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Antimafia Duemila

Wednesday
Jan 07th
Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002
Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002
L'altra guerra
L'incubo di Aral
L'altra guerra
Le Torri Gemelle
Non sarà la fine
Lo sceicco saudita e' solo un catalizzatore delle forze islamiche
Ecco gli interessi celati dietro alla guerra dell'Afghanistan
Simboli, una prospetiva a testa in giu'
La guerra batteriologica
La sindrome dei Balcani
Terrorismo internazionale ieri e oggi
La lettera di Nostradamus
Lo sceicco saudita è solo un catalizzatore delle forze islamiche
Percorsi di lettura

L’altra guerra

Contraccolpo all’impero Usa

seconda parte

di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante

Nello stesso tempo che noi impiegheremo per scrivere questo articolo e voi per leggerlo moriranno circa trecentocinquantamila bambini. Falciati, soprattutto, da guerra e fame.
No. Il calcolo, purtroppo, non è affatto azzardato. Secondo il World Resources Institute sono 13 milioni all’anno, circa uno ogni due secondi e mezzo, i bambini che nel modo più barbaro vengono privati della possibilità di vivere e, stando a quanto riferito dall’Onu, 12 milioni di questi non raggiungono i cinque anni di età.
Forse la domanda suonerà ripetitiva e retorica, ma quanti conoscevano questi terribili dati?
Qualcuno ha detto: <<Nessuno si preoccupa delle migliaia di vittime dell’Iraq a causa delle sanzioni del Consiglio di sicurezza. Dei morti in Jugoslavia a seguito dei bombardamenti aerei americani, o delle migliaia di morti in Sudan per la mancanza di medicinali dopo la distruzione degli impianti farmaceutici. La politica estera americana è molto più distruttiva e mortale degli attacchi terroristici dell’11 settembre. Ma la vita degli americani, lo sappiamo, vale molto di più di quella di vietnamiti, serbi o iracheni(1)>>.
Non sono le parole di un leader talebano, di uno dei nemici di tutto l’Occidente, ma quelle di Ramsey Clark, magistrato, ex ministro della Giustizia ai tempi dell’amministrazione Johnson, da 50 anni uno degli attivisti più infaticabili della sinistra americana.
Intervistato dal Corriere della Sera in seguito alla scoperta del video che proverebbe la responsabilità di Bin Laden nella strage delle Twin Towers.
<<Prima il governo Usa ha sparato e poi ha trovato “la prova” che inchioda il colpevole>>, commenta amaramente Clark, <<prima bisogna vedere se quel video è autentico. Il presidente Bush non ha mai creduto ad Osama, prima d’oggi, e ora ci vorrebbe obbligare a credere alle parole di un “bugiardo”>>.
Polemiche inutili, commenterà qualcuno, Bin Laden è il capo di una rete terroristica e come tale va perseguito, catturato, punito. Il discorso non fa una piega. Il terrorismo va indubbiamente combattuto, ma il terrorismo ha vari aspetti.
Nella guerra in corso, per sconfiggere i taliban gli Usa si sono appoggiati all’Alleanza del Nord, che grazie al comandante Rashid Dostum ha conquistato Mazar-e-Sharif.
Si ricorda di lui il giornalista pachistano Ahmed Rashid.
<<La prima volta che sono andato al forte per incontrare Dostum, nel cortile c’erano macchie di sangue e pezzi di carne umana. Le guardie mi dissero che un’ora prima Dostum aveva punito un soldato per un furto. L’uomo era stato legato ai cingoli di un carro armato che girava nel cortile maciullandone il corpo mentre Dostum osservava la scena>>.
Chi più assassino quindi? Dostum o chi, per interesse, appoggia le sue barbarie?
Risponde indirettamente Gino Strada, medico di Emergency, l’uomo che ha rifiutato i 3,5 miliardi stanziati a suo favore dal nostro governo perché in disaccordo con la decisione dell’Italia di prendere parte al conflitto: <<Bin Laden e Bush sono la stessa cosa, nella logica della guerra sono due terroristi>>.
<<A Kabul regna la confusione – aggiunge Strada intervistato da Panorama – e gli afghani non vogliono gli americani. Non parlo da politico, ma da medico che ha il diritto di curare tutti, anche i giovani di Al Qaeda>>.
Vanno fermati i fondamentalisti islamici quindi, ma vanno fermati anche quelli che Clark definisce <<gli atti di aggressione degli Usa>>.
<<E’ chiaro che l’America sta progettando l’attacco di altri Paesi. Si parla di una Fase 2 che includerebbe Somalia e Iraq. Bisogna fermarla>>.
Come?
<<Ogni Paese deve esercitare la propria sovranità. L’Italia è un Paese sovrano e deve dire ciò che pensa. Se Berlusconi è davvero d’accordo con gli Usa, pagherà un prezzo terribile. Non si dimentichi la precedente, disastrosa avventura in Somalia. L’Italia finirà per giocare un ruolo di terzo piano, da comparsa e schiava del colosso Usa>>.
E ancora afferma: <<Quel video non vale nulla>>.
Non è l’unico a pensarla così.
Le polemiche sulla veridicità del video si moltiplicano giorno dopo giorno mentre Bush, <<combattuto tra diversi sentimenti, perché tantissima gente ha sofferto a causa di quest’uomo>>, dichiara di considerare assurdi i dubbi sorti in merito all’autenticità delle immagini.
La domanda però è inevitabile: chi ha consegnato il video al presidente degli Stati Uniti?
Perché il Pentagono non lo vuole rivelare?

