La Rivista
Editoriali
Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002 | Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002 |
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La guerra batteriologica di Costantino Paglialunga Durante il servizio militare ci indottrinavano su un probabile attacco NBC (Nucleare, Batteriologico e Chimico) che i nostri superiori erano convinti di poter contrastare con semplici mezzi di autodifesa. Chi ha conoscenze su queste ignobili e micidiali armi non può essere convinto così facilmente, tanto meno se l’azione viene rivolta verso la popolazione. È facile gridare: “Al lupo, al lupo”. Poi, quando il lupo ce lo troviamo davanti, le autorità si affrettano a dire che non c’è certezza assoluta nella difesa della propria vita, che i vaccini hanno tempo di intervento assai lungo, che bisogna prendere antibiotici per prevenire e così via. Nel cercare di capire qualche cosa, ci accorgiamo che è stato lo stesso uomo, nell’ambito delle applicazioni delle tecniche distruttive, a creare e ad usare le armi nucleari, chimiche e batteriologiche per cui l’umanità intera ha corso e continua a correre rischi enormi. Il problema, al giorno d’oggi, è pure amplificato da un’informazione capillare e continua. Che dobbiamo fare? Se non possiamo eliminare la causa, cerchiamo intanto di conoscere più dettagliatamente il problema. Cominciamo, innanzitutto, a parlare dell’attacco batteriologico che è quello che nel periodo attuale ci tocca molto da vicino. Questo tipo di arma in verità venne usata già nel XIV secolo quando i tartari, impegnati nell’assedio di Caffa sul Mar Nero, riversarono all’interno della fortezza cadaveri di appestati. I genovesi in fuga, poi, trasportarono la peste in Europa dove, in appena tre anni, perirono 20 milioni di persone. E che dire della diffusione del vaiolo all’interno della popolazione pellerossa avvenuta, nel 1763, ad opera di Sir Jeffrey Amherst, governatore della Nova Scotia, che ordinò di consegnare a codeste popolazioni coperte infettate? Gli stessi inglesi mandarono tra i Maori, popolazioni della Nuova Zelanda, gruppi di prostitute infettate di una malattia venerea: la famigerata sifilide. Naturalmente queste ignare popolazioni vennero quasi totalmente sterminate e la conquista di quegli immensi territori fu un evento inevitabile. Durante la seconda guerra mondiale i giapponesi disseminarono in Manciuria la peste, il colera e la leptospirosi. Con il crollo dell’Impero del Sol Levante si verificò un’ennesima nefandezza: Shiro Ishii, direttore della “Unità 731” e grande sperimentatore sui prigionieri di guerra di armi batteriologiche, non solo non venne processato e condannato come criminale di guerra, ma venne invitato addirittura negli Stati Uniti per collaborare al funzionamento del più grosso centro di guerra batteriologica americano che era stato installato a Fort Detrick, dove dal 1942 venivano selezionati i micidiali batteri quali peste, morva, tifo petecchiale, carbonchio ed altro, per essere stivati in bombe o testate missilistiche. Per raggiungere questa conoscenza venne infatti sperimentata sull’isola di Gruinard (Scozia) la resistenza delle spore di antrace all’esplosione e agli agenti atmosferici. La ricerca venne portata avanti secondo un programma sviluppato dai governi del Regno Unito, Canada e Stati Uniti. Bombe contenenti spore di antrace furono fatte esplodere sull’isola nel 1942 e nel 1943. Come previsto si dimostrarono in grado di resistere ad esplosioni e fino agli anni ottanta furono ancora rinvenute spore vitali sul territorio dell’isola. Per eliminarle tutte si rese necessario ricorrere ad una drastica operazione di bonifica, ottenuta spargendo una soluzione di formaldeide in acqua di mare su tutta l’isola. Solo nel 1988 il governo inglese aveva potuto dichiarare che l’isola era sicura, cioè non infestata dalle spore di antrace. Gli americani, del resto, si sono ritenuti forti di queste armi in quanto la penicillina era un loro brevetto o, meglio, un loro monopolio. E, finito il monopolio della penicillina, dovettero ricorrere alla produzione di batteri sempre più micidiali. Negli Usa si costruirono ben nove impianti finalizzati alla guerra