Password dimenticata? Nessun account? Registrati
  • Narrow screen resolution
  • Wide screen resolution
  • Auto width resolution
  • Increase font size
  • Decrease font size
  • Default font size
  • default color
  • red color
  • green color
Member Area

Antimafia Duemila

Friday
Nov 21st
Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Siamo noi il futuro della democrazia
Le multinazionali al comando del villaggio globale
L'impotenza dell'occidente
"Siamo vittime di un piano di controllo mondiale"
Poverta', una potenziale bomba atomica
Usa: ne' terrorismo ne' giustizia
Il terrorismo colpisce ancora tutto in poche ore
Un mondo in tre B
Percorsi di lettura


Le multinazionali al comando del villaggio globale

Inganni, corruzione e falsità nella politica Usa
di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante

Terza parte

Zora è una donna fortunata.
Le migliaia di bombe lanciate in Afghanistan nel corso della guerra che libererà il mondo dal terrorismo le hanno ucciso il marito, ma non sono riuscite a strapparle i suoi bambini.
Oggi, soccorsa da Intersos, vive in Pakistan, fuggita quando a quei bambini cominciavano a sanguinare i timpani rotti dalle esplosioni e se le tensioni tra India e Pakistan non sfoceranno in un conflitto nucleare forse riuscirà a costruirsi una nuova vita.
Sher Agha la sua stessa fortuna non la ha avuta.
E’ rimasto solo dopo i bombardamenti che hanno raso al suolo Haytabad, il suo paese, sterminando le 29 famiglie che vi abitavano e lasciandolo in vita, lui soltanto, insieme ad altri quattro amici.
Haytabad un tempo era un innocuo villaggio di pastori, oggi disseminato di decine di croci che al Pentagono definiscono “inevitabili errori” o “danni collaterali” e che, purtroppo, non sono le sole.
Come Haytabad Kama Ado, Shekan, Gardez, Zawhar, Qualay-eNiazi, Landi Khiel, Asmani Kilai e chissà quanti altri.
Quando lo intervistano Sher è ferito ed è disperato mentre grida che quegli aerei <<volano troppo in alto, per non correre rischi, ma così colpiscono gli innocenti: qui non c’era proprio nessun talebano né soldati di Osama>>.
Se ne sarebbero accorte subito, le forze alleate, se solo avessero dispiegato una minima forza di terra, ma la cosa, si sa, sarebbe stata, per loro, troppo rischiosa.
E intanto sui “campi di battaglia”, secondo le stime del professor Marc Herold dell’Università del New Hampshire, i morti ammazzati dall’aviazione Usa nella popolazione afghana, solo durante le prime otto settimane e mezza del conflitto, ammonterebbero a 3.767. Il bilancio, aggiunge, è arrotondato per difetto poiché quello reale dovrebbe superare le 5000 unità (1).
Herold è un “amico del terrorismo”, ha tempestivamente tuonato il Pentagono ignorando la sua sfida tanto quanto la disperata richiesta del governo di Kabul di sospendere i bombardamenti aerei. <<La guerra in Afghanistan continua>>, risponde il presidente Bush, e la coalizione da lui presieduta dovrà combatterla fino a che non verrà fatto fuori l’ultimo terrorista legato a Bin Laden.
Alla sua voce si aggiunge quella del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, <<in ogni guerra ci sono vittime civili>> il quale, con un tocco di eleganza, apostrofa: il nemico bisogna inseguirlo <<fin dentro il cesso>>.
Ma un nemico da combattere esiste veramente?

