|
Pagina 2 di 15
L’altra guerra I mercanti della morte
di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante
Prima parte
Sono ventisette i conflitti tuttora in corso nel mondo. Dall’arcipelago delle Molucche alle regioni del Chiapas messicano centinaia di guerriglieri falciano ogni giorno decine di vite umane, da anni ormai private di ogni più elementare diritto. Probabilmente pochi lo sanno. Probabilmente pochi conoscono persino l’esatta collocazione geografica delle Molucche. Eppure sono già cinquemila i morti e 50mila i rifugiati, vittime di una guerra di religione che da quasi tre anni si consuma in quelle isole poco distanti dalle Filippine. E i numeri dell’orrore sono destinati a salire se volgiamo lo sguardo allo Sri Lanka dove i morti sono 70mila e 800mila i profughi o al Ruanda dove a causa di una guerra iniziata nel 1962 si contano già un milione e mezzo di vittime. Nella maggior parte dei casi, inoltre, gli scampati, impauriti, fuggitivi, provati dalla più crudele povertà sono costretti a piangere i propri cari nel più assoluto silenzio. Quasi a non voler disturbare le coscienze di chi prova ribrezzo di fronte al solo sentire “certi racconti di terre lontane” in cui Hutu e Tutsi si massacrano a colpi di machete. Solo il copione di un film già visto. Solo il continuo, fastidioso lamento di quei pochi catastrofisti che tra le passerelle parigine e i mondiali di calcio danno voce alla disperazione di popoli che da decenni attendono una risposta che da decenni è ogni volta la stessa: è sempre stato così.
Per molti, sì, ma non per tutti
O almeno fino a ieri.
Fino a quando due aerei hanno fatto crollare il sogno americano, il simbolo di libertà nel quale ogni buon occidentale si identifica, protetto da una bandiera della quale o sei apostolo o sei nemico. <<Io non ne sapevo niente, non sapevo nulla di Afghanistan e di Bin Laden. Forse avrei dovuto informarmi. Ma tutto quello che succedeva fuori dagli Stati Uniti mi sembrava poco importante>>. Sono le parole affidate alla CNN da una ragazza americana, in lacrime, alla ricerca della sorella scomparsa sotto le macerie del Wtc. Solo una delle tante migliaia di persone improvvisamente risvegliate da un sonno che sembrava essere eterno. Forse una delle tante migliaia di persone che alle ultime presidenziali hanno eletto quel George Bush che durante la sua campagna elettorale prometteva più attenzione ai problemi della Sua America che a quelli del resto del mondo. E tutti i principali quotidiani, questa volta, titolano “E’ guerra”.
Ma non una guerra come le altre.
In questa i comunicati stampa si rincorrono con estrema rapidità e le azioni militari al fronte sono seguite minuto per minuto. Non quantificabili i discorsi dei vari presidenti e ministri che con parole dure attaccano un terrorismo apparentemente uscito dal cilindro.
Ma solo apparentemente.
Non molto tempo fa, a un’ottantina di chilometri da Kabul, in una provincia i cui abitanti, gli hazara, subiscono le persecuzioni dei talebani, sono stati fatti saltare in aria i Buddha scolpiti nella roccia. <<Mentre il mondo inorridiva per la distruzione delle statue – racconta a Lucia Vastano, Miriam, membro dell’Associazione rivoluzionaria delle donne afgane Rawa – circa 300 hazara venivano massacrati dai talebani nel silenzio della stampa internazionale>>.
Ma negli ultimi due mesi, dei massacri operati dai terroristi sono state già scritte centinaia di pagine in quasi tutte le lingue del mondo mentre i nomi dei principali protagonisti di questa guerra e dei loro movimenti fanno ormai parte del nostro bagaglio lessicale. Perché solo adesso?
La risposta è nelle parole del segretario della Difesa americano Donald Rumsfeld: <<La leadership degli Stati Uniti è la premessa per sostenere un sistema internazionale che sia rispettoso del principio di legalità – si legge nella Quadriennal Defense Review, disponibile nella sua forma integrale nel sito ufficiale del Dipartimento della difesa (www.defenselink.mil/pubs/qdr2001.pdf) -. La leadership politica, diplomatica ed economica dell’America contribuisce direttamente alla pace, libertà e prosperità globali>>. E ancora: <<Lo scopo delle forze armate degli Stati Uniti è proteggere e promuovere gli interessi nazionali degli Stati Uniti e, se la deterrenza fallisce, sconfiggere decisamente le minacce a questi interessi. Quando gli interessi Usa sono sfidati, la Nazione deve possedere la forza e determinazione di provvedere alla loro difesa>>.
