La Rivista
Terzo Millennio
Terzo Millennio N° 21 Aprile 2002 | Terzo Millennio N° 21 Aprile 2002 |
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Pagina 2 di 8 Con la scusa della libertà Dal Vietnam a Israele, gli abusi di potere del terrorismo di Stato di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante 29 marzo 2002. Venerdì Santo. Dai banchi delle chiese cristiane, adornate con rami d’ulivo e profumate d’incenso, i fedeli ricordano il sacrificio di Gesù-Cristo e si scambiano un segno di pace. 29 marzo 2002. Venerdì Santo. Gerusalemme. Una giovane sedicenne di Betlemme si fa saltare in aria in un supermercato. Prima di attivare l’ordigno urla a due donne arabe di allontanarsi. <<Avevamo avvertito che un’ondata di attacchi suicidi avrebbe colpito Israele e il governo nazista del criminale Sharon>>, proclamano i gruppi estremisti palestinesi e in una città scossa dall’ennesimo, devastante bagno di sangue giunge come una doccia fredda la notizia che le truppe del leader israeliano sono penetrate negli uffici dell’Anp assediando il premier Arafat. 29 marzo 2002. Venerdì Santo. E’ guerra. Dopo Ramallah, centinaia di carri armati e decine di migliaia di soldati occupano in pochi giorni Qalkilya, Tulkalem, Betlemme mentre centinaia di ufficiali più esperti vengono chiamati presso il confine nord in vista di un possibile attacco alle forze siriane nella valle della Beqaa. Città senz’acqua, senza luce, in preda al terrore per i cecchini che sparano su chiunque si avventuri per la strada; per i continui interrogatori a tutti gli uomini dai 15 ai 60 anni; per gli atti vandalici, i furti, la violenza indicibile, i troppi morti innocenti. Tra questi, nelle ultime ore, un ragazzo di undici anni, un altro di nove, uno di tredici che tirava sassi ad una pattuglia, un handicappato mentale e una donna che usciva di casa con la propria sorella. <<E’ in corso una guerra senza quartiere contro il terrorismo palestinese che sarà attaccato con tutti i mezzi>>, sostiene fiero il generale laburista Benjamin Ben Eliezer, ministro della difesa israeliano, mentre carri armato con la stella di David sparano contro un corteo pacifista ferendo sette persone, di cui una in modo grave. Alla voce del generale si associa ovviamente quella del premier Sharon: <<Il governo ha deciso di considerare Arafat, che è alla testa di una coalizione terroristica, come un nemico che a questo punto deve essere isolato>>. E’ l’ennesima guerra contro il terrorismo, quindi, quella che si abbatte oggi su tre milioni e mezzo di palestinesi e che potrebbe oltrepassare gli attuali confini coinvolgendo domani tutto il Medio Oriente. Libia, Egitto, Arabia Saudita, Libano, Giordania, Iran, Iraq e Turchia condannano la “barbara offensiva”, esaminano provvedimenti, invitano i paesi arabi ad interrompere le relazioni con Israele, annunciano l’invio di volontari in sostegno di Arafat, denunciano la violazione dei diritti umani. Alla loro si aggiunge la voce del segretario generale dell’Onu Kofi Annan che chiede l’immediato ritiro delle truppe manifestando la propria preoccupazione per i <<risultati disastrosi>> a cui la <<pericolosa situazione>> potrebbe portare. Nel frattempo, migliaia di persone si riversano nelle strade e riempiono le piazze di Il Cairo, Amman, Beirut, Tripoli e in primo luogo della Palestina, chiedendo <<meno parole e più azioni concrete per aiutare i palestinesi>>. Sharon, di contro, appare assolutamente sereno, deciso a mantenere le proprie posizioni e a proseguire la guerra santa contro Arafat e i “suoi” kamikaze. Cento dei quali, lo afferma il servizio di sicurezza interno israeliano, sono già pronti a seminare morte in Israele. <<Stiamo combattendo una guerra per difendere la patria – dice -. La vinceremo, come abbiamo sempre vinto in passato>>. Una sicurezza, quella di Sharon, che non stupisce. Di ritorno da