Il Pentagono ha le prove: Bin Laden
è colpevole
Giovedì 13 dicembre il Pentagono teletrasmette un filmato girato a Kandahar, si presume in un rifugio del mullah Omar, il giorno della caduta di Mazar-e-Sharif. Il video, della durata di circa un’ora, mostra, in due spezzoni, le immagini del cenacolo segreto organizzato, il 9 novembre, dai leader di Al Qaeda per festeggiare “la vittoria” dell’11 settembre. Una terza parte è invece dedicata alle riprese dell’elicottero americano precipitato per un guasto in Afghanistan.
Le immagini sono poco chiare, così come il sonoro, ma ciò che si sente è agghiacciante. Bin Laden parla - alla presenza del suo vice Ayman Al-Zawahiri, del portavoce Abu Gaith e di un non meglio precisato “sceicco”, forse il marito della figlia di Al-Zawahiri – di sogni premonitori, dei preparativi della strage, dell’immensa gioia provata al momento dell’attacco.
<<Noi abbiamo calcolato in anticipo il numero di perdite del nemico – dice -, il numero di quanti sarebbero rimasti uccisi, in base alla loro posizione nella torre. Abbiamo calcolato che i piani colpiti sarebbero stati tre o quattro. Io ero il più ottimista di tutti. (incomprensibile) … Dovuto alla mia esperienza in questo settore (studi in ingegneria, ndr.), pensavo che l’incendio sprigionato dal carburante degli aerei avrebbe disintegrato la struttura di metallo facendo collassare soltanto i piani colpiti dall’aereo e quelli superiori. Questo è tutto quello che speravamo>>.
Lo sceicco ringrazia ripetutamente Allah, nel corso del dialogo, e lo stesso fa Bin Laden che chiede informazioni sulle reazioni delle moschee in Arabia Saudita; che spiega come i kamikaze dell’11 settembre - ad eccezione di Mohammed Atta che <<aveva il comando del gruppo>> - fino ad un attimo prima dell’imbarco sugli aerei non sapessero in cosa sarebbe consistita l’<<operazione da martiri>>; che parla dei tanti sogni premonitori di diversi “fratelli”, i quali gli avevano fatto temere che il segreto potesse essere scoperto.
Poi continua: <<Erano entusiasti quando il primo aereo ha colpito l’edificio. Così gli ho detto: siate pazienti. L’intervallo fra i due aerei che hanno colpito le torri è stato di venti minuti. L’intervallo fra il primo aereo e quello che ha colpito il Pentagono è stato di un’ora>>.
Anche lo sceicco esprime la sua gioia: <<Non abbiamo parlato d’altro fino al mattino dopo. Siamo rimasti svegli fino alle 4, ascoltando gli aggiornamenti, e tutti erano entusiasti e dicevano: <Allah è grande>, <Ringraziamo Allah>, <Sia lode ad Allah>. Quel giorno per telefono sono arrivate congratulazioni non-stop. E’stata una vittoria. E altre vittorie verranno nel mese santo del ramadan. Ringraziando Allah, l’America è uscita fuori dalle sue caverne. E’ quello che speravamo. Ora sarà colpita dai credenti. Allah ti darà una grande ricompensa per questo lavoro>>.
Osama Bin Laden recita poi i versi di una poesia:
<<Le nostre case sono insanguinate, il tiranno circola liberamente. Non smetteremo di attaccare finchè la nostra terra non sarà liberata>>;
ricorre ai proverbi:
<<La gente ama i cavalli forti>>;
ricorda il Corano:
<<Li combatterò finchè non diranno che non esiste altro Dio che Allah>>.
Negli Stati Uniti, e a New York in particolare, il clima è straziante.
La gente è disperata, arrabbiata, sconvolta.
<<Quell’uomo è il male incarnato>>, gridano i soccorritori di Ground Zero mentre in molti piangono e tra le lacrime chiedono giustizia.
Quando vengono espressi i primi dubbi sull’autenticità del filmato, in particolare nel mondo arabo, il presidente Bush, indignato, scende in campo: <<Chi sospetta che sia un falso o un documento contraffatto si augura il meglio per un uomo che è un diavolo. Questo è il Bin Laden inedito, il Bin Laden che ha ucciso la gente, un uomo che ha mandato gente innocente a morire. E’ un uomo così infido e così cinico che riesce a ridere anche dei cosiddetti attentatori-suicidi che hanno perso la vita>>.
Non si può non essere d’accordo con Bush junior per quanto concerne il cinismo e la malvagità di Bin Laden, ma possiamo affermare con certezza che il video è autentico?
Sono tre le ipotesi che ci sentiamo di formulare.
Le prime due valutano la possibilità che le immagini siano autentiche e che lo scopo del leader della jihad fosse quello di inviare un messaggio sibillino agli arabi o quello di rivendicare la sua responsabilità nell’attentato al fine di mantenere la leadership sul proprio territorio pur non essendo realmente colpevole.
La terza contempla la possibilità che il governo americano abbia manipolato il filmato al fine di mantenere alta la percentuale dei sondaggi a suo favore e poter così portare a termine i piani predisposti per l’operazione “Libertà Duratura”.
La quale, una volta terminato con l’Afghanistan, prevede i bombardamenti di Somalia, Yemen, Sudan, Filippine, Corea del Nord e chi più ne ha più ne metta.
Dal canto nostro crediamo all’attendibilità del documento, ma ci sorprende l’atteggiamento misterioso assunto dal governo americano.
Ci chiedevamo: perché il Pentagono non vuole rivelare la fonte delle prove che inchiodano il terrorista più ricercato del mondo?
Ci chiediamo ancora: si tratta forse di un pentito?
Di un confidente?
O forse di lobby potenti che coprono il terrorismo e se ne servono, al momento più opportuno, per raggiungere determinati scopi?