Gli interessi
Non le vittime del World Trade Center quindi, ma gli interessi che esso rappresentava sono alla base dell’accanimento americano, e di conseguenza occidentale, verso il terrorismo islamico. Fantapolitica? Uso strumentale delle dichiarazioni di Rumsfeld? No. Semplicemente logica.
Quando il terrorismo islamico è socio in affari.
Prima di dare inizio ad una qualsiasi, giustissima, lotta al terrorismo sarebbe per lo meno necessario definire il significato che a tale termine si vuole attribuire. Lo stesso Bush ammette che non è possibile scindere chi materialmente compie l’atto estremistico dai suoi canali di finanziamento e indica decine di società legate a Bin Laden, che costituirebbero la principale fonte di sostentamento della Jihad. Nemmeno una parola, inutile dirlo, sui grandi gruppi internazionali dell’elettronica (vedi alla voce “Motorola”), delle nuove tecnologie, del trasporto marittimo o del settore immobiliare dei quali la famiglia dell’uomo più discusso di questi tempi si pensa sia azionista. Stesso discorso per le molteplici banche operanti a Londra e per i molti istituti occidentali, quali l’americana “Citybank”, l’inglese “Hsbc”, la tedesca “Dresner Kleinwort Benson” o le francesi “Bnp Paribas” e “Societé Générale”, che offrono investimenti islamici. Vale a dire investimenti operati nel rispetto della sharia, la legge che vieta di prestare denaro in cambio di interessi. <<Nell’assurdità violenta e drammatica di questa guerra condotta da Usa e Gran Bretagna contro il mio paese – ha detto Mehmet, un profugo afgano intervenuto al dibattito organizzato dal comitato inglese contro la guerra -, c’è una cosa che rende ancora più tragico quello che sta succedendo: Bin Laden è un prodotto del vostro mondo, di quel mondo occidentale e civilizzato che oggi spara missili contro la popolazione inerme e ridotta alla fame dell’Afganistan>>.
E’ il 1994 quando Osama Bin Laden si stabilisce per alcuni mesi a Londra, dove apre un ufficio con il nome di “Advisory and Reformation Commitee”. Portavoce del comitato è l’uomo d’affari saudita Khalid al-Fawwaz, amico di giornalisti e personalità, che dalla City organizza viaggi e interviste nella base di Bin Laden in Afganistan. Quando i legami tra Bin Laden e la Gran Bretagna diventano imbarazzanti gli Stati Uniti si trovano costretti ad inserire il Regno Unito nella lista nei paesi che sponsorizzano il terrorismo. Non solo. Negli anni Ottanta le Sas, i corpi speciali della regina, addestrano i guerriglieri musulmani per la lotta contro l’avanzamento sovietico in Afganistan e tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta sono almeno duemila le persone che ogni anno si preparano in terra inglese alla Jihad. Alle attività di preghiera e addestramento i sostenitori della Guerra Santa alternano però quella del riciclaggio di denaro sporco da destinare alla causa islamica (1). “Non è un caso – si legge sul Manifesto dello scorso 12 ottobre – che di fronte alla accuse del parlamento francese – la Gran Bretagna continua ad essere un paradiso per il riciclaggio di denaro sporco da parte delle organizzazioni terroristiche – il premier Tony Blair abbia reagito in maniera molto poco diplomatica liquidando il rapporto come ‘offensivo, male informato, pieno di errori e quindi totalmente inesatto’.” Si tratta di 400 pagine redatte dal socialista Arnaud Montebourg che spiegano come Londra abbia permesso la diffusione del riciclaggio, grazie al suo severo codice di confidenzialità, e che troverebbero conferma nelle indagini condotte da mesi dalla “Bbc News Online”.
Sul fronte americano la storia si fa ancora più interessante.