una vacanza nel suo ranch texano George W. Bush convoca alla Casa Bianca una riunione del consiglio per la sicurezza nazionale. <<Non perdere la rotta verso la pace>>, dice il Presidente rivolgendosi a Sharon e aggiunge: <<Non ci sarà mai la pace fino a quando ci sarà il terrore>>, <<dobbiamo tutti combattere il terrorismo e mi piacerebbe che il presidente Arafat denunciasse i costanti attacchi dei terroristi>>. Pochi giorni prima aveva annunciato al mondo: <<Israele è un paese governato democraticamente e ha il diritto a difendersi>>. Come dire: Arafat colpevole delle azioni incontrollate dei kamikaze, Sharon esonerato dalla responsabilità per i crimini di guerra israeliani. Ma allora, “chi dovrebbe essere arrestato per l’uccisione mirata di almeno 100 palestinesi e per la morte di più di 120 medici e infermieri palestinesi? Chi dovrebbe essere condannato per aver ucciso più di 1.200 palestinesi e per la punizione collettiva di oltre 3 milioni di civili negli ultimi 18 mesi? E chi affronterà i tribunali internazionali per le colonie illegali nei Territori occupati per aver disapplicato le risoluzioni Onu per più di 35 anni?”(1). Se lo chiede Lev Grinberg, sociologo e direttore dell’Humprey Institute per la ricerca sociale all’università di Ben Gurion il quale richiama a riflettere sulla differenza tra terrorismo di Stato e atti terroristici di singoli individui. Non si può ignorare la responsabilità di Sharon per i crimini di guerra israeliani, dice, e gli fa eco Uri Avnery, l’intellettuale-simbolo dell’Israele pacifista: <<Se l’esercito vuole davvero distruggere le infrastrutture terroristiche dovrebbe iniziare dall’ufficio di Ariel Sharon>>. <<Sharon ha alimentano la forza di gruppi estremisti palestinesi, con il pugno di ferro ha tramortito, cancellato le voci più aperte al dialogo in campo palestinese. Con le punizioni collettive, un vero crimine contro l’umanità, e con le cosiddette eliminazioni mirate, Sharon ha ingrossato le fila dei kamikaze>>. Ma <<non avrebbe osato tanto se non avesse potuto contare sulla sostanziale complicità degli Usa e sulla cronica debolezza politica dell’Europa>>. Interrogato sulla risoluzione votata dagli Stati Uniti al Consiglio di sicurezza dell’Onu che chiede a Israele di ritirarsi da Ramallah e dalle altre aree palestinesi occupate risponde: <<Chiacchiere. I cassetti del Palazzo di Vetro sono pieni di risoluzioni che Israele non ha mai rispettato. E così avverrà anche per quest’ultima. Il punto è: quali misure, quali sanzioni si intendono prendere per fermare la mano a Sharon? Nessuna e lo ha lasciato intendere chiaramente George W. Bush nella sua pilatesca conferenza stampa>>. Infine, aggiunge: <<Non contano le parole di condanna prive di qualsiasi conseguenza concreta pronunciate dai leader mondiali, la verità è che Sharon ha avuto il via libera dell’Amministrazione Bush per la resa dei conti finale con Arafat e i palestinesi>>. Lo conferma lo stesso Arafat. <<I carri armati israeliani – dice - non si sarebbero mossi se Washington non avesse voluto>>. Intanto qualcuno insinua: <<Forse Bush non vuole inimicarsi la comunità ebraica in vista delle elezioni del prossimo novembre>>. E’ di altro parere il professor Eli Carmon, esperto del prestigioso Centro di studi strategici sul terrorismo di Herzlya, considerato il massimo esperto israeliano di terrorismo internazionale. Interrogato dall’Unità sulla possibile esistenza di un legame tra la dinamica della crisi israelo-palestinese e la fase due della guerra al terrorismo scatenata dagli Usa risponde: <<Certamente, non solo questo legame esiste ma è la spiegazione vera della rinata iniziativa diplomatica Usa nel conflitto israelo-palestinese. E questa ragione si chiama Saddam Hussein. Il regime iracheno continua nei suoi tentativi di dotarsi di armi non convenzionali e soprattutto atomiche. Gli Stati