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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002
Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002
Il nucleare protagonista della "politica estera" statunitense
Nasce un nuovo impero
Conversazione sull'Afghanistan
UCK:esercito al servizio della NATO?
Lettere contro la guerra
Percorsi di lettura


UCK: esercito al servizio della NATO?

Mafia e poteri all’ombra della crisi jugoslava


di Anna Petrozzi

Sulle sue spalle pesano sessantasei capi di imputazione dei quali il più grave è il genocidio i meno gravi le stragi di civili, le violenze indicibili contro gli inermi, le deportazioni di massa. Eppure davanti al Tribunale dell’Aja Slobodan Milosevic, l’ex presidente serbo, non solo regge dignitosamente il confronto con il procuratore Carla Del Ponte e i suoi sostituti, ma passa all’attacco. <<Se io ero colpevole di genocidio, perché mi parlavate? – chiede - Perché ancora nel ’95 chiedevate il mio appoggio per negoziare gli accordi di Dayton?>>. Accuse pesanti, difficili da contestare sulla base delle quali Milosevic chiama a testimoniare Bill Clinton, Madeleine Albright, Helmut Kohl,  Schroeder, e ancora Kofi Annan, Jacques Chirac, Lamberto Dini e così tanti altri nomi che i giornalisti presenti in aula non hanno il tempo di annotarli sui propri taccuini. L’occidente sapeva, grida, e lo confermerebbero, secondo quanto riferito a Repubblica da fonti interne al Tribunale, le intercettazioni telefoniche tra Milosevic e il capo dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, numero uno della lista dei latitanti ricercati dal Tribunale stesso. Milosevic attacca poi la Nato accanto alla quale, dice, come alleato finanziato e armato segretamente c’era l’Uck, il vero autore di tanti massacri di cittadini serbi: <<Gli americani sono andati in Afghanistan per combattere il terrorismo e la loro azione è considerata logica. Io ho combattuto i terroristi in casa e sono considerato un criminale>>. Aspra la reazione di Robertson, attuale segretario generale della Nato. <<Dire delle menzogne su di noi – dichiara – non lo aiuterà a risolvere il suo caso>>. Nel frattempo, però, acquistano ufficialità le voci secondo cui la famosa strage di Racak – 45 cadaveri di kosovari albanesi scoperti dall’Osce in una fossa comune - non sarebbe stata altro che una mossa dell’Uck per permettere alla Nato di scatenare i 78 giorni di bombardamenti aerei su Kosovo e Serbia. Acquistano ufficialità le voci secondo cui esisterebbe un vero e proprio connubio di interessi che legherebbe la Nato all’Esercito di Liberazione del Kosovo. Cosa, questa, che non “fa onore” né ad un gruppo di marxisti-leninisti nato nel ’92 con chiara ideologia antioccidentale né, tantomeno, alla stessa Nato considerato che quella che Sandro Provvisionato definisce una “banda di pulitori etnici” agirebbe sotto sua copertura e sotto quella dell’Onu e gestirebbe una fetta rilevante del traffico mondiale della droga e delle armi.
