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Antimafia Duemila

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Jan 08th
Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow Terzo Millennio N° 16 Ottobre 2001
Terzo Millennio N° 16 Ottobre 2001 PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Terzo Millennio N° 16 Ottobre 2001
La guerra del petrolio
Il bene contro il male
Chi combatte la grande guerra del XXI° secolo
Le ragioni del conflitto
La tana del ragno
Una tragedia annunciata
La strage di New York nel messaggio di Fatima
Nuova luce su Nostradamus dopo l'attentato pirata contro New York


Chi combatte la grande guerra del XXI° secolo?
di Anna Petrozzi

CARTA DI RISO

Certo una cosa del genere non ce la aspettavamo proprio. E’ andata al di là della nostra immaginazione l’apocalisse americana dell’11 settembre.
Non ci abbiamo creduto, all’inizio. Quando su tutti i canali televisivi si ripetevano ossessivamente le immagini di quell’aereo di linea che entrava nella torre sud come se fosse un modellino nelle mani di un ragazzino un po’ vivace. Sembrava di assistere a quei programmi che mettono alla fine o all’inizio degli home video in cui spiegano come hanno realizzato gli effetti speciali. Una, due, tre, quattro, cento volte e l’esplosione, e fuoco e fiamme dalla torre nord, dalle Twin Towers, a Manhattan, a New York, negli Stati Uniti.
E poi, lì, mezzo mondo inchiodato davanti al televisore, tutti ad assistere in diretta al crollo dei due simboli per eccellenza della potenza economica dell’America e dell’Occidente. Crollate, ripiegate su sé stesse, disciolte per la temperatura giunta - si dirà poi - fino a 8000 gradi, hanno travolto migliaia di persone: impiegati, inservienti, turisti, americani, arabi, italiani, inglesi, francesi, tedeschi, e i pompieri, nuovi eroi di questo inferno improbabile, che avevano iniziato i soccorsi immediatamente, subito dopo che il primo aereo aveva infilzato a morte la torre nord.
Un ultimo saluto alla moglie, alla figlia, alla mamma, al fidanzato con il telefonino, <<Ti amerò per sempre e addio>>, e qualcuno si ribella alla morte del topo e si lancia dall’ottantesimo piano. I nostri occhi vedranno anche esseri umani librarsi nell’aria e nuotare, senza un grido, verso la fine più veloce.
Non sapremo mai quante sono state le vittime, perché oltre alle 6.250 di cui fino ad ora si è denunciata la scomparsa, si calcola che potevano essere già al lavoro o in visita ai due giganti di cristallo circa 30.000 persone. Non è rimasto più niente di loro, i corpi recuperati sono una cifra irrisoria, forse grazie alla comparazione tra il DNA che si potrà ricavare dai poveri dilaniati resti e quello di un capello o quello estratto dagli spazzolini da denti miseramente raccolti dai familiari che, in pietoso pellegrinaggio, hanno consegnato alle autorità, si potrà risalire all’identità dei dispersi, fra un anno, forse. Disperati e ancora increduli mogli, mariti, padri, sorelle, figli, cugini e amici hanno portato le fotografie dei loro cari, missing, scomparsi, inghiottiti nella coltre polverosa che ha avvolto la città, ferita proprio al cuore.
Non si è fermata a New York la cieca follia che ha scagliato aerei di linea pieni di passeggeri contro i monumenti emblematici degli Usa. Un altro Boeing si è andato a schiantare sul Pentagono a Washington, sede del Dipartimento della Difesa, stendardo della superpotenza militare americana, altro shock, altri morti, e il terrore, crescente, lo sgomento di chi combatte contro l’uomo invisibile e non sa prevedere quando e da dove colpirà ancora.
E infatti un quarto volo è stato dirottato, lo apprendiamo live, col fiato sospeso non sappiamo dove si abbatterà.
Dov’è il presidente Bush?
Al sicuro. Sull’Air Force one, l’aereo presidenziale, strutturato proprio per fughe di emergenza. Allora è in pericolo? Sì,  perché il nemico potrebbe essere dovunque.
E’ precipitato il quarto Boeing. In Pennsylvania, in un campo, lontano dalla città, altri morti. Evacuati immediatamente tutti i palazzi del centro e le sedi istituzionali, Wall Street non apre causando il tracollo drammatico di tutte le borse del mondo.
Sono le 8:45 quando il primo Boeing 767 dell’American Airlines in volo da Boston a Los Angeles, 81 passeggeri a bordo, e 11 membri dell’equipaggio, esplode contro i piani alti della torre nord del World Trade Center, dopo poco più di un quarto d’ora è un Boeing 767 della United Airlines, sempre diretto a Los Angeles, con 56 passeggeri e nove membri dell’equipaggio ad inforcare la seconda torre, alle 9:45 un Boeing 757 dell’American Airlines in volo da Washington a Los Angeles, 58 passeggeri e sei membri dell’equipaggio, si abbatte sul Pentagono, il lato colpito crollerà dopo mezz’ora. Alle 10:00 è la volta del Boeing 757 della United Airlines proveniente da Newark e diretto a San Francisco a precipitare a Jennerstown, Pennsylvania, 38 passeggeri e sette membri dell’equipaggio.
Ancora non sembra vero, uno scenario che persino a Hollywood sarebbe parso esagerato. In poco più di un’ora la nostra civiltà ha mostrato il suo volto di carta di riso. E’ la nuova realtà e il mondo non è più lo stesso.