Non toccate
l’Arabia Saudita


Osama Bin Laden e il Mullah Omar, gli uomini per cui questa guerra ha avuto inizio, sono ancora oggi liberi, 18.000 talebani si trovano  nelle Nwpf “coi soldi della banca centrale di Kabul (2)” e 3.500 terroristi si sono ricongiunti con Al Qaeda all’estero mentre l’ammiraglio Stufflebeam svela nel corso dei briefing i siti della caccia. “Si fa prima a dire chi è preso – scrive Francesco Ruggeri su Libero – l’ambasciatore Zaeef e il reclutatore Al Ibn, peccato non fossero neanche inseriti nella lista dei 51 most wanted. Intanto i leader maximi, ex ministri, consiglieri supremi e capi militari, da Muttaqui a Qadir, da Razaq a Zahed, secondo l’ex ministro degli interni di Omar, Khaksar <<sono così allo scoperto in Pakistan che si permettono lussuose magioni: se ci fosse la volontà di prenderli Musharraf li potrebbe arrestare in serata>>”.
C’è poi da considerare un altro aspetto, non certo di minore importanza.
15 dei 19 dirottatori dell’11 settembre erano cittadini dell’Arabia Saudita e il loro stesso capo, Osama Bin Laden, proviene da una ricchissima famiglia di quella terra. La loro ideologia è il wahabismo, la religione di stato saudita e i loro fondi venivano tutti dalle opere pie saudite.
Per decenni l’Arabia Saudita ha finanziato e armato tutti i movimenti fondamentalisti islamici del mondo, dai Fratelli musulmani in Egitto ai guerriglieri kashmiri o ai musulmani bosniaci e, per anni, ha regalato al regime talebano grandi quantitativi di petrolio, buona parte del quale veniva utilizzato per comprare le armi. Quando gli Stati Uniti hanno chiesto al governo saudita di poter avviare indagini nei confronti dei 15 dirottatori che hanno partecipato alla strage dell’11 settembre il ministro degli Interni, il principe Nayef, ha rifiutato la collaborazione.
Per logica deduzione, quindi, i più grandi protettori del terrorismo potrebbero essere proprio loro, i sauditi. Ma allora perché gli americani li escludono dal conflitto?
Spiega Marco D’Eramo, inviato a New York del Manifesto, che “sono quattro le idrovore che hanno dragato il mare di petrodollari su cui erano seduti i sauditi:
1) gli acquisti per centinaia di miliardi di dollari di sistemi di armi faraonici e inutili, visto che i sauditi non potranno mai combattere con armi statunitensi il loro unico plausibile nemico, Israele, che è l’alleato più stretto degli Usa. Con i loro acquisti, i sauditi hanno solo aiutato a rendere sostenibile per l’industria bellica americana lo sviluppo di tecnologie più avanzate; hanno in pratica contribuito al bilancio del Pentagono. 2) Le commesse civili e alle imprese petrolifere: le vie di Ryadh sono costellate di megalomani scheletri di edifici lasciati incompiuti per esaurimento delle risorse; ma nel frattempo hanno ricevuto commesse per altre decine di miliardi di dollari le imprese Usa del settore petrolifero come la texana Halliburton, di cui l’attuale vicepresidente Dick Cheney è stato presidente e amministratore delegato fino al giorno prima di annunciare la sua candidatura. 3) Il finanziamento del debito pubblico statunitense: soprattutto a partire dal 1991, dopo la guerra del Golfo, lo stato saudita ha proceduto all’acquisto (volontario o forzato) di un’imponente massa di buoni del tesoro Usa. Si calcola che il 38% del debito pubblico Usa sia in mano a creditori esteri, e di questa fetta, il 22% sia detenuta dai sauditi (altre cospicue porzioni giacciono nei forzieri del Kuwait e degli Emirati Arabi che, in misura di poco inferiore, sono stati messi a sacco dagli stessi identici predatori). A tutt’oggi, i sauditi detengono l’8% del debito pubblico Usa, per un ammontare che si aggira attorno ai 200 miliardi di dollari (440.000 miliardi di lire). Se le quote del debito fossero azioni, si potrebbe dire che i sauditi sono l’azionista estero di maggioranza dello stato americano". A questi tre punti D’Eramo aggiunge la “corruzione della famiglia reale, la quarta idrovora che ha svuotato le casseforti dello Stato”.
Gli Stati Uniti, in sostanza, attraverso un abile meccanismo finanziario, sarebbero riusciti a riappropriarsi dei capitali spesi dal mondo intero per l’approvvigionamento di petrolio saudita facendolo rifluire in America via commesse civili e militari, investimenti negli Usa e finanziamento del debito americano (3). Chiedere conto all’Arabia Saudita della sua opera di finanziamento al terrorismo internazionale significherebbe, quindi, affrontare le contraddizioni che legano gli Stati Uniti a questo grande Paese e comprometterne i vincoli di interesse.
Ecco quindi spiegato il motivo per cui la campagna americana contro il terrorismo internazionale non rivolge mai la sua attenzione verso il principale indiziato di finanziamento del terrorismo stesso.
Ma se il vero motore di Bin Laden e dell’organizzazione di Al Qaeda è da ricercare in Arabia Saudita per quale motivo gli americani bombardano l’Afghanistan?
E ancora: perché l’amministrazione Bush ha da mesi pronto un elenco con una dozzina di Paesi in cui potrebbe intervenire?