Qui, sono le famiglie degli stessi Bin Laden e Bush ad essere intrecciate in diversi lucrosi affari legati al mercato del petrolio. Risale al 1978 la nascita della “Arbusto Energy”, la compagnia petrolifera fondata da George W. Bush junior, l’attuale presidente, appoggiato dallo sceicco Salem Bin Laden, fratellastro di Osama. E’ il 1982 quando la “Arbusto Energy” si trasforma nella “Bush Exploration Oil”, che richiama a sé numerose altre compagnie le quali daranno vita alla Harken Energy (3). Gran parte delle operazioni saranno finanziate da capitali provenienti dall’Arabia Saudita, da altri paesi arabi, da personaggi legati alla “Bcci” o da politici intimi al clan Bush. E la grave crisi economica attraversata dalla Harken sarà risolta grazie ad un finanziamento di 25 milioni di dollari del banchiere saudita Mahfouz – insieme a James Bath già membro del consiglio di amministrazione della Arbusto - versati con un’operazione coperta dal massimo riserbo, attingendo il denaro dalla “Ubs” svizzera e dalla “Bcci”, la Banca di Credito e Commercio Internazionale. Quella stessa banca che, come scopriranno i magistrati americani nel 1988, ricicla il denaro del narcotraffico per finanziare operazioni segrete in mezzo mondo. “Detto in soldoni, il ‘denaro sporco’ dei trafficanti di droga veniva ripulito attraverso il sistema bancario – spesso grazie a una compagnia anonima di copertura – e diventava ‘denaro nascosto’, usato dalla Cia per foraggiare vari gruppi ribelli e movimenti di guerriglia dall’Iran all’Iraq, dai contras in Nicaragua per arrivare fino ai mujaheddin della resistenza afgana all’invasione sovietica (2)”. In quegli anni George Bush padre è ancora un uomo della Cia, lo è dal 1961, e con tutta probabilità è implicato nelle operazioni statunitensi mirate “a fornire ai ribelli mujaheddin in Afghanistan missili Stinger e altro materiale militare [per cui] c’era il bisogno della piena collaborazione del Pakistan”. E’ un passaggio del reportage pubblicato il 29 luglio 1991 da Time Magazine che prosegue: “Dalla metà degli anni Ottanta il distaccamento della Cia a Islamabad fu una delle più grandi sedi di servizi segreti al mondo. ‘Se lo scandalo Bcci è un così forte imbarazzo per gli Usa che indagini dirette non sono mai state condotte, ciò ha molto a che fare con il tacito via libera che gli stessi americani diedero ai trafficanti di eroina in Pakistan’, ci ha detto un agente segreto dell’agenzia” (vedi box). In quell’epoca quindi, come spiega Giulietto Chiesa, i servizi segreti pakistani, per conto della Central Intelligence Agency, finanziano l’alleanza dei “sette partiti di Peshawar” che serve come punta di lancia per sconfiggere i sovietici.
Gli Stati Uniti, in sostanza, con l’intento di affermare l’avanzata russa nelle terre del petrolio e quindi consolidare la propria egemonia sul mercato dell’oro nero finanziano le forze conservatrici del mondo islamico a discapito di quelle sicuramente più progressiste e disposte al dialogo del comunismo.
Nell’era dell’amministrazione Reagan, i mujaheddin antisovietici ricevono dagli States armi per un valore di circa tre miliardi di dollari mentre nel 1981 il presidente americano dichiara alla stampa che gli Stati Uniti non avrebbero mai permesso a ribelli interni di rovesciare il regime saudita.
Ai microfoni della stampa apostrofa: <<Non permetteremo che l’Arabia Saudita diventi un altro Iran>>.
Niente scopi umanitari nel discorso di Reagan, solo il rafforzamento della cosiddetta “dottrina Carter”, sviluppata in seguito al patto di Yalta. Il presunto accordo segreto stretto tra l’allora presidente Roosevelt e il sovrano Abd al-Aziz Ibn Saud secondo il quale gli americani avrebbero fornito protezione all’Arabia Saudita in cambio dell’accesso privilegiato, da parte degli Usa, al petrolio.
Niente scopi umanitari in Libia, a Panama, in Iraq, in Bosnia, in Jugoslavia, a Hiroshima e Nagasaki.
Niente scopi umanitari nemmeno nell’operazione “Libertà Duratura” con la quale gli americani non solo proteggono loro stessi ma potenziano la loro posizione strategica nel Golfo Persico. Preso Bin Laden, con un Iran destabilizzato da problemi di politica interna ed un Iraq costantemente bombardato e vittima dell’embargo, l’egemonia statunitense nel Golfo non avrebbe per un lungo periodo più ostacoli. Come non avrebbe più ostacoli l’attuazione di progetti di costruzione di oleodotti e gasdotti da cui pompare il potenziale energetico da utilizzare in alternativa a quello, ancora enorme, del Medio Oriente. E infatti l’Afganistan si trova geograficamente al centro delle possibili rotte degli idrocarburi dall’Asia centrale e dalla regione attorno al Mar Caspio verso il Golfo persico, l’Oceano indiano e il Mediterraneo, e, via terra, verso la Cina, il Pakistan e l’India. Per questa ragione, da più di dieci anni vengono fomentate guerre civili, colpi di Stato, manovre finanziarie, tanto che qualcuno sostiene che, se non fosse per questo, che potremmo considerare l’affare del secolo, i Talebani non esisterebbero nemmeno. Gli stessi Talebani - comparsi nel novembre del ’94 a Kandahar - erano stati infatti finanziati, con l’aiuto della Cia e dell’Isi pakistana sulla base delle indicazioni fornite dall’americana “Unocal Corporation”, una delle principali compagnie al mondo per le risorse energetiche e lo sviluppo di progetti (4). <<Finché a Kabul non ci sarà un governo che goda della fiducia degli Usa e della nostra compagnia – dichiara il vicepresidente delle relazioni internazionali della Unocal di fronte al sottocomitato per l’Asia e il Pacifico della Camera dei rappresentanti Usa – quell’oleodotto non sarà possibile>>.
