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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 19 Febbraio 2002
Siamo noi il futuro della democrazia
Le multinazionali al comando del villaggio globale
L'impotenza dell'occidente
"Siamo vittime di un piano di controllo mondiale"
Poverta', una potenziale bomba atomica
Usa: ne' terrorismo ne' giustizia
Il terrorismo colpisce ancora tutto in poche ore
Un mondo in tre B
Percorsi di lettura
 

«Siamo vittime di un piano di controllo mondiale»
Dal “regime” di Berlusconi alla dittatura occidentale.
Nelle parole di Minà il dramma della globalizzazione.

di Giorgio Bongiovanni


Roma, 9 gennaio 2002.

Il salone è illuminato da un pallido sole invernale, avvolto in un silenzio innaturale per una casa non troppo distante dal caotico centro di Roma. Il mio sguardo, incuriosito, si muove rapido tra le fotografie appese alle pareti e le decine di suppellettili, provenienti da ogni parte del mondo, che adornano l’ambiente semplice ed accogliente. Seduto di fronte a me, Gianni Minà, il giornalista che ha intervistato Fidel Castro, l’amico di Muhammad Ali, del subcomandante Marcos e di Maradona mi racconta particolari, impressioni, sensazioni di un <<viaggiatore>> amareggiato per il destino del mondo e del proprio Paese. <<In Italia si è instaurato un regime>>, dice <<il fatto che il capo dello Stato sia uno che, quando concede una conferenza stampa, sceglie i giornalisti che vi possono partecipare e quando appare in televisione quelli che faranno il dibattito conferma quanto stiamo dicendo>>. Riesco appena a formulare le domande mentre mi parla dei pericoli della globalizzazione e di un progetto di controllo mondiale messo in atto dagli Stati Uniti e dal mondo occidentale. Solo una volta la soneria del suo cellulare interrompe la nostra chiacchierata. Dall’altra parte un amico del Sudamerica, terra sventurata, con i suoi dittatori, i popoli oppressi, i suoi compromessi con gli Stati Uniti. Un rapido scambio di battute, un saluto affettuoso e poi riprendiamo.

Gianni, in questi giorni è piuttosto acceso il dibattito sulla giustizia e troppo spesso il mondo politico ricorre a espressioni quali “toga rossa” o “giornalista rosso”. E’ una questione di cultura o c’è qualcosa di più preoccupante?
Considerato il modo in cui si tenta di chiudere alla giustizia la possibilità di fare il suo corso quando sono in gioco gli interessi del leader Berlusconi e di molti dei suoi adepti, il modo in cui si pianifica un attacco frontale a tutte le tutele sociali del paese, il piano di lavori in atto per cementificare l’Italia come non sono riusciti a fare nemmeno 50 anni di governo democristiano - socialista è chiaro che in Italia si è già instaurato un regime. E il leader di questo regime è padrone delle tre reti della televisione commerciale, controlla le tre reti della televisione di Stato e inoltre, grazie ad accordi commerciali, ha fatto in modo che Tronchetti Provera rinunciasse a fare della ex Telemontecarlo il presunto terzo polo televisivo limitandosi ad una  televisione giovanilista senza nessun tipo di ambizione vera di conquistare il territorio mediatico. Insomma, la legge sulla televisione, in Italia, è la più immonda e antidemocratica che esista in Europa ed è solo una di quelle cose che la sinistra, e in particolare D’Alema, ha immolato sull’altare della famosa bicamerale. Le altre sono la lotta alla mafia, la difesa della giustizia e dei magistrati in prima linea e il conflitto d’interessi dell’allora capo dell’opposizione.

Ma come è potuto accadere che il governo di centrosinistra, da sempre in prima linea nella lotta contro il crimine organizzato, abbia fatto marcia indietro proprio in quegli anni in cui, in seguito alla morte di Falcone e Borsellino, c’erano le forze per eliminare definitivamente il problema?
Il segnale che la lotta alla mafia era finita io l’ho percepito quando hanno messo con le spalle al muro il capitano Ultimo. Sostituendo di continuo quelle persone che lui addestrava alla cattura dei latitanti con persone nuove con le quali doveva ricominciare daccapo e quindi costringendolo a cambiare incarico. Probabilmente Ultimo era vicino alla cattura di Provenzano e se apparentemente questa non è una grande storia è sicuramente emblematica per farci comprendere il significato della lotta la mafia. E’ evidente che si tratta di una lotta che coinvolge connivenze politiche ma anche comportamenti. La sinistra che è andata al potere non ha avuto l’etica e la morale, da sempre punto di forza della sinistra italiana. Questo l’ho detto in occasione di un referendum e ho ricevuto un attacco frontale da Rondolino, uno dei due assistenti di D’Alema insieme a Velardi, quest’ultimo si occupava delle cariche della Rai. Mi ha insultato dicendo: <<Io l’avevo detto a  D’Alema che bisognava cacciare i moralisti>>. Non a caso poi nella gestione Velardi io ho continuato a non lavorare più per la televisione.

