulmano e Unione indiana a maggioranza induista. Tale separazione fu accompagnata da conflitti religiosi e forti esodi di popolazione da una regione all’altra e da contrasti tra i due stati (uno dei più gravi attriti fu quello per il Kashmir, che dal 1949 è diviso tra Pakistan e India). Il nuovo stato che, abolendo lo statuto di dominion si proclamò repubblica nel 1956, nel 1958 cadde in mano ai militari che, abrogata la costituzione, dichiararono la legge marziale. Originariamente composto di due parti, orientale e occidentale, separate da una larga estensione di territorio indiano, dopo la secessione della regione orientale (oggi Bangladesh) avvenuta nel 1971 al termine di una sanguinosa guerra civile, il territorio pakistano si limita alle sole regioni occidentali. Nello stesso anno si apriva una breve parentesi di governo civile: saliva alla presidenza Z. Ali Butto leader del Partito del popolo pakistano e varava nel 1973 una nuova costituzione. Già nel 1977 un nuovo colpo di stato riportava il paese sotto le forze armate guidate dal generale M. Zia che, restaurata la legge marziale, nel 1979 diveniva presidente. Dopo nuovi radicali emendamenti alla costituzione (1981), nel 1984 un referendum popolare riconfermava alla presidenza il generale Zia, che da un lato incoraggiava un orientamento integralista nella società e nello stato, dall’altro favoriva una relativa liberalizzazione politica e una controllata democratizzazione (sanzionata negli emendamenti costituzionali del 1985), legalizzando i partiti politici e abrogando la legge marziale. Nel 1988, nel tentativo di ristabilire il controllo sua una situazione interna resa esplosiva dalla crescente opposizione, da manifestazioni terroristiche ormai endemiche e dalla presenza di più di tre milioni di profughi afghani, il presidente Zia scioglieva il parlamento, ma periva nello stesso anno in un incidente aereo. Ufficialmente non allineato in politica estera, il Pakistan mantiene tuttavia stretti legami con gli USA, da cui riceve aiuti finanziari, e ha sostenuto la guerriglia afghana contro il governo di Kabul e l’occupazione sovietica. Assetto istituzionale In base alla costituzione provvisoria del 1973 emendata nell’81 e nell’85, il Pakistan è una repubblica islamica in cui il potere legislativo è affidato a un parlamento bicamerale di 207 membri eletti a suffragio universale per cinque anni. Il potere esecutivo è esercitato dal presidente (che deve essere musulmano) il quale nomina il primo ministro come capo del governo. |
| < Prec. | Pros. > |
|---|
In edicola dal 18 luglio 2008In questo numero: Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale. La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato. Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni. Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione. Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi. Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo. Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità. Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro. Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti. Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica. Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina. Ed altro ancora... |
|
| Leggi tutto... |
|
La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.
Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la
terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in
diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai
primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri
umani.
|
|
In questo numero: Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt. Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico. Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali. Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto. Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi. Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo. Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico. Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione. LEGGI TUTTO... |
Il coraggio di Paolo Borsellino
di Antonino Di Matteo - 19 luglio 2008*
"Paolo Borsellino era un magistrato che con la passione e il rigore morale che lo contraddistinguevano rappresentava il concretizzarsi del principio costituzionale della "legge uguale per tutti"
Io appartengo a quel gruppo di giovani siciliani che si sono
determinati ad affrontare la dura avventura del concorso in
magistratura negli anni Ottanta, proprio perché affascinati dalla
inebriante brezza, anzi, dal forte vento di pulizia e di ribellione che
era rappresentato dalla esperienza del pool antimafia di Palermo. E
quindi il nome, il lavoro, il carisma di Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino rappresentavano già allora per me, ma vi assicuro per molti
altri magistrati che sono anche qui oggi in questa sala, l’ideale punto
di riferimento di un cammino appena intrapreso con la decisione di
dedicare tutte le nostre forze al perseguimento di un sogno, quello di
diventare magistrato.
LEGGI TUTTO...
Articoli precedenti:
-
Uno studio sulla finanza mondiale
| Home |
| Redazione |
| Scrivici |
| La Rivista |
| Informazione |
| Abbonamenti |
| Dossier |
| Documenti |
| Link |