Il progetto viene quindi accantonato nel 1998 anche se, come scrive Siegmund Ginzberg su L’unità, “si studiano alternative che possano accontentare, se non tutti, la maggior parte degli interessati. Si dice che un gasdotto, non un oleodotto, che potrebbe originare in Turkmenistan (paese quinto in classifica per riserve mondiali di gas naturale), dai campi di Dauletabad, incastrati a ridosso delle frontiere con Iran e Afghanistan, potrebbe semplificare un poco le cose evitando di coinvolgere la Russia, il Kazakhstan e l’Uzbekistan; non susciterebbe obiezioni da parte della Cina, della Turchia e degli Stati Uniti, potrebbe sopire le rivalità tra India e Pakistan servendo, con un’apposita diramazione, entrambi. La controindicazione è che il tracciato attraverserebbe da Kandahar a Herat tre diverse zone etniche in Afganistan, in attrito tra di loro anche in tempi di ‘pace’”.
Alla luce di quanto sin qui detto torniamo alle parole di Rumsfeld il quale, giusto per la cronaca, si è arricchito proprio con l’industria delle armi.
<<Gli Stati Uniti e i loro alleati continueranno a dipendere dalle risorse energetiche del Medio Oriente – dice – una regione in cui diversi stati pongono minacce militari. Questi stati stanno sviluppando capacità nel settore dei missili balistici, stanno appoggiando il terrorismo internazionale ed espandendo i loro mezzi militari per esercitare coercizioni sui paesi amici degli Stati Uniti e negare alle forze militari Usa l’accesso alla regione>>.
<<Anche se gli Stati Uniti non avranno di fronte nel prossimo futuro un rivale di pari forza, esiste la possibilità che potenze regionali sviluppino capacità sufficienti a minacciare la stabilità di regioni cruciali per gli interessi statunitensi>>.
E ancora: imporre la volontà degli Stati Uniti significa <<cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati>>.
Dicevamo prima che non le vittime del World Trade Center, ma gli interessi che esso rappresentava sono alla base dell’accanimento americano, e di conseguenza occidentale, verso il terrorismo islamico.
Ci chiedevamo: Fantapolitica?
La guerra in borsa
Ma i bombardamenti non si fermeranno all’Afganistan.
Gli Stati Uniti questa volta giocano d’anticipo e annunciano con un buon margine di tempo i futuri obiettivi delle “missioni di pace”.
Trionfano sulle pagine dei quotidiani le fotografie delle portaerei e dei caccia bombardieri, in buona parte con il timbro made in Usa che, se andrà bene semineranno la morte altrimenti si accontenteranno di qualche mutilazione e “sarà per la prossima volta”.
<<La jeep ci sta riportando ad Anabah – racconta un soldato dalle pagine del Manifesto – ma, davanti al centro di primo soccorso di “Emergency”, di Charichar, nelle immediate retrovie del fronte, un mujaheddin in tuta mimetica ci fa segno di fermarci. Sale sulla jeep, per venire all’ospedale di Anabah, in braccio non ha il kalashnikov, ma una bambina piccola, sua figlia: i capelli castano chiaro ne incorniciano il viso paffutello, dove spiccano due grandi occhi scuri. Si chiama Asillah ed ha 4 anni. Dalla vestina color lilla spunta un moncherino minuscolo al posto della gambetta, e la manica dallo stesso lato è vuota. Un razzo le è esploso vicino qualche mese fa portandole via gamba e braccio destro. Con l’unica manina ora stringe il pollice del padre che la sta portando, con noi, all’ospedale per un controllo. Eccola la guerra che siamo andati a cercare in prima linea, sta tutta lì, nella manina di Asillah che stringe il pollice di suo padre>>.
Ma alcune buone azioni quegli aerei le fanno.
