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Home arrow La Rivista arrow Editoriali arrow Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002
Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 18 Dicembre-Gennaio 2001-2002
L'altra guerra
L'incubo di Aral
L'altra guerra
Le Torri Gemelle
Non sarà la fine
Lo sceicco saudita e' solo un catalizzatore delle forze islamiche
Ecco gli interessi celati dietro alla guerra dell'Afghanistan
Simboli, una prospetiva a testa in giu'
La guerra batteriologica
La sindrome dei Balcani
Terrorismo internazionale ieri e oggi
La lettera di Nostradamus
Lo sceicco saudita è solo un catalizzatore delle forze islamiche
Percorsi di lettura


Lo sceicco  saudita è solo un catalizzatore delle forze islamiche


Una lettura di Magdì Allam

Lo scorso 3 dicembre abbiamo intervistato il noto giornalista, inviato de La Repubblica in Medio Oriente, Magdi Allam. Autore, insieme al sociologo Roberto Gritti, di un libro – l’ultima pubblicazione di Allam – intitolato Islam, Italia. Chi sono e cosa pensano i musulmani che vivono tra noi, Allam ritiene che Osama Bin Laden sia una sorta di catalizzatore in grado di raggruppare diverse organizzazioni integraliste sparse un po’ ovunque nel mondo e che mira a mettere le mani sulle riserve petrolifere dell’Arabia Suadita, le più ricche del pianeta. La possibilità di controllo di questo straordinario forziere naturale della Terra conferirebbe a Bin Laden un potere economico spropositato con conseguenze prevedibilmente inquietanti.

