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Terzo Millennio N° 22 Maggio 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 22 Maggio 2002
Israele e Palestina, il martirio di due popoli tra conflitti e Intifada
Vane le speranze di una pace in Medio Oriente
Riceviamo per posta
Olocausto americano
Tutto ripartira' da Betlemme
Percorsi di lettura

 Vane le speranze di una pace in Medio Oriente
Giulietto Chiesa: <<L’Occidente ha usato Israele per dividere il mondo arabo>>

a cura di Monica Centofante

Dottor Chiesa, a cosa potrebbe approdare un’eventuale conferenza di pace per il Medio Oriente in un momento come quello attuale, in cui le relazioni diplomatiche vengono intrattenute principalmente con Sharon?
Sono molto pessimista sulle possibilità di successo di questa conferenza di pace perché le condizioni attuali non sono tali da autorizzare speranze. Gli Stati Uniti continuano ad avere una posizione dominante in questo problema e continuano a esercitare una relazione netta nei confronti e a favore di Israele. In queste condizioni una soluzione di pace non può essere trovata e quindi non mi aspetto, mi dispiace, nessun reale miglioramento.

Gli Stati Uniti giustificano il loro schieramento con la formula della lotta al terrorismo palestinese. L’esplosione di violenza che si è manifestata dopo gli accordi di Camp David, però, ci ha dimostrato che sono stati sempre gli israeliani a non volere la pace con la Palestina.
Chi ha violato tutti gli accordi è stato soprattutto Sharon. Ma non è soltanto la questione di chi è stato ad attaccare. La questione è che Israele non ha mai cessato di estendere i propri insediamenti all’interno dei territori che erano stati assegnati all’autorità palestinese. In queste condizioni, pretendere che i palestinesi accettino una situazione in cui la loro lunga espropriazione viene ulteriormente estesa e approfondita equivale a chiedere loro una resa incondizionata. Israele non ha mai ottemperato alle decisioni che sono state prese, non è neppure vero che nel negoziato tra Barak e Arafat le proposte israeliane, come normalmente si dice, fossero soddisfacenti e che Arafat avrebbe dovuto accettarle a tutti i costi. Non è vero perché quelle proposte erano largamente inaccettabili da parte palestinese e quindi tutto quello che è successo dopo, cioè la seconda Intifada nel suo complesso, deriva dal fatto che lo stato di Israele, nell’espressione dei suoi dirigenti attuali non vuole assolutamente accettare la presenza di una autorità palestinese che abbia dignità di stato e reale indipendenza. In queste condizioni non può esserci la pace.

In una recente puntata di “Sciuscià” lei ha parlato della responsabilità occidentale in questa guerra dicendo che a noi serviva il petrolio a basso prezzo, quindi abbiamo giocato la carta Israele per indebolire il mondo arabo e abbiamo giocato la carta del mondo arabo per tenere Israele sotto pressione.
E’ esattamente quello che penso. Così stanno le cose. Israele è stato utilizzato dall’Occidente e mi dispiace perché di questo i cittadini israeliani non sono stati responsabili. Sono stati ingannati e usati semplicemente come testa di ponte per dividere il mondo arabo, per renderlo più debole, per fomentare, diciamo così, le sue debolezze e la sua incultura politica. Si è sfruttata una realtà in cui la democrazia, la dialettica, le istituzioni erano estremamente debilitate per istigare reazioni irresponsabili, come quelle terroristiche, e quindi aprire all’affermazione secondo cui Israele è un paese civile mentre gli arabi sono fanatici. Attentando all’autonomia del mondo arabo. Tutto questo è avvenuto fin dall’inizio della creazione dello stato di Israele, che è stato formato a questo scopo, anche se le intenzioni dei suoi creatori non erano queste. Purtroppo, però, la storia è complicata e spesso le intenzioni, le buone intenzioni vengono utilizzate dai più astuti per i loro scopi. E sostanzialmente i più astuti sono stati gli occidentali, che hanno gestito questa operazione.
Siamo poi arrivati a questo punto anche perché lo stato di Israele è guidato da uomini che, adesso, a loro volta, si comportano come dei fanatici, integralisti, che pretendono di imporre la loro presenza senza tenere minimamente conto del contesto in cui si trovano. Europei trapiantati in un mondo che non è il loro, con i loro istituti, con i loro principi che intendono imporre alla realtà in cui si trovano il loro punto di vista. E non è possibile che questo avvenga in pace, deve avvenire in guerra e quello che sta avvenendo è esattamente questo.

E’ possibile ipotizzare un collegamento tra questo conflitto e il previsto attacco all’Iraq?
Ci sono due sponde di pensiero negli Stati Uniti. C’è chi ritiene che prima si debba sistemare la faccenda palestinese e poi attaccare l’Iraq e c’è chi invece ritiene, a Washington, che anche con la guerra palestinese in corso si possa fare ugualmente. Queste sono le due scuole. Nel gruppo dirigente degli Stati Uniti nessuno mette in dubbio il fatto che verrà attaccato l’Iraq. Ci sono quelli che pensano che sarebbe bene chiudere la faccenda palestinese prima - naturalmente non con la pace, ma con una seria, drammatica liquidazione dell’autorità palestinese - e chi invece ritiene che si possano avere contemporaneamente due crisi, questa e quella che si sta per aprire. Le alternative sono una più spiacevole dell’altra.

Come vede la posizione dell’Italia in merito alla questione dei tredici palestinesi destinati all’esilio in Europa?

Io penso che se dovessi per un istante fare un calcolo di opportunità, a prescindere dalla posizione politica di centrosinistra e di centrodestra, direi questo: la faccenda degli ostaggi accerchiati nella Cattedrale di Gerusalemme è uno dei problemi, non è il maggiore. Io credo che si sarebbe dovuto dire, fin dall’inizio, che l’Italia era disponibile ad ospitare se l’accordo con Arafat fosse stato quello di espatriarli. Perché, in questo modo, l’Italia avrebbe contribuito a smorzare un punto di frizione. Sarebbe stato, tra l’altro, un gesto dignitoso per il nostro Paese, un gesto di amicizia sia nei confronti degli uni che nei confronti degli altri. Non capisco queste paure quindi, questo provincialismo, questo atteggiamento alla Bossi, con il timore che arrivino gli stranieri in casa che si estende anche a queste sciocchezze. Avrei accettato subito, naturalmente sulla base dell’accordo con Arafat, che è il nostro punto di riferimento inevitabile poiché non possiamo schierarci dalla parte di coloro che vogliono liquidarlo, che sono degli irresponsabili, chiunque essi siano. Accettare significa infatti raggiungere un compromesso per gli uni e per gli altri e tentare di dare una mano ad eliminare il problema. Mi domando, quindi, per quale motivo si stia ancora oscillando.




 
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