Il grande inganno
Fino all’11 settembre, l’Fbi non sarebbe riuscita ad indagare, in Arabia Saudita, sui mandanti del terrorismo antiamericano perché Washington intendeva mantenere i rapporti con le monarchie del Golfo per proteggere i propri interessi petroliferi. Lo sostengono gli scrittori francesi Guillaume Dasquié, giornalista investigativo e Jean Charles Brisard, specialista in inchieste finanziarie, entrambi legati al mondo dello spionaggio.
“Tutte le risposte e tutti gli strumenti necessari per smantellare l’organizzazione di Osama Bin Laden si trovano in Arabia Saudita”, rivelano i due riportando le dichiarazioni di John O’Neill, ex-numero due dell’Fbi, deceduto negli attacchi al Wtc.
E continuano: “Si parla volentieri di terrorismo di stato quando si tratta di Libia o Iran. L’Arabia Saudita è risparmiata dalle liste nere per la sola buona ragione che è ingombrante sulla scena petrolifera mondiale”.
Significativo sarebbe il fatto che il primo mandato internazionale d’arresto nei confronti di Bin Laden sia stato emesso, nel 1998, non dagli Stati Uniti ma dalla Libia(2).
Se a questo si aggiungono i racconti di negoziati segreti intrattenuti fra l’amministrazione Bush e i talebani e riguardanti il progetto di costruzione di un gasdotto afgano, nel prossimo futuro mezzo indispensabile per il recupero di energie alternative all’ormai scarseggiante petrolio, non può che emergere il ruolo ambiguo di alcune personalità dell’entourage presidenziale americano.
Tra queste, secondo Dasquié e Brisard, la direttrice del Consiglio di sicurezza Condoleeza Rice (per nove anni alla testa della compagnia petrolifera Chevron che ha interessi in Kazakhstan e Pakistan), la direttrice dell’ufficio degli affari asiatici Christina Rocca, responsabile delle discussioni ad alto rischio con i taliban e Laila Helms - nipote di Richard Helms, ex direttore della Cia ed ex ambasciatore in Iran – dai due francesi denominata “la lobbista dei taliban”.
Seguendo il ragionamento è possibile affermare che sarebbero quindi gli interessi l’elemento scatenante di ogni grande conflitto.
O almeno il principale.
Diversi analisti di fama mondiale, scrive Marcello Graziosi su Il calendario del popolo, hanno così descritto i passaggi della politica estera statunitense a partire dal 1991, in seguito alla disgregazione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche:
“· per mantenere la propria incontrastata egemonia economica e militare, gli Usa devono poter controllare le aree di estrazione delle risorse energetiche dove si stanno ridefinendo le sfere di influenza in seguito allo scioglimento dell’Urss (Transcaucasica e Asia Centrale), con una relativa stabilizzazione delle zone di passaggio delle risorse verso Occidente, a partire dalla penisola balcanica. In questo contesto, uno degli obiettivi fondamentali che gli Usa hanno tentato di perseguire è stato l’isolamento della Russia, potenzialmente ancora ostile, soprattutto in seguito all’elezione alla presidenza di Vladimir Putin, molto più attento alla tutela degli interessi nazionali rispetto al suo predecessore Eltsin, evitando nel contempo la costruzione di un asse strategico tra Mosca, Pechino e New Delhi;
· di conseguenza, gli Usa, con il sostegno della Nato, hanno tentato di rimuovere ogni ostacolo che si frapponeva al loro progetto egemonico. Da questo punto di vista, i famigerati ‘stati canaglia’ non sono solamente, come oggi si tende a sostenere, quelli che offrono punti di appoggio al terrorismo ma, assai più genericamente, quelli che si oppongono direttamente o indirettamente ai progetti egemonici statunitensi e, in generale, occidentali. Con questi paesi non esiste convivenza: o si adeguano e si piegano alle volontà occidentali o vengono sottoposti a continue pressioni (economiche, poltiche, militari) se non, addirittura, distrutti dalle fondamenta. E la brutale aggressione della Nato contro la Jugoslavia o la guerra a bassa intensità contro l’Iraq sono lì a testimoniarlo;
· la corsa agli armamenti, perseguita unilateralmente dagli Usa, è sopravvissuta alla stessa Guerra Fredda. In questo contesto, la costruzione di uno scudo spaziale in grado di annullare attacchi nucleari costituisce senza dubbio un monito a tutti coloro che, a partire da Russia e Cina ma arrivando fino alla UE, potrebbero mettere in discussione l’egemonia Usa. Certamente non a caso, contro il progetto statunitense si è costruito un asse che comprende Mosca e Pechino, che possono approfittare anche della perplessità e della freddezza dimostrata da diversi paesi europei”.
Dal canto suo Osama Bin Laden, e qualunque potenza si celi dietro la sua figura, mira probabilmente alla creazione di un nuovo blocco politico, che pretenderebbe di sostituire quello sovietico ormai scomparso, rivendicando la posizione centrale del medioriente nel mercato delle risorse energetiche e quindi il suo diritto ad essere considerato potenza economica.
Una questione di affari quindi, sia, nel caso specifico, per Osama Bin Laden che per Bush.
E’ d’accordo Gore Vidal, uno dei maggiori scrittori americani, un tempo amico di John e Bob Kennedy, di tutti i loro uomini e del presidente Truman:
<<I nostri governanti sono uomini d’affari e a loro piace la guerra perché procura affari>>.
Ma la condizione necessaria per combattere una guerra, si sa, è innanzitutto il consenso popolare.
Un sondaggio di CNN-“Time”, scrive Vidal nel suo libro La fine della libertà, aveva denunciato che nel novembre del 1995, il 55 per cento degli americani sosteneva che il governo federale fosse “diventato così potente da rappresentare una minaccia per i diritti dei comuni cittadini”. Gli attacchi dell’11 settembre hanno rinnovato la convinzione, espressa dal 74 per cento degli elettori statunitensi, che rinunciare ad una parte delle proprie libertà personali è assolutamente indispensabile per poter godere della protezione governativa.
Da qui il via libera a quello che Vidal definisce un vero e proprio stato di polizia che interessa non solo, come abbiamo visto, la politica internazionale ma anche quella interna degli Stati Uniti.
Nel suo ultimo libro, l’autore americano ricorre a un altro sondaggio per spiegare le condizioni nelle quali i cittadini statunitensi hanno accettato la sottoscrizione, da parte del presidente Clinton, dell’Anti-Terrorism Act, o meglio di una serie di norme “che autorizzavano la polizia a commettere ogni sorta di crimine contro la Costituzione nell’interesse della lotta al terrorismo”.
Il tutto parte dallo sterminio, ad opera dell’Fbi, degli adepti della setta del santone David Koresh per approdare all’attentato ad un edificio federale di Oklahoma City, nel quale perirono 168 persone.
Una vicenda che Vidal ha seguito da molto vicino.

