La Rivista
Terzo Millennio
Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002 | Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002 |
|
|
|
|
Pagina 4 di 7 Conversazione sull’AfghanistanNarcotraffico e mafie, conseguenze e sviluppi a cura di Jessica Pezzetta 16 febbraio 2002 Cagli. Durante il convegno intitolato “Oppio per oppio”, svoltosi in occasione della “Quarta conversazione sull’Afghanistan” – serie di incontri organizzati dall’associazione ONLUS Contemporaneo –, si è parlato del traffico internazionale di stupefacenti. Sono intervenuti Luca Rastello, giornalista de La Repubblica ed esperto di economia criminale, e il direttore della nostra rivista, Giorgio Bongiovanni. <<La droga – ha spiegato la giornalista Andreina De Tomassi, che ha moderato la serata ed era tra i promotori della serie di convegni sull’Afghanistan – è stata una delle prime forme di globalizzazione>>. Luca Rastello ha iniziato il proprio intervento portando il pubblico a ragionare su come e perché l’economia criminale sia diventata centrale nel sistema delle relazioni internazionali e per quale motivo sia imperniata su un particolare tipo di merce chiamata droga. Ci sono – ha spiegato, un paio di considerazioni da fare: la prima è di carattere umano-economico-criminale. Le droghe pesanti sono le sostanze che hanno garantito e garantiscono i massimi margini di profitto. Nessun’altra merce nella storia dell’economia, infatti, ha mai dato profitti così clamorosi rispetto agli investimenti quanto le droghe pesanti. Il fatturato dell’industria delle armi, tuttavia, è più alto rispetto al fatturato complessivo dell’industria della droga, ma quella delle armi non permette margini di profitto tanto elevati. Per fare un esempio si pensi che, per un dollaro investito nella coltivazione, si arriva a produrre una ricchezza fino a mille volte superiore. Non esiste nient’altro al mondo che consenta simili guadagni, per una ragione anche abbastanza banale che, però, vale la pena di ricordare ed è la difficoltà di accesso al mercato al dettaglio. Non si tratta di un ragionamento antiproibizionista, poiché si potrebbero fare molte obiezioni sull’opportunità di liberalizzare la droga ma, di fatto, è a livello macroeconomico che la proibizione ne alimenta la capacità di produrre profitti. Le droghe pesanti costituiscono, ovviamente, la merce più appetibile per le organizzazioni criminali che hanno quale obiettivo l’accumulazione di ricchezza nei margini più ampi possibili nei tempi più ristretti possibili. C’è, poi, il fatto che negli ultimi quindici anni il mondo si è andato trasformando vertiginosamente e oggi si affacciano al mercato internazionale nuove classi dirigenti. L’esempio più evidente è costituito dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica fatto che, dopo il ’91, da dato il via alla formazione di nuovi stati: l’Asia Centrale, in particolare, che adesso si trova sotto i riflettori, ma anche il Caucaso e parte dell’Europa. Sono stati disegnati, quindi, nuovi stati e nuove classi dirigenti che necessitano di risistemarsi dal punto di vista del consenso sia interno che internazionale e, contemporaneamente, devono mantenere un saldo controllo sull’economia per garantirsi tale consenso. Tuttavia, la velocità con cui si muovono i mercati di tutto il mondo non permette alle classi dirigenti di realizzare l’accumulazione di ricchezza necessaria esclusivamente per via lecita. Ammesso, ad esempio, che venisse utilizzata tutta la manodopera minorile disponibile per quattordici ore al giorno, questo non sarebbe comunque sufficiente ad ottenere l’accumulazione di ricchezza garantita dal ciclo criminale. Ed è per questo motivo che gran parte delle varie classi dirigenti si trova in qualche modo ad organizzare la propria rete di relazioni economiche sovranazionali proprio con la criminalità economica. E vi sono degli esempi clamorosi, ma incomprensibili se non si mette in campo il fattore determinante giocato nell’economica criminale, nell’auto-finanziamento e nelle relazioni internazionali fra tutte le parti in competizione. La droga entra in molti modi nelle guerre, per esempio come strumento di finanziamento e, a volte, come posta in gioco. Addirittura, vi sono casi in cui la pubblicizzazione della produzione di papavero in determinati paesi, ha cambiato le sorti degli stessi. E la droga è entrata anche come finanziamento delle parti in guerra, dimostrando come le armi si intreccino strettamente agli stupefacenti e come questo intreccio produca una diffusione capillare della droga, anche nei territori da questa attraversati. Si tratta di un sistema di finanziamento che avviene attraverso le triangolazioni che, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, erano gestite dalle organizzazioni turche che portavano l’eroina dai mercati asiatici verso l’Europa e proponevano alle fazioni armate che si preparavano allo scontro, insieme alle armi, anche l’eroina all’ingrosso. Passando dal mercato all’ingrosso a quello al dettaglio, si realizzano grandi margini di arricchimento con cui, poi, si possono acquistare le armi. E’ lo stesso mercante di armi, quindi, che incentiva anche la diffusione delle droghe. È necessario comprendere quanto l’economia criminale abbia cominciato ad assumere un ruolo fondamentale con la nascita del nuovo sistema di relazioni internazionali. Ciò accade, ha spiegato ancora Rastello, per varie ragioni: innanzitutto, grazie alla grande capacità delle organizzazioni criminali di trasformarsi rapidamente e facilmente in agenzie di servizi per le parti in armi, per i nuovi governi, che hanno bisogno di intervenire nelle guerre, rappresentano in qualche modo un modello organizzativo privo di qualsiasi scrupolo o vincolo che, invece, gli stati ancora hanno. Le mafie, quindi, rappresentano il modello ideale e realizzato del neoliberismo estremo e, in qualche modo, sono l’impresa ideale del modello narcocapitalista che sta proponendosi sul mercato mondiale. In più stati asiatici, in alcuni stati dell’Europa orientale e in altri sudamericani, questi modelli cominciano a sovrapporsi in maniera abbastanza inestricabile e inestinguibile. Due esempi interessanti sono quelli dell’Azerbaigian e della Serbia agli inizi degli anni ’90, dove la Zecca dello Stato ed il sistema bancario privato furono affidati ad istituti che controllavano anche il traffico di valuta illegale. Ne risultava che chi batteva moneta per lo Stato era lo stesso che drenava la moneta sporca e, quindi, poteva determinare il valore del denaro, nonché il tasso di inflazione. Questo sistema ha permesso, per esempio, al dottor Milosevic di comprare, con i capitali realizzati anche grazie ai proventi dei traffici di eroina, quote di riferimento di tutte le aziende del paese, iniziando la trasformazione di uno stato che sotto il socialismo non aveva un’economia centralizzata e che, invece, nella transizione all’economia di mercato ha ottenuto un’economia centralizzata della classe dirigente. Quest’ultima, infatti, controllando il credito privato ed i grandi avvenimenti che il mercato criminale offriva, poteva comprarsi le quote di riferimento di tutto il sistema del credito della nostra struttura industriale. Questo è avvenuto in Azerbaigian e in Georgia e in tutti gli stati dell’Asia Centrale ma, probabilmente, non soltanto lì. Oggi, il contesto in cui si muove l’economia internazionale della droga viene definito con un’espressione difficile da inquadrare: si tratta della cosiddetta globalizzazione economica. Il giornalista de La Repubblica aveva preparato un piccolo vademecum privato dei fenomeni che aiutano a riconoscere la globalizzazione e che, in particolare, sono tre: la caduta delle barriere doganali protezionistiche sull’economia a livello pratico; la regionalizzazione dei mercati, nel senso di costruzione di mercati che non hanno più come vincolo i vecchi confini nazionali fra stati, ma creano delle macroregioni determinate semplicemente dalle leggi della finanzializzazione. Il peso sempre maggiore rivestito nel sistema economico internazionale che permette di creare immani ricchezze immateriali semplicemente speculando, spostando i capitali da una parte all’altra dell’Europa e lavorando sulle differenze di valore delle monete, oppure sugli investimenti azionari. Questi tre elementi hanno delle conseguenze rilevanti ed interessanti per il mercato criminale: la regionalizzazione per il fatto che contribuisce naturalmente ad aumentare il potere dei soggetti economici rispetto a quello dei soggetti politici e, quindi, ad indebolire la sovranità degli stati così come l’abbiamo concepita tradizionalmente fino agli anni ’90. Quindi, a parte gli stati, anche i soggetti meno forti e meno importanti di quanto fossero prima sul terreno delle relazioni internazionali, cioè le cosiddette multinazionali – anche non legali –, cominciano ad avere un ruolo importante negli equilibri diplomatici; la finanzializzazione perché si muove su orizzonti speculativi che richiedono la capacità di produrre grossi capitali nel sistema di credito privato. Questi capitali sono tanto più appetibili quanto più sono rapidi nel movimento. Tanto più sono rapidi nel movimento, quanto meno se ne controlla la provenienza. Per cui i capitali che arrivano dal mercato criminale entrano nei sistemi bancari pubblici e privati di tutto il mondo. Si tratta del famoso fenomeno dei narcostati, stati