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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002
Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 20 Marzo 2002
Il nucleare protagonista della "politica estera" statunitense
Nasce un nuovo impero
Conversazione sull'Afghanistan
UCK:esercito al servizio della NATO?
Lettere contro la guerra
Percorsi di lettura



Il nucleare protagonista della “politica estera” statunitense
di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante

Era l'agosto del 2001 quando John O'Neill lasciò la direzione del programma anti-terrorismo dell’ufficio newyorchese dell’Fbi.
La notizia fu appresa pigramente dagli organi di informazione e dall'opinione pubblica statunitensi, ignari della gravità di quel gesto estremo, ignari di ciò che avrebbe rappresentato per l'intera umanità soltanto qualche settimana più tardi.
O'Neill era uno dei massimi esperti delle questioni politiche americane e nell'ottobre del 2000 si era recato personalmente nello Yemen in seguito all'attentato contro il cacciatorpediniere della marina statunitense “USSCole”, in cui erano rimasti uccisi diciassette membri dell'equipaggio. L'inchiesta che ne seguì non fu priva di intralci e se da una parte i diplomatici del dipartimento di Stato non volevano urtare il regime yemenita, dall'altra gli uomini dell'Fbi erano incitati dalla volontà di chiarire le responsabilità dell'attentato terroristico. I contrasti si protrassero fino al luglio del 2001. In quella data l'ambasciatrice americana nello Yemen, Barbara Bodine, impedì l'ingresso sul territorio a O'Neill e ai suoi uomini che ormai avevano le prove del coinvolgimento della rete terroristica di Osama Bin Laden nell'attentato. Il Dipartimento di Stato si dichiarò impotente di fronte alla spiacevole situazione e alla "squadra di Rambo", così come erano definiti gli agenti dalle autorità locali, venne dato il ben servito.
Ma O'Neill non rimase sicuramente sorpreso.
I motivi di quella mossa apparentemente contraria agli interessi della politica americana, così come spiegò qualche giorno più tardi al giornalista Jean-Charles Brisard, erano facilmente riassumibili in una sola parola: petrolio.
<<Tutte le risposte, tutti i tasselli che permetterebbero di smantellare l'organizzazione di Osama Bin Laden, si trovano in Arabia Saudita>>, disse, sottolineando <<l'impotenza della diplomazia americana a ottenere alcunché dal re saudita Fahd>> in riferimento alle reti terroristiche (1).
"All'epoca delle indagini sull'attentato del 25 luglio 1996 contro installazioni militari americane nella città araba di Dhahran, in cui morirono diciannove soldati americani, John O'Neill si recò di persona in Arabia Saudita per ottenere da re Fahd la cooperazione delle autorità locali. Ma fu un viaggio a vuoto: i servizi del controspionaggio saudita si limitarono a interrogare i sospetti principali, mentre l'Fbi fu relegata alla raccolta di indizi materiali per l'avanzamento delle indagini. Riguardo alle relazioni fra l'organizzazione Al Qaeda e l'Arabia Saudita le conclusioni del rapporto sulle 'Basi economiche di Osama Bin Laden sono solo in parte sorprendenti, quando confermano le strette relazioni esistenti nel luglio 2001 con la monarchia saudita, nonostante le affermazioni contrarie dei diretti interessati. In proposito, il rapporto mostra un deciso pessimismo riguardo a uno sviluppo positivo in grado di mettere in discussione questo stato di cose, ovvero la direzione 'politica' dell'Fbi in casi simili come negli affari interni"(2).