La connection tra Uck e mafia kosovara dedita al traffico di stupefacenti viene evidenziata già nel 1998, prepotentemente, non solo dalla stampa internazionale ma anche dal Dipartimento di Stato americano che definisce i guerriglieri <<terroristi che si finanziano con l’eroina>>. Diversi i rapporti della Cia nei quali si legge che l’Esercito di Liberazione del Kosovo è “un’organizzazione marxista radicale, infiltrata dalla mafia, implicata nel traffico della droga che utilizza i profitti così realizzati per acquistare armi al mercato nero. L’Uck allo stesso tempo è accusato di violenze etniche contro i civili serbi”(1). Sarà però lo stesso Dipartimento di Stato a dichiarare, soltanto l’anno successivo, che “gli Stati Uniti non hanno trovato alcuna prova credibile del fatto che l’Uck si finanziava con il traffico della droga”. Una posizione riveduta e corretta in seguito alla decisione degli Usa di inserire l’Esercito di Liberazione tra le forze politiche albanesi del Kosovo con cui instaurare un dialogo. “Un arruolamento che si dimostrerà determinante durante le false trattative di Rambouillet, ultima tappa prima della guerra della Nato”(2). Tale criminale contraddizione è abilmente analizzata nell’approfondito articolo a firma Michel Chossudovsky, del Dipartimento di economia dell’università di Ottawa, il quale già nel ’99 denuncia l’esistenza di file in possesso delle polizie europee che dimostrerebbero come governi occidentali e servizi segreti fossero a conoscenza sin dalla metà degli anni Novanta dell’esistenza di legami tra Uck e gruppi criminali in Albania, Turchia e Unione Europea. Mentre i capi di quell’esercito ribelle stringevano la mano a Madeleine Albright nell’acclamazione dei media internazionali, l’Europol, l’organismo di polizia europea con sede all’Aja, stava “preparando un rapporto per i ministri dell’Interno e della Giustizia europei sul collegamento tra l’Uck e le gang albanesi della droga”(3). E se a molti potrebbe sembrare poco etico il fatto che l’Occidente appoggiasse una forza in parte finanziata dal crimine organizzato basti pensare che “i militari in Guatemala e Haiti, cui la Cia forniva segretamente sostegno, erano notoriamente coinvolti nel traffico di droga verso la Florida del sud. Come rivelato negli scandali Iran-Contras e della Banca di Credito e Commercio Internazionale (Bcci), c’erano forti prove che operazioni segrete erano state effettuate attraverso il lavaggio dei proventi della droga. Il “denaro sporco” riciclato attraverso il sistema bancario – spesso con la copertura di una compagnia anonima – diventava ‘denaro segreto’, usato per finanziare vari gruppi ribelli e movimenti di guerriglia, tra cui i Contras nicaraguensi e i Mujaheddin afghani. Secondo un dossier del 1991 di Time Magazine, ‘Poiché gli Stati Uniti volevano sostenere la causa dei ribelli Mujaheddin in Afghanistan con missili Stinger ed altro hardware militare, divenne necessaria la piena collaborazione del Pakistan. Dalla metà degli anni Ottanta, l’ufficio operativo della Cia a Islamabad fu una delle più grandi stazioni di spionaggio del mondo. Diceva allora un funzionario del servizio segreto Usa: ‘Se la Bcci costituisce un certo imbarazzo per gli Usa, tanto che le indagini non sono state finora concluse, allora c’è molto da fare riguardo gli occhi chiusi dagli Stati Uniti verso il traffico di eroina in Pakistan’”(4).