Vorrei partire dalla strage di Gerusalemme e dal fatto che Arafat sta giocando su due tavoli, quello dell’escalation della violenza e quello dei negoziati…
Si può ipotizzare che Arafat giochi su due tavoli, ma è certo che sta perdendo su entrambi. Stiamo assistendo, infatti, ad una situazione in cui c’è un compattamento tra tutte le fazioni radicali palestinesi, compresi i dissidenti interni ad Al Fatah – l’organizzazione che fa riferimento direttamente ad Arafat – su delle posizioni di intransigenza, sulla base dell’adozione di una strategia terroristica comune che ha visto per la prima volta un’azione congiunta da parte di due kamikaze, uno di Hamas e l’altro appartenente alla guardia del corpo di Arafat, nel cuore di Gerusalemme. Questo è un segnale molto forte, poiché rappresenta un’unità ad un livello che è considerato il massimo, quello delle azioni suicide da parte dell’insieme delle fazioni palestinesi compresa, appunto, quella che fa riferimento ad Arafat, nonché da posizioni di dissidenza interna.
In che modo il conflitto israeliano-palestinese è collegato alla guerra in Afghanistan, visto che l’11 settembre Bush avrebbe dovuto riconoscere lo stato palestinese?
Si tratta di due crisi che si muovono su binari paralleli e, quindi, indipendenti. Quello che sta avvenendo in Palestina sarebbe avvenuto anche se non ci fosse stata la questione dell’Afghanistan. È una dinamica che continua e continuerà ad esistere anche quando la crisi afgana sarà risolta. Non bisogna fare confusione tra quella che è una crisi determinata dal terrorismo internazionale e che ha come protagonista l’organizzazione di Al Qaeda, presieduta da Osama Bin Laden – che ha trovato nell’Afghanistan dei Taliban una propria roccaforte – e quella che, invece, è la lotta di liberazione nazionale di un popolo, quello palestinese, che si trova sulla propria terra. I palestinesi non sono i terroristi di Al Qaeda e Arafat non è Bin Laden. Ciò che sta avvenendo oggi in Palestina è un’escalation di dinamiche preesistenti alla situazione afgana. Il raffronto tra le due situazioni, quindi, è assolutamente improprio. Si può discutere se l’uso del terrorismo in entrambe le crisi sia o meno legittimo. E, a tal riguardo, c’è una discussione molto ampia all’interno del mondo arabo e islamico. Inoltre, c’è una tendenza prevalente a distinguere le azioni che avvengono all’interno di una logica di liberazione nazionale: ci sono quelle ritenute legittime e quelle che, invece, vengono considerate attentati e quindi condannate. Infatti, i tragici episodi dell’11 settembre, che hanno visto il massacro di civili a New York e a Washington, sono stati condannati da tutti i paesi arabi e musulmani. Si tratta di stragi da cui hanno preso le distanze persino le organizzazioni radicali islamiche che in Medio Oriente usano la pratica degli attentati suicidi, in particolare l’Hezbollah libanese e Hamas in Palestina. Entrambe hanno dichiarato che l’adozione della tattica dell’attentato suicida si giustifica soltanto nel contesto della lotta di liberazione nazionale, dichiarando la loro contrarietà all’uccisione di civili innocenti al di fuori dell’ambito di tale lotta.
Ritieni che Bin Laden sia l’unico responsabile di quanto accaduto?
Bin Laden non è un simbolo, ma il catalizzatore in grado di raggruppare le diverse organizzazioni integraliste islamiche sparse un po’ ovunque nel mondo che, nel giugno ’88, aderirono in parte al fronte internazionale per la guerra santa contro gli ebrei ed i crociati fondato da Bin Laden e, in parte, a quella struttura militare nota come Al Qaeda. Successivamente, anche altre organizzazioni sono state coinvolte nella rete di terrorismo che fa capo a Bin Laden e ad una struttura che comprende anche elementi e simboli. I partecipanti, dopo aver ricevuto un addestramento militare e un indottrinamento ideologico in Afghanistan, sono poi tornati nei rispettivi paesi di origine e sono coloro che vengono considerati degli agenti “dormienti” pronti ad attuare un attentato allorquando venga loro richiesto. C’è, poi, un terzo livello che è quello degli stati, dei servizi segreti conniventi che condividono con Bin Laden l’anti-americanismo e la strategia tendente a sconfiggere quella che viene considerata l’arroganza, la sopraffazione e l’egemonia degli Stati Uniti nel mondo. Bin Laden, quindi, è un marchio che raggruppa attorno a sé un ampio arco di forze, tant’è vero che sono gli stessi Stati Uniti a dire che la guerra contro il terrorismo non si esaurirà con la sua cattura o uccisione e sin d’ora preannunciano operazioni militari in altre parti del mondo. Vengono fatti nomi come Iraq, Somalia, Yemen, Sudan, come lo stesso Occidente che è terreno di intense operazioni tese a snidare possibili cellule conniventi di terroristi o di finanziatori occulti del terrorismo. In questo contesto il rischio è altissimo, anche perché la totalità dei paesi arabi ha preannunciato una reazione durissima nei confronti di un’eventuale estensione del conflitto, in particolare hanno manifestato un’assoluta contrarietà riguardo ad una nuova azione militare contro l’Iraq, che sembra essere il bersaglio più plausibile della prossima operazione americana. È indubbio che da parte degli Stati Uniti ci sia poca chiarezza sulla