la cui capacità finanziaria, di tenuta del sistema bancario, è legata alle intromissioni di capitali di origine criminale. Non bisogna, però, associare i narcostati al sud del mondo, come spesso si tende a fare. Per dimostrarlo, Rastello ha sottolineato che l’attuale equilibrio del mondo lo dobbiamo ad una manciata di voti, probabilmente manipolati, della Florida, quarto stato per popolazione degli Stati Uniti. Secondo le analisi della Dea – l’Agenzia Antidroga degli Stati Uniti, che è governativa e quindi le sue non sono analisi di opposizione –, senza i nove miliardi di dollari di provenienza sudamericana legati ai cartelli messicani e colombiani della cocaina, il sistema bancario della Florida avrebbe probabilmente gravi problemi di tenuta. Quindi, si può annoverare la Florida, quarto stato degli Stati Uniti, fra i narcostati; la caduta delle barriere doganali legata alle politiche indotte dagli organismi economici sovranazionali, cioè dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale. Si tratta di organismi che impongono un orientamento politico di stampo liberista alle organizzazioni economiche del pianeta. Un esempio per tutti è rappresentato da quanto accaduto in Costa D’Avorio a causa dell’intreccio perverso tra piani di aggiustamento strutturale delle economie che si producono a livello internazionale e dalla caduta delle barriere doganali. In Costa D’Avorio è stato proposto un piano di sostituzione delle piantagioni di marijuana con quelle di riso. C’erano, però, problemi per l’irrigazione e, allora, agli inizi degli anni ’90 sono state realizzate dellemacro dighe, grazie ad una formula internazionale che finanziava quelle strutture. Le dighe, tuttavia, necessitano di manutenzioni che sono estremamente costose e, quindi, il riso ivoriano ha iniziato a costare moltissimo e, non disponendo di alcuna protezione sui mercati internazionali, ha subito la concorrenza diretta del riso tailandese. La Thailandia disponeva, per coltivare il riso, degli stessi finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale di cui godeva la Costa D’Avorio, ma non aveva bisogno delle dighe, quindi il suo riso costava la metà di quello ivoriano. Così, i contadini della Costa D’Avorio che avevano sostituito la marijuana con il riso e che ormai stavano morendo di fame, hanno ripreso a coltivare la marijuana. Questa volta, però, dappertutto, anche dove prima non c’era, con il risultato che l’economia ivoriana invece di contrarsi, ha preso ad espandersi. A dimostrare, quindi, che il capitalismo non trova un nemico interno nella droga, ma un amico potentissimo e, in questo momento, fondamentale. Il fatto che questo strumento sia fornito soprattutto dall’Afghanistan, che non è uno stato particolarmente votato alla coltivazione di papavero, è dovuto ad una questione politica. Negli anni ’90 la politica estera americana è stata chiamata ad adottare la cosiddetta “dottrina Clinton”. Una delle sue caratteristiche fondamentali era data dal tentativo di costruire delle vie di trasferimento delle risorse energetiche, quindi del petrolio e dei gas naturali, dai luoghi di produzione a quelli di consumo, tra loro spesso molto distanti. Bisognava perciò costruire oleodotti, vie di rifornimento, strade dove potessero passare tir muniti di autocisterne o, ancora, vie d’acqua sicure. Bisognava, insomma, portare le risorse petrolifere ai grandi consumatori occidentali, agli Stati Uniti, all’Europa Occidentale e al Giappone – all’epoca un’economia trainante – lungo strade che evitassero accuratamente di passare nei territori dei grandi nemici dell’Occidente (Bush padre, nel ’91, aveva proposto il nuovo ordine mondiale, sostanzialmente un ordine monopolare a guida statunitense) e della regione dei tre mari: l’Adriatico, il Mar Nero ed il Mar Caspio. Quest’ultimo è il più importante perché in quella zona si produce la maggior quantità di petrolio, tanto che Pakistan e Turkmenistan sono divenute potenze petrolifere di tale rilievo internazionale da poter mettere in discussione l’equilibrio politico dei paesi produttori tradizionali. I nemici, sui territori dei quali si doveva evitare di passare, erano la Russia e l’Iran che, negli anni ’90, era considerato il primo degli stati canaglia. Così sono state create due direttrici: una per portare il petrolio fondamentalmente verso l’Europa Occidentale attraverso il basso Caucaso, fuori dalla Russia. Nel ’91, poi, sono sorte nuove repubbliche, due delle quali hanno iniziato ad intrattenere ottimi rapporti con l’Occidente grazie alla Turchia. Si tratta della Giordania e della Georgia, quest’ultima situata sul Mar Nero e avente un orientamento filo occidentale. La rotta, quindi, doveva andare dal