La rotta dei Balcani

Nella rete del traffico internazionale della droga, la rotta dei Balcani assume un’importanza strategica già dalla metà degli anni Settanta, ma è a partire dalle Olimpiadi di Sarajevo del 1984 che i trafficanti scoprono come tale percorso permetta la comunicazione con Turchia, Italia, Austria, e da qui con il resto d’Europa, eludendo le frontiere di Romania, Bulgaria e Albania, al tempo rigidamente controllate. La droga, eroina in particolare, proviene dal cosiddetto triangolo d’oro, da Afghanistan, Iran, Pakistan, Libano e Siria. “L’apertura della rotta dei Balcani … cambia in maniera decisiva il modo di approvvigionare di droga i mercati dell’Ovest. La merce parte dalla Turchia, attraversa Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia e Slovenia per arrivare in Austria e da lì in Germania, Olanda e Svizzera. Una variante dirotta i carichi dalla Macedonia verso Kosovo e Montenegro prima e successivamente, con la fine del regime, anche verso l’Albania, con destinazione Grecia e Italia”. (5)
Già alla fine degli anni Ottanta, quindi, il 70% dell’eroina consumata in Europa proviene dalla rotta dei Balcani, e se nel 1997 la percentuale era già salita al 90% - la Dea parla di una mafia kosovaro-albanese con “giro di affari triplo rispetto al prodotto interno lordo dell’intera Albania” - oggi raggiunge il 95%. Sulla stessa tratta passa inoltre la cocaina proveniente dal Sud-America, quella prodotta nel sud-est asiatico, l’hashish originato dalla canapa indiana e quello prodotto in Serbia, Bulgaria e Albania. A gestire i traffici, prima della disgregazione dello stato federale jugoslavo, due diverse forme di criminalità: quella serbo-croata (slava) e quella albanese-kosovara, le quali lavorano di comune accordo. Con l’inizio della guerra tra Croazia e Serbia il traffico si concentra sulla rotta che unisce Bulgaria, Macedonia, Kosovo e Albania, in mano alla mafia di etnia albanese (la criminalità slava dovrà attendere il 1995, la fine del conflitto in Bosnia, per riacquistare un ruolo di rilievo nello scacchiere balcanico, ma in modo diverso rispetto al passato) e qui acquista importanza la piccola città di Veliki Trnovac, la quale si trova all’interno del triangolo Presevo-Medvedja-Bujanovac, ambito dai trafficanti e dai guerriglieri dell’Uck. “Tanto che, sul finire del gennaio 2000 …, proprio da una costola dell’Uck è nata una nuova formazione guerrigliera dalla sigla impronunciabile: l’Ucpmb, appunto l’Esercito di liberazione di Presevo, Medvedja e Bujanovac. Chiamarlo semplicemente Uctv, Esercito di liberazione di Veliki Trnovac sarebbe stato più appropriato – perché questo è il vero obiettivo dei trafficanti travestiti da combattenti per la libertà – ma certamente più compromettente” (6).
Oggi il potere delle mafie che si muovono incontrollate nel “Kosovo libero” si è rafforzato grazie al rifiorente traffico di droga in Afghanistan, più forte che mai in seguito alla presa di Kabul. Basti pensare che nel solo mese di gennaio, l’Agenzia nazionale per il controllo dei narcotici ha sequestrato una quantità di eroina pari al 230% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il Daily Telegraph del 18 febbraio denuncia che “ufficiali d’intelligence europei operanti in Kosovo, Macedonia e Svizzera affermano che a partire dallo scorso ottobre le mafie albanesi hanno già utilizzato almeno 4 miliardi e mezzo di narco-dollari per l’acquisto di armi”. Mentre, già dal 1991, l’Observatoire Géopolitique des Drogues, denunciava che gran parte dei profitti provenienti dalla vendita dell’eroina in Europa venivano gestiti dall’Uck per le sue azioni anti-jugoslave.

