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Terzo Millennio
Terzo Millennio N° 22 Maggio 2002 | Terzo Millennio N° 22 Maggio 2002 |
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Pagina 2 di 7 Stati di guerra Israele e Palestina, il martirio di due popoli tra conflitti e Intifada di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante Potrebbero mancare poche ore alla fine dell’assedio alla Basilica della Natività, a Gerusalemme, mentre dalle frequenze della radio israeliana si diffonde la notizia che la conferenza internazionale di pace proposta da Stati Uniti e Unione Europea si farà, in Turchia, probabilmente agli inizi di giugno. Si parla di un nuovo spiraglio di speranza, si ipotizza la fine della seconda Intifada che da quasi tre anni insanguina una terra già martoriata da mezzo secolo di guerre. Ma di fronte al piano di pace promesso dal premier israeliano Sharon all’amministrazione americana, il <<più serio mai avanzato finora per la pace in Medio Oriente>>, non si può che rimanere sconcertati. “I dettagli del piano sono ancora in corso di definizione – scrive lo scorso 4 maggio il Washington Post – ma le politiche del premier suggeriscono che le sue proposte saranno difficili da accettare per i palestinesi. Sharon ha giurato di non smantellare gli insediamenti in Cisgiordania e Gaza, non tornare ai confini del 1967, e non trattare con Arafat. Invece favorisce un accordo interinale con i palestinesi, accompagnato da un elaborato sistema di recinti, trincee, tunnel, insediamenti e postazioni militari, per creare zone cuscinetto intorno alle aree arabe”. Negli Stati Uniti, al tanto atteso incontro con Bush, giunge con un libro sotto braccio: 104 pagine di documenti, le prove che gli attentati terroristici delle brigate di Al Aqsa e dei Tanzim fanno capo al presidente palestinese, così come Hamas e la Jihad islamica hanno usufruito indirettamente del suo supporto e del suo aiuto. Lettere firmate e controfirmate da Arafat, dal suo capo dei servizi, Rafik Tirawi, dal suo capo delle finanze Shubaki, dal suo consigliere di fiducia Barghuti e carte nelle quali si vede che dalla cassa in cui confluiscono i 9 milioni di dollari mensili dell’Europa e i 45 dei paesi arabi proverrebbero i finanziamenti alle attività terroristiche. E mentre dal fronte giungono le notizie dell’ennesima morte di una donna palestinese e dei suoi bambini di 3 e 4 anni, uccisi dall’esercito dopo che una mina aveva fatto saltare un mezzo blindato, spaventando l’equipaggio, il consigliere della sicurezza nazionale Usa Condoleeza Rice rassicura Israele: <<Siamo da tempo preoccupati per il legame fra l’Autorità palestinese e il terrorismo e l’attuale direzione palestinese è a nostro avviso inadatta a creare uno Stato indipendente>>. Dichiarazione che riporta alla mente i primi giorni del conflitto, quelli dell’attendismo del presidente americano che definiva i kamikaze palestinesi <<figli del terrore>> e tollerava la repressione di Israele in quanto <<autodifesa>> in seguito ai continui attacchi suicidi subiti e culminati nella strage di Netanya, a nord di Tel Aviv, dove trovarono la morte 22 persone riunite in un hotel per la celebrazione della cena della Pasqua ebraica. Un attendismo che permise agli israeliani di penetrare indisturbati a Betlemme, di incendiare la Moschea di Omar, di sparare contro la Basilica della Natività dove, ancora oggi, sono asserragliati religiose e suore insieme a 180 palestinesi tra i quali molti ricercati da Israele per terrorismo. Tutti in attesa della firma di un accordo che sembra ormai essere pronto e che prevede la consegna della polizia palestinese a quella israeliana di tutti i “terroristi da esiliare” in cambio dell’immediata liberazione degli altri ostaggi. Un attendismo, ancora, che forse nasconde una complicità. “Nei primi giorni di questa Intifada – scrive Noam