Mar Caspio al Mar Nero attraverso il basso Caucaso ed evitando di passare per i tradizionali oleodotti e attraversando, poi, la Cecenia. È chiaro, quindi, perché alcuni paesi, come la Bulgaria, la Macedonia e l’Albania, abbiano chiesto alleanze privilegiate con l’Occidente: da lì, infatti, passava il “corridoio otto” che sbucava proprio a Valona, città definita la capitale criminale d’Europa. Il corridoio otto cominciò a creare parecchi problemi ai paesi dei bassi Balcani, conferendo grande importanza agli stati che attraversava e togliendola agli altri. Per cui si era creata un’alleanza forte fra due paesi fra loro collegati da tale corridoio: la Yugoslavia di Milosevic e la Grecia, paese legato a stretto filo con la Russia e con un paese della Nato. E, a questo punto, si erano create anche due assi, una delle quali avrebbe dovuto spazzare via l’altra. E, forse, la guerra del ’99 rientrava proprio in quest’ottica. Il petrolio, comunque, veniva trasportato attraverso quella direttrice che dal bacino del Mar Caspio andava alle coste del Kazakistan, a nord del Turkmenistan, a sud della costa orientale del Caspio, attraverso il Mare Arabico, dove le petroliere arrivavano ai tre paesi principalmente interessati al movimento verso sud-est delle risorse petrolifere dell’Asia Centrale. Questi paesi erano gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita – che è il massimo produttore mondiale di petrolio – e il Giappone. Si sono creati, così, dei consorzi sauditi, giapponesi e americani per la costruzione di oleodotti dal Caspio all’Oceano Indiano. I territori da attraversare erano il Turkmenistan, lo sbocco a mare del Pakistan – paese già alleato dell’Occidente – e l’Afghanistan. Quest’ultimo, tuttavia, è stato devastato dal lungo conflitto contro l’Unione Sovietica. Invaso nel 1979 ha resistito, organizzando una guerra di liberazione attraverso fratellanze islamiche, ma anche con i clan rivali in armi del territorio liberandosi, così, dei sovietici e ponendo fine alla guerra. All’inizio degli anni ’90, però, è stato frammentato in una miriade di incontrollabili poteri armati in lotta fra loro. L’interesse dei grandi consorzi internazionali unificati sotto un unico potere era, quindi, importante per la realizzazione della direttrice di transito dell’energia. Un compito difficile, che non poteva certo essere svolto dai paesi interessati, quali Arabia Saudita, Giappone e Stati Uniti. L’oleodotto è stato fatto oggetto di una gara fra due consorzi, uno a guida argentina e l’altro a guida americana. Alla fine il concorso è stato vinto da quello statunitense, mentre i due paesi chiave per questa operazione sono stati identificati nell’Arabia Saudita e nel Pakistan. Il primo poteva fornire immensi capitali, ma anche la difesa militare e, dal canto suo, l’Arabia Saudita vedeva in tutto questo un’opportunità per avere un interesse e una presenza forti in un’area divenuta tanto strategica per la battaglia dell’energia. Si trattava di un gioco già cominciato nell’Ottocento: al posto degli Stati Uniti c’era l’Inghilterra, mentre la Russia c’era anche allora ed ecco che già nell’Ottocento era in atto una guerra fredda sulle grandi questioni dell’economia energetica e sul controllo dell’Afghanistan. Per quanto riguarda il Pakistan, invece, ha ritenuto che in tutto questo andasse carpita un’occasione di alleanza con l’Arabia Saudita per una comune sicurezza e, prima ancora, di forza. Una garanzia nella lotta contro l’India. Bisogna considerare, tuttavia, che vi era una situazione peculiare tribale del Pakistan e dell’Afghanistan: tutta la parte nord dell’Afghanistan era caratterizzata da una situazione stranissima. C’erano aree dove la costituzione non valeva, ma in gran parte del territorio valeva invece la legge tribale ed i clan costituivano quasi il 40% della popolazione. Erano clan che avevano un’economia comune e intrattenevano rapporti tribali, culturali e religiosi. Per quanto riguarda l’attenzione balcana nel Pakistan, si trattava di un potere assolutamente artificiale creato dagli inglesi al momento del loro massimo dominio in quell’area ma che, di fatto, non aveva assolutamente nessun valore. Negli anni ’90 il Pakistan è diventato il secondo produttore mondiale di oppio, il primo era la Thailandia, che è sempre stata uno dei massimi produttori del mondo. Grazie alle aree tribali, sottratte ad ogni controllo, è stata favorita la coltivazione del papavero da oppio, l’economia criminale e, soprattutto, il traffico autorizzato degli stupefacenti. Per questo motivo il nord del Pakistan è diventato un’area di coltivazione del papavero di interesse primario dell’economia. Inoltre, i clan che dominavano il nord del Pakistan