La fine della libertà
Era il 19 aprile 1993 quando una squadra Swat dell’Fbi, servendosi illegalmente di carri armati dell’esercito, penetrò nel complesso di Waco, nel Texas, sede della setta dei cristiani avventisti del settimo giorno Branch Davidians.
Fu un massacro.
Ottantadue persone, fra cui ventisette bambini, vennero uccise dai gas lanciati dai militari e dai colpi sparati dai cecchini nell’ambito di un’operazione denominata “Show Time”. Un’inferno che cominciò il 28 febbraio dello stesso anno quando più di cento agenti del “Federal Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms” (ATF) attaccarono la chiesa accusando il leader della setta, David Koresh, di possesso illegale di armi da fuoco. A nulla valsero gli inviti, rivolti dall’uomo agli agenti dell’Fbi, di controllare le matricole delle armi di sua proprietà e nessuno ritenne opportuno, prima di passare all’azione, condurre apposite indagini e concedere, a Koresh e ai suoi adepti, il beneficio di un processo equo che potesse stabilire la loro colpevolezza o innocenza.
Il loro destino era già stato segnato dall’alto degli organi governativi.
All’assalto, che provocò la morte di sei davidiani, seguirono un periodo di tregua e cinquantuno giornate durante le quali fu initerrottamente trasmessa, davanti alla chiesa, musica ad alto volume. Poi niente più elettricità né cibo per i bambini fino a che Janet Reno, il procuratore generale, non diede all’Fbi l’ordine di fare irruzione all’interno della chiesa con i carri armati della Texas National Guard e della Joint Task Force Six violando il Posse Comitatus Act, il quale vieta l’uso dell’esercito contro i civili.
Sei ore dopo, sul “campo di battaglia”, rimasero solo i corpi senza vita di un’ottantina di persone mentre l’opinione pubblica internazionale, tenuta con il fiato sospeso durante lo show time, brindava alla vittoria.
Il volto indemoniato di Koresh, per mesi trasmesso dai media di tutto il mondo, adesso non faceva più paura: il pedofilo, produttore e spacciatore di metanfetamina era stato finalmente sconfitto.
E la sensibilità della signora Reno, pronta ad uccidere ventisette bambini per sottrarli alle grinfie di quello che Vidal, sulla base delle sue indagini, sostiene fosse soltanto un pacifico gruppo di persone che vivevano e pregavano insieme nell’attesa della fine del mondo, si espresse pienamente nelle parole pronunciate due anni dopo nel corso della trasmissione 60 Minutes.
<<Ho visto quello che è successo, e sapendo quello che è successo non lo rifarei>>.
Intanto, però, la giustizia continuò a fare il suo corso e undici membri della setta dei davidiani vennero processati “per il loro ‘complotto omicida’ nei confronti degli agenti federali che li avevano attaccati. La giuria prosciolse tutti e undici da quell’accusa. Ma dopo aver asserito che erano colpevoli di tentato omicidio – cioè l’accusa della quale erano appena stati assolti – il giudice condannò otto innocenti membri della chiesa di Koresh a un massimo di quarant’anni di galera per reati minori. Un giurato, disgustato, commentò: <<Abbiamo processato le persone sbagliate>>”.
Ce lo racconta Gore Vidal nel suo libro La fine della libertà aggiungendo: “Per quanto mi riguarda, mi indignai abbastanza da descrivere nei dettagli che cosa era successo veramente”.
Nel corso di un’indagine condotta sei anni più tardi l’Fbi negò di aver utilizzato il gas letale assicurando di essersi limitata a lanciare soltanto qualche lacrimogeno pirotecnico.
Due anni dopo Waco, Oklahoma City.
Era un altro 19 aprile quando una bomba scoppiò in un edificio federale provocando la morte di 168 persone tra uomini, donne e bambini. All’evento seguì la quasi immediata cattura di Timothy McVeigh, uno dei manifestanti, fotografati dall’Fbi, che assistette di persona allo sterminio di Waco. Il “pacchetto criminis” fu confezionato in tempi rapidissimi: McVeigh, soggetto istintivamente crudele aveva agito senza alcuna, coerente, motivazione, tranne quella di voler vendicare l’uccisione dei davidians.
Convincere l’opinione pubblica della bontà di tale tesi non risultò essere cosa particolarmente difficile.
L’imputato fece ricadere su di sé tutte le colpe dell’attentato forse perché, come scrisse in una lettera a Vidal ricordando le parole di H.L. Mencken, “qualsiasi persona normale di tanto in tanto prova la tentazione di sputarsi nelle mani, issare la bandiera nera, e cominciare a tagliare le gole”.
Per il giorno della sua esecuzione, che sarebbe avvenuta tramite iniezione letale a Terre Haute, nell’Indiana, il condannato a morte chiese che Vidal fosse tra i cinque testimoni della sua morte.