La zona grigia


Ma la peculiarità delle organizzazioni criminali della ex-Jugoslavia è rappresentata dal suo legame sempre più stretto con gli apparati statali tanto che la cosiddetta zona grigia, il confine tra legalità e illegalità, assume contorni sempre più sfumati.
“L’esempio più lampante di questa criminalità ibrida – scrive Provvisionato – è rappresentato dalla città bosniaca di Mostar, una città a tutt’oggi divisa in due settori, il settore Ovest controllato dai croati e quello Est in mano ai musulmani. Ad Ovest il potere è stato a lungo e ancora in gran parte è nelle mani dell’Hdz – il partito politico creato dallo scomparso presidente Franjo Tudjman, sonoramente sconfitto alle elezioni per il rinnovo del Parlamento croato all’inizio del 2000 – e questa parte della città è stata ed è ancora completamente nelle mani della mafia croata che controlla qualsiasi traffico illegale si svolga in città. E’ stato proprio l’Hdz ad opporsi alla riunificazione di Mostar. A spiegare il perché è Werner Stock, un ufficiale tedesco della polizia europea di Mostar, in un’intervista all’International Herald Tribune: <<L’Hdz di Mostar è la mafia. La mafia non vuole alcuna federazione con i musulmani di Bosnia perché essa guadagna molto denaro, e preferisce mantenere le cose come stanno>>”.
La situazione si complica maggiormente in Serbia.
Di recente, il ministro degli esteri federale della Jugoslavia, Goran Svilanovic, ha dichiarato che <<la Serbia è uno stato semimafioso>> mentre il ministro degli Interni serbo, Dusan Mihajlovic ha parlato di un decennio, quello appena trascorso, in cui <<trafficanti di sigarette o di armi sono stati considerati membri rispettabili della società, mentre leader dell’opposizione o professori universitari suoi nemici>>. Lo stesso Observatoire Géopolitique des Drogues osserva che “il fulcro di traffici di droga serbi è nelle mani di tre organizzazioni: il Sid (Servizio Informazioni e documentazione del Ministero degli Esteri), lo Sdb (polizia segreta del Ministero dell’Interno) e il Kos (controspionaggio)”. Detto questo, non dovrebbe suscitare alcuna sorpresa il caso, recentemente alla ribalta delle cronache locali, di due cronisti del settimanale slavo Vreme i quali, nel tentativo di raccogliere informazioni sul “clan di Surcin” si sono scontrati con un terribile muro di omertà. Il gruppo criminale con base operativa a Surcin, piccolo paese situato nei pressi dell’aeroporto di Belgrado, è uno dei più pericolosi della Serbia e i suoi traffici sono in buona parte celati dietro imprese legali. La pressoché totale impunità dei suoi membri, nonostante l’immensa quantità di prove raccolte in riferimento alle loro attività illecite, lascia presupporre un coinvolgimento delle forze di polizia con tali soggetti i quali, in più di un’occasione, sarebbero stati avvisati dell’imminenza di operazioni di polizia contro di loro. Interessante rilevare l’amicizia dell’ex-capo del clan - ucciso il 27 novembre del 1999 nella sua Mercedes a Belgrado - con Marko Milosevic, figlio dell’ex presidente Slobodan. A tirare in ballo importanti nomi della classe politica jugoslava anche il presunto boss mafioso Stanko Subotic Cane che da noleggiatore di barche per turisti a Milocer è diventato un importante uomo d’affari e addirittura deputato in parlamento, eletto con l’Hdz nel collegio elettorale dei cittadini all’estero. Il suo nome, accanto a quello di importanti personalità politiche di Montenegro, Serbia, Macedonia e Croazia è stato fatto nel maggio dello scorso anno dal settimanale croato Nacional. L’articolo in questione riportava le sue relazioni con il presidente montenegrino Milo Djukanovic e con il premier serbo Zoran Djindjic implicati insieme, tra le altre cose, nel contrabbando di sigarette. Il 28 agosto dello stesso anno un altro articolo, pubblicato sullo stesso giornale, rivelava che “Subotic pagava mensilmente 500.000 marchi tedeschi ai servizi di sicurezza statali, sottomettendoli pienamente al proprio controllo”.
Parte delle accuse rivolte a Subotic sarebbero confermate, sempre secondo Nacional, nella lunga intervista all’ex-socio Srecko Kestner il quale arriva ad accusare Djukanovic di aver fatto uccidere il suo consigliere per la sicurezza di Stato Goran Zugic. Insieme a Zugic e Djukanovic nel libro paga di Subotic ci sarebbe stato, infine, anche il primo ministro macedone Ljubco Georgijevski.
Ma il più recente caso di collusione tra mafia e politica risale allo scorso 3 agosto, quando nel quartiere di Novi Beograd, a Belgrado, viene assassinato Momir Gavrilovic, ex funzionario dei servizi di sicurezza statali. Poco prima della sua uccisione l’uomo si era incontrato, sembra per la terza volta, con il presidente Kostunica al fine di informarlo del pericoloso legame tra criminalità organizzata e potere politico. Il confidente avrebbe precedentemente affrontato lo stesso argomento con il premier serbo Djindjic ed è il funzionario di polizia Dragan Karleusa che accusa dell’omicidio il citato Subotic. Anche Vojislav Seselj, leader dei radicali, accusa Subotic di omicidio, questa volta, però, del generale Radovan Stojcic Badza. Il boss smentisce ma Seselj avrebbe un’ampia documentazione a sostegno delle sue accuse. (7)