hanno trovato, nel controllo armato del territorio, una ragione di potere politico e, nel controllo del papavero, una ragione di potere economico straordinario. Potere economico divenuto politico a livello statale nel 1992, grazie ai talebani di cui si fantasticava qualche mese fa. Si trattava dei signori del papavero che hanno trovato nella situazione dell’Afghanistan l’occasione per sottrarre sempre più zone ad ogni tipo di legalità ed espanderne la coltivazione. Questi signori, tuttavia, ha ricordato Rastello, i soldi già li avevano, e a palate e le ricchezze realizzate con le colture del papavero erano tali da fornire alla popolazione la capacità di controllo del territorio che prima non aveva. E non hanno nemmeno avuto il bisogno di andare a cercare i soldi, poiché la Cia ha conferito al Pakistan il compito di creare un soggetto militare in grado di unificare l’Afghanistan. Si trattava di un’opportunità da un lato ideologica e, dall’altro, economica. A questo punto i talebani sono diventati un grande container territoriale e, nel giro di pochi anni, sono riusciti a controllare tutto il territorio dell’Afghanistan con la sola eccezione della Valle del Panshir a nord, controllata dall’Alleanza del Nord. L’Afghanistan, comunque, in questo modo è stato unificato e sottratto ad ogni legalità internazionale, divenendo il territorio di investimento privilegiato per quei signori che puntavano sul controllo delle coltivazioni del papavero che hanno fatto dell’Afghanistan il primo produttore mondiale di oppio. Il papavero da oppio è diventato la chiave di volta di tutte le operazioni legate all’Afghanistan. Non veniva, però, coltivato soltanto dai talebani, ma anche dall’Alleanza del Nord. Le rotte del papavero dovevano uscire dall’Afghanistan per essere immesse sui mercati internazionali. Il papavero ha così cominciato ad invadere i mercati europei e internazionali lungo due direttrici: una a nord, attraverso il Tagikistan, l’Uzbekistan e il Kazakistan. A questo punto la Russia si è trovata con il 5% della popolazione tossicodipendente, un fatto senza precedenti. Il Tagikistan, invece, il paese più povero dell’area, non disponendo di risorse ed essendo il meno strategico, attualmente deve il 30% del suo prodotto interno lordo al transito del papavero di provenienza afgana, e non alla coltivazione, il che significa che l’economia locale del Tagikistan era dovuta alle famiglie – gruppi di dieci o quindici persone – che portano il papavero in Russia, come fossero contadini, e in questo modo tenevano in piedi l’economia nazionale, seppur debole, del Tagikistan. L’altra direttrice passava, invece, attraverso l’Iran. Nel 1999 l’Iran ha assunto una posizione radicale contro i talebani, chiudendo le frontiere e cominciando una vera e propria guerra per bloccare i convogli che andavano in Turchia. Sulle sorti di questa guerra, l’unica cosa certa è che i signori locali che detenevano l’origine dei movimenti dell’eroina, erano gli interlocutori commerciali, coloro che tuttora detengono un controllo sovranazionale su quel territorio. Fra tutte le previsioni che si possono fare sul destino dell’Asia Centrale, ha concluso il giornalista, la più sbagliata è quella secondo cui è possibile estirpare l’economia della droga. Questa, infatti, non è soltanto economia di sussistenza in quell’area, ma è l’elemento fondamentale su cui anche i signori dell’Occidente contano per il controllo del territorio e per la definizione degli equilibri fra le superpotenze, quali Cina, Russia e Stati Uniti, ma anche fra il Pakistan, l’India e l’Arabia Saudita, che sono fra le zone più conflittuali del pianeta. Pensare che l’economia della droga in questa situazione diminuisca è un’assurdità. Di certo, invece, acquisterà un peso sempre più rilevante poiché è integrata al modello economico che produce questi guadagni. Il quadro emerso dal discorso di Luca Rastello, quindi, è davvero inquietante, come ha affermato Giorgio Bongiovanni, prendendo la parola al convegno di Cagli. Il traffico internazionale di stupefacenti – ha spiegato – costituisce, sin dagli anni ’60, il mezzo indispensabile per mantenere determinate economie ed equilibri. Recentemente, grazie all’introduzione di certa documentazione segreta negli Stati Uniti, la Cia ha dovuto ammettere di aver finanziato, tra gli anni ’60 e ’80, talune organizzazioni statali, parastatali, fasciste e dittatoriali. Lo stesso discorso vale anche per quanto riguarda la situazione dell’America Latina e il blocco verso ovest. Tutto questo è stato finanziato per mezzo del narcotraffico. Ma non basta, infatti, alcuni ufficiali militari americani sono stati processati con l’accusa di essersi lasciati manovrare dalla