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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Siamo noi il futuro della democrazia
Le multinazionali al comando del villaggio globale
L'impotenza dell'occidente
"Siamo vittime di un piano di controllo mondiale"
Poverta', una potenziale bomba atomica
Usa: ne' terrorismo ne' giustizia
Il terrorismo colpisce ancora tutto in poche ore
Un mondo in tre B
Percorsi di lettura


Povertà, una potenziale bomba atomica
Alex Zanotelli racconta la tragica realtà di un terzo mondo voluto dall’Occidente

a cura di Jessica Pezzetta

A Kibera, Nairobi, una delle più grandi bidonville dell’Africa subsahariana, dove vivono oltre 500mila persone, tra il 4 e il 5 dicembre scorso gli scontri tra i nubiani (discendenti degli ex soldati dell’impero inglese, spesso musulmani), proprietari dei terreni e delle abitazioni, ed i loro affittuari (per la maggior parte cristiani) sono stati cruenti. Tanti i morti, decine le donne violentate e migliaia le persone in fuga, tutto a causa di una richiesta di riduzione degli affitti avanzata ai proprietari delle baracche che sarebbe scaturita, stando al parere di diversi osservatori, da un’esortazione, da parte del presidente Daniel Arap Moi, a non pagare gli affitti troppo alti. Come tante volte è accaduto, anche in questo caso la verità è che tale situazione non si è creata a causa della diversità etnica, che di fatto non è, come molti penseranno, al centro di tale tragica vicenda: <<Qui scoppia tutto, è solo questione di tempo. Kibera – spiega Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano nella baraccopoli di Korogocho, Nairobi –  è la punta dell’iceberg; per capirla bisogna capire la questione della terra a Nairobi, una città coloniale nata nel 1899 con una chiarissima divisione dei gruppi etnici. Nairobi oggi ha circa 4 milioni di abitanti, il 60% dei quali vive nell’1,5% dell’intero territorio urbano>>. Queste terre, tra l’altro, appartengono al governo che <<può farle sgomberare come e quando vuole>>: l’80% dei baraccati non possiede né l’abitazione né la terra su cui la baracca sorge e per la quale paga l’affitto. A fianco alla povertà più estrema, però, c’è una ricchezza enorme, <<ostentata, opulenta>>. Nairobi è, infatti, una città bellissima, con quartieri da sogno. Per Padre Zanotelli quanto accaduto a Kibera <<è un enorme campanello di allarme per tutto il continente>>. Secondo il missionario una possibile soluzione si potrebbe intravedere nella <<pressione politica sul governo del Kenya a livello sia nazionale che internazionale per risolvere il problema della proprietà della terra; una sensibilizzazione globale per sostenere le organizzazioni dei baraccati che lottano per il diritto alla terra: un sostegno e contemporaneamente una pressione nei confronti dei due organismi delle Nazioni Unite, Habitat e Unep, che hanno sede proprio a Nairobi e che sembrano finalmente decisi a proporre delle soluzioni realistiche allo scandalo della terra, in Kenya come nel resto dell’Africa>>.
Anche a Korogocho, una baraccopoli che ospita 150mila persone e distante dalla città appena 3 Km, che per la povera gente rappresentano una barriera invalicabile, regnano il degrado sociale e ambientale. In ogni baracca vivono 4 o 5 persone e, di solito, i nuclei famigliari sono composti per lo più da donne e bambini – i quali di rado riescono a frequentare la prima elementare – <<che pagano in maniera brutale lo scotto dell’impoverimento>>. Peraltro, il governo non attiva i servizi e, di conseguenza, <<non esistono fogne, non c’è energia elettrica e l’acqua è gestita da subappaltatori>>. Tuttavia, gli affitti delle baracche – che per il 70% non appartengono a chi vi abita – sono molto elevati, mentre la povertà arriva a livelli tali che la stragrande maggioranza della popolazione della baraccopoli non può nemmeno andare all’ospedale per curarsi, quindi, <<non resta che morire>>. L’unica “salvezza”, se così può essere definita, di Korogocho sta nel fatto che essa sorge proprio ai piedi di una immensa discarica dove, ogni giorno, arrivano camion che depositano tonnellate di immondizie grazie alle quali migliaia di baraccati riescono a sopravvivere attraverso la raccolta di determinati rifiuti o il riciclo di altri. È un inferno, come racconta Padre Zanotelli, <<sembra un girone dantesco. Solo chi lo vede capisce cosa significhi vivere a Korogocho e cosa significhi essere un ragazzo di strada>>. In questa bidonville vivono circa 30mila giovani, tra bambini e adolescenti, <<presi a calci da tutte le parti, uccisi dalla polizia>>. Per le ragazzine non c’è altra strada se non quella della prostituzione. Racconta Padre Alex che, a volte, si siede accanto a queste ragazze per spiegare loro che, prostituendosi, prenderanno l’Aids. La risposta è sempre la stessa: <<Ma cosa posso fare io? Morire per Aids o morire per fame non è forse la stessa cosa?