Droga in cambio di armi

Nel 1991 il latitante Giovan Battista Licata si rifugiava in Croazia “tra liquori di marca, puntate nei casinò istriani e dalmati, soggiorni nei migliori alberghi della costa”. (8) Licata, uomo del clan Fidanzati, in stretti rapporti con il capo della “mala del Brenta” Felice Maniero, è un personaggio chiave nei traffici di armi verso la Jugoslavia. Ed è grazie ad una intercettazione telefonica disposta sulla sua utenza che la Procura di Venezia viene a conoscenza di un traffico internazionale di armi russe provenienti da Israele e dirette all’esercito croato. Un affare che si aggira intorno ai 50 milioni di dollari e nel quale sarebbero coinvolti nomi importanti tra cui quello del console di Croazia in Slovenia Ivan Capitanovic. Una sorta di mandatario del presidente croato Tudjiman. Nell’affare sono coinvolti anche alcuni cittadini americani e, a giudicare da proporzioni e provenienza del carico – così come sostiene la Procura di Venezia – risulta impossibile non ipotizzare la collaborazione o almeno il tacito consenso dei servizi segreti israeliani e di altri paesi. Non escluso il nostro. Grazie all’operazione fulminea condotta dal giudice Salvarani sette persone vengono arrestate ma il carico si perde nel nulla lasciandosi dietro soltanto la documentazione relativa alle trattative svolte nei mesi precedenti tra Trieste, Klagenfurt e Lugano. “L’operazione si risolve quindi in un mezzo insuccesso, ma è comunque il primo passo utile per capire attraverso quali strade si alimenti il massacro nell’ex Jugoslavia. Gli addetti ai lavori cominciano a domandarsi cosa ci sia dietro un gruppo di <<privati>> che acquista, dagli americani e da Israele, armi di provenienza sovietica finite non si sa come in Medioriente. Forse, più che di fronte alle solite triangolazioni dei trafficanti, ci si trova di fronte a una operazione gestita da soggetti diversi” (9).
Nell’inchiesta veneziana compaiono quindi i servizi segreti e accanto a questi il nome di Frederick Schaudinn – condannato (assieme al mafioso Pippo Calò) in contumacia a 22 anni di carcere per la fabbricazione dell’ordigno utilizzato per la strage del rapido 904 – fuggito dall’Italia proprio grazie all’aiuto dei servizi segreti nazionali e tedeschi. Insieme a Licata, Schaudinn avrebbe svolto il ruolo di mediatore di armi tra Croazia e Israele. Coinvolti nella stessa indagine anche il console onorario del Rwanda in Italia e l’italiano Riccardo Trombetta, capitano di complemento della Folgore e istruttore, segnalato come presunto appartenente all’organizzazione Gladio. Il suo ruolo sarebbe stato quello di attivare i fornitori recandosi ripetutamente negli Stati Uniti e a Malta.
“Le vicende del gruppo di trafficanti legati a Giovan Battista Licata e Frederick Schaudinn, si incrociano a questo punto con altre di grande rilievo, tali da delineare una connection di interessi ingrassati dalla guerra nella ex Jugoslavia, ma preesistenti e di altissimo livello”. Silvano Zornetta, che svolgeva funzioni di intermediario, ha raccontato agli autori Gambino e Grimaldi, di avere avuto interessi economici con l’imprenditore siciliano Carlo Bevilacqua. Questi, già arrestato a Podgrad nel 1993 mentre tentava di cambiare 20 banconote da 100 dollari Usa falsi presso la banca Llirska Bistrica e scoperto in possesso di un’auto utilizzata per il trasporto di sostanze stupefacenti, aveva legami