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Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Siamo noi il futuro della democrazia
Le multinazionali al comando del villaggio globale
L'impotenza dell'occidente
"Siamo vittime di un piano di controllo mondiale"
Poverta', una potenziale bomba atomica
Usa: ne' terrorismo ne' giustizia
Il terrorismo colpisce ancora tutto in poche ore
Un mondo in tre B
Percorsi di lettura


Usa: né terrorismo né giustizia

di Carmelo R.Viola


Confesso di trovarmi molto a disaggio nel trattare questo tema rivolgendomi a lettori, alcuni (o molti) dei quali possono essere come dire schierati su una posizione ideologica – o fideistica – filoamericana preconcetta cosi radicata da non prendere in considerazione tutte le affermazioni divergenti. Per esempio, le mie. Tento di dire che fra gli americani conto amici anche preziosi e perfino delle persone care e tuttavia non è questa circostanza che mi fa distinguere nettamente tra i miei simili (altri “me stessi”) e gli uomini del potere, che abusano di loro come dello scrivente. I fatti dell’11 settembre 2001 sono già storia anche per avere resuscitato degli antagonismi “ideo – razziali” di altri tempi. Propongo alcune verità essenziali e ragionate senza le quali, a mio avviso, si rischia di affogare in un mare di parole inutili, di frasi fatte e di menzogne politiche scambiate per dogmi e quindi di non comprendere un bel niente. In maniera organica l’ho già fatto in altra sede con un saggio edito e in circolazione, in cui parlo con passionale sincerità di “caduta del mito americano” ed esprimo il mio “no alla rivalsa del terrore”, purtroppo in atto, devastante e paradossalmente pansuicida. Ma è bene procedere con ordine.
L’11 settembre 2001 è certamente accaduta una cosa nuova ma non imprevista come “probabilità fatale”, come una specie di nemesi storica a cui non si può sfuggire come allo scorrere di cause ed effetti. In un mio volume di quasi trecento pagine del 1968, dal titolo, “No alle armi nucleari”, dedicato al problema della pace e della guerra, esprimo la certezza di un rischio continuo di attentati a sorpresa e d’incapacità di gestirli per eccesso di caos e per l’invisibilità degli attori. In articoli giornalistici del 1991, dedicati alla cosiddetta “Guerra del Golfo” parlo di “inevitabile rischio perenne della risposta terroristica, che non ha limiti né di tempo né di luogo”. Terroristica perché è la più accessibile (od unica) modalità (ignobile)dell’oppresso (anche dalla povertà). Tale certezza non è divinatoria ma soltanto logica e discendente da due ordini di considerazioni: uno scientifico, l’altro storico.
Il primo – sostenuto dalla nuova sintesi interdisciplinare della biologia sociale – ci descrive in maniera intuitiva e lineare, la dinamica dell’evoluzione biologica (o del progetto – vita) che va grossomodo dal protozoo all’uomo moralmente compiuto. Lungo tale percorso sono tre i coefficienti di riferimento che si susseguono: l’istinto, lo strumento (pararazionale), la coscienza. L’istinto si estende fino all’uomo cosiddetto primitivo e si ripropone in ogni neonato. Il secondo arricchisce l’istinto di tecnologia (ragione amorale). L’economia – alias produzione e organizzazione della strumentalità – che ne consegue, è il capitalismo, il quale produce, in termini antropotecnologici la giungla. L’animale ragionevole non è ancora l’uomo compiuto. Il problema è sempre uno: quello di soddisfare pochi e immutabili bisogni essenziali (veri imperativi biologici, diritti originari su cui si costruisce il diritto positivo). La civiltà nasce come dinamica delle modalità strumentali, si compie come coscienza. Il capitalismo non è “la natura” dell’uomo ma solo un modo “zootecnologico” di rispondere ai bisogni naturali, una “trasposizione pararazionale della dinamica animale”.
Il capitalismo era inevitabile ed era inevitabile che al suo interno si verificassero gare per diventare sempre più forti fino alla possibilità d’imporre agli altri la propria volontà di potenza in assenza – e in attesa – del terzo coefficiente, la coscienza, che non è solo consapevolezza ma insieme pulsione ad agire secondo la necessità del bene comune. La civiltà supera il rischio del "suicidio tecnologico" imparando a rispondere alle costanti con modalità sociali, ovvero con il socialismo.