Il nemico necessario

Alla fine della seconda guerra mondiale il neo-presidente Harry Truman decide di sganciare la bomba che avrebbe raso al suolo Hiroshima.
Nessuna apparente ragione si nasconde dietro quel gesto di inutile crudeltà se non quella di ristabilire un rapporto di supremazia nei confronti dell’Unione Sovietica.
Nel corso degli anni, in forza di un preciso programma politico, la menzogna si stabilizza nel sistema americano dando origine ad una “mitologia del nemico” che porta alla demonizzazione, di fronte all’opinione pubblica internazionale, dell’Unione Sovietica e del comunismo al quale viene attribuito una sorta di valore demoniaco poiché i comunisti, e i russi in genere, vengono considerati privi di fede. A questo fa seguito l’inizio di una folle corsa agli armamenti che spinge il presidente Truman a dichiarare di fronte al mondo che la politica degli Stati Uniti deve <<consistere nel sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di assoggettamento da parte di minoranze armate e pressioni esterne>>. Quando qualcuno commenta che gli Stati Uniti stessi erano <<sia armati sia esterni alla Grecia e alla Turchia>> Truman risponde: <<Credo che dobbiamo aiutare i popoli liberi a decidere della loro sorte nel modo che desiderano>>.
Ma che significato assume il termine libertà nelle parole di Truman?
Se lo chiede Gore Vidal, scrittore e giornalista americano, autore dei libri L’età dell’oro e La fine della democrazia.
“Gli americani – scrive – erano forse mai stati liberi da una classe dominante che spesso agiva contro la volontà della maggioranza, da cui avrebbe invece dovuto trarre la sua legittimazione politica?”
La bomba all’idrogeno, che garantiva la supremazia degli Stati Uniti sul mondo, “avrebbe avviato l’Unione Sovietica verso una corsa alle armi insostenibile, avrebbe reso l’America più ricca che mai, ma al tempo stesso avrebbe dato avvio alla ‘militarizzazione più vasta e dispendiosa della storia’(4)”, finanziata dagli stessi cittadini americani.
“Quello che il ‘popolo di Truman’ ha imparato in tempo di guerra dell’atto necessario di Roosevelt – continua Vidal - è come usare, durante la pace, gli stessi metodi per finanziare un apparato federale sempre in espansione, che ci salvi da un avversario selvaggio, che ci vuole distruggere. Tengono la nazione per le palle, ed è questo il motivo per cui sono grati alle furie dementi di McCarthy”.
Per far funzionare l’ingranaggio, spiega l’autore americano, è necessario creare sempre nuovi nemici al fine di giustificare provvedimenti e leggi che limitano la libertà del singolo e danno vita a dei veri e propri stati di polizia.
Che nascono con il totale consenso dell’opinione pubblica.
“L’immagine del nemico necessario, è facile constatarlo, conserva, anche oggi un’efficacia innegabile, ma che forse non è più quella dell’epoca della guerra fredda e ha bisogno di essere ristudiata nel contesto della nuova logica imperiale. Resta il fatto che la mitologia di un nemico dai tratti ricorrenti – satanico, distruttivo, senza Dio o con un Dio “altro”, nemico della civiltà, prima che di una politica determinata – è il mezzo attraverso il quale le libertà civili vengono limitate e i diritti dei cittadini confiscati (5)”.
Da qui la necessità di ricreare un nuovo “impero del Male” che potesse sostituirsi al vecchio blocco sovietico, ma contro il quale gli Stati Uniti potessero imporre quello che Thomas Friedmann definisce “il bastone globale”.
Quel nuovo grande nemico ha bussato alle porte degli Stati Uniti lo scorso 11 settembre e non esagera Giulietto Chiesa dicendo che di meglio non si sarebbe potuto trovare.
Il nemico islamico, dice, è <<grande>>, è <<dappertutto>>, è <<pervasivo>>, è <<subdolo>> e per distruggerlo è necessario ristabilire nuove regole che, affinché siano applicate correttamente, dovranno essere imposte da un solo organo di controllo. La giurisprudenza internazionale sarà quindi assoggettata alla giurisdizione dell’impero statunitense e verrà inevitabilmente meno ogni forma di legalità internazionale.
“Perfino la Nato – che fino a ieri sembrava il baluardo delle libertà dell’Occidente, idolo di fronte al quale gli europei facevano a gara nell’inchinarsi – è stata messa da parte senza nessun complimento. Perché l’Impero non ha bisogno di comprimari, di eguali con cui consultarsi, con cui condividere responsabilità e decisioni. Questo nuovo impero riconosce soltanto dei vassalli e dei valvassori (6)”.
Prova ne sia l’atteggiamento di assoluta noncuranza adottato dall’amministrazione Bush verso le richieste formulate dagli alleati europei e arabi, in merito alla strategia adottata dagli Usa per combattere la guerra in Medio Oriente. Gli inviti degli alleati ad evitare una lunga campagna di bombardamenti in Afghanistan, la quale avrebbe provocato un ingente numero di vittime tra i civili; la presa di Kabul da parte dell’Alleanza del Nord; la prosecuzione dei bombardamenti nei giorni del Ramadan; il mancato ripristino del processo di pace israeliano-palestinese; il ritiro dal trattato sui missili antibalistici sono rimasti totalmente inascoltati dall’amministrazione Bush.
La decisione degli Usa di ritirarsi dal trattato internazionale ABM (Anti Balistic Missile Treaty), in particolare, sta scatenando una nuova corsa alle armi nucleari e Joseph Biden Jr., presidente della commissione per le relazioni internazionali del Senato statunitense, riferendosi alle conclusioni dell’intelligence americana dice che <<ritirarsi dal trattato sui missili anti-balistici spingerebbe i cinesi a decuplicare il loro arsenale nucleare, al di là della modernizzazione prevista comunque… E quando lo faranno loro, gli indiani lo faranno altrettanto, e quando lo faranno gli indiani, altrettanto faranno i pakistani. E per che cosa? Per un sistema del cui funzionamento nessuno è convinto>>.
Credere che gli Stati Uniti possano tenere sotto controllo gli eventi è assolutamente utopistico e lo dimostra il fatto che l’accusa di dare ospitalità ai terroristi, rivolta dagli Usa all’Afghanistan, è stata ripresa da India, Israele, Russia e Cina per i loro obiettivi di politica interna ed estera. Una volta creato il precedente, ogni Paese potrà ricorrere alla scusa in questione per dichiarare guerra a chiunque desideri attaccare.
Per il momento la destabilizzazione del mondo islamico è senz’altro uno degli effetti più evidenti della guerra al terrorismo. La crisi israelo-palestinese è sempre più aspra e incontrollabile e non è da meno quella che investe i territori di India e Pakistan.
In questo delicatissimo momento per l’intera stabilità mondiale, gli Stati Uniti sono totalmente privi dell’autorità morale che potrebbe fermare la nascita di un conflitto, il quale minaccia di essere nucleare.
E intanto anche l’America, dopo dieci anni di riposo, si dichiara pronta a testare nuovamente queste armi.
Ma assicura: gli esperimenti non riprenderanno domani.