Secondo te ci sono rapporti tra la mafia e rappresentanti dell’attuale governo?
E’ inutile nascondersi dietro un dito. In Forza Italia c’è tanta gente che è stata ed è in odore di mafia, ci sono avvocati che hanno difeso mafiosi in un modo anche abbastanza inquietante, non con una ricerca di verità ma con il capzioso tentativo di salvarli da una condanna. E questo non è il pregiudizio di un progressista perché quando 61 collegi su 61, in Sicilia, vanno al Polo è plateale che non può che trattarsi di una decisione partorita da una imposizione della mafia. Se fossi nei panni del Polo non sarei tanto felice, anzi mi preoccuperei molto di questo risultato e questo lo dico in particolare a Fini, che rappresenta An, l’anima più schietta della coalizione. Mi preoccuperei e cercherei di indagare, di capire perché non è che la mafia chiede piaceri alla politica, la mafia impone la politica. In questo momento è sicuro che se 61 collegi sono andati al Polo e nessuno alle forze progressiste vuol dire che la mafia ha già messo 10, 15, 20 fra deputati e senatori in Parlamento. E questo ragionamento scaturisce da dati storici. Si dice, per esempio, che anche Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, ebbe una elezione plebiscitaria ma ci si dimentica che in quell’elezione la mafia non partecipò alle votazioni. E infatti mancarono un 20% di voti. Caduta la prima repubblica la mafia voleva infatti capire da che parte stare, scegliendo, ovviamente chi le assicurava certe cose. Poi la scelta l’ha fatta e alle elezioni successive quel 20% di voti che era mancato ricomparve.

Dobbiamo quindi ritenere in pericolo la nostra democrazia?
Mi ha molto allarmato l’uscita di Fratini circa la necessità di dare più potere ai nostri servizi segreti. Mi sono chiesto con quale faccia si potesse chiedere questo ad un paese in cui i servizi segreti sono stati complici in sette stragi che hanno causato più di mille morti. Ho poi ragionato sul fatto che in forza di una presunta guerra al terrorismo vengono fatte passare leggi di emergenza che riducono le garanzie costituzionali dei cittadini. Negli Stati Uniti di fatto è già successo. C’è un grande movimento di opinione, di cui fanno parte Gore Vidal, Saul Bello, Noam Chomsky, Arthur Miller, Robert Redford, che comincia a preoccuparsi e a porre dei paletti. Nel suo libro La fine della democrazia, Gore Vidal racconta che persino l’attentato di Oklahoma City sarebbe stato “pilotato” per fare in modo che Clinton firmasse l’”Anti-Terrorism Act”, che di fatto dava a certe polizie facoltà antidemocratiche che prima non avevano. Evidentemente le lobby della guerra, le lobby dell’energia, le lobby commerciali tenevano in ostaggio anche lui. E queste lobby sono state più forti perché questa America, che non è quella che noi abbiamo amato, cova ancora dentro sentimenti di dominio e di potere. La stessa vittoria di Bush alle scorse elezioni ne è una prova: Gore vince per computo di voti ma durante il corso della polemica, ad un certo punto, si ritira con la scusa della disciplina di Stato. Evidentemente i padroni gli avevano “consigliato” di fermarsi. Il mio amico Peter Tompkins, grande storico, documentarista, scrittore (il mondo lo conosce per i suoi libri sulle piramidi egizie e azteche, sugli obelischi, sul linguaggio segreto delle piante), esperto di documenti declassificati della Cia, avendo in gioventù lavorato con gli alleati in qualità di agente dell’Oss (servizio segreto degli alleati a Salerno) ha scritto su Latinoamerica che esiste un’America di estrema destra la quale ha sempre cercato di prendere il potere. Quell’America ha vinto adesso perché non esiste più la nazione che le si contrapponeva. E quanto avvenuto negli Stati Uniti può accadere anche altrove.