Gli Usa - e questa è la storia – sono diventati i più forti e, come tali, almeno da il 1945 (per non risalire lontano) sono adusi ad infliggere al resto del mondo un proprio diktat economico con le buone (piano Marshall, per es.) o con le cattive (per es. aggressione). E’ questo l’unico senso del processo di globalizzazione (neoliberista). Ogni potere, in quanto tale, non integrato dalla pulsione etica (cioè non giunto al livello socialista), si risolve in terrorismo e se, come nel caso degli Usa, è anche il più forte, la sua politica estera è inevitabilmente improntata a spirito “terroristico”. Nel 1945, gli Usa, scopertisi quasi improvvisamente “i più forti” grazie all’omaggio scientifico dei vari Fermi, provocando una doppia ecatombe atomica (forse più di 250 mila vittime civili), si guadagnarono sul campo il titolo di “Barbari di Nagasaki”. Il seguito ha una ricchissima documentazione storica: fascismi, costruiti e manipolati in vari paesi latino-americani, il complotto contro l’Urss, dieci anni di incursioni sull’Iraq, l’uso infanticida dell’embargo, 79 giorni di massacro anche all’uranio impoverito al Kosovo e innumeri altre bravate, costituiscono più di un mezzo secolo di storia estera statunitense in termini di minacce, ingerenze militari, corruzione, mete segrete,  menzogne e … terrorismo scientifico. Una delle pagine più amaramente istruttive, intuitive e didattiche, è proprio quella del Vietnam!
L’11 settembre 2001, per la prima volta, la possibile risposta, prevista e paventata, ha colpito due punti nevralgici degli Usa (provocando altre vittime innocenti non meno degne di pietà di quelle – molte di più – prodotte dagli Usa stessi). Sta solo in questo la quintessenza della novità che, tradotta in termini di dinamica storica, significa la caduta irreversibile del mito americano, cioè della pretesa capacità di comandare a bacchetta il mondo intero restando sicuri in casa propria. Se tale vocazione ha una spiegazione nella biologia dell’adolescenza civile (animalità antropomorfa), la caduta di quel mito ha una spiegazione nella nauta della stessa tecnologia che, diventando anche invisibile, perciò stesso sfugge ad ogni possibile tempestivo controllo perfino da parte del potere dei più forti. E’ uno dei pochi casi felici in cui uno strapotere trova un limite in sé stesso a favore di una maggiore libertà degli altri. Si comprende, nell’evento specifico, il senso di frustrazione e di rabbia degli aspiranti “terròcrati” messi da un momento all’altro davanti alla realtà della propria limitatezza.
Il che spiega il loro ricorrere a nuove menzogne, la prima delle quali è quella del terrorismo, perché il problema vero non sta nella forma dell’aggressione subita ma nella sostanza delle motivazioni dell’aggressione stessa. La “guerra ai terroristi” è solo una doppia menzogna. Perché la guerra è possibile solo con un “nemico” capace di “belligerare” e non solo di stare sulle difensive (come un topo nei riguardi di un gatto) e perché la posta in gioco è solo e sempre quella di eliminare delle resistenze anti-Usa. La taccia di terrorismo è comoda perché, trattandosi di una modalità “ignobile e senza attenuanti” di lotta, dà la possibilità di criminalizzarne gli autori e di precondannarli senza appello anche quando si tratta solo di sospetti (nel nostro caso gli autori reali sono morti a seguito degli atti stessi). Inoltre, sempre nel nostro caso, il terrorismo è riduttivo di uno scontro, i cui termini sono quello di una superpotenza che aspira al dominio mondiale, e quello di chi, a vario titolo, vi resiste. Oltre tutto, in che altro modo, se non terroristico, soggetti decisi a sacrificarsi, avrebbero potuto colpire un “loro nemico?
E non è tutto. La cattura e il processo di un criminale (nel caso nostro Bin Laden) non è competenza dell’esercito ma degli organi della polizia e del potere giudiziario gestibile, semmai, da un ente al di sopra delle parti, come l’Onu. E ancora: in quanto praticato dalle parti in causa, il terrorismo non può essere un fattore discriminante per dire da che parte stia la ragione; non ha titolo morale e giuridico di dichiarare guerra al terrorismo chi lo pratica, e poi per realizzarla in che modo? Oggi la guerra è terrorismo. Dalla seconda Guerra Mondiale, soprattutto nazisti ed americani, grazie ai mezzi volanti, iniziarono il “terrorismo aereo”, un terrorismo vero perché destinato proprio a “terrorizzare” obiettivi civili perché la psicosi e la depressione delle masse demotivassero le autorità politiche e le inducessero alla resa. Era tale lo scopo degli aerei tedeschi e sui cieli dell’Inghilterra, tale lo scopo degli americani che massacrarono mezza Italia e Tripoli (ove lo scrivente viveva) non per colpire obiettivi militari ma solo per “terrorizzare” la gente qualsiasi, spesso riuscendoci. Non c’è chi possa affermare che quanto oggi  - in questo momento - stanno facendo gli Usa in Afghanistan non sia terrorismo. E’ indubbiamente terrorismo il bombardamento di una città (di Kabul, per es.) e di strutture civili, come una centrale elettrica, una diga, un acquedotto, perché a farne le spese sono soprattutto individui inermi e incolpevoli. Terrorismo è il colpire moschee, villaggi, ospedali, ospizi per anziani, colonne di profughi in marcia e quant’altro tanto maggiormente vergognoso quanto più giustificato con presunti errori. Lo pensiamo che significa per 75 mila famiglie non potere disporre di acqua?! La verità è che gli Usa sono gli stessi del 1945: ce lo conferma esplicitamente anche Ronald Rumsfeld, il segretario della Difesa americano, dicendo di non escludere il possibile ricorso all’arma nucleare!