O'Neill lasciò l'Fbi quando capì che non avrebbe mai potuto cambiare le condizioni per cui la "ragion di stato" viene prima di qualsiasi lotta al terrorismo, ma non saprà mai che i fatti gli avrebbero dato ragione soltanto nei mesi successivi.
In quell'11 settembre stava svolgendo il suo nuovo incarico di responsabile della sicurezza del Wtc all'interno della Torre colpita dal primo degli aerei dei terroristi. Abbandonò immediatamente l'edificio per chiamare i soccorsi e vi rientrò per l'ultima volta offrendo il suo contributo alle operazioni di evacuazione.
Oggi O'Neill non c'è più. Le sue denunce però restano.
Nella guerra dichiarata dagli Stati Uniti contro il terrorismo l'Arabia Saudita, principale fonte di finanziamento della jihad, non figura nella lista dei nemici da attaccare tra i quali, al primo posto, troviamo invece l'Iraq.
Agli inizi di febbraio il direttore della Cia, George Tenet, avrebbe parlato con il presidente egiziano Mubarak chiedendo di non fare pubblica opposizione all'eventuale piano d'attacco.
La risposta ricevuta è alquanto inquietante: una tale azione militare contro Saddam metterebbe in serio pericolo la stabilità dell'intero Medio Oriente.
Tesi curiosamente sostenuta anche dal presidente siriano Bashar Al Assad e da molti altri leader arabi.
E' solo una <<guerra psicologica>> interviene intanto da Baghdad il quotidiano Babel diretto dal figlio maggiore del presidente Hussein. Lo scopo è quello di convincere l'opinione pubblica internazionale della necessità di condurre un'offensiva militare contro l'Iraq e per questo gli Usa <<stanno concentrando i loro sforzi nel ripetere continuamente le loro aggressive intenzioni allo scopo di preparare la mente della gente ad accettarle>>.
Fantasia?
Grazie a diversa documentazione e alle dichiarazioni di soggetti che hanno ricoperto alte cariche all’interno delle istituzioni americane, oggi, tra le altre cose, sappiamo che alla fine degli anni Settanta e all’inizio dei Novanta, il governo americano sostenne e finanziò i terroristi afghani al fine di frenare l’avanzata sovietica in un territorio prezioso per le future politiche energetiche o che nei primi anni Sessanta i militari statunitensi proposero la realizzazione di attacchi terroristici all’interno dello stesso territorio statunitense da imputare poi a Fidel Castro. Tali azioni avrebbero messo in allarme la popolazione americana al punto di appoggiare un attacco militare su Cuba. Ancora. Nell'estate del 1941, l'allora presidente Roosevelt, tagliando i rifornimenti petroliferi al Giappone, era perfettamente consapevole del pericolo a cui avrebbe sottoposto gli Stati Uniti. Sapeva con certezza, e lo sapevano i pochi consiglieri a lui vicini, che il 7 dicembre di quell'anno Pearl Harbour sarebbe stata attaccata, ma scelse di non fare nulla per impedire che ciò accadesse agevolando così i propositi di far entrare l'America in guerra.