La minaccia nucleare

Nonostante Bin Laden sembri a volte essere un ricordo lontano, nessuno ha sicuramente dimenticato la sua ultima minaccia lanciata dai microfoni di Al Jazeera: la fine degli Stati Uniti è <<imminente>>, vivo o morto che egli sia, <<perché il risveglio della Umma – la nazione musulmana – è cominciato>>.
Vivo o morto che egli sia.
Tale dichiarazione è ampiamente confermata dai testi delle conversazioni intercettate tra due militanti di Al Qaeda nelle quali i soggetti discutono sull’opportunità di evitare la trasmissione in pubblico dei video di Osama in quanto il suo aspetto emaciato non farebbe onore alla rete terroristica. Tale considerazione non si addice di certo ad un capo insostituibile.
Dicevamo che nessuno avrà dimenticato l’ultima minaccia lanciata da Bin Laden agli Stati Uniti come nessuno avrà dimenticato la sua promessa riguardante una risposta nucleare ad un eventuale attacco nucleare.
Oggi, dopo dieci anni di stasi, l’America si dichiara pronta a testare nuovamente queste micidiali armi, o almeno si riserva la possibilità di farlo in un prossimo futuro. E’ quanto sarebbe specificato nel “Nuclear Posture Review”, il rapporto segreto sulla politica nucleare degli Usa, consegnato lo scorso 8 gennaio al Congresso dal segretario alla Difesa Donald Rumsfeld. Il Washigton Post rivela che non ci sarebbe l’immediata programmazione degli esperimenti e nemmeno l’urgenza di costruire subito nuove armi atomiche. Il Pentagono, però, chiede che il Dipartimento dell’Energia, incaricato di gestire la ricerca e la manutenzione dell’arsenale, si tenga pronto a riprendere i test nel giro di un anno. Se la cosa dovesse diventare necessaria. E mentre Rumsfeld dichiara di volere avere le mani libere per riaprire il sito del Nevada proseguono gli esperimenti americani per la costruzione dello scudo spaziale, che assorbirà gran parte dei 48 miliardi di dollari quest’anno destinati a sviluppo e ricerca. Il sistema dovrebbe essere in grado di disintegrare qualsiasi missile nemico prima che possa colpire gli Stati Uniti, ma un gruppo di scienziati del Mit di Boston è scettico sulla possibilità di un suo funzionamento. Ogni esperimento sinora compiuto è penosamente fallito e c’è il rischio, dicono, che i missili intercettati dal sistema cadano sull’Europa o su qualche altro paese.
Contemporaneamente sul fronte India – Pakistan le minacce, rivolte da entrambe le parti, di ricorrere a testate atomiche per “risolvere” il problema del Kashmir si fanno sempre più pressanti.
E in caso di guerra nucleare i morti sarebbero almeno 40 milioni.
Ne è sicura Ayesha Siddiqa-Agha, esperta pakistana di questioni militari, docente all’università di Islamabad, autrice di un libro sulla storia dell’esercito pakistano, recentemente intervistata dal Corriere della Sera.
Quaranta milioni, continua, che <<sarebbero solo il risultato immediato>>. <<Noi mineremmo alle maggiori città indiane, per esempio Delhi e Bombay, che assieme contano sui 25 milioni di abitanti. Vicino a Bombay si trovano gli impianti nucleari di Trombeey, se li colpissimo otterremmo un effetto distruttivo centuplicato. Non è da escludere neppure Calcutta. Loro potrebbero mirare alle maggiori città pakistane. Islamabad-Rawalpindi, Lahore e Karachi assieme arrivano a 23 milioni. Ma poi vanno aggiunti i morti per malattie, i tumori secondari, i difetti genetici. Le vittime sarebbero molte di più>>.
Senza contare la contaminazione radioattiva del suolo e delle acque, già fortemente compromessa a causa degli innumerevoli test effettuati, in varie zone del mondo, dal 1945 in poi.
O a causa delle scorie di uranio, plutonio, trizio o uranio impoverito, continuamente prodotti dalle centrali nucleari e che in qualche posto devono essere immagazzinati.
Per quanto concerne l’uranio impoverito, esso non solo viene utilizzato per la fabbricazione di armi terribili, come quelle che hanno già ucciso 1.500.000 bambini solo in Iraq, ma anche come contrappeso per le navi o in alcuni oggetti di bigiotteria.
Forse a questo dovremmo pensarci quando controlliamo con cura la posta nel timore di trovare spore della “micidiale antrace”.
Oggi, le bombe nucleari esistenti negli arsenali di tutto il mondo ammonterebbero ad oltre trentamila e nonostante l’art. 6 del trattato di “non proliferazione” stabilisce che tutti i firmatari sono impegnati a fermare la costruzione e a distruggere le bombe, ogni anno la mozione votata dalle Nazioni Unite per dare attuazione e questo impegno viene bloccata dai paesi nucleari. Italia compresa. Inascoltati rimangono anche i trattati che vietano la fabbricazione e la diffusione di mine antiuomo o di armi chimiche e batteriologiche, spesso esposte a fughe e furti  e realizzabili in laboratori e impianti che anche i paesi più poveri si possono permettere.
Le armi nucleari e i materiali radioattivi, inoltre, sono fabbricati continuamente nei paesi esposti al terrorismo e per ottenere la collaborazione di un grande numero di paesi stranieri nella lotta a questo grande male il presidente Bush ha promesso la fornitura di armi anche a paesi accusati di violare i diritti umani, di calpestare la democrazia e di aiutare il terrorismo stesso. Dal 1990 al 1999 gli Stati Uniti hanno fornito di armi 16 dei 18 paesi che il dipartimento di stato americano ritiene ospitino organizzazioni terroristiche e i tragici eventi dell’11 settembre non hanno contribuito a cambiare la situazione. Il governo americano sta considerando la possibilità di vendere alla marina egiziana 53 missili Agm Harpoon “Block II” e, contemporaneamente, a garantire ad Israele la fornitura di sistemi antimissile in grado di intercettare gli Harpoon.
Il rischio che tali armi, una volta divenute obsolete, possano cadere nelle mani di organizzazioni terroristiche è altissimo ma, ancora una volta, gli interessi vengono prima di tutto.
“Il commercio internazionale di armi – scrive Loretta Bondì in un libro destinato all’Università del Michigan – si è progressivamente trasformato da elemento di politica estera a una gara commerciale sponsorizzata dal governo, tesa a occupare nicchie di mercato. Questa logica è alla base della proliferazione degli armamenti convenzionali e rischia di cancellare il tanto sbandierato disarmo iniziato con la fine della Guerra Fredda”.
La cosa non dovrebbe sorprendere se consideriamo, come rivelato dal portavoce del dipartimento di Stato Usa Richard Boucher, che lo stesso segretario alla Difesa Rusmfeld <<è stato un forte sostenitore della vendita di aerei americani, e sin dai primi giorni di questa amministrazione ha appoggiato le fortune delle società americane, che producono i migliori aerei del mondo. Ha ribadito questi concetti in numerosi incontri. Il segretario si è incontrato … con il ministro degli Esteri polacco e ha detto che se vogliono comprare aerei avanzati da combattimento, noi siamo convinti di produrre i migliori>>.
 