Tu hai scritto che le politiche vengono fatte dalle multinazionali. Ma perché si è giunti a questa situazione? In fondo ai poteri forti e alle grandi lobby faceva comodo una facciata di democrazia che permetteva di esercitare il controllo con una certa tranquillità.
Guarda, l’impressione di molti pensatori è questa: con la fine del comunismo la parte estrema del capitalismo, il neoliberimo, quello che Papa Woityla chiama il “capitalismo selvaggio” ha dilagato e ha creduto di non avere né limiti, né paletti. E di fatto non li ha avuti per dieci anni. Tre anni fa, però, senza che nessuno l’avesse ordinato, nasce da un istinto di conservazione naturale il movimento antiglobalizzazione che mette in crisi Seattle, Praga, Nizza, Cancun, Sidney fino ad arrivare a Genova. E che ottiene subito un risultato clamoroso perché il famoso pacchetto liberticida che volevano far passare a Seattle, con il quale le nazioni più ricche avrebbero fatto pagare le loro tecnologie più delle materie prime, non passa e non è più passato nelle riunioni successive. A questo punto, quelle 350 persone che hanno in mano il 48% della ricchezza del mondo, e che sono spesso nascoste dietro una sigla o una società, si accorgono dell’esistenza di una serie di ostacoli enormi che impediscono loro di far entrare in vigore quelle leggi che potrebbero apparire come un attentato all’ordine pubblico. Questo, evidentemente, qualcuno lo ha intuito uno o due anni fa negli Stati Uniti e ha capito che per risolvere questo problema, che nessuno si aspettava dopo la caduta del comunismo, era necessario dare vita ad un sistema imperiale in cui l’economia ordina alla politica e la nazione più forte ordina alle altre nazioni. Questo progetto lo stanno mettendo in atto.

Seguendo questa logica è possibile ipotizzare che Bin Laden sia stato fomentato proprio perché rappresenta quel nemico che stavano cercando per poter giustificare determinate azioni.
Sicuramente. Prima di Genova era diventata imbarazzante la situazione di queste nazioni perché pensatori come Galeano scrivevano cose allarmanti, anche per la gente comune, su quel mondo che si autodefinisce civile e democratico e non riuscendo a risolvere la guerra della povertà decide di fare la guerra ai poveri. Hanno quindi cercato, senza riuscirvi, di criminalizzare il movimento Antiglobal, non solo in Italia ma in tutto il mondo ed io penso che i fatti di Genova vadano inquadrati in una sorta di prova generale, voluta dalla Nato e dalla Cia oltreché dalla stessa Italia, per tentare di schiacciare il movimento anche da un punto di vista fisico. Questo lo si poteva fare in un paese in cui ha vinto il centrodestra, in cui i mezzi di informazione sono disponibili a coprire questa nefanda idea. Io aspetto ancora una risposta dal vicepresidente del Consiglio Fini, che per sette ore è rimasto nella sala operativa della polizia, a Genova, insieme a sette o otto deputati e senatori di An. Una visita di solidarietà alle forze dell’ordine dura un quarto d’ora, otto ore mi fanno pensare ad un avallo politico alle violenze che la polizia stava compiendo. Il test poi non è riuscito per un motivo molto semplice: ci sono degli anticorpi nella società italiana che hanno reagito. La magistratura di Genova ha liberato i ragazzi e ha incominciato ad inquisire le forze dell’ordine, il mondo cattolico era presente con 72 associazioni ed alcuni vescovi e gli intellettuali del cinema italiano hanno inviato sul posto 44 troupe che in 250 ore di filmati hanno documentato la connivenza di alcuni gruppi di forze dell’ordine con i famosi black block fatti venire apposta dall’Inghilterra e dalla Germania. E questi filmati esistono. E infatti, improvvisamente, abbiamo visto alcuni intellettuali dei più importanti giornali italiani attaccare prima il mondo cattolico e poi i registi del cinema italiano come conniventi alla violenza. In definitiva l’85enne Mario Monicelli,  l’80enne Gino Pontecorvo, il 76enne Ettore Scola sarebbero dei conniventi del terrorismo.