Chomsky – Israele usò elicotteri statunitensi per colpire obiettivi civili, uccidendo dieci palestinesi e ferendone trentacinque, il che difficilmente può qualificarsi come <<autodifesa>>. Clinton rispose con un accordo per <<il maggiore acquisto di elicotteri militari da parte dell’Aeronautica israeliana negli ultimi dieci anni>> (Ha’aretz, 3 ottobre 2001), oltre a pezzi di ricambio per gli elicotteri da combattimento Apache. La stampa – aggiunge – contribuì rifiutando di riportare questi fatti(1)”. Ancora oggi, secondo quanto rivelato lo scorso 7 aprile da Robert Fisk su Independent, gli States continuerebbero a fornire a Israele i più avanzati elicotteri dell’arsenale statunitense. Forse gli stessi con cui in quello stesso giorno gli israeliani bombardarono Tubas, in Cisgiordania, una cittadina di quarantamila abitanti a metà strada fra Jenin e Nablus. Era la tana dei kamikaze di Hamas, ma la pioggia di bombe che si scatenò in dodici ore di battaglia non colpì soltanto loro. “Nella camera da letto di Dora Ibrahim – scrive Francesco Battistini - … il vetro ha ancora il foro”. Lo zio Ahmad racconta: <<Ero in questa camera con Donia, stavo per dirle di spostarsi dalla finestra e l’ho vista cadere per terra. Pensavo giocasse. Invece mi ha guardato e ha detto solo due parole: “Ammo mutet”. Zio, sto morendo(2)>>. Donia aveva undici anni. La stessa età di Samer Abu Sarhie, caduto vittima di una sparatoria nel campo profughi di Tulkarem. La stessa età di chissà quanti altri bambini ai quali la guerra ha rubato l’infanzia. E’ passato più di un mese da quando la scrittrice israeliana Manuela Dviri ricevette la telefonata di un’amica palestinese di Gerusalemme. <<Mi hanno telefonato da Betlemme – è la voce dall’altra parte del filo – aiutami ad ottenere dall’esercito il permesso per seppellire una nonna e un padre che sono stati uccisi stamattina alle 10 e 30 da un missile e sono ancora distesi per terra in una casa con sei bambini piccoli e una madre impazzita alle sei e mezzo di sera(3)>>. Solo pochi giorni più tardi si scatena l’inferno della città di Nablus e del campo profughi di Jenin, roccaforti della rivolta palestinese, gli unici campi di battaglia in cui, per la prima volta dall’inizio della guerra, le forze israeliane incontrano una seria resistenza. <<Ho visto i bulldozer avvicinarsi al campo profughi – racconta Adnan al Sabah, palestinese, 47 anni – i soldati hanno ordinato con i megafoni alla popolazione di uscire con le mani alzate, molti si sono rifiutati, le ruspe hanno lo stesso raso al suolo case e baracche, non so quanti siano i sepolti vivi>>. Da Nablus giungono invece i tristi racconti di cadaveri abbandonati nelle strade, di feriti lasciati a dissanguare, di cortili e moschee trasformati in ospedali e obitori, di civili usati come scudi umani e di deportati. Al telefono di un’agenzia di stampa Oum Al Qirimi, una palestinese di 42 anni, descrive la conquista della città da parte delle forze israeliane. <<Ho visto l’esercito portare via decine di uomini – dice – li hanno fatti spogliare, quando sono rimasti nudi li hanno identificati scrivendo un numero sulle loro braccia>>. E conclude: <<Li ho visti picchiare e umiliare i prigionieri>>. Accadde nel giorno in cui Israele si raccoglieva in preghiera per commemorare la tragedia della Shoah. E alla vendetta degli israeliani rispose e risponde la vendetta dei palestinesi, fedeli ad un leader che, più volte, prima di essere liberato solo qualche giorno fa, si dichiarava pronto a morire da martire della Terra Santa. <<Ho scelto questa strada – sono le sue parole all’indomani dell’assedio di Ramallah – e se cadrò, un giorno un bambino palestinese solleverà la bandiera palestinese sopra le nostre moschee e le nostre chiese>>. <<Guai a chi tocca Arafat>> afferma oggi con forza Mahmmoud Titti, capo delle Brigate di Al Aqsa, in un’intervista