Uniti non sono assolutamente disposti a correre questo rischio e stanno cercando di tessere la ragnatela di sostegni e accordi che permetta loro di poter operare contro Baghdad, non solo militarmente ma anche sostenendo gli oppositori del regime di Saddam Hussein>>. Aggiunge: <<Israele si vede oggi come parte integrante, una trincea avanzata, della lotta contro il terrorismo internazionale e, in particolare, contro l’Irak e ha tutto l’interesse che gli americani riescano in questa guerra perché l’Irak – come gli altri Paesi nel mirino Usa – rappresentano una minaccia per l’esistenza stessa di Israele. Sharon e i suoi ministri sono ben coscienti di questo e sono disposti a fare la loro parte per aiutare l’alleato americano(2)>>. L’attacco all’Iraq nella logica dell’egemonia americana Da quando George W. Bush ha conquistato il posto di primo cittadino americano in molti si sono chiesti quando e come avrebbe terminato “il lavoro” iniziato da suo padre nel 1991. La risposta è arrivata l’11 settembre. <<La storia ci ha chiamati ad intervenire – dichiara Bush nel corso della sua prima conferenza stampa formale dall’inizio dell’anno – e io intendo cogliere e vivere questo attimo per il bene del mondo, per la pace del mondo e per la libertà>>. Parla poi di una missione chiara degli Usa nella guerra al terrorismo e punta il dito contro il suo prossimo bersaglio. <<Sono profondamente preoccupato per l’Iraq – spiega -. E’ un paese guidato da un uomo che è arrivato fino a uccidere i suoi stessi connazionali usando armi chimiche, un uomo che non autorizza l’ingresso nel paese agli ispettori internazionali, un uomo che ha ovviamente qualcosa da nascondere. E’ un problema che affronteremo. Noi abbiamo messo tutte le opzioni sul tavolo perché vogliamo che sia chiaro per tutte le nazioni che non possono minacciare gli Stati Uniti o usare armi di distruzione di massa contro di noi e contro i nostri alleati e amici>>. Ma non solo Saddam ha qualcosa da nascondere. Il 13 marzo del 1996 gli States organizzano una conferenza contro il terrorismo alla quale partecipano ventisette leader provenienti da tutto il mondo. L’occasione è l’ondata di suicidi che aveva ucciso decine di persone ad Israele e per la circostanza l’allora presidente Clinton si esprime con toni duri. <<La violenza – dice poi – non potrà avere alcuno spazio nel futuro che stiamo cercando di costruire in Medio Oriente>>. Contemporaneamente, però, gli Stati Uniti sostengono in Iraq, con alcuni milioni di dollari, l’Intesa nazionale irachena che mira alla destabilizzazione di Saddam Hussein con l’uso di auto-bomba e altre armi del terrore. Il bilancio calcolato solo nella città di Baghdad, solo nel giro di qualche anno di attacchi dell’Intesa è di oltre cento vittime tra i civili. Contemporaneamente nel territorio americano è in atto una preoccupante campagna di disinformazione dell’opinione pubblica volta a minimizzare i gravissimi effetti della contaminazione radioattiva delle armi all’uranio impoverito e delle esalazioni di gas sarin. All’inizio degli anni Novanta migliaia di soldati americani di ritorno dalla guerra del Golfo accusano disturbi insoliti e debilitanti. Si sospetta che siano dovuti ad agenti chimici o batteriologici pericolosi, ma il Pentagono nega tale possibilità. Passano gli anni e i soldati soffrono a causa di problemi neurologici, affaticamento cronico, problemi dermatologici, disturbi polmonari, perdita di memoria, dolori muscolari e articolari, forti mal di testa, disturbi della personalità, svenimenti e altro. Molti di loro, inoltre, concepiscono figli affetti da gravi, incurabili malformazioni. Alla fine, il Pentagono è costretto ad ammettere che nel corso del conflitto erano stati bombardati depositi di armi chimiche e che non era da escludere la possibilità che in tali occasioni si fossero verificate fughe di veleni