Lo scandalo Enron:
Usa, esempio di corruzione
mondiale


La situazione mondiale ha raggiunto, in sostanza, un punto ipercritico.
Il pericolo nucleare incombe come mai è accaduto nel corso della storia del nostro pianeta e le dichiarazioni di guerra di tutti contro tutti sono all’ordine del giorno.
Ma gli Stati Uniti, nonostante le loro grandi “manifestazioni di forza” e la pretesa di insegnare al mondo il vero valore della democrazia sono moralmente, strategicamente e tecnologicamente preparati ad affrontare la situazione drammatica che loro stessi, amoreggiando, per interesse, con ogni tipo di terrorismo, hanno contribuito a creare?
Potremmo chiederlo ai 4000 ex dipendenti della Enron, il gigante texano dell’energia, protagonista del più clamoroso fallimento della storia economica americana. L’azienda, che negli anni Ottanta era un semplice gestore locale di gasdotti, si è trasformata in soli dieci anni nel settimo colosso industriale del mondo; grazie all’uso spregiudicato di amicizie politiche. La “più innovativa” delle imprese americane contava 21.000 addetti e 3.500 filiali in tutto il mondo prima del crack che lo scorso 2 dicembre ha svalutato le sue azioni da 90 dollari a 50 centesimi. In quella data i dirigenti della società, approfittando della “misteriosa distrazione” dei controllori pubblici e privati, le “loro” azioni le avevano già vendute lasciando sul lastrico i dipendenti a cui venivano consegnati titoli azionari a modo di pensione integrativa di tipo moderno. <<Che fine facciamo noi, i poveri disgraziati?>>, grida Sandra Stone, 51 anni, dalle pagine del New York Times. Il presidente e fondatore Kenneth Lay, insieme ai vertici dell’azienda, avevano da poco rassicurato i dipendenti <<ma intanto scaricavano milioni di azioni Enron finché il titolo era ancora alto in borsa, incassando miliardi. A noi hanno impedito di riscattare i fondi pensioni, li hanno congelati e a noi non è rimasto che assistere alla liquefazione del titolo a Wall Street>>. <<Avevo quasi due milioni di dollari nel fondo – racconta Roger Boyce, pensionato di nome ma non di fatto – ora ne vale appena tremila. Ho 60 anni, ma devo rimettermi a lavorare, altrimenti non campo>>. E tra coloro che sono rimasti fortemente colpiti dal crollo della Enron ci sono anche Bush e i suoi più stretti collaboratori. La società, infatti, finanziava le campagne elettorali del presidente e il Center for Public Integrity ha calcolato che a tale scopo la Enron avrebbe versato una somma pari a 623.000 dollari dal 1993 al 2001. Finanziamenti anche per il ministro della Giustizia John Ashcroft mentre l’intero ufficio del procuratore federale di Houston, Michael Shelby, ha deciso di autoricusarsi dall’inchiesta per “rapporti di famiglia con persone coinvolte nella bancarotta”. E poi ancora il segretario del Tesoro Paul O’Neill, il segretario del Commercio Don Evans, il vicepresidente Dick Cheney, il consigliere politico di Bush Karl Rove, il rappresentante per il Commercio Usa Roberto Zoellick e il consigliere economico Larry Lindsey, tutti strettamente legati al colosso energetico. Dalle accuse non sono esonerati nemmeno i democratici, tra i quali lo stesso Clinton o il suo ex ministro del Tesoro Robert Rubin. La bancarotta della Enron ha ingoiato inoltre un miliardo di dollari in denaro pubblico e ad ammettere il buco nei conti pubblici è stata la stessa Casa Bianca tramite il suo portavoce Ari Fleischer. Questi ha citato <<un’esposizione dei contribuenti di 640 milioni di dollari>> per giustificare il fatto che Cheney, durante un viaggio in India, si fosse premurato di chiedere pagamenti per conto di Enron per la costruzione di una centrale elettrica di Dabhol, l’appalto della quale, secondo la stampa locale, sarebbe stato ottenuto in modo illecito. E mentre i sondaggi dimostrano che il 63% degli americani è convinto che Bush nasconda qualcosa un misterioso suicidio colora di giallo lo scandalo che da settimane riempie le prime pagine dei giornali americani: Clifford Baxter, 43 anni, si sarebbe ucciso lo scorso 25 gennaio con un colpo di pistola alla tempia all’interno della sua macchina. Baxter, ex vicepresidente della Enron, si era dimesso dal suo incarico, nel maggio scorso, per protesta contro i falsi in bilancio della società e per mesi aveva continuato ad ammonire il presidente Kenneth Lay.
Si tratta veramente di un suicidio? Se lo chiede perplesso Larry Sabato, politologo, scrittore e moderatore dei dibattiti politici in Tv, ricordando un altro misterioso suicidio: quello di Vincent Foster, consigliere legale del presidente Clinton nello scandalo Whitewater del ’93.
Nella polemica sullo scandalo Enron interviene anche il premio Nobel Dario Fo. “Guarda caso – scrive dal giornale telematico Cacao in un articolo firmato insieme al figlio Jacopo e alla moglie Franca Rame – giungono voci spizzicate, sussurrate, che parlano con sempre maggiore insistenza del coinvolgimento di Enron nel piano che prevede di far passare per l’Afghanistan il famoso oleodotto, e poi ci sarebbe anche altro. C’è chi, con proterva insistenza, insinua che prima dell’11 settembre, dietro le speculazioni azionarie contro le linee aeree e le compagnie assicurative che saranno poi colpite dall’attentato, ci fossero anche ingenti capitali della Enron, della Exxon e della Boeing. Tutti amici di Bush e suoi finanziatori…”.
Il mondo occidentale e gli Stati Uniti in primis sono quindi preparati ad affrontare la precaria situazione mondiale che loro stessi hanno contribuito a creare?
L’impressione è che in un mondo in cui le multinazionali hanno potere decisionale sulle linee programmatiche dei governi occidentali gli Stati Uniti e gli alleati si siano improvvisamente “trovati di fronte a mostri creati proprio dalla loro politica estera e dalla loro ingordigia economica” (virgolettato di Gianni Minà).
A farne le spese, purtroppo, è il destino dell’umanità.
Giorgio Bongiovanni
e Monica Centofante