Per una serie di validi motivi (vedi ANTIMAFIA Duemila n. dicembre gennaio 2002), si ha ragione di credere che una cosa simile sia accaduta l'11 settembre, al fine di giustificare la guerra contro il terrorismo e l'istituzione di leggi che hanno creato un vero e proprio stato di polizia sia nella politica estera che in quella interna degli Stati Uniti.
Il ministro della giustizia John Ashcroft ha recentemente presentato il cosiddetto Patriot Act, il pacchetto di leggi antiterroristiche che riguardano tutti i cittadini stranieri, compresi i 24 milioni attualmente residenti negli States.
Il che, in parole povere, sta a significare che qualunque essere umano, non americano, è un potenziale terrorista.
Alle proteste degli attivisti difensori dei diritti civili il ministro ha democraticamente risposto: <<Non mi interessa applicare i vantaggi della nostra democrazia a chi ci vuole distruggere>>.
Nella polemica che ne è sorta – a dire il vero nemmeno molto accesa - è intervenuto il professore di legge alla Columbia University di New York Patricia J. Williams. <<Per Ashcroft chiunque sia indiziato è da considerarsi colpevole prima ancora di venire processato – ha detto – è preoccupante che un ministro della Giustizia dichiari che i criminali non “meritano” la protezione che sta alla base della nostra costituzione: non si fanno processi giusti perché i delinquenti “meritano” i benefici derivati dalle nostre leggi … Ciò che rende i diritti civili fondamentali in una democrazia è il fatto che ritualizzano la necessità di un solido e imparziale consenso pubblico per togliere la vita o privare della libertà chiunque, in particolare proprio quelli di cui abbiamo più paura>>. <<Bush – ha concluso – sta scavalcando non soltanto la costituzione americana, ma anche le leggi che proteggono i diritti degli imputati nella maggior parte dei tribunali militari di tutti i paesi democratici>>.
In tutta risposta il Patriot Act di Ashcroft prevede una serie di regole degne di un regime nazista.
Dal potere conferito all’Fbi di non fornire alcuna informazione circa il numero di sospetti arrestati al loro giudizio, che avverrà in segreto in un tribunale militare e senza l’applicazione della legge che prevede l’innocenza di un imputato nel caso non fossero presentate prove a suo carico. Il “prigioniero”, inoltre, non avrà la possibilità di scegliere un avvocato, non sarà reso noto il nome dei giudici che lo dovranno esaminare e la sentenza emessa non sarà appellabile.
Se la cosa non dovesse bastare, Ashcroft avrebbe inoltre proposto al Dipartimento di Giustizia, che per raccogliere informazioni utili <<da quei detenuti che fanno ricorso al loro diritto di rimanere in silenzio>> sarebbe opportuno ricorrere a <<tattiche di persuasione come quelle usate occasionalmente negli interrogatori dagli israeliani>>.
Il risultato è che ci troviamo di fronte ad una vera e propria dittatura planetaria.
Ma cosa conferisce tanto potere agli Stati Uniti?