professionali con alcune società friulane tra cui la Megas srl e la Loans srl. Aveva inoltre lavorato come amministratore presso la Igc spa insieme agli avvocati Maurizio Folisi e Bruno Becchio e al commercialista Luigi Jannacone. “Folisi, Becchio e altri, vennero indicati in alcune conversazioni telefoniche, intercettate dalla procura di Gorizia nel 1989, come agenti del Kgb in affari con Jeff Bush, il figlio dell’ex presidente Usa George Bush. Uno scenario ed un quadro di relazioni incredibili riferite dal notaio ed ex commissario di pubblica sicurezza Antonio Frattasio, che per altro le ha riconfermate nel 1995 sotto giuramento davanti al tribunale penale di Udine”. (10)
Il caso Licata, qui riportato, vuole essere soltanto un timido esempio del ginepraio di interessi che lega le vicende della guerra agli occulti traffici di armi e droga gestiti da criminali in combutta con ambienti governativi e servizi segreti. In più di un’occasione le autorità serbe hanno denunciato alle Nazioni Unite il legame, esistente già sul finire degli anni Settanta, tra i separatisti kosovari e i trafficanti di droga. Comprano armi cedendo droga, dicevano, ma dovettero aspettare il 1995 prima che un rapporto intitolato “The Balkan Route”, redatto dalla Dea, ufficializzasse che “dal 1992 un’enorme massa di informazioni ha rivelato che gruppi di albanesi del Kosovo accettano armi in pagamento della vendita di eroina. Un esempio di queste attività è stato scoperto dalla polizia svizzera che il 14 dicembre 1993 ha sequestrato sul suo territorio 60 chilogrammi di eroina, arrestando diversi albanesi”. Ma, come già abbiamo visto, è a partire dal 1998 che la stampa internazionale scopre la connection tra Uck e mafia kosovara dedita al traffico di stupefacenti. Nel silenzio complice degli Usa e dei loro alleati. O peggio. Secondo John Whitley, analista di questioni di “intelligence”, la Cia e la tedesca Bnd avrebbero appoggiato i ribelli del Kosovo e alla Germania sarebbe stato affidato l’incarico di creare e finanziare l’Uck. La Cia, continua Whitley, ebbe successivamente il compito di addestrare ed equipaggiare l’Esercito di Liberazione del Kosovo in Albania. L’intento della Germania era quello di espandere il proprio potere territoriale, quello degli Usa di ricolonizzare completamente i Balcani.
Oggi, mentre Milosevic mostra davanti al Tribunale dell’Aja le immagini degli omicidi commessi dai guerriglieri dell’Uck e le vittime delle incursioni Nato l’opinione pubblica si indigna e si scandalizza. Ma le migliaia di morti causate dalla politica occidentale esistono davvero.
Di certo Milosevic non è innocente.
Ma la Nato, la Cia, i vari governi occidentali lo sono?
Monica Centofante


1. Cit. in E. Laurent, Guerre du Kosovo. Le dossier secret, Paris, 1999.
2. Cit. in Sandro Provvisionato, Uck: l’armata dell’ombra, Roma, 2000
3. R.Boyes e E.Wright, “Drugs money linked to the Kosovo rebels”, in The Times, 24 marzo 1999
4. Cit. in Sandro Provvisionato, Uck: l’armata dell’ombra, Roma, 2000
5. Cit. in Sandro Provvisionato, Uck: l’armata dell’ombra, Roma, 2000
6. Ibidem
7. Le informazioni riportate nell’intero paragrafo sono tratte da Via Libera, 8 settembre 2001
8. Cit. in Michele Gambino e Luigi Grimaldi, Traffico d’armi Il crocevia jugoslavo, Roma, 1995
9. Ibidem
10. Ibidem




 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
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