Fonti
1. Lucio Manisco, Liberazione, 29.12.2001
2. Francesco Ruggeri, Libero, 12.1.2001
3. Marco D’eramo, il Manifesto, 25.11.2001
4. Stefano Catucci, il Manifesto, 4.1.2002
5. Stefano Catucci, il Manifesto, 4.1.2002
6. Giulietto Chiesa, Avvenimenti, II gennaio 2002




BOX1
Discorso sullo stato dell’Unione:
Il messaggio al mondo del guerrafondaio Bush


Denver, 30 gennaio 2002. <<Insieme con i nostri amici e alleati, dall’Europa all’Asia, dall’Africa all’America latina noi dimostreremo che le forze del terrore non prevarranno sul cammino della libertà…>>. Si commuove, l’America, di fronte alle parole pronunciate da George W. Bush in occasione del discorso sullo stato dell’Unione. Fragorosi e lunghi applausi accompagnano i passaggi sulla <<guerra giusta>>, sulla grandezza degli Stati Uniti sui tre obiettivi per il raggiungimento dei quali, dice il presidente, verrà impiegato il <<mio budget>>: vincere questa guerra, proteggere la <<NOSTRA>> patria, rivitalizzare la <<NOSTRA>> economia. Due gli obiettivi primari. Primo: <<Chiudere i campi dei terroristi, scombinarne i piani e assicurarli alla giustizia>>; secondo: <<Prevenire i terroristi e i regimi che perseguono il possesso di armi chimiche, biologiche e nucleari dal minacciare gli Stati Uniti e il mondo>>. Per il raggiungimento di tali nobili scopi è già pronto un piano d’attacco che prevede il bombardamento di almeno una <<dozzina di paesi che ospitano campi di terroristi>> e se qualche governo dovesse esitare nel combattere il terrore, minaccia il President, ci penserà l’America: per la guerra <<noi abbiamo speso più di un miliardo di dollari al mese, oltre 30 milioni di dollari al giorno e dobbiamo essere preparati per future operazioni. L’Afghanistan ha comprovato che costosi munizionamenti di precisione sconfiggono il nemico e risparmiano vite umane>>. Il ragionamento non fa una grinza e se consideriamo che i bombardamenti americani contro il “terrorismo” hanno mietuto oltre cinquemila vittime civili afghane la deduzione è che con l’espressione “vite umane” Bush intenda “le vite dei soldati americani”. Un vero gesto di delicatezza nei confronti degli ospiti afghani presenti all’incontro: il premier Hamid Karzai e il ministro alle politiche per le donne, signora Sima Samar. Delle violenze subite dal loro popolo, infatti, il democratico Bush se ne è guardato bene dal fare anche il minimo accenno. Le accuse del presidente americano non sono piaciute nemmeno a tre degli <<Stati canaglia>> citati nel discorso: Iran, Iraq e Corea del Nord e ad altri paesi tra i quali Tehran. Il suo presidente riformatore Khatami e il suo ministro degli esteri Kharrazi hanno definito guerrafondai i politici statunitensi ed hanno chiesto al popolo americano di spingere il proprio governo ad <<usare le risorse in suo possesso per aiutare ad arrivare a una pace fondata sulla giustizia>>. <<Il mondo – ha concluso Kharrazi – non accetterà l’egemonia americana>>. Ma non è una semplice questione di egemonia. Come ricorda il democratico Richard Gephardt: gli Stati Uniti <<sono la più grande nazione sulla Terra>>.                    M.C.