Una è quella di lanciare le derrate alimentari (peccato che la “Croce Rossa Internazionale” abbia chiesto la sospensione degli aiuti perché i bambini, per raccoglierli, cadono vittima delle dieci milioni di mine di cui sono disseminati i campi afgani).
Un’altra è quella di far schizzare in alto, nelle borse di tutto il mondo, i cosiddetti “terror stock”, i titolo del terrore, quelli che nei listini indicano le aziende produttrici di tecnologie belliche.
Si parla di un rialzo (fonte Il Sole24ore dei primi di ottobre) del 19,8% e del 17,4% per la “Invision” e la “Magal” con ricavi pari rispettivamente al 341 e al 149% e di guadagni del 497 e del 341% per la “Visage” – che si occupa di apparecchiature per il riconoscimento dei lineamenti del visto – e per la “Cepheid” – che produce macchine per il rilevamento di agenti biologici.
Titoli in netto rialzo anche per la “Boeing”, la “Lockheed Martin” e la “General Dynamics Corporation”, che in meno di un mese di attacchi è passata da un valore nominale del titolo di 82.45 dollari a 94.99 dollari. Ed è proprio la General Dynamics, uno dei maggiori contrattisti del Pentagono, che ha rappresentato per il segretario di stato dell’amministrazione Bush Colin Powell un’ottima fonte di guadagno. Prima del suo attuale impiego Powell, ex capo delle forze armate Usa nella guerra del Golfo, era azionista della “Gulfstream Aerospace” all’epoca diretta da Donald Rumsfeld. Quando nel 1999 la General Dynamics acquistò la “Gulfstream Aerospace” i pacchetti azionari di entrambi aumentarono vertiginosamente.
Non deve quindi stupire se oggi Rumsfeld, posto a capo della commissione congressuale incaricata di valutare la minaccia dei missili balistici, caldeggi il nuovo business dell’industria bellica: la costruzione dello “scudo spaziale”.
Legati alla General Dynamics anche il vicesegretario di stato Richard Armitage e il segretario della marina militare Gordon England, rispettivamente ex membro del consiglio di amministrazione della “General Dynamics Electronic Systems”, ed ex executive della stessa General Dynamics.
Anche la “Lockheed Martin” ha i suoi rappresentanti nel mondo politico americano. Il Ceo (Chief executive officer) Anthony Principi è oggi segretario del dipartimento per gli affari dei veterani e i vicepresidenti Norman Minetta e Michael Jackson sono rispettivamente segretario e vicesegretario dei trasporti.
Alla lista delle personalità politiche e militari legate all’industria bellica si aggiungono i nomi di Otto Reich, assistente segretario per gli affari dell’emisfero occidentale al dipartimento di stato; David Aufhauser, consigliere generale del dipartimento del tesoro; James Roche, segretario dell’aeronautica; Pete Aldridge, sottosegretario della difesa per l’acquisizione, la tecnologia e la logistica e Maureen Patricia Cragin, assistente segretaria del dipartimento per gli affari dei veterani(6).
Sono questi gli uomini del presidente, quelli che consigliano Bush nella lotta al terrorismo e che si arricchiscono con i proventi della guerra.
Il giorno dell’inganno
E’ il titolo di un libro dello storico statunitense Robert Stinnett, nel quale, ripercorrendo le fasi dell’attacco di Pearl Harbour, l’autore afferma che i servizi di informazione della marina militare non solo avevano scoperto il piano di attacco giapponese ma lo avevano perfino caldeggiato. Questo, al solo scopo di influenzare l’opinione pubblica americana sulla bontà di una guerra contro la Germania nazista e il Giappone militarista.
E sono diversi ed inquietanti gli indizi che richiamano alla possibilità che una simile circostanza possa essersi verificata anche in occasione degli attentanti dell’11 settembre.
Li esamina Alessandro Lattanzio nell’articolo “Usa Attack: l’altro scenario possibile” pubblicato all’indirizzo www.misteriditalia.it
Lattanzio scrive:
- “Quattro aerei di linea vengono sequestrati in contemporanea, decine di sospetti terroristi riescono a superare i controlli aeroportuali. Evento di per sé strano, ma ancor più strano è l’atteggiamento delle autorità aeroportuali e dell’aeronautica militare. Quando gli aerei vengono dirottati, le torri di controllo riescono a mettersi in contatto con la difesa aerea solo dopo mezz’ora dall’evento, o almeno dopo mezz’ora l’aeronautica viene avvertita dei dirottamenti. Cosa è successo?