“Tutto cominciò sul numero di novembre 1998 di Vanity Fair – spiega ancora l’autore -. Avevo scritto un pezzo che parlava del massacro dei Dieci Emendamenti. Avevo citato esempi di esproprio da parte dell’Irs senza giusto processo, di raid senza mandato e di omicidi di gente innocente da parte di varie agenzie governative per la lotta alla droga, della collusione del governo nel tentativo, riuscito, da parte delle finanziarie agricole di sbarazzarsi dei piccoli proprietari terrieri e così via. … Poi, in coda al pezzo, parlavo del massacro, illegale ma impunito, di Ruby Ridge (una madre, il figlio e il cane erano stati uccisi a sangue freddo dall’Fbi); e l’anno dopo, Waco. In nessuno dei due casi i media si erano scandalizzati. A quanto pare, la parola chiave non era stata pronunciata. Parola chiave? Ricordate Và e uccidi?”
Segue la breve recensione di un film interpretato da George Axelrod in cui il protagonista, avendo subito il lavaggio del cervello, imbraccia le armi ogni qualvolta venga pronunciata, appunto, la fatidica parola chiave.
Timothy McVeigh queste cose le sapeva. Era un eroe di guerra, ex membro dei Nature’s Eagle Scouts ed era stata la guerra, precisamente quella del Golfo, ad aprirgli gli occhi.
“Siamo stati fomentati e ingannati”, scrisse a un giornalista raccontandogli che quando giunse in Iraq trovò nient’altro che “persone normali come lei e come me. Ci raccontavano un sacco di bugie perché li uccidessimo. Ci dicevano che dovevamo difendere il Kuwait, dove gli abitanti erano stati violentati e massacrati”.
E ancora, in una lettera indirizzata a un amico: “Ci sono ragazzini che muoiono di fame e a volte anche adulti che vengono a supplicarci per po’ di cibo… E’ molto faticoso dal punto di vista emotivo. E’ come avere un cucciolo di cane sotto il tavolo, ma molto peggio. Prima ce ne andiamo, meglio è. Adesso capisco come mai i ragazzi in Vietnam venivano uccisi dai bambini”.
Nacque da qui la decisione di McVeigh di prendere una posizione politica contro le azioni ingiuste del governo americano per poter, in qualche modo, contestare l’uso della forza come strumento di esercizio del potere.
Ma questo nessun giornale lo scrisse.
Quando Brian Caddy e John Lloyd, due esperti inglesi, lessero i documenti dell’Fbi relativi all’attentato di Oklahoma City rimasero a dir poco sconcertati. <<Se sono i rapporti destinati a essere presentati al tribunale come prova – dichiarò il primo -, sono molto perplesso sia per quanto riguarda la struttura sia per il contenuto. La struttura sembra pensata per confondere il lettore più che per aiutarlo>>.
D’accordo Lloyd <<I rapporti sono di natura puramente ipotetica. Leggendoli è impossibile evincerne la catena dei controlli e quali operazioni siano state svolte esattamente sui vari elementi>>.
Elementi contraddittori che si moltiplicarono giorno dopo giorno mentre prendeva sempre più forma l’ipotesi che McVeigh non solo non avesse agito da solo ma che non fosse addirittura coinvolto nella strage di Oklahoma City. A rivelarlo furono ancora degli esperti.
Non convincevano le dichiarazioni dell’imputato.
Non convinceva il tipo di esplosivo utilizzato: una singola bomba al fertilizzante non avrebbe potuto provocare danni così ingenti al Murray Building. Non convinceva nemmeno il primo avvocato di McVeigh, Stephen Jones, che, si scoprì in seguito, aveva “venduto” il suo cliente in combutta con il giudice.
Ma la cosa più sconcertante furono le tante piste tralasciate dall’Fbi e le dichiarazioni di testimoni oculari, molto attendibili, delle quali nessuno ha ritenuto opportuno tenere conto e che avrebbero salvato Timothy McVeigh dalla pena capitale.
D’altronde, lo ricorderemo tutti, a suo tempo non convinse nessuno nemmeno il rapporto della Commissione Warren e dovettero passare lunghi anni prima che si potesse attestare la responsabilità di servizi segreti e mafia nell’omicidio Kennedy.
Quando ormai era acqua passata.
Più convincenti, però, i sondaggi.
Dopo l’attacco al Murray Building, ce lo rivela il Los Angeles Times, il 58 per cento degli americani era disposto a rinunciare ad alcuni diritti per contenere il problema del terrorismo.
E Clinton fu così libero di firmare l’Anti-Terrorism Act.
“Essenzialmente – spiega Vidal – l’Anti-Terrorism Act mirava a creare una forza nazionale di polizia, passando così sul cadavere dei padri fondatori. I dettagli ci vengono forniti dal disegno di legge del ‘97 della Camera dei Rappresentanti, un mostro partorito da Clinton, da Janet Reno e dal misterioso signor Freeh. La legge prevedeva l’istituzione di una Rapid Deployment Strike Force (Forza di Pronto Intervento a Dislocamento Rapido) di duemilacinquecento uomini con a capo il procuratore generale, dotato di poteri dittatoriali. Joe Hendricks, capo della polizia di Windsor, nel Missouri, si oppose fermamente all’idea di una forza di polizia sovracostituzionale. Secondo la legge, sottolineava Hendricks, <<un agente dell’Fbi potrebbe entrare nel mio ufficio e requisire l’intero dipartimento di polizia. Se non ci credete date un’occhiata al progetto di legge anticrimine che Clinton ha firmato nel 1995. Dice che i federali devono prendere il controllo del dipartimento di polizia di Washington, DC. A mio parere questo crea un pericoloso precedente>>”(3).