letali. In seguito dichiara che forse i soldati si trovavano nei pressi dei luoghi in cui si erano verificate le fughe e se all’inizio parla di cinquemila uomini il numero è presto destinato a salire fino a che “secondo le stime di un programma computerizzato atteso per lungo tempo” si arriva a “quasi centomila militari americani che potrebbero essere stati esposti a tracce di esalazioni di gas sarin…(3)” Nei rapporti delle Associazioni dei Veterani il numero dei soggetti attualmente colpiti dalla Sindrome del Golfo sale però a 200.000. <<Non c’è da stupirsi – scrive Bill Mesler, reporter per la “Investigative Fund of the Nation Institute” – che l’Amministrazione americana abbia fatto di tutto per celare la verità non soltanto all’Iraq e al mondo intero, ma soprattutto ai propri soldati: fa parte della catena di menzogne che hanno alimentato le dichiarazioni del governo americano e del Pentagono, su tutte le questioni riguardanti l’Iraq, dal 1991 ai giorni nostri>>. L’Iraq, sì, ma non solo. “Un resoconto del Congresso del 1994 afferma che: Approssimativamente 60mila membri dell’esercito sono stati utilizzati come cavie negli anni quaranta per sperimentare due agenti chimici, l’iprite e la lewisite (gas vescicante). Quasi tutte queste persone non erano state informate della natura degli esperimenti e, dopo aver preso parte alla ricerca, non sono mai state seguite da un punto di vista medico. Inoltre, alcune di esse sono state minacciate di essere rinchiuse nella prigione di Fort Leavenworth se avessero parlato degli esperimenti con qualcuno, comprese con le proprie mogli, i genitori e i medici di famiglia. Per decenni il Pentagono ha negato che simili ricerche si fossero effettivamente svolte, causando anni e anni di sofferenze ai molti veterani che si sono ammalati dopo i test segreti (4)”. Molti altri rapporti parlano ancora di soldati costretti a marciare in luoghi bombardati con armi nucleari, di piloti ai quali viene imposto di attraversare le nubi radioattive provocate da esplosioni nucleari, di esperimenti che contemplano il lavaggio del cervello con l’LSD, di militari esposti alla diossina dell’Agente Orange in Corea e Vietnam. Nel suo ultimo libro Con la scusa della libertà, il giornalista americano William Blum si chiede: “Se il governo degli Stati Uniti non si prende cura della salute e del benessere dei propri soldati, se i nostri leader non si lasciano commuovere dalle prolungate sofferenze degli sfortunati guerrieri arruolati per combattere le guerre dell’Impero, come è possibile sostenere e come si può credere che si preoccupino delle popolazioni straniere?” L’ormai celebre confronto televisivo fra Madeleine Albright e il giornalista Lesley Stahl ci dà la risposta. Ricordando le sanzioni imposte all’Iraq dall’allora ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Onu, il giornalista chiede se non siano un prezzo troppo alto gli oltre mezzo milione di bambini morti in seguito a tale azione governativa. La risposta: <<Penso sia una scelta molto difficile, ma il prezzo… noi riteniamo che il prezzo sia giusto>>. Dal 1945 alla fine del secolo, così riportano le cronache, “gli Stati Uniti hanno cercato di rovesciare oltre quaranta governi stranieri e di abbattere più di trenta movimenti nazionalisti-populisti che lottavano contro regimi intollerabili. Nel corso di tale processo, hanno causato la morte di svariati milioni di persone, e ne hanno condannate ancora di più a una vita di agonia e disperazione(5)”. Per raggiungere i propri scopi non hanno disdegnato l’utilizzo di un metodo assolutamente barbaro e degno del più spietato terrorista: la tortura. Solo per citare alcuni esempi Grecia A partire dagli anni Quaranta fino alla metà dei Settanta gli Stati Uniti hanno palesemente sostenuto il regime militare greco con metodi decisamente poco ortodossi. James Becket, un avvocato