BOX2
E’ la droga il tesoro dell’Afghanistan



Sono oltre 230 le tonnellate di eroina raffinata ancora perfettamente conservate in Afghanistan e pronte ad essere trasportate in occidente. Per il momento nessuno ci pensa ma per il premier Hamid Karzai quel tesoro sparso nelle diverse regioni del Paese rappresenta l’asso nella manica. E se alcuni di quei patrimoni sono perfettamente nascosti di altri si conosce l’esatta ubicazione. A Fayzabad, per esempio, sono conservate 3 tonnellate di eroina e 4 di oppio; a Emam Sahib 700 kg di eroina e 900 di oppio; a Taloqan 3 tonnellate di eroina e 9 di oppio e nei pressi di Kandahar 5 tonnellate di eroina e 2 di oppio. Una quantità enorme, rivela l’Undcp – l’agenzia delle Nazioni Unite che da anni conduce la lotta ai trafficanti – che parla di raccolti che nel 1999 hanno raggiunto i 90 mila ettari di campi coltivati con papavero d’oppio con i quali si riusciva a coprire il 75% della produzione mondiale di eroina. L’anno successivo, gli accordi stretti dall’Undcp con il governo talebano avevano portato il mullah Omar ad imporre una fatwa, una sentenza religiosa, con la quale si imponeva la riconversione delle coltivazioni da papavero da oppio a grano. La fatwa, imposta dal mullah Omar, venne però promulgata con alcuni cavilli: si vietava infatti la coltivazione dell’oppio, <<che offende tremendamente Allah>>, ma non il possesso, né la vendita. I talebani continuarono così a imporre le stesse tasse che al nord imponevano i comandanti dell’Alleanza e per dare ai funzionari dell’Onu la sensazione che gli accordi erano stati rispettati cominciarono a stoccare ingenti quantità di merce. In questo modo il mercato internazionale subì un calo della fornitura e i talebani aumentarono i prezzi. Oggi Habdullah Sagi Khani Wala, uno dei più grandi trafficanti del Pakistan, afferma che <<il ritorno dell’eroina afghana sul mercato rischia di diventare un affare di cui parleranno anche i figli dei nostri figli>>. Ne è consapevole il ministro degli Esteri Abdullah Abdullah che dichiara: <<La droga è forse il nostro primo problema>>. Il riferimento era anche al generale uzbeko Dostum che, soprattutto per difendere i magazzini colmi di oppio sottratto ai talebani aveva annunciato: <<Non ho alcuna intenzione di riconoscere il nuovo governo. E, per questo, sono pronto a proteggere i territori che ho conquistato, anche con le armi>>. Stesso discorso anche per Ismail Khan, gran signore di Herat, che, come Dostum, controlla magazzini e chilometri di frontiera. Da tempo, infatti, i corrieri preferiscono attraversare Turkmenistan, Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan e raggiungere l’Europa attraverso Caucaso, Turchia, Balcani e Russia.
(Tratto dal Corriere della Sera, 30.12.2001, articolo a firma di Fabrizio Roncone)





Sul teatro della guerra è calato il sipario
Ma Chiesa avverte:
<<Attenzione, è solo una calma apparente>>

di Lorenzo Baldo


17 gennaio 2002

La cattura di Bin Laden? Non rientra nelle attuali priorità dell’America. Questa guerra, infatti, <<serve ad altri scopi, che non sono quelli di fermare il terrorismo internazionale>>… Questo, almeno, è il parere di Giulietto Chiesa.