Anche questa è America.

Soprattutto questa è America.
Il modello al quale si ispira la società occidentale unita sotto il segno della globalizzazione.
Il simbolo per eccellenza di ogni forma di libertà e di libera espressione, lo sguardo sul futuro, la gigantesca fabbrica di sogni di centinaia di milioni di giovani di tutto il mondo è in realtà la scintillante bandiera di uno stato con mire imperialistiche che, non diversamente dai fondamentalisti della jihad, mira ad imporre la propria egemonia su scala internazionale.
<<Siamo la nazione indispensabile – ha avuto modo di dire Madeleine Albright, segretario di stato dell’era Clinton – ci ergiamo al di sopra di tutti. Sappiamo guardare più lontano nel futuro>>.
Ma il futuro potrebbe non essere così roseo.
Oggi gli Stati Uniti sono il Paese più indebitato del mondo ed è solo grazie alla propria potenza militare e al conseguente atteggiamento di prevaricazione che può evitare la competizione diretta con economie più sane, come quella europea e giapponese.
Ne Gli ultimi giorni dell’impero americano, un libro pubblicato lo scorso anno, l’autore Chalmers Johnson avvertiva che “nel prevedibile futuro l’America sarà il principale bersaglio di tutte le forme di ritorsione immaginabili, in particolare di attacchi terroristici contro esponenti americani dentro e fuori le forze armate in qualsiasi angolo della terra, Stati Uniti compresi”.
Anche Louis J. Freeh, già direttore dell’Fbi, parlò nel 1998, davanti al Congresso, dell’alta probabilità di attentati terroristici antiamericani <<di ampia portata e tesi a massimizzare l’impatto di devastazione del terrore>>. Ricordò l’attentato del febbraio 1993 al World Trade Center, quello con il gas Sarin nella metropolitana di Tokyo, risalente al 1995, che aveva provocato la morte di 12 persone e il ferimento di più di un migliaio e quello di Luxor del novembre 1997. In quest’ultima occasione non ci fu alcuna vittima americana ma, assicurò Freeh, alcuni indizi indicavano che l’assalto aveva lo scopo di ottenere il rilascio dello sceicco Omar Abdel Rahman, che si trovava in un carcere del Missouri.
Lo sceicco e i suoi complici erano stati incarcerati con l’accusa di aver partecipato all’attentato al Wtc e al complotto per l’assassinio del presidente Mubarak (4).
Davanti al Congresso Freeh accennò ancora a quei terroristi di fama internazionale <<che operavano localmente>>, tra i quali Osama Bin Laden, definendoli i più pericolosi poiché riuniti in <<gruppi spesso organizzati per un singolo scopo, in via temporanea, cosa che rende difficile per gli investigatori infiltrarsi o localizzarli. Inoltre sfruttano la mobilità consentita dalla tecnologia e dalla mancanza di una rigida struttura di base>>.
E alla ritorsione degli attentati terroristici Johnson aggiunge quella derivata dall’indebolimento dell’industria americana, “una conseguenza non calcolata della strategia politica statunitense. L’ascesa del militarismo in una società un tempo democratica è un altro esempio di ritorno di fiamma. Sebbene gli Stati Uniti abbiano un forte senso di invulnerabilità e sostanziali mezzi militari ed economici per rendere credibile tale percezione, le loro pretese imperialiste rendono la crisi inevitabile”.
E conclude: “Quando la guerra fredda ebbe fine e gli Stati Uniti decisero di convertire il proprio traballante predominio in un’egemonia rapace, Washington iniziò a costringere tutte le maggiori economie del globo a ricalcare i suoi canoni. Questo miope progetto non solo è fallito, ma ha gettato discredito sulla nozione stessa di libero mercato (…) e il mondo resta in bilico sull’orlo di una possibile recessione provocata da Washington”.

