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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002
Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002
L'altra guerra
L'incubo di Aral
L'altra guerra
Le Torri Gemelle
Non sarà la fine
Lo sceicco saudita e' solo un catalizzatore delle forze islamiche
Ecco gli interessi celati dietro alla guerra dell'Afghanistan
Simboli, una prospetiva a testa in giu'
La guerra batteriologica
La sindrome dei Balcani
Terrorismo internazionale ieri e oggi
La lettera di Nostradamus
Lo sceicco saudita è solo un catalizzatore delle forze islamiche
Percorsi di lettura

Non sarà la fine

Per Giulietto Chiesa la vittoria sui talebani non è che l’inizio

«Bin Laden deve essere ucciso per una questione di immagine, mai suoi collaboratori si possono salvare». E, i misteriosi aerei ed elicotteri atterrati a fine novembre sembrano confermare questa tesi di Giulietto Chiesa, secondo il quale sono «stati portati via dei capi militari talebani e di Al Qaeda». Chi lo ha deciso? È quanto abbiamo cercato di scoprire grazie ad un’intervista concessaci da Chiesa alcuni giorni dopo il fatto, lo scorso 27 novembre.

Cosa pensa riguardo ai misteriosi aerei che, in Afghanistan, hanno imbarcato alcuni uomini? Potrebbero anche appartenere ai servizi segreti?
È stato confermato che, oltre ai sei aerei c’è stato anche l’intervento di due elicotteri anch’essi privi di segni di riconoscimento. È chiaro che non potevano esserci aerei che volavano liberamente in Afghanistan in un momento in cui il controllo da parte degli Stati Uniti era totale e, tanto meno, un’intera flottiglia, per di più fiancheggiata da elicotteri. In questa vicenda vi sono delle stranezze. Non saprei dire che cosa sono andati a fare in Afghanistan quegli aerei con il permesso degli Stati Uniti d’America e, poi, sarebbero gli stessi americani a dover dare una spiegazione. Ad ogni modo, ritengo che siano stati portati via dei capi militari talebani e di Al Qaeda, cioè della legione straniera araba. Infatti, sia dentro l’esercito dei talebani che dentro i gruppi dei mercenari o, comunque, dei fondamentalisti islamici, c’erano agenti dei servizi segreti pakistani. Da qui si deduce anche che gli aerei impegnati in questa operazione appartenevano, con ogni probabilità, al servizio segreto pakistano dell’Isi (Inter Service Intelligence) e dell’esercito. E questo ci dimostra, ancora una volta, che la tanto proclamata lotta al terrorismo internazionale è un clamoroso bluff che serve altri interessi, tra cui quelli della penetrazione americana, ma anche pakistana, in quell’aerea. Gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione che serve a tenere in piedi il regime pakistano e a mantenere la loro influenza nell’aerea attraverso il Pakistan. Tutto questo non ha assolutamente nulla a che vedere con la lotta al terrorismo. Anzi, è stata confermata un’eccezionale copertura del terrorismo afgano, in passato, da parte del Pakistan che, tra l’altro, è uno dei suoi veri organizzatori. Inoltre, in questo modo gli americani hanno chiaramente dimostrato di avere rapporti diretti e inequivoci con questa forma di terrorismo.
Ritiene che Bin Laden sia davvero introvabile o si potrebbe parlare di una trattativa che vede il coinvolgimento dell’Arabia e degli stessi Stati Uniti?
Non credo che in questo senso ci sia una trattativa in corso. Penso invece che gli americani debbano uccidere Bin Laden per una questione di immagine. Tutto quello che sta accadendo è molto hollywoodiano e virtuale e l’immagine di Bin Laden morto è fondamentale affinché George Bush possa passare alla seconda fase, cioè al bombardamento dell’Iraq che sarà la tappa successiva, salvo politiche per il momento non prevedibili. Ritengo, quindi, che Bin Laden si stia nascondendo efficacemente ed è difficile dire se lo cattureranno o no. Credo, comunque, che una trattativa vi sia, riguardante la salvaguardia degli agenti pakistani – e forse non solo pakistani – che hanno collaborato con Bin Laden e che sono sicuramente molto numerosi. In altre parole bisogna uccidere Bin Laden, ma i suoi collaboratori si possono salvare.