americano inviato da Amnesty International scrisse nel 1969 che alcuni torturatori avevano rivelato ai prigionieri di aver ricevuto parte della loro “attrezzatura” sotto forma di fornitura militare americana. “L’aiuto americano, riferì Becket, era stato essenziale per i torturatori: ‘Centinaia di prigionieri hanno ascoltato il discorsetto dell’ispettore Basil Lambrou, seduto alla sua scrivania su cui fa bella mostra la bandierina a stelle e strisce, bianca rossa e blu, simbolo dell’aiuto americano. L’ispettore cerca di far capire ai prigionieri l’inutilità di qualsiasi resistenza: <<Ti renderai ridicolo se pensi di poter fare qualcosa. Il mondo è diviso in due. Ci sono i comunisti da un lato e dall’altro c’è il mondo libero. I russi e gli americani, nessun altro. Con chi stiamo noi? Con gli americani. Dietro di me c’è il governo, dietro il governo c’è la Nato, dietro la Nato gli Stati Uniti. Non puoi sfidarci, siamo americani(6)>>’”. Vietnam “I Berretti verdi americani insegnarono ai membri dei loro reparti impegnati in Vietnam come avvalersi della tortura nel corso degli interrogatoti. Durante la famosa Operazione Phoenix, predisposta dalla Cia per annientare la rete di collegamento dei Vietcong, i sospettati furono sottoposti a torture come lo choc elettrico ai genitali. Inoltre veniva infilato loro nelle orecchie un ferro lungo quindici centimetri che veniva spinto all’interno della scatola cranica fino a provocare la morte del prigioniero. Alcuni venivano anche gettati nel vuoto dagli elicotteri per costringere altri più importanti di loro a parlare. In violazione della Convenzione di Ginevra, gli Stati Uniti consegnarono prigionieri ai loro alleati sudvietnamiti, sapendo perfettamente che sarebbero stati torturati. E militari americani di frequente presenziavano alle torture(7)”. Uruguay Dan Mitrione, un dipendente dell’ufficio della Pubblica sicurezza che addestrava e armava le forze di polizia di paesi stranieri, partì alla fine degli anni Sessanta per una missione a Montevideo. All’epoca le torture di prigionieri politici venivano già praticate ma Mitrione ne fece un uso sistematico. Il suo motto: “Il dolore preciso, nel punto preciso, in dose precisa, per l’effetto voluto”. <<Quando hai ottenuto ciò che desideri, e io ci arrivo sempre – diceva – può essere conveniente prolungare ancora un po’ le sedute per ammorbidire ulteriormente il soggetto. Non per ottenere subito altre informazioni, ma solo come misura preventiva, per creare una sana paura verso l’adesione a qualsiasi iniziativa sovversiva>>. Nella cantina della sua casa di Montevideo Mitrione aveva “una stanza isolata acusticamente in cui riuniva gli ufficiali della polizia uruguayana per dare dimostrazioni delle tecniche di tortura. Quattro mendicanti vennero portati nella casa per fungere da cavie negli esperimenti in cui Mitrione dimostrava gli effetti di differenti voltaggi sulle varie parti del corpo umano. Tutti e quattro morirono(8)”. Si può parlare di guerra al terrorismo? La storia si ripete. In Palestina gli Stati Uniti sostengono le azioni militari di Sharon, forse con l’intento di trovare gli alleati giusti per il nuovo attacco sanguinario all’Iraq. L’Europa assume posizioni deboli. Il suo ventre molle, l’Italia, tace. Anzi. Si allinea alla lotta al terrorismo. Lo fa con le sue dichiarazioni di appoggio agli Stati Uniti, lo fa combattendo, all’interno del proprio territorio, un fantomatico terrorismo che risponde alle esigenze di un modello mondiale precostituito. Alle esigenze di una globalizzazione del pensiero. Il premier Berlusconi e il suo entourage attaccano la manifestazione del Palavobis, i “portatori di palloncini colorati, di feste campestri, di girotondi e merende fra adulti(9)”. <<Sono violenti>>, <<sono fomentatori di odio>>, <<sono attentatori della democrazia>> gridano, e se i fatti non possono che