Quindi, in un certo senso, si vuole strumentalizzare il terrorismo.
Hanno dovuto inventare dei nemici per giustificare la prevaricazione, il traffico delle armi, quello della droga e via dicendo. E’ stato molto facile, da dieci anni a questa parte l’unico nemico un po’ credibile era quello mussulmano del fondamentalismo islamico anche perché, onestamente, questa realtà esiste e andrebbe affrontata non radendo al suolo un paese ma con un grande lavoro di intelligence. Io, poi, so due cose: la guerra in Afghanistan bisognava farla per forza perché i grandi giacimenti di gas e petrolio delle cinque repubbliche mussulmane ex sovietiche - Tagikistan, Kazakhistan, Turkmenistan e via dicendo - per diventare produttivi devono avvalersi di gasdotti che obbligatoriamente devono passare per l’Afghanistan, per raggiungere l’Oceano Indiano. Dove poi le petroliere e i grandi cargo li portano in tutto il mondo. Gli Stati Uniti, quindi, si dovevano assicurare il possesso militare dell’Afghanistan e lo hanno fatto prima sovvenzionando la guerra contro la Russia, allora Unione Sovietica, poi creando personaggi come Bin Laden. Quindi, indipendentemente dalla lotta al terrorismo, l’Afghanistan andava conquistato. Per quanto riguarda la guerra del petrolio dei prossimi due secoli, poi, ho presente anche un’altra cosa: per effetto del plan Colombia, senza che il mondo se ne accorga, in Colombia, in Ecuador, in Bolivia e prossimamente in Perù, si installeranno i marines, in teoria per combattere il narcotraffico, in realtà per assicurarsi il patrimonio biogenetico che in quel dorso di America latina è il più ricco del pianeta. Tale patrimonio permetterà, a chi lo possiede, di avere una supremazia sul resto del mondo per quanto riguarda il futuro degli alimenti, il futuro delle medicine, il futuro del clima. Tutte queste cose mi fanno capire che il progetto del controllo mondiale da parte di una nazione imperiale, e di alcune che gli faranno da vallette, è già cominciato e nonostante noi viviamo in quella parte di mondo privilegiata è vero che se si continuerà così tra dieci, vent’anni assisteremo ad una invasione biblica del sud del mondo verso il nord e i nostri figli, i nostri nipoti vivranno una vita tremenda.
E’ possibile ipotizzare che l’Arabia Saudita e altri paesi potentissimi a livello economico vogliano prendere il posto dell’ex Unione Sovietica creando il secondo grande blocco in contrapposizione a quello occidentale?
Io arrivo più in là: loro non vogliono nascere in contrapposizione agli Stati Uniti, nascono d’accordo con gli Stati Uniti. Ricordati che l’Arabia Saudita è il paese più strettamente legato agli americani perché in caso contrario, visto e considerato che Bin Laden è stato finanziato dai sauditi, quella terra sarebbe stata bombardata. La famiglia Bush conosce molto bene la famiglia Bin Laden, hanno fatto grandi affari insieme. Mentre credo che Bin Laden voglia seriamente combattere il “nemico occidentale”. Vorrei inoltre aggiungere che conosco bene gli Stati Uniti, ci sono stato più di 150 volte nella mia vita e ti posso dire che non crederò mai che in quel paese si possa mettere in piedi un apparato simile a quello dell’attentato alle due Torri senza avere conniventi organismi dello Stato nord-americano. Non è possibile, è un paese, in questo senso, troppo controllato perché gli sia sfuggito tutto. E allora si tratta di un golpe del quale si è approfittato per varare definitivamente un progetto che doveva portare avanti un signor nessuno come Bush junior, assolutamente prono al potere rappresentato da quella famosa estrema destra nordamericana fatta di finanza speculativa e multinazionali al potere da molto tempo.

Gianni, come spieghi la forte presa di posizione di Oriana Fallaci?
Lo dico con rispetto perché c’è stata una stagione della mia vita in cui ho collaborato con Oriana. A lei è sempre piaciuto essere diversa e devo dire che una cosa che accomuna i grandi è quell’Ego che spesso travolge la sensibilità e l’equilibrio. L’ego, tante volte, è più forte del senso comune. Non so se Oriana creda fino in fondo a quello che ha scritto. So che lei sa perfettamente che scrivendo quelle cose sarebbe diventata un caso internazionale. Non sono d’accordo su nulla di ciò che ha detto però da un punto di vista mediatico mi sento inferiore a lei. Ha fatto, nella sua storia, cose degne di rispetto e mi addolora il pensiero che una persona intelligente e capace possa contribuire a creare confusione nella gente. Questo, chi ha avuto la fortuna di poter fare una professione ad alto livello non se lo può permettere. La prima cosa da fare è rendere chiaro ciò che sta succedendo e questo è ormai sotto gli occhi di tutti: l’assurdità del Mullah Omar che fugge in motocicletta, pare con una Gilera, è una trovata che nemmeno alla Gialappa’s Band verrebbe in mente. Volete per forza che crediamo alla favola di Capuccetto rosso? Ci crediamo! Ma che a questa realtà porti il suo contributo una persona di così alto ingegno come la Fallaci mi fa sentire malinconico.