- Gli aerei intercettori si alzano in volo ma, per il ritardo accumulato, non riescono a intercettare i velivoli, tranne nel caso del velivolo diretto a Camp David, che viene abbattuto. Riguardo a quest’ultimo caso, le autorità per motivi oscuri (o forse per motivi assai chiari), negano di averlo abbattuto, ma guardando le immagini del luogo dello schianto del velivolo - dove si vede solo un solco e ben pochi rottami sparsi – è facile dedurre l’esplosione in volo dell’aereo, forse perché centrato da un paio di missili aria-aria.
- I kamikaze non erano degli sprovveduti, dovevano essere riuniti in commando che comprendevano ciascuno uno o due piloti esperti. In effetti i piloti kamikaze non possono essersi formati nelle scuole di volo per diportisti della domenica. È probabile che fossero dei piloti militari e, magari, di linea che hanno accumulato le ore di volo e l’esperienza necessari per poter pilotare, anche se per mezz’ora, ma in modo sicuro gli aviogetti, scagliandoli scientificamente contro le Torri Gemelle e il Pentagono, creando i maggiori danni possibili, e 5.500 morti lo sono! Inutile che FBI, NSA e CIA si prodighino tanto a provare che fossero dei piloti dilettanti, non si sprecano così anni di tempo e milioni di dollari in risorse e mezzi per affidarsi a dei piloti della domenica!
- Subito dopo gli attentati si scopre, con un tempismo eccezionale, l’auto di un terrorista, che, guarda caso, ha nel bagagliaio, videocassette e libri scritti in arabo su come pilotare aerei di linea o su come calcolare il consumo di carburante avio.
- Sorprende che nel territorio statunitense centinaia di uomini affiliati al nemico pubblico numero uno, possano impunemente addestrarsi a fare esplodere il centro economico e politico-militare degli USA, l’unica superpotenza mondiale dotata del sistema di spionaggio elettronico Echelon, che spia anche i messaggi sms e le e-mail, ma non intercetta le comunicazioni del “nemico”. E non vengano a dirci che gli Stati Uniti sono il paese delle libertà, e che perciò non vi sono limitazioni sull’attività dei singoli individui. Questo lo debbono raccontare ai membri del Black Panther Party, che venne distrutto fisicamente dalla polizia e dall’FBI.
- Non vanno dimenticati i legami tra la CIA e lo stesso Osama bin Laden, loro agente durante la guerra in Afghanistan, nonché miliardario grazie agli appalti che le forze armate statunitensi gli avevano affidato per la costruzione delle loro basi militari in Arabia Saudita. Quanti sono gli amici su cui può contare all’interno dell’apparato d’intelligence statunitense? O meglio quanti 007 di Washington possono ancora contare su di lui? In effetti Bin Laden è un uomo che procurava e procura parecchi fastidi a nemici e avversari degli USA: Russia, Cina, India, Iran, ecc. Come è possibile dimenticare tutto ciò?
- E come trascurare certe notizie e certi eventi di qualche mese o anno fa? Nel 1996 e nel 1997 davanti all’aeroporto di New York precipitarono due aerei, uno della TWA e un altro della EgyptAir. Non si seppe mai il perché, vennero avanzate spiegazioni che si basavano su possibili guasti tecnici. Ma poco convincenti. In compenso esiste una foto ripresa lo stesso giorno della scomparsa dell’aereo della TWA, in una località vicina all’area dell’incidente, dove appare la sagoma di un missile. Non vi sono state inchieste a tal riguardo. Qualche mese fa dai locali della FBI di Washington, se ben ricordo, spariscono ben 150 computer. Chi ha commesso il furto, non di certo dei ladri di polli! Ma soprattutto perché rubare i PC della polizia federale? Cosa avevano di importante? Non dimentichiamoci la scomparsa della assistente di quel deputato sporcaccione. Della ragazza non si è saputo più nulla. Anche questo è un caso? Una paranoia complottarda? Una coincidenza, che in eventi come questi abbondano in gran quantità?”
In ultimo ricordiamo che il New York Times ha osservato come “la conoscenza dei codici cifrati, del luogo in cui si trovava il presidente e delle stesse procedure segrete lascia supporre che i terroristi abbiano una talpa nella Casa Bianca o informatori nei servizi segreti, Fbi, Faa o Cia”.
Ma allora i servizi segreti americani sapevano?
Una cosa è certa: tutti si sono domandati come abbiano fatto i terroristi ad eludere con tale facilità i sistemi di controllo dello spazio aereo in possesso degli Stati Uniti e una risposta convincente nessuno la ha ancora fornita.