La forza delle armi

Negli ultimi dieci anni gli Stati Uniti hanno speso per la difesa più di qualsiasi altro paese della storia. In seguito alla fine della guerra fredda tutte le superpotenze hanno ridotto le loro spese militari mentre il Congresso americano ha concesso al Pentagono budget che dai 260 miliardi di dollari di metà decennio sono passati ai 329 di quest’anno.
Secondo il Military spending clock, l’orologio che segna le spese militari statunitensi (consultabile al sito internet www.cdi.org/msc/clock.html) la progressione delle spese stesse sarebbe di 675.775 Euro al minuto, cosa che porta gli Stati Uniti ad essere responsabili di più del 40% delle spese della difesa mondiali.
“Una tale disparità di potenza non è mai esistita – commenta Paul Kennedy su Internazionale – ho riletto tutti gli studi comparativi sulle spese per la difesa e le statistiche del personale militare degli ultimi cinquecento anni che avevo usato per scrivere Ascesa e caduta delle grandi potenze, e nessun altro paese ci si avvicina. … Oggi tutte le marine del mondo messe insieme non potrebbero mai scalfire la supremazia marittima americana”.
E infatti, schierate tutte insieme, le portaerei in possesso degli Stati Uniti formerebbero la più grande concentrazione di forze navali e aeree che la storia abbia mai visto. Senza contare gli incrociatori, i cacciatorpediniere, i sottomarini e le famigerate armi nucleari.
Sono loro, oggi e ancora una volta, le protagoniste della politica estera statunitense.
<<Il mondo è un brutto posto con tanta gente cattiva che può farci del male>>, dichiara Bush con lo spirito altruistico che lo caratterizza e, davanti al mondo, promette: <<L’impegno morale più importante dell’America è mantenere il potere>> rivolgendo la propria lotta contro <<l’asse del male>>.
Al grido di <<avanti miei prodi>> chiede quindi la collaborazione di tutti nella sua battaglia contro il fanatismo e per chi non accettasse poco male. L’amministrazione Bush ha già definito una nuova dottrina nucleare con la quale si autoconferisce l’autorizzazione ad usare tali armi contro obiettivi “in grado di sostenere attacchi non nucleari” o in risposta ad attacchi di armi di distruzione di massa o, anche, contro “sviluppi militari di sorpresa” non meglio specificati.
A specificarli, volta per volta, ci penserà il Pentagono.
Nella lista dei possibili obiettivi, oltre alle solite Iran, Iraq, Corea del Nord, Siria e Libia spuntano, a sorpresa, Cina e Russia.
Il “Nuclear Posture Review”, questo il nome del rapporto inviato al Congresso l’8 gennaio scorso, sarebbe coperto dal segreto (così, almeno, vogliono farci credere) se non fosse venuto nelle mani di William Arkin, uno dei massimi esperti militari americani e da questi passato al Los Angeles Times.
Il Pentagono e la Casa Bianca non hanno naturalmente smentito. <<Non si discute in pubblico della sicurezza nazionale>> è l’unico commento.
Il giornale californiano ha poi specificato che il progetto delle atomiche tattiche venne più volte preso e abbandonato a partire dagli anni Settanta e se questa volta il Pentagono si dimostra più deciso a realizzarlo è perché nella guerra del Golfo gli americani dovettero fare i conti con un Saddam Hussein che riuscì a sfuggire alle <<bombe intelligenti>> muovendosi all’interno di <<bunker sotterranei inattaccabili>>.
In quanto alle citate Russia e Cina, Arkin spiega innanzitutto che l’ex-Unione Sovietica <<non sarebbe più considerata un nemico>> ma costituirebbe comunque un pericolo poiché dispiega ancora 6 mila testate nucleari e ne possiede altre 10 mila (poco importa se siano stati gli Stati Uniti a ritirarsi dal trattato Abm. I terroristi non sono certo loro!). Per ciò che concerne la Cina l’attacco sarebbe invece possibile in quanto essa “sviluppa obiettivi strategici” e potrebbe “offrire potenziali o immediate minacce”.
Tutti potenziali terroristi, quindi, nella nuova visione americana del mondo, fedele al detto <<o con me o contro di me>>, anche se, a onor del vero, tra tanta rigidità una parentesi elastica non manca. Nel caso della Enron, per esempio, gli affari si facevano anche fuori casa. Anche in quei paesi che ospitano o potrebbero ospitare il terrorismo.
Il fine, in fondo, giustifica i mezzi, e se il fine è il finanziamento della jihad americana perché precludersi una qualsiasi strada?
Stesso ragionamento per la compagnia di servizi petroliferi Halliburton Inc., che durante il periodo in cui l'ex ministro della Difesa Dick Cheney ne è stato direttore esecutivo, ha registrato lucrosi profitti dai suoi rapporti commerciali con l'Iraq. Le transazioni, condotte con la massima discrezione tramite consociate europee, hanno aiutato il "nemico" Saddam a mantenersi al potere e secondo quanto riportato dal Financial Times di Londra Cheney avrebbe sovrinteso a contratti di vendita all'Iraq di attrezzature e servizi per l'industria petrolifera per 23,8 milioni di dollari tramite la Dresser Rand e la Ingersoll-Dresser, aiutando a ricostruire le infrastrutture irachene per la produzione petrolifera danneggiate dalla guerra.