smentire le ridicole accuse l’assassinio di Marco Biagi arriva a pennello. “E adesso sentirete quanto strilleranno che loro non c’entrano niente, che la violenza è una brutta cosa ma che in questi casi c’è sempre chi mesta nel torbido”, tuona Paolo Guzzanti dalle pagine de il Giornale. “Il suo sangue si è sparso sulla terra – continua, ricordando il delitto – questo cervello ha smesso di pensare, la violenza delle parole si è fatta pallottole, si è fatta morte, e questo è il dato di fatto”. Continua: “Perché l’hanno ammazzato? Per l’articolo 18. Lo stesso per il quale si è deciso di inchiodare il Paese, minacciando ulteriori sfracelli”. “Ma non è stato forse ieri che l’elegantissimo giornalista e scrittore Tiziano Terzani, sinistra superchic vestita all’orientale, ha dichiarato alle folle che <<ci sono tanti tipi di guerre e anche l’articolo 18 è una guerra>>. E non è stato sempre ieri che il menestrello Moni Ovadia ha ripetuto anche lui che <<l’articolo 18 è una dichiarazione di guerra ai cittadini>>? E che cosa vuol dire questo richiamo alla guerra, se non un incitamento ad usare le armi?” Poi spiega: “Oggi quando si dice guerra si ha ben inchiodato negli occhi e nella mente che cosa sia una guerra: è la Palestina, è Israele, è l’Afghanistan, è il World Trade Center con le sue vittime”. Già, peccato che il nostro presidente del Consiglio, nonché ministro degli esteri, della situazione in Medio Oriente non sembra preoccuparsene più di tanto. Comunque sia il tentativo di riforma dell’articolo 18 non si fermerà. Sospinta da <<un motivo in più per andare avanti>>, dice Berlusconi, <<onorare chi è stato ucciso perché voleva il cambiamento>>. <<Purtroppo da sempre – afferma con tono sofferto il presidente in occasione di un recente discorso a reti unificate – in Italia chi si batte per il cambiamento, chi vuole fare riforme, è attaccato, offeso, vilipeso, combattuto. Lo ha ricordato lo stesso professor Biagi nel suo ultimo articolo, quasi il suo testamento spirituale>>. Come dire: o con me o con il terrorismo. Nessun accenno, inutile dirlo, alla questione della scorta, tolta alla vittima. Una situazione, questa, che non può non richiamare alla memoria la strage di Oklahoma City (vedi ANTIMAFIA Duemila dicembre-gennaio 2002), in seguito alla quale il governo americano ha varato l’Anti Terrorism Act, una serie di norme con le quali la polizia era autorizzata a commettere ogni sorta di crimine contro la Costituzione con la scusa della lotta al terrorismo. Per Oklahoma City il capro espiatorio fu Timothy McVeigh, per l’Italia i movimenti di piazza, i girotondi, le Br. E mentre le nostre menti sono distratte da par condicio, riforma delle pensioni, articolo 18 e nuove alleanze politiche qualcuno, più in alto, mira al totale controllo della nostra libertà. “L’americano medio non si scandalizza del fatto che la Dichiarazione dei diritti giorno dopo giorno venga calpestata – conclude il suo libro Blum -. Almeno finché non sono i suoi diritti personali a essere calpestati. E i filoamericani di altri paesi, che vivono nella loro beata ignoranza, nel frattempo avrebbero bisogno di un deciso trapianto di realtà”. Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante 1. Lev Grinberg, Lo stato del terrore, Il manifesto, 2 marzo 2002 2. <<E’ l’attacco a Saddam la ragione del nuovo impegno diplomatico Usa>>, l’Unità, 19 marzo 2002 3. William Blum, Con la scusa della libertà, Marco Tropea Editore 4. Ibidem 5. Ibidem 6. Ibidem 7. Ibidem 8. Ibidem 9. Paolo Guzzanti, il Giornale, 20 marzo 2002 |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |

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Pietro Saitta - 9 novembre 2008
Anni cinquanta: il petrolio affiora in Sicilia e le popolazioni accolgono tripudianti l’arrivo degli stabilimenti petrolchimici.
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