A CACCIA

Ore e ore di ricerche tra le macerie nella speranza vana di trovare dei superstiti. Il celeberrimo skyline di New York deturpato per sempre e la Statua della Libertà orfana della protezione delle due torri. Una nube di polvere avvolge la città per giorni. Finalmente arriva il Presidente Bush, si dirige immediatamente sul luogo della sciagura per constatare di persona i danni provocati dalla tragedia. Abbraccia i pompieri e promette giustizia per tutti i figli e le figlie d’America periti nella tragedia.
Giustizia, sì, ma contro chi?
Si rialza vigoroso l’orgoglio americano, laddove non si solleveranno mai più le torri e i palazzi crollati di conseguenza che costituivano il World Trade Center, il centro mondiale per il commercio.
Il Presidente e lo staff dirigenziale appaiono commossi, affranti, feriti, ma forti, pronti alla reazione. Scattano gli agenti speciali delle agenzie di intelligence, travolte dalle polemiche e dalle accuse per essersi lasciate sfuggire ben quattro aerei con tanto di terroristi-kamikaze. Si ricostruiscono le vite e i percorsi dei dirottatori, alcune di esse assolutamente incredibili. Come quella di Mohammed Atta, «studente modello, uomo pio e sensibile», secondo il suo professore in Siria, «taciturno, ben vestito e molto religioso», secondo i suoi vicini di casa americani e tedeschi, abilissimo pilota a detta dei suoi istruttori di volo americani. Il brevetto per essere in gradi di pilotare grossi aerei di linea l’avrebbe preso in una esclusiva e molto costosa scuola di volo della Florida, così come il suo compagno di stanza, quello con cui si è preso l’ultima sbronza a base di vodka quattro notti prima del suicidio in nome di Allah, Marwan Alshehri. Il fratello di quest’ultimo, Walid Alshehri, sarebbe invece stato al comando del Boeing schiantatosi a Pittsburg. Tutti «bravi ragazzi», esemplari padri di famiglia. I genitori di uno di loro non si danno pace, non si capacitano che il loro ragazzo, fidanzato con una ragazza di buona famiglia, ottimo studente, perfettamente inserito nella «vita occidentale», potesse essere un feroce e spietato assassino.
Li hanno definiti «dormienti», terroristi che vivono una vita tranquilla fino a quando non ricevono l’ordine di passare  all’azione e attuare un piano per il quale si sono preparati nel dettaglio per anni. Nelle loro valigie rinvenute, testi del corano, manuale di pilotaggio dei Boeing, ma nessuna arma. Infatti, i dirottamenti sarebbero avvenuti con semplici coltellini, con i quali però i terroristi non si sono limitati a minacciare i passeggeri e gli equipaggi ma, stando a quanto testimoniato da una donna, che aveva ricevuto una telefonata dal marito a bordo dell’aereo di Pittsburg, hanno sgozzato un passeggero per intimorire gli altri.
Non solo gli Usa ma il mondo intero si chiede sgomento come un piano così preciso possa essere stato attuato senza che sia trapelato alcunché. Di fatto gli elementi per ricostruire il puzzle ci sarebbero stati. Non molto tempo fa a Milano ad un egiziano  sarebbero state sequestrate due misteriose piantine del World Trade Center, mentre a Roma sarebbero sparite due divise a piloti dell’American Airlines. In Germania si starebbe seguendo la pista percorsa da altri dirottatori prima di giungere negli Stati Uniti, dove a quanto pare i piloti-kamikaze erano tenuti sott’occhio dall’intelligence.
Certo, prevedere una mossa del genere non era facile anche se sono in molti a chiedersi come mai i caccia americani si siano alzati in volo con così tanto ritardo dal primo schianto contro la torre nord, tale da riuscire ad evitare solo il proposito criminale dell’ultimo Boeing che avrebbe dovuto raggiungere - quanto alle ricostruzioni - la residenza presidenziale di Camp David.
Un piano perfetto, dunque, studiato nei minimi dettagli, per il quale sarebbero stati necessari almeno una cinquantina di uomini, tra cui 18 terroristi partecipanti all’azione e
e 30 basisti. A quanto pare la maggior parte di loro nemmeno si conosceva, per entrare in azione probabilmente è bastata una parola d’ordine.
Viene da sé che dietro a una tale programmazione non può esserci che una struttura perfettamente organizzata. Quale? e chi si nasconde dietro a tanta feroce potenza?
Un nome per tutti, non ha dubbi il segretario delle Difesa americano Colin Powell: Osama Bin Laden.