La cupola
Secondo Johnson, quindi, gli Stati Uniti, e di conseguenza tutto il mondo occidentale, si troverebbero sull’orlo di una crisi non programmata dovuta ad uno sfrenato e non controllato desiderio di supremazia.
Un ragionamento che potrebbe essere applicato alle molteplici politiche imperialiste che si sono avvicendate nel corso della storia, ma che, nel caso specifico, presenta delle misteriose lacune.
Gli ambigui movimenti di borsa effettuati poco prima dell’attentato, le estreme difficoltà nelle quali versano le ricerche del terrorista Bin Laden e del mullah Omar, gli strani connubi tra le varie organizzazioni terroristiche e rappresentanti del mondo occidentale, le implicazioni tecniche, politiche, economiche dell’attentato al Wtc, che lo hanno reso paragonabile ad un’azione di guerra, lasciano delle cose non dette. Soprattutto se pensiamo che l’attacco è stato sferrato contro il paese più dotato di misure di difesa contro il terrorismo e di potenti servizi segreti sicuramente infiltrati nella quasi totalità delle organizzazioni estremiste dislocate su tutto il territorio internazionale.
Neppure si può tralasciare il fatto che molti capi della jihad sono stati in passato sostenuti, per diversi motivi, proprio dalla Cia e da altre centrali di spionaggio occidentali.
Il giornalista Giulietto Chiesa fa inolte notare l’importanza rivestita dal fattore tempo: se, come si dice, l’operazione terroristica era in progetto da anni diventava ancora più difficile contenere la classica fuga di notizie dovuta all’errore di uno degli esecutori.
Che nel caso dell’attentato dell’11 settembre sono parecchie decine e svariate centinaia quelle che hanno preso parte all’intera organizzazione della strage.
E si tratta, lo abbiamo constatato, di persone tanto colte e occidentalizzate da poter convivere tranquilllamente, e per diversi anni, con il nemico da abbattere.
Il livello di segretezza necessario per una tale operazione, quindi, deve essere necessariamente collocato ad un livello superiore che Chiesa definisce “la cupola”. E che sarebbe costituita da “altissimi esponenti di alcuni servizi segreti di alcuni paesi”, i quali, per agire, hanno “scelto una tempistica molto vicina all’evolversi della crisi dell’economia americana e agli sviluppi della incombente recessione mondiale”.
“Mettendo insieme tutti questi indizi, o dettagli – continua il giornalista – è forse possibile avanzare qualche considerazione induttiva, certo molto provvisoria, ma che potrebbe aiutarci a non trovarci sorpresi, tra qualche tempo, quando si scoprisse che la cupola era composta in modo molto più variegato di quanto appare oggi. L’identikit collettivo di questa cupola sembra essere questo: ottimi conoscitori dell’Occidente, altrettanto ottimi consocitori della disperazione sociale del Sud del mondo, manipolatori brillanti del fanatismo religioso islamico, straordinariamente ricchi, frequentatori dei più esclusivi circoli finanziari internazionali, dotati di un’alta capacità di insider trading, con accesso a informazioni riservate di carattere politico, diplomatico e militare.
Un ritratto collettivo di un gruppo non vasto di persone, in cui non è difficile ipotizzare la compresenza di alti finanzieri del petrolio; membri di regimi insospettabilmente amici dell’Occidente, che hanno fatto i loro calcoli e sono giunti alla conclusione che la sua protezione non sarà sufficiente a garantire le loro ricchezze, il loro potere e persino la loro vita; feroci rampolli di dinastie minacciate; commercianti miliardari che vivono nel mercato capitalistico senza essersi mai convertiti alle idee dell’Occidente; tutti mescolati, anzi fusi, in una organizzazione segreta micidiale insieme ai teorici del jihad. Insomma una cellula impazzita della globalizzazione”.
E conclude:
“Osama Bin Laden può essere – forse lo è – uno di loro. Il suo ritratto e la sua biografia corrispondono a molti di questi indizi. Ma non è l’unico e probabilmente non il più importante. Bombardare Kabul o anche Baghdad non servirà a colpirli. Con la stessa logica hollywoodiana si dovrebbero bombardare Islamabad e Riyadh, il Cairo e Amman, e anche qualche capitale europea, dove banchieri e broker cristiani hanno lavorato, con vari gradi di consapevolezza, per quella causa, e dove la cupola ha probabilmente alcuni dei suoi uffici”(5).