batteriologica, in Inghilterra se ne costruì uno a Porton e la stessa URSS realizzò alcuni laboratori sulle coste del Mar Caspio. Verso la fine degli anni ’60 si arrivò alla conclusione che le armi batteriologiche non avessero più un grande impiego, soprattutto per i continui sviluppi della ricerca farmaceutica che praticamente aveva, per così dire, annullato gli effetti dei microrganismi “segreti”. Si giunse inevitabilmente al trattato internazionale del 1972 che sanciva la messa al bando di queste armi. Come si dice in questo pianeta: “Fatta la legge, trovato l’inganno”. Ed ecco che, negli anni ’80, si dovette assistere ad una recrudescenza di tale logica per cui gli scienziati si permisero di inventare e creare nuovi microrganismi assolutamente sconosciuti al nemico e praticamente inattaccabili dagli antibiotici. Spronati dalle multinazionali delle biotecnologie, i cui scienziati potevano manipolare e modificare il DNA dei batteri, i militari rimisero al loro posto le armi batteriologiche. A partire dagli anni ’90 gli scienziati hanno lavorato alacremente, soprattutto quando sui mass media comparve la notizia che il dittatore iracheno Saddam Hussein possedeva probabilmente armi batteriologiche. Mentre questo processo prendeva sempre più piede nei vari laboratori segreti, si verificò un fatto incredibile con la caduta dell’impero sovietico. L’isola di Vozrozdenie, l’isola della morte situata al centro del Lago di Aral, venne abbandonata dagli scienziati sovietici e lasciata in balia degli eventi. In quest’isola vi era una base segreta dove sono state studiate e sperimentate per decenni armi batteriologiche in grado di produrre peste, vaiolo siberiano, tularemia, brucellosi, morva, febbre del Queensland e, inoltre, potenziare alcuni batteri che avrebbero potuto procurare malattie incurabili, rendendoli appunto resistenti a tutti i farmaci disponibili. Gli esperimenti furono condotti su conigli, topi bianchi, criceti, cavalli, pecore, asini, scimmie e babbuini. Il pericolo più grave, però, dal punto di vista sanitario e ambientale è rappresentato dalle tonnellate di Bacillus Anthrachis, che sono state sepolte nei bunker di questa base all’epoca segreta, prima del suo abbandono nel 1992. I bacilli di antrace non sono stati fabbricati nell’isola di Vozrozdenie, ma vi furono portati nel 1988 dai laboratori di Sverdlovsk, una cittadina situata nelle vicinanze dei Monti Urali, ad oltre 1300 Km da Mosca, in seguito alla fuga di notizie che ne rivelò l’esistenza al mondo occidentale. Gli scienziati di Sverdlovsk sigillarono tutto quel materiale in contenitori d’acciaio che sterilizzarono e spedirono su convogli speciali nella base segreta di Vozrozdenie, dove vennero sepolti in speciali hangar e poi definitivamente abbandonati. Una rilevante percentuale di queste spore è tuttora attiva e la notizia ci è giunta da esperti internazionali che hanno potuto ispezionare l’isola. Il problema col passare del tempo si è aggravato, in particolare per la popolazione limitrofa al Lago di Aral, il quale continua ad abbassarsi di livello, fatto che provocherà, nel giro di alcuni anni, il congiungimento dell’isola con la terraferma, creando un facile passaggio per gli innumerevoli insetti, roditori e rettili già presenti nell’isola, capaci di trasportare le spore sulla terraferma. E se ci fosse, nel frattempo, l’attacco di qualche organizzazione terroristica, cosa potrebbe succedere? È una domanda legittima, visti i tempi che corrono. Quanto descritto è da definirsi come uno dei maggiori disastri ecologici del pianeta e potrebbe, di fatto, risultare il generatore di un irreparabile attacco batteriologico che nemmeno la più fervida fantasia avrebbe potuto immaginare. Il frutto della pazzia legalizzata sta lentamente attanagliando l’uomo. Nell’altra parte del mondo, dopo l’11 settembre, il bacillo dell’antrace sta tranquillamente diffondendosi sul territorio americano, e non solo, con un meccanismo non previsto dalle autorità. Che cosa si deve fare? Intanto conosciamo chi dobbiamo combattere. L’antrace è l’escara, la placca nera che si forma per necrosi e mummificazione dei tessuti organici, che segue alla pustola del carbonchio, cioè quella grave