Ma gli americani come potrebbero lasciare l’Afghanistan, visto tutti gli interessi che hanno, tra cui anche quello riguardante il famoso metanodotto?
E infatti non credo che lo lasceranno ma, anzi, terranno sempre un occhio di riguardo sull’Afghanistan. Una volta che le cose saranno state sistemate dal punto di vista spettacolare, gli americani potranno benissimo venirsene via con il grosso delle loro forze. Se poi gli afgani ricominceranno a massacrarsi tra di loro non farà alcuna differenza, magari più avanti l’America penserà a riportare l’ordine. Non è questa la preoccupazione principale che attualmente attanaglia le attenzioni degli americani quanto, piuttosto, il fatto di eliminare i talebani, Osama Bin Laden e il mullah Omar per poter dire di aver vinto la prima fase della guerra al terrorismo. E, ripeto, se in futuro ci saranno nuovi disordini, compreranno una parte dei leader afgani, ammazzando chi non starà al gioco, e si metteranno d’accordo con il Pakistan e, possibilmente, anche con la Russia. Questa, infatti, ha altrettanti interessi. Finora c’è stato un do ut des, per cui gli americani hanno fatto promesse che erano state loro richieste, hanno rimandato l’azzeramento del trattato Abm e hanno fatto qualche concessione formale sulla questione dell’allargamento della Nato che, presumibilmente, sarà un po’ dilazionato. E poi, probabilmente, avranno detto ai russi che non concederanno più finanziamenti e coperture alla resistenza cecena. Infine, può essere che in base ai nuovi accordi, se in futuro verranno costruiti oleodotti che passeranno attraverso l’Afghanistan, si faranno insieme ai russi.
Ci potrebbe essere un colpo di stato in Arabia Saudita per portare il principe Abdullah, che poi è quello che finanzia Bin Laden, al potere?
Non saprei. La questione dell’Arabia Saudita è aperta e molto complessa, come quella del Pakistan. Si tratta di regimi traballanti che gli Stati Uniti hanno tenuto in piedi durante tutti questi anni come, tra l’altro, oggi scrive una parte zelante della stampa americana, compromettendo l’immagine degli Stati Uniti nonché la tenuta di questi regimi. Questo è un punto di vista molto realistico e molto politico. La situazione degli Stati Uniti, infatti, è tremendamente difficile, molto più difficile di quanto non lo fosse un mese fa. L’impressione è che alla testa degli Stati Uniti d’America vi sia un gruppo dirigente composto da irresponsabili che vanno diritti alla catastrofe presentandola al resto del mondo come un grande successo. E, purtroppo, siamo tutti coinvolti in questa tragedia.
Si potrebbe fare un parallelismo tra la “latitanza” di Bin Laden e quella di Provenzano?
Bin Laden è stato un agente degli Stati Uniti d’America per gran parte della sua vita e adesso gli si è rivoltato                 contro, così come Saddam Hussein. Ma la sorte che spetterà a questi due personaggi, nel caso specifico Bin Laden, purtroppo toccherà anche alla loro gente. Comunque, per rispondere alla domanda, non vedo un’analogia con Provenzano, poiché i contesti sono troppo diversi, il gioco è stato completamente diverso. Ci sono, tuttavia, delle somiglianze lontane. Si potrebbe affermare, ormai, che i gruppi mafiosi più importanti oggi si trovano al potere negli Stati Uniti, nei regimi arabi cosiddetti moderati… insomma, più si sviluppa la situazione e più si vede che i metodi mafiosi stanno occupando il vertice del potere internazionale e, del resto, il terrorismo in Pakistan sta diventando uno degli strumenti chiave di questo potere.
Qual è la sua opinione sull’omicidio di Maria Grazia Cutuli? Rientra nella logica in cui l’Afghanistan è terra di nessuno o – viste le sue recenti inchieste sul gas nervino –, si può anche azzardare qualcosa di più?