Ultim’ora
Mentre scriviamo, a metà dicembre, con la conquista delle caverne e dei tunnel di Tora Bora l’Occidente considera vinta la guerra in Afghanistan. Il paese che per il 90 per cento era nelle mani dei talebani di Osama Bin Laden ora è in quelle dei mujaheddin e dei soldati americani. E la sua prossima ricostruzione sarà aiutata da una forza internazionale di pace.
La prima fase della guerra, così come era stato previsto, si è conclusa quindi prima di Natale e sarà ora un gioco da ragazzi stanare quel migliaio di combattenti di Al Qaeda fuggiti da Tora Bora e probabilmente diretti verso il Pakistan.
Gli attacchi però non si fermano. Il Pentagono, come annunciato dall’inizio della guerra, proseguirà i bombardamenti in tutte le zone a rischio terrorismo.
Tutto secondo i piani, quindi, tranne che per un piccolo particolare: Bin Laden, l’uomo per il quale la guerra stessa è iniziata è ancora latitante, sparito anche dai monitor dell’intelligence americana che assicura di averne sentito la voce, via radio, solo qualche giorno fa.
Dove può essersi nascosto?
Forse la cupola lo sa.


1. Alessandra Farkas, Corriere della Sera, venerdì 14 dicembre 2001
2. Usa Attack (4): tutte le connection Usa-talebani, tratto dal sito www.misteriditalia.it
3.   L’intero paragrafo è basato sul testo di Gore Vidal, La fine della lIbertà, verso un nuovo totalitarismo?, Fazi Editore, 2001.
4.   John K. Cooley, Una guerra empia, eléuthera edizioni, 2000
5.Giulietto Chiesa, Limes: la guerra del terrore.

 




 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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