concessa a Guido Olimpo(4). <<Chi sogna di sostituirlo verrà punito con la morte. Come i collaborazionisti>>. E continua: <<Le azioni dei martiri saranno la minaccia più piccola per Israele. Avranno delle sorprese: stiamo elaborando nuove tecniche di attacco>>. Alla domanda di un possibile “arruolamento” delle donne risponde: <<Hanno diritto come gli uomini di partecipare alla lotta. Se servono le donne le usiamo, se servono i ragazzini faremo lo stesso. Le reclute per gli attacchi suicidi non ci mancano: sono i giovani a supplicarci di mandarli in missione>>. E in una spirale inarrestabile di odio e violenza continuano le azioni diplomatiche di Onu e Stati Uniti, che dopo il fallimento della missione del segretario di Stato americano Powell chiamano Sharon alla Casa Bianca, soltanto tre giorni dopo la concessa liberazione di Yasser Arafat. Subito seguita da una promessa del leader israeliano: <<Se Arafat lascia i territori per andare all’estero, non è detto che lo lasceremo rientrare>>. Ma dure sono le critiche mosse da più parti all’intervento statunitense nel conflitto mediorientale. Già nelle prime battute dell’attuale crisi israelo-palestinese, dalle pagine del Corriere della Sera Franco Venturini parlava di un’America più interessata ai propri interessi strategici e al proprio prestigio che al desiderio di “guardare lontano”. “Da quando in Cisgiordania la situazione si è fatta incandescente – scrive - Washington ha preso buona nota dei malumori europei e degli appelli del Papa. Ma George Bush non avrebbe gettato tutto il suo peso sulla bilancia se sul tavolo dello Studio ovale non fossero piovuti gli Sos dell’egiziano Mubarak, del re di Giordania, della Turchia, dell’Arabia saudita, del Bahrein, del Kuwait, di quel Qatar dove è in allestimento un nuovo grande trampolino per le forze Usa. Il tacito disco verde dato a Sharon nell’ambito della lotta globale al terrorismo si stava trasformando in un boomerang capace di compromettere la proiezione della potenza americana in tutto il Medio Oriente. Bisognava correre ai ripari, ed ecco allora la nuova formula: Arafat resta colpevole di non aver imbrigliato i suoi stragisti, Israele conserva il suo diritto alla difesa e potrà sempre contare sull’appoggio americano, ma il ritiro dalle città palestinesi è imperativo per non compromettere la sicurezza futura dello stesso Stato ebraico e degli Stati Uniti(5)”. Più incisivo l’americano Noam Chomsky che parla di una strategia statunitense che ha puntato, nel corso dei decenni, ad impedire “soluzioni pacifiche per rendere stabile la propria presenza nella regione a fianco dello stato vassallo(6)”. Da qui la scelta di seguire la vecchia linea Kissinger, spiega, basata sull’”accettazione dei negoziati soltanto sotto costrizione così come Kissinger stesso era stato costretto ad accettare i negoziati dopo la quasi debacle della guerra del 1973, di cui egli ha una grossa responsabilità e alle condizioni ben espresse da Ben Ami (…) Non sorprende che il principio ispiratore dell’occupazione sia un’umiliazione incessante e degradante, oltre alla tortura, al terrore, alla distruzione delle proprietà, alla cacciata della popolazione civile per fare spazio agli insediamenti, alla presa di possesso delle risorse di base, principalmente l’acqua. Naturalmente, per fare ciò, vi è sempre stato bisogno di un deciso sostegno statunitense, che si è protratto anche nell’era Clinton-Barak” e che continua oggi con Bush e Sharon. Prova di quanto da Chomsky affermato risiederebbe, tra le altre cose, nel “veto alla Risoluzione del Consiglio di Sicurezza per la messa in atto del piano Mitchell e per l’invio di osservatori internazionali per monitorare la riduzione delle violenze, il metodo più efficace, come viene generalmente ammesso, ma osteggiato da Israele e regolarmente bloccato da Washington”. “Finché non si permette