La minaccia nucleare
Gli inquietanti interrogativi e le tesi sin qui esposte, le quali potrebbero essere allargate ad ognuno dei conflitti che hanno interessato e interessano differenti zone del nostro pianeta, ci invitano a riflettere sulla possibilità che esista un grande ordine mondiale per cui la vita umana sarebbe soltanto elemento funzionale al conseguimento di specifici interessi.
Tutto programmato, tutto deciso a tavolino da governi, servizi segreti, poteri occulti.
Tutto, ma proprio tutto?
Il nervosismo che traspare dai recenti interventi del presidente Bush, i continui appelli a non abbassare la guardia nel pericolo attentati, le incessanti minacce di un possibile attacco nucleare da parte degli Stati Uniti lasciano presupporre la presenza di un senso di inquietudine.
E se qualcosa fosse sfuggito al controllo?
Se dietro il terrorismo di Bin Laden si celasse un potere più forte e non calcolato?
E’ insolita la tranquillità con cui il criminale più ricercato del mondo si rivolge al “nemico” occidentale. <<Non ho paura di morire>> dice e avverte: <<Ho ascoltato il discorso del presidente americano Bush il 7 ottobre. Avvertiva i paesi europei che Osama voleva attaccare con armi di distruzione di massa. Io voglio dichiarare che se l’America userà armi chimiche o nucleari contro di noi, allora noi potremmo reagire con armi chimiche e nucleari. Abbiamo quelle armi come deterrenti>>.
Ma alla richiesta di delucidazioni in merito alla provenienza degli ordigni, formulata dal giornalista Hamid Mir non risponde.
<<Passiamo alla prossima domanda>> è l’unico commento.
Si moltiplicano le ipotesi. Qualcuno pensa alle “svendite” russe di materiale nucleare, molti temono il Pakistan, che il Washington Post definisce <<diffidente verso le reali intenzioni degli Stati Uniti>>, altri pensano al ruolo ambiguo dell’Arabia Saudita, l’unica insieme agli Emirati Arabi e al governo pakistano a riconoscere ufficialmente il governo talebano.
E se l’Arabia Saudita e altri paesi arabi dovessero rivoltarsi all’Occidente creando un nuovo blocco in contrapposizione a quello americano e agli stati alleati, come fu anni fa quello sovietico?
Se questo dovesse accadere in un clima di forte tensione, quale è quello attuale, il nostro “popolo civilizzato” non riuscirebbe forse a competere con un nemico ormai penetrato all’interno della nostra società e pronto a morire per “servire la propria causa”. Solo il dialogo e la rinuncia ad ogni forma di potere assoluto potrebbe risolvere una situazione che è già degenerata in modo incontrollabile e pericoloso.
Occorre però agire subito, domani potrebbe essere troppo tardi.
Fonti
1. Il Manifesto, 12 ottobre 2001
2. 3. www.clarence.com/contents/società/speciali/01091torri/osama1.html
4. Siegmund Ginzberg, L’Unità, 5 novembre 2001
5. Quadriennal Defense Review, www.defenselink.mil/pubs/qdr2001.pdf
6. Manlio Dinucci, Il Manifesto, 4 ottobre 2001
di Giorgio Bongiovanni e Monica Centofante
BOX1
La connection della droga
L’invasione dell’Unione Sovietica in Afganistan, che risale al 1979, era stata richiesta da una delle due fazioni del Partito Comunista afgano in contrapposizione tra loro dal 1978, anno in cui un colpo di Stato portò alla deposizione del principe Daoud. Quando i russi si ritirarono, nel 1989, si lasciarono dietro, come spiega Paolo Dalla Zonca sul Manifesto, “una guerra civile di tutti contro tutti, facilitata dalla quantità di armi lasciate sia dai russi al regime, che dagli Stati Uniti ai gruppi mujaheddin, soprattutto al partito dell’etnia tajika Jamiat-i-Islami, islamico moderato, dello scomparso comandante Ahmad Massud e del presidente Burhaddin Rabbani, e all’avversario partito fondamentalista Hezb-i-Islami, dell’etnia pastun, di Guldubbin Hekmatyar, tutti membri di un governo insediatosi dopo la caduta del regime filosovietico nel 1992”.