Cia per finanziare governi con il denaro proveniente dagli stupefacenti. L’ex direttore della Cia ha finalmente ammesso che l’organismo di cui era alla guida negli anni ’60 appoggiava Cosa Nostra. Infatti, l’unico strumento in grado di garantire questo immenso traffico – ci sono 500 miliardi di dollari di traffico internazionale di stupefacenti – è rappresentato proprio dalle mafie che si fanno imprenditrici garantendo la circolazione della droga, la sua vendita ed il guadagno. In Italia, l’organizzazione criminale che ha garantito pressoché al cento per cento che ciò avvenisse detenendo, negli anni ’80, il monopolio totale del traffico di eroina dall’Europa agli Stati Uniti, è stata Cosa Nostra, l’associazione malavitosa più pericolosa al mondo. In Italia, ma anche in Europa, il mercato della droga a livello internazionale è gestito, infatti, dalla mafia siciliana e dalla ‘Ndrangheta calabrese, un’organizzazione che ha raggiunto livelli tali da poter essere quasi paragonata a Cosa Nostra. Tuttavia, i nostri governanti sono costretti a sostenere che con la mafia bisogna convivere cercando, magari, di sminuire la gravità di questo fenomeno o dichiarando che ora si impegneranno per catturare il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Forse per ingenuità, forse per corruzione o per talune connivenze, i nostri politici non presentano un quadro esatto della situazione attuale. Ma la verità – come già aveva precedentemente affermato Luca Rastello – è che, oggi, i soldi derivanti dai grandi traffici internazionali di cocaina vengono depositati nelle banche della Florida, stato caratterizzato dalla presenza di una tra le più potenti “famiglie” di Cosa Nostra americana appartenente alla cupola mafiosa statunitense. Si tratta del clan di Santo Trafficante. La famiglia Trafficante negli anni ’80 garantiva, per tutta Cosa Nostra americana, il passaggio della droga dall’Europa e dall’America Latina all’interno degli Stati Uniti. L’illegalità è ormai diffusa su scala mondiale e questa drammatica situazione difficilmente potrebbe cambiare, almeno fino a quando il governo del mondo resterà nelle mani di uomini accecati dalla sete di potere. L’intero pianeta è, infatti, dominato da un ristretto gruppo di potenti la cui unica volontà è quella di sopraffare e di schiacciare il prossimo. 250 persone detengono il controllo dell’intera economia mondiale e non si rassegnano al fatto che tutti, indistintamente, hanno diritto ad una vita che sia degna di essere vissuta. In questo contesto rientra anche la questione della globalizzazione che, come si continua a ripetere, rappresenterebbe l’unica soluzione per il miglioramento della nostra società. Ma se la globalizzazione non si sposa con la solidarietà – ha ricordato il direttore di ANTIMAFIA Duemila – e con il riconoscimento dei diritti umani, la nostra società è destinata al collasso totale. Le organizzazioni criminali, infatti, realizzeranno il loro obiettivo. Cosa Nostra mira al riconoscimento legale – fine che la mafia americana ha quasi raggiunto –, alla scomparsa dei killer, delle bombe e delle stragi, che verrebbero completamente assorbiti da un’organizzazione che manterrebbe comunque la propria struttura criminale, pur assumendo una facciata legale. In questo modo il figlio di Riina o di Provenzano, per esempio, potrebbe laurearsi diventando così economista, avvocato o imprenditore, e avendo così l’opportunità di acquistare, magari, la Fininvest o qualche altra grande azienda. La sua mentalità, però, rimarrebbe sempre quella di un assassino. Ed è proprio questa la strada che stiamo seguendo da quando, nel ’92, la mafia ha usato le bombe per trattare con lo Stato. Quest’ultimo ha reagito, anche ottenendo dei grandi risultati nella lotta al crimine organizzato, arrestando l’intera ala militare di Cosa Nostra. Ma questo non è stato sufficiente. Infatti la mafia vera, quella delle “menti raffinatissime”, quella non stragista, che non spara ma che, invece, partecipa agli appalti e al mercato legale italiano, è sopravvissuta, si è rafforzata e ora vuole essere riconosciuta. Dipende da noi cittadini e dai nostri governanti porre fine a questa scalata verso il potere intrapresa dalla criminalità organizzata. Tuttavia, per Giorgio Bongiovanni, dire no alla mafia provocherebbe un impoverimento del nostro Paese, forse significherebbe non essere più uno degli Stati più ricchi del mondo, ma slittare al decimo o magari al dodicesimo posto nella classifica dei paesi economicamente più avanzati. Sicuramente, quindi, il prezzo da pagare sarebbe alto e, probabilmente, è questo il motivo per cui il governo di centrosinistra, in cinque anni, ha fatto ben poco. Senza contare, inoltre, che