a queste questioni di entrare nella discussione – conclude – e finché non se ne comprendono le implicazioni, è insensato invocare un <<impegno statunitense nel processo di pace>>, e le prospettive per un’azione costruttiva sono destinate a rimanere sconfortanti”. E sono in molti, tra cumuli di stracci e mattoni sbriciolati a gridare, senza più lacrime per piangere i propri morti, che <<è dei potenti che non sanno mettersi d’accordo la colpa di tanto orrore>> in una terra dove duemila anni fa un Uomo disse: <<Amatevi l’un l’altro come io ho amato voi>>. Per ironia della sorte, oggi l’unica città della Cisgiordania rimasta sotto assedio è Betlemme, con le sue chiese distrutte e la grande statua della Madonna della Natività ferita dal fuoco incrociato di israeliani e palestinesi. E’ forse qui che il Messia, rispondendo ad uno dei suoi apostoli predisse il futuro di quei popoli. <<Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti – disse – sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano ai monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli in campagna tornino in città; saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia. Guai alle donne che sono incinte e allattano in quei giorni, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri tra tutti i popoli; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani saranno compiuti(6)>>. Forse i tempi sono arrivati. Le tappe dell’odio Inizia con la proclamazione dello Stato di Israele una delle pagine più violente della storia moderna. E’ il 15 maggio del 1948 quando David Ben Gurion, presidente del Consiglio Nazionale Ebraico, parla ad un popolo fortemente provato dalle atrocità dell’olocausto. Secondo la legalità internazionale, dice, il popolo ebraico è dopo duemila anni <<libero nella sua terra>>. Si unisce poi ai festeggiamenti cantando l’Ha Tikvà, l’inno della speranza, mentre la gente danza per le strade. La felicità sarà, però, di breve durata. Solo poche ore più tardi, infatti, da Egitto, Libano, Giordania, Siria e Iraq, giunge l’immediata dichiarazione di guerra che porterà al primo dei sei conflitti e delle due Intifada che si combatteranno in una terra sempre più sfinita colpita, in tempi “di pace”, da continue azioni terroristiche. E le tensioni tra i due popoli, nonostante la data ufficiale del primo conflitto, risalgono al novembre del 1947, quando le Nazioni Unite si pronunciano sulla spartizione della Palestina in due Stati: uno ebraico, l’altro palestinese. Questo in conseguenza delle persecuzioni subite dagli ebrei nei campi nazisti. Quegli stessi campi di sterminio dai quali provengono molti degli uomini che vengono armati e costretti a combattere la “guerra di indipendenza”. <<Scesi dalla nave – racconta oggi Yaacov Sod, uno di loro - ci guardammo intorno: un mondo sconosciuto, odori, colori, voci incomprensibili. In fila aspettammo il nostro turno: mi dettero un fucile, un numero di riconoscimento, ero di nuovo in gara per la sopravvivenza, ero il soldato 24467(1)>>. Non solo i soldati, ma anche le armi lasciano a desiderare. Sono vecchie e poche, basti pensare che il numero dei cannoni ammonta a due e che i veicoli blindati sono costruiti artigianalmente. Ciononostante, nel corso dei combattimenti i sionisti riescono a conquistare numerosi centri che il piano di spartizione dell’Onu assegnava agli arabi. Tra questi il villaggio di Deir Yassin, vicino a Gerusalemme, nel quale 250 civili vengono massacrati dai terroristi dell’Irgun Zwai Leumi e della banda Stern segnando l’inizio della campagna di terrore che costringe alla fuga centinaia di migliaia di palestinesi. Grazie all’intervento dell’Organizzazione delle Nazioni Unite i combattimenti vengono poi sospesi, ma l’assassinio del mediatore Onu conte Folke Bernadotte da parte della Banda Stern interrompe il processo di pace e si ricomincia a lottare nel Negev. Sono circa un milione i palestinesi espulsi dagli invasori israeliani. Il 5 gennaio del 1949 vi è una seconda e definitiva tregua. Israele occupa il 78% del territorio della Palestina e la serie di trattative che si protraggono fino a giugno congelano lo status quo e determinano la spartizione di Gerusalemme fra Israele, Giordania ed Egitto. La striscia di Gaza è sotto l’amministrazione militare egiziana, la Cisgiordania con Gerusalemme-est viene annessa alla Giordania. 