LO SCEICCO DELLA JIHAD

Dall’11 settembre 2001 è l’uomo più ricercato e odiato del mondo. Sulla sua figura si è concentrato tutto il disprezzo del mondo occidentale così come la paura.
Nato il 10 marzo del 1957, Osama Bin Laden fa parte di una famiglia che conta in tutto 49 figli (c’è chi dice 53) il cui patriarca, Mohammed Awad, vanta una storia da mille e una notte. Giunto in Arabia Saudita nel 1930 dallo Yemen del Sud, inizia la sua incredibile carriera facendo lo scaricatore di porto a Jeddah (dove sarebbe nato Osama ndr.) per poi diventare il proprietario della società di costruzioni più importante del regno. Con le sue offerte clamorosamente al ribasso, infatti,  riesce a vincere gli appalti per la costruzione di importanti imprese e stringe una intima amicizia con la famiglia reale di re Sa’ud e del figlio Faysal che salva dalla bancarotta saldando numerosi conti in rosso. Come ricompensa Faysal gli assegna d’autorità tutti i progetti di costruzione dell’Arabia Saudita compresa la moschea di Al-Aqsa (distrutta da un incendio ndr.), e i lavori di ampliamento della moschea della Mecca e della moschea di Maometto a Medina. Bin Laden padre contribuisce inoltre alla grande trasformazione moderna dell’Arabia Saudita costruendo autostrade, aeroporti e palazzi... in breve tempo accumula fortune immense, lasciando ad ogni figlio un’eredità da capogiro. Il giovane Osama, diciassettesimo figlio, l’unico avuto dalla decima moglie saudita, che avrà tredici anni alla morte del padre, eredità una fortuna che ammonta a circa 300 milioni di dollari.
A questa esorbitante cifra vanno aggiunti gli ingenti introiti realizzati dall’abile imprenditore Osama bin Laden e le donazioni ricevute in nome della Jihad, la guerra santa. Tanto per avere un’idea delle capacità economiche dell’uomo che ha osato sfidare il «grande Satana», il popolo degli infedeli.
L’11 gennaio 1979 le truppe sovietiche invadono l’Afghanistan. Osama, che in quel periodo si trova in Pakistan, visita i campi profughi a Peshawar, ne rimane profondamente segnato. Tornato in patria cerca di convincere i fratelli alla causa dei mujaheddin che organizzano la resistenza contro l’intruso; se dapprima si attiva nel reclutamento dei fondi necessari alla lotta, scende poi in campo direttamente trasferendosi in via definitiva in Afganistan nel 1982. Porterà con sé decine di macchinari da costruzione con cui erigerà ospedali, strade, grandi rifugi, scaverà gallerie e il suo parlare carismatico spingerà centinaia di sauditi a seguire il suo esempio. Il suo gruppo di volontari prende il nome di «Fronte di Salvezza Islamico».
Man mano che passano gli anni comincia a diffondersi nei territori la leggenda del miliardario che combatte  per la guerra santa. Guida più volte personalmente in battaglia i suoi uomini, che si è premurato di addestrare accuratamente in campi ben organizzati e specializzati, contro i sovietici ottenendo vittorie. Nel 1988 sente l’esigenza di dare alla sua armata di mercenari una struttura efficiente e sempre più efficace. Nasce così Al-Qaeda, che in arabo significa «la base», una rete terroristica che collega i movimenti islamici di una trentina di Paesi per la promozione della guerra santa contro le ingerenze non mussulmane nel mondo arabo.
Con il nome di battaglia Abu Abdullah, Bin Laden addestra i miliziani avvalendosi della consulenza di generali inviati dalla CIA con tanto di equipaggiamenti militari: la guerra contro i sovietici fa comodo anche all’anticomunismo americano. Nel 1989 l’Armata Rossa si ritira. Bin Laden viene acclamato come il vincitore morale. Ritorna in Arabia Saudita, dove però non rimarrà a lungo. La sua condanna all’invasione irachena del Kuwait metterà in imbarazzo la famiglia reale saudita, in quel momento in buoni rapporti con Saddam Hussein; Bin Laden si offrirà addirittura come difensore del regno dal pericolo di un attacco da parte del dittatore. Quando poi, a sua grande sorpresa, il re Fahd e il principe Ahmed consentono agli Usa l’appoggio logistico per contrastare l’avanzata di Saddam, Osama si vede in trappola e organizza le sue milizie. Riesce a ritrovare una fatwa (una sentenza religiosa) di una delle massime autorità religiose mussulmane che considera l’addestramento e la militanza come doveri di ogni mussulmano.
Bin Laden romperà definitivamente i rapporti con l’Arabia Saudita quando questa si renderà disponibile a diventare una base d’appoggio per gli americani, considererà, infatti, l’ingresso degli infedeli nella terra sacra di Maometto un oltraggio assolutamente intollerabile.
Nel 1991 si rifugia in Sudan assieme ad un gruppo di fedelissimi reduci dalla guerra contro i sovietici dove ricostruisce il suo impero economico. Vi rimarrà fino al 1996 quando, dopo la vittoria dei talebani da lui finanziati, si stabilirà in Afganistan. Oggi vive a Kandhar, capitale religiosa del Paese, protetto dai Talebani.