Davanti a cotanto scenario apocalittico – dove annaspano anche migliaia di poveri cristi, miseri bambini-gesù, madri distrutte, vecchi cadenti, sofferenti e moribondi in cerca di uno scampo disperato – l’atteggiamento ragionevole non è quello di scegliere fra gli uni e gli altri – fra due diverse categorie di terroristi – ma quello di salvare il salvabile per il bene supremo di tutta l’umanità, come specie a crescente rischio di estinzione. Il rilancio di un anticomunismo d’epoca di tipo reaganiano, dimostra solo che le ideologie non sono morte e che i fautori di quella capitalistica si sono illusi di avercela fatta definitivamente perché incapaci di comprendere che si tratta solo di una vittoria della forza fisica. Di quella stessa forza di cui ora sono vittime a loro volta. La scienza ci dice inequivocabilmente che un’umanità a solo coefficiente tecnologico finisce per distruggere sé stessa e che civiltà moralmente compiuta è solo quella capace di attuare un’economia sociale, comunitaria, detta altrimenti socialista. Possiamo essere tutti d’accordo (ed io lo sono sempre stato) a ritenere non indispensabile un potere dittatoriale come strumento di attuazione del socialismo, il cui coefficiente è proprio una coscienza generalizzata, ma, in ogni caso, questo non può essere confuso con quello esattamente come il cristiano amore del prossimo non ha niente a che vedere con i diciassette secoli di storia della Chiesa cattolica. Per questo, sono facce di una stessa mostruosamente erronea risposta ai fatti dell’11 settembre: e un filoamericanesimo, che calpesta l’art. 11 della nostra Costituzione (che ripudia la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali: la guerra, figuriamoci l’aggressione unilaterale!), che scade nel più profondo ridicolo quando si veste perfino della bandiera a stelle e strisce, e che pretende di trasformarci tutti da cittadini a sudditi osannati, e un anticomunismo, che esalta proprio quel capitalismo (economia di origine animale), causa della drammatica caotizzazione del consorzio civile perché totalmente incompatibile con una vera coscienza sociale.
Per la stessa ragione, terrorismo e giustizia sono estremi verbali di un’ennesima menzogna – pretesto per giustificare un’ennesima sortita fuori casa per consolidare un progetto di “planetocrazia” che i fatti dell’11 settembre hanno dimostrato di essere del tutto utopistica perché incompatibile con la crescente resistenza provocata dal progetto stesso. La riprova ci viene dallo stesso bioterrorismo: quali che ne siano i responsabili, immediati e remoti, esso ci dà la misura dell’imprevedibilità di una tecnologia (di morte) sempre più invisibile, e ci suggerisce di cambiare la nostra disponibilità verso nemici che noi stessi ci siamo creati e inventati per uso e consumo della nostra avidità di potere, e non fare – poniamo un esempio onnicomprensivo – come i radicali (direttore il grottesco Pannella) che parlano perfino “da americani” (che sarebbero tutto saggezza e bontà) e danno addosso perfino a comunisti pentiti che non si ricordano più di esserlo stato. E ciò per rendere più colorita la loro partigianeria – da fondamentalisti del neoliberismo – senza accorgersi nemmeno dei bambini irakeni che muoiono ogni giorno per effetto anche dell’embargo statunitense. Peggio, senza rendersi conto che gli Usa hanno acceso un’ennesima miccia più preoccupante delle precedenti, non solo perché ha finito per chiamare in causa l’Islam , ma perché sta producendo reazioni a catena, e gli stessi, in preda a turbe indefinibili, continuano a soffermarci sopra. Non è facile prevedere come finirà: è possibile constatare la (ir) responsabilità di chi, caduto per colpa propria su ampie distese di sabbie mobili, piuttosto che cercare appigli per uscirne fuori, si agita tirandoci dentro servi interessati e ipocriti che si ostina a chiamare “alleati”. Perfino persone che, come lo scrivente, non hanno perso la capacità di piangere anche per le vittime americane conservando lo status di cittadini della propria coscienza.
La disponibilità di potenza militare tra il supercolosso Usa (per di più sostenuto da uno stuolo di “alleati”, con in testa l’Inghilterra) e il minuscolo Afghanistan, con conseguente inevitabile abbondante carneficina di vite umane – oltre che tra pretesti e motivi reali – è cosi macroscopica che, invece che di “giustizia duratura” (che, tra l’altro, giustizia non è), sarebbe molto più scientificamente logico parlare di “operazione” <<viltà infinita>>”.
                                       