1956: Il conflitto del Sinai E’ il 29 ottobre quando le truppe di Tel Aviv invadono il Sinai. Solo quattro giorni prima “nel segreto di una villa della periferia parigina Ben Gurion, il piccolo uomo di Plonsk con la criniera bianca, discute con i rappresentanti della Francia e della Gran Bretagna piani di azione e forniture di armi(2)”. L’intento dei due stati europei è quello di attaccare il presidente egiziano Gamal Nasser, colpevole di aver applicato un embargo con la chiusura del Canale di Suez e del porto di Eliat. Quello degli israeliani è distruggere le basi dei guerriglieri palestinesi a Gaza. L’America e la Russia tentano di frenare l’imminente scontro, ma dall’Europa arrivano le armi e il 30 ottobre parte l’operazione Kadesh. Londra e Parigi ordinano il “cessate il fuoco” ma solo ventiquattro ore dopo bombardano Porto Said e altre città egiziane causando la morte di migliaia di persone. Contemporaneamente Nasser blocca il canale, affondando molte imbarcazioni, occupa il Sinai fino a Sharm el Sheikh e fa seimila prigionieri. L’occupazione totale del Sinai arriva il 5 novembre. Israele conquista l’arsenale egiziano, il passaggio per lo stretto di Tiran e il porto di Eliat perdendo solo 180 uomini. “Dayan ha scoperto il segreto: la rapidità, l’inventiva, l’audacia, le armi dell’esercito israeliano(3)”. Nel frattempo l’Onu ordina la tregua e decide l’invio di caschi blu nella zona “grazie a una convergenza tra l’Urss, che sosteneva Nasser e minacciava l’impiego dei missili nucleari contro gli aggressori, e gli Stati Uniti, che condannavano l’attacco preparandosi a soppiantare l’influenza di Londra e Parigi nella regione(4)”. Il 7 novembre cessano le ostilità e il 15 l’arrivo delle truppe Onu determina la riapertura del porto di Eilat e la consegna del Sinai entro il 31 marzo del 1957. In quell’anno gli israeliani si ritirano dopo che l’Onu garantisce il loro accesso al Golfo. 1967: La Guerra dei Sei Giorni Passano dieci anni prima che Israele torni sul Sinai. Dieci anni caldi nel corso dei quali viene fondato, da Yasser Arafat e Abu Jihad (Khalil al Wazir), Al Fatah, un movimento di guerriglia per la liberazione della Palestina da Israele, che negli anni Sessanta diventerà il più ricco e meglio organizzato tra i gruppi palestinesi. Sempre in quegli anni gli stati arabi rifiutano l’uso delle acque del Giordano a Israele, cosa che determina l’aumento delle tensioni ai confini e frequenti scontri isolati, mentre nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP-PLO) della quale Al Fatah assume subito la leadership. Tensioni si registrano anche nel controllo delle fonti di approvvigionamento dell’acqua, cosa che porterà Al Fatah ad attaccare, nel 1965, i punti nevralgici del sistema idrico israeliano. Tra il gennaio del ’65 e il giugno del ’67, data di inizio della Guerra dei Sei Giorni, Israele è teatro di 120 attacchi terroristici messi in atto dall’Olp di Arafat. Gli egiziani chiedono all’Onu il ritiro dei caschi blu dal Sinai e a ciò consegue il blocco dello stretto di Tiran e del porto di Eilat, unico sbocco marittimo di Israele fuori del Mediterraneo. La reazione israeliana alla manovra di Nasser - “un bluff ad uso arabo o interno” (l’espressione è di Giancarlo Lannutti) poiché confidava nell’intervento delle grandi potenze – giunge inaspettata: il 5 giugno Israele distrugge le aviazioni di Nasser