Diritti umani a geometria variabile


E l’Italia cavalca l’onda.
Vista l’assoluta situazione di emergenza nella quale il mondo si trova l’ultima trovata del governo Berlusconi è quella di pensare ad una riforma della legge numero 185 del 1990, la quale vieta l’esportazione delle armi ai paesi in guerra, sotto embargo Onu per le forniture di armi e a paesi retti da governi responsabili di accertate violenze dei diritti umani.
Tra le altre cose, nel nuovo disegno di legge è scritto che non si potrà vendere armi soltanto a chi è responsabile di “gravi” violazioni dei diritti umani.
Ciò significherebbe che con i responsabili di semplici violazioni di diritti umani sarà invece possibile concludere ottimi affari. Come dire: diritti umani <<a geometria variabile>>.
A far richiesta della modifica il sen. Previti e la lobby militar-industriale con il consenso di una parte di centrosinistra. “La questione è nota: con la motivazione della ratifica dell’accordo di Farnborough tra l’Italia e altri paesi dell’Unione Europea (disegno di legge numero 1927), accordo volto a <<facilitare la ristrutturazione e le attività dell’industria europea di difesa>>, si vuole cancellare il sistema di controlli (in realtà non sempre efficaci) della legge 185 … Chiave dell’operazione la cosiddetta <<licenza globale di progetto>> per le co-produzioni dei paesi firmatari dell’accordo o della Nato, cioè anche la Turchia che di violazioni di diritti umani ne sa qualcosa. Nel caso in cui venga concessa <<licenza globale di progetto>> i controlli sui destinatari finali delle armi sono di fatto resi impossibili. L’accordo di Farnborough – nato sulla speranza di fare concorrenza al polo armiero statunitense – è oggettivamente un incentivo alla produzione e all’esportazione urbi et orbi di armi di ogni tipo”(3).
Oggi, Pax Christi, Missione Oggi, Nigrizia, Amnesty International e ancora Rete Lilliput, le Acli ed esponenti del mondo politico, dai Verdi a Rifondazione hanno dato il via alla campagna del popolo di Porto Alegre contro la modifica della 185. <<Approfittando della nostra assenza per gli impegni di Porto Alegre – ha dichiarato don Tonino Dell’Olio, segretario nazionale di Pax Christi – tra il 22 e il 30 gennaio c’è stato in Parlamento un vero e proprio “blitz” che ha portato al licenziamento in sede di commissione del disegno di legge con un voto all’unanimità, quindi, sia dei gruppi della maggioranza sia del centrosinistra>>.
Ma le ong non si fermano. Dichiarano di non volere vedere l’Italia tra i principali paesi esportatori di armi, un mercato dai primi anni Novanta al Duemila è passato dai mille ai duemila miliardi di export.

Pausa di riflessione.

“Quel 10 settembre passò senza che me ne accorgessi, come non fosse nemmeno stato sul calendario. Peccato. Perché per me, per tutti noi – anche per quelli che ancora oggi si rifiutano di crederlo -, quel giorno fu particolarissimo, uno di cui avremmo dovuto, coscientemente, gustare ogni momento. Fu l’ultimo giorno della nostra vita di prima: prima dell’11 settembre, prima delle Torri Gemelle, della nuova barbarie, della limitazione delle nostre libertà, della grande intolleranza, della guerra tecnologica, dei massacri di prigionieri e di civili innocenti, prima della grande ipocrisia, del conformismo, dell’indifferenza o, peggio ancora, della rabbia meschina e dell’orgoglio malriposto; l’ultimo giorno prima che la nostra fantasia in volo verso più amore, più fratellanza, più spirito, più gioia venisse dirottata verso più odio, più discriminazione, più materia, più dolore”.
A parlare è Tiziano Terzani nel suo nuovo libro Lettere contro la guerra. <<L’idea che guida il libro è semplice – dice –penso che l’umanità sia di fronte a una grande svolta … a una grande scelta. Quella tra scegliere se tornare indietro su un cammino di barbarie, oppure decidere per un salto in avanti: un salto di qualità verso una maggiore comprensione delle ragioni dell’altro che, rifiutando lo scontro di civiltà, affronti invece un dialogo tra civiltà>>.
La speranza è l’ultima a morire. Purtroppo però, il mondo che ci gira intorno non promette nulla di buono.

1. Cit. da Jean-Charles Brisard, Guillaume Dasquié, La verità negata, Marco Tropea Editore, 2002
2. ibidem
3. Giulio Marcon, il Manifesto, 1 marzo 2002



 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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