>>. A Korogocho il lavoro manca ed i pochi impieghi sono precari: così, droga, alcolismo, furti e violenze <<raggiungono percentuali altissime. In particolare, la violenza nella baraccopoli è spaventosa; puoi essere ucciso in qualsiasi momento, in qualsiasi parte ti trovi e per nessuna ragione>>. Si tratta di una violenza che altro non è se non la manifestazione di una disperazione profondissima, dove sembra non esistere neanche il più flebile barlume di una qualche speranza… una disperazione, quella dei poveri, che potrebbe scoppiare in qualsiasi momento e che, quando questo accadrà <<sarà peggio di una bomba atomica!>>.
Si tratta di un’esperienza, quella di Korogocho, che Padre Zanotelli ha definito <<vitale; sono uscito dalla mia bella realtà borghese per andare là dove vive la gente: i poveri, soprattutto. Ho imparato l’importanza dei volti, i poveri non sono numeri e statistiche, ma persone che soffrono e sperano, volti e corpi che hanno sentimenti>>. Si tratta di esseri umani che vanno aiutati a ritrovare la dignità e quei diritti che il sistema ha distrutto, poiché <<il grande sogno di Dio – spiega ancora Zanotelli – è quello che domanda un’economia di uguaglianza, una politica di giustizia, un’esperienza religiosa dove Dio è libero, perché libero è il Dio delle vittime e non del sistema>>. È possibile creare un mondo diverso da quello attuale che è popolato da una società dominata dall’<<impero del denaro>>, come lo definisce Padre Alex, che ha basato le proprie fondamenta sulla speculazione e in cui i diritti umani vengono costantemente calpestati. <<È un sistema di morte perché produce disastri a tutti i livelli: morti per fame, per sete, per guerre, per epidemie, per sfruttamento, per disastri ecologici. Inoltre permette, a chi già possiede, di avere sempre di più e a chi ha poco di avere sempre meno>>. Si pensi che la popolazione mondiale è composta per il 20% da ricchi e per il restante 80% da poveri e che in quel 20% di privilegiati è compreso un 5% che controlla l’intera economia globale: da sole, <<quattro famiglie al mondo possiedono l’equivalente del prodotto interno lordo di 48 Stati del terzo mondo>>. Il terzo mondo, sì, che tale non sarebbe se non fosse per l’Occidente. Prendiamo ad esempio il continente africano: in chiave politica la conflittualità ne coinvolge quasi tutti gli stati ma non è dovuta, come già detto, ad antiche incomprensioni tra le tribù, bensì a <<ciniche strategie esterne>> volte a fomentare conflitti etnici durissimi che sono voluti, appunto, <<dal potere immenso della finanza speculativa>> occidentale. Tuttavia, proprio nel marciume di una baraccopoli africana, un prete missionario ha trovato la forza per combattere giornalmente contro questo sistema, fatto che lo ha portato a scoprire un nuovo valore del Vangelo: <<la Parola letta dal basso, dai sottofondi della storia, è tutta un’altra cosa>> e <<deve essere legata essenzialmente alla sua dimensione politica, economica, sociale, famigliare, ambientale>>. E, ricorda Alex Zanotelli, <<non c’è parola se non incarnata>>. La parola, quindi, proprio per quel <<grande sogno di Dio>> deve essere tradotta in iniziativa politica, il solo modo per contrastare questo sistema di globalizzazione distorta che uccide la vita. Ognuno di noi può incarnare la parola anche con gesti apparentemente piccoli – poiché è proprio dalle piccole cose che hanno inizio i grandi cambiamenti – come, per esempio, le manifestazioni o i cortei che tanto, comunque, possono fare. <<Siamo scesi in piazza per protestare contro la pena di morte negli Stati Uniti>>, ma allora perché <<non lo facciamo contro tutte le pene di morte>>? Migliaia di persone muoiono quotidianamente e tante altre stanno agonizzando e sono destinate a perire a causa di <<un sistema economico-finanziario che ha il suo centro nell’impero del denaro>>. Eppure, non tutto ancora è perduto e <<voi giovani potete fare molto>>. E, poi, ricordate che ognuno di noi se vuole vedere o se vuole fare qualcosa, nel bene come nel male, <<può diventare una bomba>>.



 
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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
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    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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