e dell’alleato Re Hussein di Giordania; il 6 occupa Jenin e Betlemme, accerchia il settore arabo di Gerusalemme e costringe Nasser e Re Hussein al ritiro dal Sinai; il 7 il generale Dayan occupa Gerusalemme mentre il governo di Amman accetta il “cessate il fuoco” ordinato dall’Onu. “I soldati in lacrime toccano il Muro del Pianto”; l’8 raggiunge il Canale di Suez e Nasser dichiara la resa; il 9 punta verso la Siria, nonostante ordini anch’essa la cessazione delle ostilità. Il 10 giugno si consuma l’ultimo atto di guerra: Israele occupa la regione delle Alture di Golan. L’esercito israeliano è padrone di Sinai, Gaza, Cisgiordania, delle Alture del Golan e della parte vecchia di Gerusalemme. Il 22 novembre il Consiglio di Sicurezza ordina il ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati, la risoluzione del problema dei profughi palestinesi e la garanzia di libertà di navigazione del canale di Suez anche a Israele. Ma la risoluzione rimane lettera morta. La corsa agli armamenti di Israele ed Egitto, appoggiati rispettivamente da Stati Uniti e Unione Sovietica, continua mentre aumenta, giorno per giorno, lo stato di tensione tra mondo arabo e Israele. Dovuto anche all’adozione da parte araba di forme terroristiche. Cominciano, inoltre, le incursioni aeree israeliane sulle province limitrofe del Libano. 1973: Il Kippur Il 6 ottobre 1973, festa del Kippur per gli ebrei, del Ramadan per i musulmani, il popolo di Israele è al tempio quando le sirene annunciano l’inizio di un nuovo conflitto. Il Paese è attaccato da Siria e Egitto che penetrano dal Canale di Suez e dalle Alture del Golan armati di missili terra-aria e di un migliaio di tank. L’effetto sorpresa permette alle truppe sirio-egiziane di avanzare indisturbate nelle prime ore di attacchi lasciandosi alle spalle i corpi senza vita di innumerevoli soldati di leva. Soltanto un paio di giorni più tardi, però, Israele è pronta a reagire e l’11 di ottobre respinge i siriani al di là della linea del 1967 mentre “nella notte fra il 15 e il 16 ottobre una colonna corazzata al comando di Ariel Sharon riusciva a infiltrarsi fra due armate egiziane, a passare il Canale e ad aggirare la città di Suez(5)”. Nei giorni successivi l’esercito israeliano, armato dagli Stati Uniti, non presta ascolto agli appelli alla tregua dell’Onu, isola Suez e si spinge fino al km 101 della strada per il Cairo. Il presidente egiziano Anwar Sadat chiede a questo punto l’intervento delle truppe americane e sovietiche, ma solo il 25 ottobre una risoluzione dell’Onu decreta la fine della quarta guerra e l’apertura di una conferenza della pace a Ginevra. Abile negoziatore il segretario di Stato americano Henry Kissinger che avvicina Sadat alla politica statunitense. Nel sud del Libano Nel 1978 Sadat e il premier israeliano Menachem Begin, con la mediazione americana, firmano gli accordi di Camp David, negli Usa, che restituiscono il Sinai all’Egitto. Gli integralisti islamici si sentono traditi dalla scelta di Sadat e il movimento di resistenza palestinese, che fa capo a Yasir Arafat, lo definisce un grave pregiudizio per gli interessi palestinesi. Sadat viene ucciso nel 1981 da estremisti islamici travestiti da militari nel corso di una parata al Cairo. Poche settimane dopo il ritiro dal Sinai, gli israeliani lanciano i caccia sui “santuari” dell’Olp in Libano e nel giugno del 1982, guidati dal generale Sharon, occupano il sud del Libano e accerchiano Beirut. Il pretesto è quello di distruggere le basi dell’Olp in quella terra, ma l’intento di Sharon è quello di annientare la struttura politico-militare e la stessa leadership del movimento palestinese. I bombardamenti sono devastanti. Solo nelle prime due settimane di guerra, secondo il Times, le vittime ammontano a 14mila, alle quali si aggiungeranno le 7mila della sola Beirut. Dopo 10 settimane di assedio, grazie, ancora