infezione provocata dal Bacillus Anthrachis. In natura colpisce i bovini, gli ovini e, qualche volta, l’uomo, ed è caratterizzata in genere da pustole nerastre di tipo emorragico. La malattia è praticamente scomparsa, nel XX secolo, in Europa e in America settentrionale. Si osserva ancora nei paesi in via di sviluppo dove colpisce soprattutto gli ovini, ma anche i bovini (Africa) e gli erbivori selvatici. L’animale febbricitante ha convulsioni ed emorragie nasali. Muore rapidamente e, se si pratica l’autopsia, si osserva una congestione emorragica di tutti gli organi, il cui aspetto nerastro è all’origine del nome della malattia. Il bacillo del carbonchio grampositivo ha la particolarità di produrre spore nel terreno dopo il seppellimento dei cadaveri. Questo fatto spiega la persistenza del germe e la contaminazione delle greggi che ritornano su questi pascoli, un tempo chiamati campi maledetti. Nella guerra batteriologica l’antrace viene utilizzata poiché la sua produzione è abbastanza facile e a basso costo. Come si può diffondere e quali sono i sintomi? Se si entra in contatto con animali infetti i sintomi sono simili a quelli di un comune raffreddore, seguito da problemi respiratori e shock anafilattico. Generalmente è letale, se non si anticipa lo sviluppo. La profilassi si basa essenzialmente sull’educazione sanitaria: i cadaveri devono essere distrutti con la calce viva. Se la malattia si contrae attraverso tagli o abrasioni cutanee che vengono in contatto con animali infetti, si osservano sintomi come le infezioni cutanee, talvolta con tumefazione dei linfonodi. Se trattata correttamente, raramente è letale. Se, invece, si contrae ingerendo carne di animali infetti (ambiente tropicale) si assiste ad una infiammazione del tratto intestinale con nausea, vomito e febbre. È letale in circa il 60% dei casi. Il rimedio più efficace prevede la somministrazione di antibiotici che, se presi per tempo, sono molto efficaci. Il carbonchio si organizza in spore, strutture che si appalesano nel caso di una variazione ambientale o al sopraggiungere di condizioni sfavorevoli per la loro vita. Queste strutture sono molto resistenti al calore, alle radiazioni, ai pH estremi e contengono il DNA del microrganismo. Quando le condizioni ambientali tornano favorevoli, le spore ridiventano batteri viventi e se vengono respirate si fissano nei polmoni dove si moltiplicano rapidamente, producendo tossine che si diffondono in tutto il corpo attraverso il sangue. Un miliardesimo di grammo è in grado di provocare la morte di un individuo. È chiaro che in questo caso la prevenzione più immediata è l’uso di una maschera antigas. L’emergenza attuale è focalizzata soprattutto sull’antrace, in primo luogo negli Stati Uniti, ma vi è anche la paura legata alla minaccia di un attacco con il virus del vaiolo. La vaccinazione obbligatoria è terminata nel 1972 e questo ha prodotto la cessazione della produzione dei vaccini. I sintomi di tale gravissima malattia compaiono a circa 12 giorni dall’esposizione con febbre alta, affaticamento e dolori di schiena a cui seguono, dopo due o tre giorni, lesioni e pustole su faccia, braccia e gambe. La statistica dice che oltre il 30% degli infetti muore entro due settimane dai primi sintomi. È una malattia il cui contagio si presenta molto elevato, soprattutto nella fase pustolosa. La contaminazione può avvenire peraltro indirettamente, attraverso gli oggetti o la biancheria infetta. Il soggetto affetto da vaiolo deve essere isolato e la terapia è solo sintomatica. Gli antibiotici servono unicamente ad evitare le sovrinfezioni perché non hanno un’azione sul virus. La profilassi consiste nell’isolamento del paziente e nella disinfezione ma, soprattutto, nella vaccinazione.
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primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello
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Toghe Lucane: indagati, parti offese, reati
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Dall'atto di chiusura delle indagini preliminari, emergono gravissime
ipotesi di reato commessi: 1) dai magistrati nell'esercizio delle loro
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