Tu hai intervistato grandi personaggi. Pensi che nel futuro ci saranno ancora figure controverse e straordinarie come quelle di Maradona, Muhammad Ali, Martin Luther King?
 Anche questo ci hanno levato. Se io penso ai venticinque anni che ho passato dietro a Cassius Clay poi diventato Muhammad Ali… quest’uomo che usava i media e non si faceva usare dai media, quest’uomo che era ammalato del morbo di Parkinson e dieci anni fa andò in Irak a parlare con Saddam Hussein, liberò centodieci ostaggi nordamericani e se li portò a casa, quest’uomo che accese la fiamma Olimpica ad Atlanta e settantamila persone si alzarono in piedi e cominciarono a piangere. Se penso a lui che dice orgoglioso: <<Gianni quella metà di America che ancora quindici anni fa mi odiava adesso mi ama e mi rispetta>>. Se penso a tutto questo e poi guardo i “clamorosi” atleti che oggi lo Stato ci propone mi accorgo che c’è una differenza enorme di valore umano e di coraggio. La globalizzazione ha disintegrato anche la poesia dello sport, il suo romanticismo. L’intervista che ho fatto con Maradona sulla politica, sull’America latina, è così singolare… Io forse sono stato abbastanza capace nel portarlo ad aprirsi, ma le cose che ha detto sono quelle che ha in testa, e rivelano un calciatore che la mattina il giornale lo legge e legge anche gli esteri. Oggi, anche gli atleti sono figli del computer, non hanno il coraggio di dire cose che potrebbero contrapporsi al sistema. Persone come Alì che ha sfidato la politica e come Maradona che ha sfidato il sistema hanno pagato un prezzo enorme. Nessuno è stato criminalizzato come Maradona eppure la cocaina la tirano grandi industriali di cui noi siamo orgogliosi in Italia, primi ministri, onorevoli, senatori, artisti, scrittori e non solo purtroppo. Il mondo del calcio oggi è una piccola dittatura. Specialmente il calcio dove nessuno parla, dove nessuno ti dice apertamente come stanno le cose. Quando, come quest’anno, 12 giocatori sono coinvolti nell’antidoping, risultano positivi al nandrolone, e più di 50 hanno i valori al limite del consentito vuol dire che tu hai 200-300 calciatori che sicuramente fanno uso di cose illegali Perché tutto questo? Perché c’è chi è diventato ricchissimo e quindi deve vincere sempre e in tutti i modi, sia leciti che illeciti. Quindi la pressione sui ragazzi che fanno questa professione è enorme. Guadagneranno anche tanti miliardi ma se poi sono degli infelici è inutile. E poi quando si compra un giocatore in Italia solitamente costa tre, quattro, cinque miliardi in più rispetto ad una squadra tedesca o spagnola. Dove finiscono questi soldi? In un conto all’estero per il presidente della società o del manager, che poi ti dice: sono troppo alti gli ingaggi. Ma è una macchina che hai creato tu così fasulla, truccata!

Invece leader come Fidel Castro, Marcos, Mandela ce ne saranno?
Io credo che già ci siano perché il mondo sta andando verso una deriva inevitabile. Uno sconosciuto Fidel Castro, uno sconosciuto Marcos, uno sconosciuto Mandela da qualche parte del mondo sta nascendo e questo è inevitabile. Non si può pensare che la vita di miliardi di persone sia annientata. Un miliardo di persone ha ogni giorno, in teoria, per vivere, un dollaro, 2000 lire, mentre 2 miliardi di persone, 1/3 dell’umanità,  ha 2 dollari, cioè 4000 lire. Come si può pensare che questo continui ad accadere senza che produca delle realtà nefaste? Quando l’80% dell’umanità è povera e 1/3 dell’umanità è misera, cioè meno che povera, come si può pensare che questo duri e non succeda niente? E questo rivela la superficialità e l’imbecillità degli attuali politici che, infatti, non brillano per grande personalità dal momento che sono pupazzi in mano alla finanza. Ora non governa più la politica, governa la finanza. E la differenza tra un politico e un imprenditore è che il politico deve saper rischiare oggi per portarti benessere domani. Deve vedere più lontano.


 Giorgio Bongiovanni



 
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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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