VIVO O MORTO

Sebbene le prove della Colpevolezza di Bin Laden siano state mostrate solamente in sede NATO e ad alcuni capi di Stato, e quindi non siano state rese pubbliche, lo sceicco saudita è stato ritenuto colpevole degli attentati alle Torri Gemelle di New York.
Sin dai primi giorni successivi alla tragedia gli sforzi investigativi si sono mossi sulle sue tracce; sono stati cercati i possibili collegamenti tra i terroristi individuati e Al Qaeda, e a quanto pare, sono stati trovati.
Non ha perso tempo quindi l’amministrazione Bush e ha dato l’ultimatum al governo dei Talebani: <<Consegnateci Bin Laden, altrimenti lo prenderemo noi, vivo o morto>> e minacciando un imminente attacco ha inviato nel Golfo un’intera flotta di portaerei dotata delle più sofisticate armi da combattimento.
Dopodiché si è dato inizio alle consultazioni diplomatiche con i leader dei governi occidentali, tutti, ovviamente disposti ad appoggiare il grande alleato nella lotta al terrorismo, ma il grande vantaggio è di certo venuto dalla scelta del presidente del Pakistan, Musharaf, che sebbene si trovi oggi a fronteggiare una rivolta interna dei sostenitori di Bin Laden, ha accettato di prestare i suoi strategici territori come base di scalo per i bombardieri occidentali. Sempre ambigua invece la posizione dell’Arabia Saudita.
I talebani si sono riuniti rappresentati dagli Ulema, i grandi sacerdoti custodi della legge del corano, le uniche autorità in grado di prendere una decisione di tale gravezza. Dopo tre giorni di consiglio, hanno chiesto a Bin Laden di lasciare il paese autonomamente, ma agli americani la risposta troppo diplomatica proprio non è piaciuta e non hanno accettato nessuna possibilità di trattativa, nemmeno quando dopo diverse settimane di estenuante attesa il governo religioso dell’Afganistan ha affermato di voler consegnare lo sceicco a patto che si processasse in un paese mussulmano.