strategia complessiva, così come c’è poca chiarezza sulla dinamica stessa di quanto è avvenuto l’11 settembre. È un dato di fatto che, a tutt’oggi, non si conosce esattamente l’identità dei diciannove presunti terroristi kamikaze che avrebbero dirottato i quattro aerei nei cieli americani. E, tra l’altro, metà di costoro sono risultati essere persone viventi ed estranee ai fatti che hanno già annunciato un’azione processuale per diffamazione contro gli Stati Uniti. Allo stesso modo, non si sa bene quale sia la vera sorte degli altri indicati quali responsabili di questo dirottamento. C’è tanto mistero per quanto riguarda la dinamica degli attentati dell’11 settembre, così come c’è confusione su quello che sono o dovrebbero essere gli obiettivi della guerra al terrorismo, la cattura o l’uccisione di Bin Laden e il rovesciamento del regime dei Taliban per mettere non si sa chi al loro posto, visto che quello a cui stiamo assistendo in Afghanistan è un ripristino della democrazia – se mai ne ha avuta una –. Mi domando se quando si parla di guerra al terrorismo si intenda una guerra alla struttura di Al Qaeda, che ha condotto e gestito le azioni contro gli Stati Uniti o si intenda, invece, una guerra al terrorismo tout court ovunque nel mondo… Bisognerebbe decidere che cosa si vuole indicare con questo termine poiché, a tutt’oggi, non c’è una nozione di terrorismo condivisa dalla comunità internazionale, e arabi e islamici vorrebbero un summit proprio per definire tale concetto. Questi, infatti, considerano terrorismo anche l’occupazione israeliana del territorio palestinese; terrorismo sono anche le esecuzioni mirate da parte dei servizi segreti israeliani, la distruzione di case, il sequestro dei territori, la costituzione di colonie. Arabi e islamici, ripeto, non considerano terrorismo l’azione dei palestinesi volta a porre fine all’occupazione israeliana. D’altra parte l’Algeria sostiene di essere un paese vittima del terrorismo e chiede l’intervento della comunità internazionale per porvi fine. E questo non è che un altro aspetto indice della confusione nei confronti dell’azione americana.
C’è, però, la questione economica legata all’affare dei metanodotti dell’Afghanistan che gira intorno a questa vicenda. Ritiene che questo possa rientrare negli interessi sia americani che russi?
Qui si è fatta un po’ di confusione. In realtà, nel ’96, quando i Taliban riuscirono ad imporre il proprio potere sulla campagna dell’Afghanistan dopo aver conquistato Kabul a settembre dello stesso anno, si parlò del progetto di un oleodotto che sarebbe dovuto transitare in territorio afgano per trasportare il greggio dal Turkmenistan al Pakistan e, quindi, al Mar Arabico, pronto ad essere subito convogliato verso l’Occidente. In realtà, si trattava soltanto di un progetto che le stesse compagnie petrolifere americane non avallarono, principalmente poiché era troppo costoso – superava i cinque miliardi di dollari –. Tra l’altro, l’Afghanistan sarebbe comunque rimasto un paese non pacificato e, da ultimo, c’era il problema della natura del territorio. L’Afghanistan è un paese prevalentemente montagnoso con picchi che superano i quattromila metri e dove, di conseguenza, il transito di tubi è un’impresa estremamente costosa. La questione petrolifera, quindi, è rilevante per quanto riguarda la presenza delle grandi potenze nell’area afgana, ma non lo è tanto in fatto di controllo del territorio. Non sembra che gli Stati Uniti vogliano controllare l’Afghanistan, poiché sanno bene che sarebbe un’operazione estremamente ardua, costosa e, probabilmente, destinata al fallimento. Il punto focale d’interesse per quanto riguarda gli idrocarburi nella regione, è rappresentato dal Mar Caspio e dalla regione del Caucaso. Si tratta di una partita che i russi hanno già vinto, poiché gli americani non sono riusciti ad impedire che la Russia imponesse la propria influenza e questo è avvenuto anche con il concorso di società europee, in particolare l’italiana Eni, che hanno agito tenendo in considerazione il fatto che la via più breve e meno costosa per far transitare il greggio o il gas nella regione è costituita proprio dal territorio russo. L’Eni, comunque, pur avendo concordato la propria strategia con le autorità russe è riuscita, negli ultimi anni, a realizzare solo due oleodotti. Tutti gli altri sono rimasti semplicemente dei progetti. La questione del petrolio ha un suo indubbio valore per ciò che riguarda la presenza nella regione, ma non tanto nell’occupazione dell’Afghanistan, quanto nel riuscire a battere Bin Laden (ricordiamo che Bin Laden è cittadino saudita – anche se la nazionalità gli è stata revocata nel ’94 – e l’Arabia Saudita è il paese che presenta, nel proprio sottosuolo, le maggiori riserve di greggio del mondo. Peraltro, si trova al centro della regione del Golfo che, complessivamente, detiene i due terzi delle riserve mondiali di greggio). Il che significherebbe soprattutto riuscire a debellare la sua strategia che tende ad appropriarsi del più ricco ed importante forziere naturale della Terra, il cui controllo consentirebbe di condizionare le sorti dell’economia mondiale.



 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
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