aveva vinto le elezioni anche per aver promesso, tra le altre cose, di sconfiggere la mafia. Invece, proprio con quel governo di centrosinistra Cosa Nostra è diventata più forte. Va bene, siamo entrati in Europa, ma per farlo siamo stati costretti a “convivere con la mafia”… Il 31 ottobre del ’95 la Cupola di Cosa Nostra siciliana si è riunita e Bernardo Provenzano ha spiegato agli altri capi mafia che sarebbero dovuti rimanere tranquilli perché, entro sette anni, tutto si sarebbe messo a posto. Ora, siamo nel 2002 e per la criminalità organizzata sembra davvero che tutto sia a posto. I magistrati, così come le forze di Polizia e dei Carabinieri hanno, tuttavia, sempre continuato a fare il proprio dovere, pur con mezzi sempre più limitati. Se le forze dell’ordine che operano in Sicilia disponessero, per esempio, di un satellite – come ne dispone l’Fbi –, tutti i capi di Cosa Nostra verrebbero arrestati. Il satellite, però, non c’è, perché lo Stato dice di non avere i soldi per fornire questo strumento… Sarà vero, ma viene comunque da chiedersi quale livello abbia raggiunto la collusione tra la mafia e lo Stato o con parte delle Istituzioni. E tornando per un attimo al fenomeno della globalizzazione, dobbiamo domandarci quali interessi si celino dietro alle grandi riunioni del G8, per esempio. Bisogna avere il coraggio di ammettere, secondo Bongiovanni, che il nostro potrebbe essere uno stato-mafia, così come potrebbero esserlo gli Stati Uniti d’America, perché stati-mafia non sono soltanto i paesi del Terzo Mondo o gli arabi, o i paesi da cui nascono i terroristi che devono essere perseguitati. Dobbiamo guardare anche all’interno del nostro stato e auto-perseguitarci per scoprire la verità. Il nostro paese ha una facciata che non è quella reale perché, alla fine, è la mafia a tenerne in mano le sorti. E, poi, ci dobbiamo rendere conto del fatto che una nuova dittatura mondiale si sta espandendo. Basti pensare a quanto è successo con la Enron, il gigante petrolifero americano sul quale migliaia di persone avevano investito i risparmi di una vita e che, con il suo fallimento, hanno perso tutto – cosa che, comunque, non è di certo accaduta ai grandi capitalisti che hanno venduto le proprie azioni prima che l’azienda fallisse –. Non appena pubblicata sul Washington Post la notizia di tale fallimento, Bush e Cheney, con tutta l’amministrazione, si sarebbero dovuti dimettere. Non l’hanno fatto e, come se non bastasse, si sono pure rifiutati di presentarsi al processo per rispondere alle accuse. Il motivo di questo comportamento è evidente: la situazione, infatti, è talmente grave – e non lo è solo per l’America, ma per il mondo intero – che i presidenti non possono più permettersi le dimissioni e, come se non bastasse, sbeffeggiano. All’epoca dello scandalo Watergate, invece, che pure è stato enorme, l’allora presidente degli Stati Uniti, Nixon, si era dimesso. Clinton rischiava per molto meno. Quel puritanesimo, che in qualche modo aveva sempre caratterizzato l’America, è stato completamente abbattuto. Quello che stiamo vivendo è un segnale devastante e, ha concluso il nostro direttore, la situazione attuale è di gran lunga peggiore di quanto non lo fosse nel ventennio compreso tra gli anni ’60 e ’80, quando – erano gli anni ’60 – Kennedy stava per far lanciare i missili contro la Russia e l’intera umanità ha corso un rischio immenso. Oggi, però, il pericolo è molto più grande di allora. Jessica Pezzetta BOX1 La mafia della Enron Una storia che fa pensare ai metodi della criminalità organizzata di Christopher Hitchens* Per capire le implicazioni dello scandalo della Enron, basta avere la mentalità di chi indaga sulla mafia. Siamo arrivati al punto che una certa cultura aziendale prende ispirazione dalla criminalità organizzata. Il principio operativo fondamentale della mafia è quello di “sporcare” più gente possibile, fare di tutto per coinvolgere il maggior numero di persone. Il che non solo riduce l’incentivo o la tentazione di “cantare”, ma fa sì che un buon numero di persone altrimenti rispettabili abbiano interesse a impedire ogni rivelazione. I veri “padrini” del mondo imprenditoriale sono quelli che hanno passato parecchio tempo a “sporcare” giornalisti e avvocati, uomini politici e inquirenti. La corruzione deve diffondersi al punto che chi per caso ha in mente di cantare sia immediatamente accusato di guastare la festa a tutti. L’anno scorso sul Los Angeles Times un mio amico ha scritto un articolo sulla Enron in cui sottolineava il rapporto quasi simbiotico fra la Enron e l’ala texana del partito repubblicano e invitava i lettori a “fare due più due”. Gli ho detto: ottimo articolo, ma adesso giurami che