Nella fase attuale del conflitto con l’Afghanistan si ha quasi l’impressione di una stasi, che definirei una sorta di calma apparente. Cosa ne pensa?
Si tratta proprio di una calma apparente, nel senso che gli Stati Uniti si stanno preparando ad un’offensiva: stanno, cioè, mettendo a punto tutto il quadro politico internazionale per poi poter procedere con la mossa successiva. Questa è la prospettiva che, a mio avviso, si sta delineando.
Qual è il suo parere in merito alla dichiarazione della Cia secondo cui Bin Laden sarebbe fuggito via mare?
Queste sono notizie che vengono dagli americani e che io prendo con le pinze, esattamente come facevo per quelle che provenivano dai talebani. Ritengo assolutamente evidente che più passano i giorni e più la figura di Bin Laden diventa ambigua e, per usare un eufemismo, sfuggente.
A quanto pare, tra l’altro, all’America la cattura di Bin Laden non conviene. Gli Stati Uniti, infatti, intendono allargare ulteriormente il conflitto e la giustificazione è proprio nella volontà di contrastare il terrorismo internazionale – di cui Bin Laden sarebbe il fomentatore –. Per ora si sta pensando ad un allargamento all’Iraq.
Infatti, che Bin Laden venga catturato o no, il conflitto sarà allargato comunque, poiché la guerra serve ad altri scopi che non sono quelli di fermare il terrorismo, bensì di stabilire nuove regole internazionali a cui il mondo contemporaneo dovrà sottostare. Il nuovo ordine mondiale deve essere basato sulla forza esclusiva degli Stati Uniti e quindi, semmai, l’uso di Bin Laden potrebbe essere rivolto a manipolare le idee e le emozioni dell’opinione pubblica a livello internazionale ma, in primo luogo, proprio di quella americana. Solo in questo senso potrebbe servire.
Ritiene fondata la teoria formulata dal noto regista Oliver Stone, secondo cui Bin Laden non si troverà mai poiché è protetto dai padroni del petrolio americani?
È stato protetto dai padroni del petrolio, ma adesso non lo è più. Può accadere che un agente dei servizi segreti, o che conduce operazioni sporche per i servizi segreti, ad un certo punto cambi bandiera. Quindi, tutto è possibile. Tuttavia, ritengo che vi siano pochi motivi per cui Bin Laden possa essere usato politicamente, nel corso di tutta la guerra, dalla direzione degli Stati Uniti d’America.
Quali sono i Paesi che riceverebbero un contraccolpo più forte come conseguenza di un allargamento del conflitto?
Ritengo che ne risentirebbero maggiormente l’Egitto e l’Arabia Saudita. Entrambi questi stati si trovano in più gravi difficoltà rispetto all’islamismo e alle spinte interne estremiste e antioccidentali. Nel caso di una guerra credo che gli Stati Uniti avrebbero dei problemi a tenere in piedi questi due regimi, a meno che non abbiano già deciso in anticipo di lasciarli andare al loro destino e di sostituirli con altri più consoni alle proprie esigenze attuali.
Come crede si stia preparando l’Iraq di Saddam Hussein ad un possibile attacco da parte delle Nazioni Unite?
Credo che si stia preparando come ha fatto la volta precedente. Non vorrei che cadessimo nuovamente nella trappola di una ipervalutazione del nemico. I poveri talebani erano un esercito molto scalcinato che, però, ci è stato presentato come un nemico temibilissimo. La realtà è che non avevano mezzi tecnici, né contraerei, né radar. Praticamente non avevano niente. Per quanto riguarda Saddam Hussein non credo che sia così potente sul terreno e se questa fase comincerà cadranno le bombe dall’alto come è sempre successo. La difficoltà sarà un’altra, poiché in Iraq non sarà tanto facile riprodurre lo scenario che è stato realizzato in Afghanistan, cioè lo scenario di una forza a terra che rappresenti, in qualche misura, la legittimità futura. Non c’è, infatti, nessuna forza legittima sul terreno e non c’è un’opposizione. Esistono dei governi, ma sono simulacri e, perciò, gli americani dovranno usare gli sciiti al sud e i kurdi al nord, ma senza un progetto unificato. Probabilmente si stabilirà una presa di forza dell’Iraq meridionale, poi gli americani interverranno massicciamente per appoggiare un esercito di mercenari e un governo di amici che sarà stato fondato, senza nessuna legalità e senza nessuna rappresentanza, a sud dell’Iraq. E temo che così si andrà avanti fino all’uso – probabile – delle bombe atomiche tattiche.
Attualmente l’Unione Europea non ha proprio alcuna possibilità di opporsi a questa strategia americana?
In questo momento l’Unione Europea è una pura realtà geografica e lo stiamo vedendo anche con l’Euro che ha avuto un illusorio rialzo di qualche centesimo di punto e poi è sceso nuovamente e che, se continua così, scenderà ancora finché non toccheremo i minimi. Questa è la prova schiacciante di quanto conti l’Europa e del fatto che la sua libertà di manovra, attualmente, è inesistente. Ci vorrebbe un grande colpo di reni intellettuale per poter dire ai nostri alleati che si tratta di una soluzione assolutamente non prospettabile per il mondo poiché porterebbe ad un disastro collettivo. Purtroppo, però, non vedo uomini capaci di un simile atto.



 
< Prec.   Pros. >
Advertisement
  • La Rivista
    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


    Leggi tutto...
     
  • Editoriale

    editoriale1-web.jpg

    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

    LEGGI TUTTO...

     
  • Terzo Millennio

    terzomillennio_250_pixel.jpg

    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

    LEGGI TUTTO...
     
 

Approfondimento quotidiano

newsletter-home.jpg


Video

IL VIDEO/TUTORIAL DEL SITO ANTIMAFIADUEMILA

tutorial-web.jpg
banner-processi-ok.gif

Link

comitato_addiopizzo.gif



liberainformazione.jpg



ilresto_banner.jpg



telejatoweb.jpg



banner_corrierenews_web1.png



banner-u-cuntu-web.jpg




APPELLO

contro-il-lodo-alfano-web0.jpg

Statistiche

Utenti: 889
Notizie: 6410
Collegamenti web: 68
Visitatori: 2882827

Iscriviti

Password dimenticata? Nessun account? Registrati

Rss Feed

rss_web.png



Google Adv


Libri

solo-per-giustizia-home.jpg

Libri

e-la-stampa-bellezza-home.jpg

Latitanti

logominestero-interno.gif

Immagini

giovanni-falcone-big--web1.jpg

E' successo oggi

clock.jpg