una volta, alla mediazione americana, arriva la tregua e l’Olp, protetta dalla Forza multinazionale di pace, lascia il Libano per la Tunisia. Arafat viene risparmiato. Il 12 agosto dello stesso anno, però, Sharon bombarda ferocemente Beirut-ovest prima di invaderla, un mese più tardi. Autorizza, poi, l’ingresso dei miliziani cristiani alleati nei campi profughi di Sabra e Chatila. “Fu l’inizio di una grande campagna di delegittimazione che oggi è al suo picco – scrive Fiamma Nirenstein su La Stampa – ma l’Olp, e questo è di vitale importanza per Israele che trovò incredibili quantità d’armi nascoste nelle sue casematte, venne cacciata”. La guerra civile libanese terminerà solo alla fine del 1990 e gli israeliani si ritireranno tra il 1983 e il 1985 mantenendo, fino al maggio del 2000, il controllo del Sud del Libano. Le tensioni, però, continuano e culminano, nel 1987, nella cosiddetta prima Intifada. L’Intifada Letteralmente significa “scuotersi di dosso”, per traslato “rivolta”. E’ l’Intifada, la rivolta popolare disarmata, sorta in forma del tutto spontanea tra i palestinesi di Gaza e Cisgiordania che si ribellano all’occupazione militare israeliana. Durerà sei anni, fino agli accordi di Oslo del 1993, sigillati dalla stretta di mano di Arafat e Rabin alla Casa Bianca. Ma nei territori palestinesi occupati la tensione torna a salire per le ripetute provocazioni israeliane e per i mai interrotti nuovi insediamenti ebrei, con confische sistematiche di case e di terra e la sempre maggiore limitazione dei diritti civili. L’attrito ha la sua punta massima il 25 febbraio del 1994, quando 39 palestinesi vengono uccisi in una moschea di Hebron mentre sono intenti a pregare. In quello stesso anno Israele si ritira da Gerico e Arafat rientra in Palestina dopo dieci anni di esilio e nomina il primo governo dell’Autorità nazionale palestinese che prende il controllo di queste città. Nelle elezioni democratiche del 1996 la Palestina elegge Arafat presidente, mentre in Israele Shimon Peres viene battuto da Benjamin Netanyahu. Due anni più tardi Netanyahu e Arafat sottoscrivono un accordo che prevede lo scambio “terra in cambio di pace”, ritiro di parte dell’esercito israeliano, trasferimento di quasi il 15 per cento della Cisgiordania sotto il controllo palestinese. L’accordo rimane lettera morta. Nel corso delle elezioni del 1999 Barak ha la meglio su Netanyahu e, una volta diventato presidente, firma un accordo con Arafat. L’anno successivo, ancora a Camp David, si incontra nuovamente con Arafat e con Clinton, ma in seguito al vertice non viene raggiunto alcun accordo. Nel settembre dello stesso anno, dopo la provocatoria passeggiata di Sharon sulla spianata delle Moschee, si scatena in Palestina la seconda Intifada che, per l’uso delle armi, si trasforma ben presto in una guerra non dichiarata. Con la nomina di Sharon a Primo Ministro il 6 febbraio del 2001 la guerra si allarga a macchia d’olio e culmina nell’invasione israeliana di Ramallah e nell’assedio di Arafat. Ma questo capitolo è ancora aperto. Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante 1.Giancarlo Lannutti, Rivoluzioni, mensile di Liberazione, maggio 2002 2. Francesco Battistini, Corriere della Sera, 8 aprile 2002 3. Manuela Dviri, Corriere della Sera, 3 aprile 2002 4. Guido Olimpo, Corriere della Sera, 25 aprile 2002 5. Franco Venturini, Corriere della Sera, 8 aprile 2002 6. Vangelo secondo Luca cap. 21, 20-24 1. Fiamma Nirenstein, La Stampa, 15 aprile 2002 2. Ibidem 3. Ibidem 4. Giancarlo Lannutti, Rivoluzioni, mensile di Liberazione, maggio 2002 5. Giancarlo Lannutti, Rivoluzioni, mensile di Liberazione, maggio 2002 6. Fiamma Nirenstein, La Stampa, 15 aprile 2002 |
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di Alberto B. Mariantoni © - 31 gennaio 2009
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