non pensi che Kenneth Lay sia tanto fesso da pagare sottobanco un partito solo! Come volevasi dimostrare: è saltato fuori che il senatore democratico Joseph Lieberman aveva preso dei soldi dalla società. E poi si è saputo che anche l’amministrazione Clinton si era mostrata disposta a fare favori alla Enron quasi senza che gli venisse chiesto. Intanto a Houston non c’è un solo avvocato d’ufficio che non sia stato costretto a rinunciare all’incarico per colpa del conflitto d’interessi. Nella città texana non è chiaro se il gesto di Cliff Baxter, l’ex dirigente della Enron che si è suicidato, sia stato dettato dalla sua coscienza o semplicemente dal senso di colpa. Lui aveva avvisato tutti che le cose si mettevano male, ma aveva anche intascato azioni della Enron per trenta milioni di dollari. Dimostrazione perfetta del principio della mafia: a chiunque rischi di farsi venire degli scrupoli si può sempre rammentare che l’inghippo conviene anche a lui. Per quanto riguarda invece la professione del revisore dei conti, siamo di fronte all’antico interrogativo quis custodiet custodes? (chi controlla i controllori?). Questa categoria, coinvolta fino al collo nell’imbroglio, per svolgere il suo compito di revisione e di supervisione non ha trovato di meglio che accendere la macchina per distruggere i documenti e farla funzionare a tutta birra. E non si trattava mica di un’agenzia di cambio clandestina: la Enron era una delle aziende più quotate d’America, la crema delle grandi corporation. Si è capito quanto era diffuso il marciume quando si è visto uno di questi “revisori” appellarsi ostinatamente al quinto emendamento come un peso massimo dei Teamster, il sindacato dei camionisti dell’epoca di Jimmy Hoffa. Cadaveri scoperti in un’automobile, conti segreti in banche offshore, udienze parlamentari… Diciamocelo: in questo scandalo manca soltanto una donna fatale, che so, una Paula Jones. Giornalisti distratti I due eroi in realtà sono due eroine: quella che ha spifferato tutto e la giornalista che ha rivelato lo scandalo. Quest’ultima – Bethany MacLean della rivista Fortune – è il prototipo della giovane reporter ingenua e di belle speranze. Il che ci conduce al punto seguente: la stampa ha quasi completamente fallito nel fare il suo dovere, quello di indagare e rivelare. Il caso ha voluto che la MacLean fosse forte in matematica e sapesse leggere i rendiconti finanziari di un’impresa. Quando si è accorta che certi conti non quadravano, ha fatto come il bambino che ha visto il re nudo. È saltata su e ha chiesto: “Ma come li fa i quattrini questa Enron?”. Fino a quel momento i giornali finanziari erano stati lì ad ammirare i profitti stratosferici dell’impresa. Che dal canto suo non ha certo risparmiato gli sforzi per minimizzare l’articoletto di Bethany. Insomma, il gran frastuono dei mass media americani nasconde un semplice fatto: la professione giornalistica si sta ingegnando per recuperare un lungo periodo di inerzia e mancanza di curiosità. Intanto la legge dell’omertà si è diffusa in tutti i livelli dell’amministrazione. Il vicepresidente rifiuta di consegnare al suo stesso ufficio di contabilità i verbali di alcune riunioni da cui risulta, a quanto pare, che quest’azienda marcia pilotava parte della politica energetica del governo. Non sembra neanche che si possa parlare di conflitto d’interessi: era identità d’interessi. Si dava per scontato che ciò che era bene per un consiglio di amministrazione era bene anche per l’America. La storia, che fa acqua da tutte le parti, con cui Bush ha spiegato come ha fatto conoscenza con “Kenny boy” – l’affettuoso nomignolo con cui chiamava il presidente della Enron Kenneth Lay – sommata alla sua difesa della caparbia reticenza di Dick Cheney, è solo l’ennesimo insulto all’idea stessa della separazione dei poteri. A questo punto ci vorrebbe un eroe – se ce ne fosse ancora uno in un sistema così compromesso – tra gli avvocati e tra gli inquirenti. Ma ci vuole anche un po’ di satira, e di quella graffiante. Sto progettando di aprire un ristorante a Washington e chiamarlo “Enron”: sul menu a prezzo fisso l’antipasto sarà un bel pesce avvolto in un giornale, mentre per pietanza servirò una testa di cavallo guarnita come nel Padrino. *Giornalista del The Guardian, Gran Bretagna Per gentile concessione di Internazionale n° 424 del 15 febbraio 2002 |
| < Prec. | Pros. > |
|---|
In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
|
| Leggi tutto... |
|
Gioco criminale |
|
Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |
di Alberto B. Mariantoni © - 31 gennaio 2009
| Home |
| Redazione |
| Scrivici |
| La Rivista |
| Informazione |
| Abbonamenti |
| Dossier |
| Documenti |
| Link |