Tra il 1992 e il 1994, la terribile guerra civile combattuta tra mujaheddin portò alla nascita dei Taliban - studenti coranici preparati alla guerra dai servizi segreti pakistani Isi (Inter-services intelligence) – che nel 1996 si impossessarono di Kabul dopo aver esteso il loro controllo al resto del Paese. L’unico oppositore ai Taliban era ed è il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite del Fronte Unito o Alleanza del Nord, solo momentaneamente alleato con gli americani(1). In questa guerra, una posizione non certo di minoranza è rappresentata dalla produzione e conseguente traffico dell’oppio. Fino al 2000 l’Afganistan è stato il principale produttore di oppio del mondo e la sua punta massima è stata raggiunta nel 1999 con una produzione pari a 4581 tonnellate (dalle quali si ricavano 450 tonnellate di eroina cloridrata), ossia il 79% di quella mondiale. A determinare una tale situazione, in Afganistan, era ed è la quasi assoluta mancanza di istruzione per cui giovani e vecchie generazioni, per vivere, o imbracciano le armi o coltivano l’oppio. “Un rappresentante dei Taliban a New York – continua Dalla Zonca – aveva detto, non più tardi dello scorso luglio, che loro non avrebbero voluto trovarsi in quella situazione, loro avrebbero voluto cambiarla, ma nei campi restano milioni di mine da togliere, e la poca terra che c’è viene sfruttata con la coltura a maggior potenziale di incassi, una realtà dei fatti, dicevano, indipendente dalla loro volontà”. L’oppio, inoltre, dall’inizio della guerra contro i sovietici, essendo l’unica risorsa economica possibile, diventa il principale mezzo di finanziamento e di acquisto di armi necessarie alla Jihad. I Taliban, di conseguenza, la centralizzano, pretendono una tassa del 20% sulle coltivazioni, curano il trasporto fino alle raffinerie nel sud del Paese affidando i 250 milioni di dollari annui del papavero dei contadini ai re della droga pakistani che sulla trasformazione in eroina guadagnano 2 miliardi e mezzo di dollari all’anno.
Per tutti questi motivi appare piuttosto insolito l’editto, emanato dal Mullah Omar nel luglio del 2000, con il quale la guida spirituale dei Taliban, piegandosi alle pressioni dell’Onu, proibisce la coltivazione di papavero. E lo fa quando il raccolto dell’anno è stato già stivato. Tutti obbediscono alla fatwa (l’ordine) e i pochi trasgressori vengono puniti con pene irrisorie mentre i loro campi vengono semplicemente arati.
La circostanza fa molto discutere gli investigatori che si domandano se la decisione del Mullah non sia stata presa in seguito ad una contropartita. Si parla così di 43 milioni di dollari arrivati lo scorso maggio dagli Stati Uniti per fermare la produzione di droga e di altre somme di denaro inviate dall’Onu per volere di Pino Arlacchi, direttore dell’Agenzia anti-droga delle Nazioni Unite. <<E’ la più grande idiozia che ho sentito – risponde Arlacchi a chi lo accusa di aver involontariamente finanziato la Jihad -. Io sono stato personalmente in Aghanistan una volta sola, nel ’97. Ho incontrato l’allora capo del governo e gli ho detto che la produzione di oppio era uno scandalo, ed era anche una bestemmia per l’Islam. Mi ha risposto che lo sapeva, ma che i contadini vivevano con quello. Ha chiesto denaro all’Onu e gli ho detto che non ne avrebbero avuto finché c’era oppio e persecuzione delle donne. Poi la comunità internazionale avrebbe fatto la sua parte. Tutto qui: mai visto il mullah Omar, mai dato soldi ai Taliban>> (2).
La cosa più strana, però, è che l’eroina afgana non è mai mancata dal mercato e il suo valore si è decuplicato. L’MI6 britannico spiega: nei magazzini del Taliban sarebbero stipate 3.000 tonnellate di oppio, equivalenti a 300 tonnellate di eroina, per un valore di 60mila miliardi di lire. Che si riverseranno verso l’Europa per finanziare le armi per la guerra contro l’Occidente. “Con lo scoppio della fase americana della guerra in Afganistan – spiega ancora Della Zonca – i Taliban hanno abolito il bando alla coltivazione del papavero, ma nel frattempo rapporti dall’interno dell’Afganistan, appena pochi mesi prima degli attentati dell’11 settembre in America, dicevano che i contadini, prima di diventare profughi, avevano ricevuto la visita di signori molto danarosi, afgani o pakistani, che per due soldi avevano comprato loro le terre. La coltura dell’oppio sembra avere comunque un futuro, in Afganistan, con o senza i Taliban al potere. Bisogna anche tenere conto che nei territori dell’Alleanza del nord mai nessuno ha pensato di non coltivare più l’oppio, né di smettere di produrre eroina”.
Fonti
1. Paolo della Zonca, Supplemento mensile de Il Manifesto, 26 ottobre 2001
2. Attilio Giordano, Il Venerdì, 2 novembre 2001
|