BOX1

Carmelo R. Viola

E’ nato a Milazzo (Me) il 22 settembre 1928 da genitori di Acireale (CT). Nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, emigra a Tripoli (Libia) con la famiglia. Esordisce nel l946 sul quotidiano Corriere di Tripoli. Prosegue come saggista con un primo breve scritto critico, Dio e Scienza dedicato al biologo Lecomte du Nouy. Rientra definitivamente ad Acireale nel 1949. Dopo varie attività, anche di tipo scolastico, nel 1962 è assunto dalla Regione Siciliana e si trasferisce a Palermo. Per tutto il 1962 gestisce e redige da solo il mensile anarchico L’Agitazione del Sud di Palermo. Nel 1968, a seguito di una specie di concorso indetto dalla Libreria della FAI (Federazione Anarchica Italiana) gli pubblicano il volume No alle armi nucleari. Nel 1979, durante il ricevimento del premio unico internazionale “Centumcellae” per ricerca nuova nella scienza, proclama la nascita della Biologia Sociale e successivamente fonda il Centro Studi Biologia Sociale. Tra i suoi scritti ricordiamo: Democrazia: la sostanza e le apparenze; Cenni introduttivi alla teoria antropolitica della biologia sociale; Fatismo: fra realismo biologico e nichilismo culturale; Cenni di biologia adulta secondo la biologia sociale; Cenni di criminologia secondo la biologia sociale; Il disagio sociale e la tossicodipendenza: il contributo della biologia sociale; Il diritto naturale, questo sconosciuto; Libertà: fisiologia e miraggi secondo la biologia sociale; Mafia e capitalismo. Inoltre traduce dal russo parte della Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’Urss e dal russo e vetero-russo la voluminosa opera di Nikol’skij La storia della Chiesa russa. In attesa di pubblicazione il saggio socio-politico Mafia per non dire capitalismo.




BOX2


CADUTA DEL MITO
AMERICANO
No alla rivalsa del terrore
Carmelo R. Viola
 
Quando la violenza distruttivo-omicida si abbatte su non importa quale punto del “corpo-umanità” – di cui ciascuno di noi è parte – il primo pensiero di una persona emotivamente – moralmente normale corre alle vittime innocenti, in specie ai bambini che innocenti lo sono per definizione. Il sentimento di pietà per la sofferenza e il sacrificio dei nostri simili ci porta alle radici comuni della specie e di un universo vivente che non ha confini. La risposta emotivo-morale ai fatti dell’11 settembre 2001 ci conferma come il livello di maturità emotivo-morale ovvero di sintonia bioaffettiva dell’uomo medio dei nostri giorni è ancora molto basso …
Queste e tante altre dichiarazioni le potete trovare nel Quaderno n° 18 curato dal Centro Studi di Biologia Sociale.
Pubblicazione in proprio e fuori commercio
Per informazioni: Carmelo R. Viola e-mail: Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo




 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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