L’assassinio di Maria Grazia Cutuli non credo abbia niente a che vedere con il gas nervino. Le prove, i documenti, i quaderni degli appunti, sono le cose più semplici da lasciare sul terreno dei servizi segreti. Mi stupisce molto che a queste prove si sia lasciato che arrivassero dei giornalisti. Tutta questa meravigliosa intelligence statunitense che era già in Afghanistan che cosa stava facendo? Dove guardava? E’ strano che i giornalisti siano arrivati a scoprire delle informazioni mentre gli agenti dell’intelligence americano non hanno scoperto niente… C’è gente che diffonde, più o meno consapevolmente, notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico.
Cosa vede dietro la resa del Mullah Omar?
Era largamente previsto che lo strapotere militare degli Stati Uniti avrebbe avuto ragione del piccolo e scombinato esercito dei talebani. I miei dubbi personali non hanno mai riguardato l’esito sul campo militare di questa guerra, poiché la sproporzione delle forze in campo era tale che davvero non potevano esserci dubbi. Tra l’altro, mi fanno persino sorridere i toni di squillanti vittorie che sono dilagati in questi ultimi giorni sulla stampa italiana. Quali squillanti vittorie? È come un nano che deve combattere contro un gigante mille volte superiore. Non è questo il problema. Il problema è se la sconfitta dei talebani e la cattura o la morte del Mullah Omar e dello stesso Osama Bin Laden costituiscano la fine del terrorismo internazionale. Mi pare che le due cose siano completamente diverse. Questa vittoria sui talebani, con il suo alto prezzo in vittime, non costituisce affatto una fine del terrorismo. La guerra, purtroppo, continuerà altrove, poiché non è in questo modo che si può sconfiggere il terrorismo internazionale. Questa è semplicemente un’operazione bellica che serve per costruire altre operazioni belliche per andare avanti all’infinito nel tentativo, secondo me poco realistico, di rimettere in piedi l’economia dell’Occidente che, invece, sta andando a rotoli. Questo è quello che sta accadendo. Se si vuole sconfiggere il terrorismo bisogna agire in termini del tutto diversi e rendersi conto che si tratta di un problema criminale che va perseguito non con una guerra, ma con metodi di indagine e di ricerca dei criminali. Si tratta di una cosa possibile ma che, fino ad ora, non è stata fatta, né nelle direzioni giuste, né con i metodi giusti.
Come vede la questione del nuovo premier designato per l’Afghanistan, Hamid Karzai, e il fatto che Doshtun non sia intenzionato a rispettare gli accordi di Bonn?
Vedo esattamente ciò che ho già ripetutamente scritto e detto e cioè che a Bonn si è fatto un accordo, naturalmente sotto una forte pressione degli Stati Uniti d’America, una pressione a livello economico, con promesse di cospicui aiuti, anche militari. Tuttavia, i governi decisi a Bonn non possono insediarsi a Kabul, poiché tutte le componenti che in questo momento fanno parte della partita afgana sono armate e devono andare a Kabul con le loro armi. Nessun Hamid Karzai, infatti, si recherà a Kabul disarmato, così come non lo farà Doshtun, né Ismail Kahn. Il problema fondamentale è che a Kabul ci sono i tagiki e prima di trovare una soluzione sul terreno ci vorrà molto tempo e, soprattutto, un accordo politico tra gli interessi esterni all’Afghanistan che sono quelli della Russia, del Pakistan e dell’Iran. Questi interessi - ovviamente parlo di America, Russia, Pakistan e Iraq - devono essere in qualche misura contemperati. Una soluzione di imperio non è praticabile sul terreno poiché riaprirebbe la guerra civile. La prima cosa da fare non è quindi dominare il nuovo formale presidente dell’Afghanistan ma bisogna, invece, trovare un accordo politico fra le potenze all’intorno dell’Afghanistan. Questo accordo, a mio avviso, ancora non c’è e sarà difficile trovarlo nel breve tempo.

 

 

 



 
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    Gioco criminale

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    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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