LA STRATEGIA DEL TERRORE

Intanto, a livello internazionale, si è levata una compatta onda di sdegno per il brutale attacco al cuore degli Stati Uniti. Il 12 settembre sono stati osservati, in quasi tutto l’Occidente, 3 minuti di silenzio in commemorazione delle vittime a dimostrazione del sostegno e del comune cordoglio. In altre parti del mondo, invece, molti fondamentalisti islamici hanno esultato, altri hanno pensato che Allah, Dio, avesse ascoltato le loro preghiere rendendo giustizia.
L’unica certezza che resta è che da quel giorno, dopo aver visto gli invulnerabili e intoccabili Stati Uniti così violentemente colpiti, nessuno si sente più al sicuro.
Costrette a chiudere le compagnie aeree americane più piccole, crollate fino al 50% le prenotazioni nei luoghi dell’arte e di vacanza, nessuno si fida più a viaggiare, a muoversi e soprattutto ad allontanarsi troppo dai propri cari.
In queste settimane di teoremi ed ipotesi si sono immaginati scenari inquietanti: Bin Laden ha la bomba atomica, anzi peggio è già in possesso di armi tattiche e batteriologiche. Secondo un collaboratore di giustizia, addestrato con gli uomini del leader della Jihad, ci sarebbe stato anche un progetto per avvelenare gli americani tramite cianuro inserito nelle tubature domestiche.
Si è parlato persino di vaiolo, l’antica malattia debellata anni orsono, per cui però ci vorrebbe un anno intero per produrre il vaccino necessario a tutti coloro che non l’hanno avuto iniettato da bambini.
Eppure purtroppo una verità dietro al molto panico esasperato dai media esiste. E’ concreta infatti la possibilità che la rete terrorista sia entrata in possesso di armi radioattive il cui smercio si lega con il traffico di armi più o meno convenzionali e droga (ricordiamo che l’Afganistan è uno dei maggiori produttori di oppio al mondo, ndr).
Tra le varie notizie si è suggerito di prendere in seria considerazione anche la possibilità di seguire la pista delle cocaina colombiana.
Addirittura una velocissima notizia, data una sola volta su televideo, ha riportato che per sferrare l’attacco all’Afganistan, gli Usa sarebbero pronti a testare il super aereo spia chiamato Aurora, capace di volare ad una velocità di 8.000 chilometri l’ora, vale a dire che potrebbe andare e tornare dalla zona di attacco in poche ore.
In America, come in Europa, sono state rafforzate le misure di sicurezza negli aeroporti e nei luoghi molto frequentati, questo però non ha impedito che si verificasse un terribile incidente a Milano Linate nel quale hanno perso la vita 118 persone. Non sembra che abbia nulla a che vedere con il terrorismo, ma, così come l’esplosione di una industria chimica a Tolosa, ha contribuito senz’altro al senso di  incertezza che ha avvolto l’Occidente.

INFINITE JUSTICE & ENDURING
FREEDOM


Alle ore 18:00 circa di domenica 7 ottobre 2001 le potenze alleate in avamposto, vale a dire quelle americane e inglesi, hanno sferrato il primo attacco contro il territorio dell’Afganistan. Missili Cruise hanno colpito le città strategiche militari in cui si rifugerebbero i talebani, il loro leader ufficiale il Mullah Omar e Osama Bin Laden. Bombardate Kabul, la capitale, Khandar, la capitale religiosa, Jalalabad, Ghazni, khost, Nangharhar, Helmand, Logar, Kundue, Jowzian, Mazari-i-Sharif e Balkh. Immediata la reazione contraerea delle forze talebane che si trovano a fronteggiare anche l’avanzata dell’alleanza del nord, ossia di quegli Afgani che non hanno accettato l’invasione talebana che con le sue regole estremiste e fondamentaliste ha riportato il paese ad uno stato di terrore medioevale. Condotti fino a poco tempo fa da Ahmed Shah Massud, morto in seguito ad un attentato terroristico proprio due giorni prima di quello alle torri, avevano opposto al regime talebano una gloriosa resistenza. Oggi si trovano dalla parte degli americani, anche se, dal loro punto di vista, sarebbe stato sufficiente avere il solo supporto degli alleati.
Come era accaduto per la guerra del Golfo, assistiamo una volta ancora allo show televisivo di luci bianche e verdi che squarciano la notte afgana, e siamo di nuovo in guerra.
Arriva pronta la conferma dal Pentagono. Appare, sugli schermi televisivi di mezzo mondo, il presidente George W. Bush con lo sguardo fiero e il sorriso rassicurante: <<I talebani non hanno voluto accettare le richieste degli Stati Uniti, ora dovranno pagare un prezzo>>. Spiega che saranno colpiti solo i siti militari dei nemici e che alla popolazione, stremata da 25 anni di guerre e in fuga verso il Pakistan, saranno lanciati aiuti umanitari in termini di cibo e medicine.
<<Sarà una guerra molto lunga, tesa a sradicare il terrorismo in ogni luogo del mondo, colpirà anche le nazioni che proteggono o facilitano in qualsiasi modo i fanatici>>.
<<Sarà giustizia infinita>>, termine apparso ai più un po’ troppo esagerato, allora sarà <<libertà duratura>>.
 Che Dio benedica sempre l’America e si ritorna a giocare a football.
A grande sorpresa però, poco dopo, Al Jazeera, la Cnn araba, trasmette a tutto il mondo che segue con trepidazione gli eventi, la registrazione di un messaggio di Osama Bin Laden in persona.
<<Ringrazio Dio perché sono stati distrutti i simboli dell’America e che la paura si è diffusa in tutti gli americani. Ciò che l’America assaggia oggi è pochissimo rispetto a quello che abbiamo assaggiato noi per ottanta anni. (...) Ogni mussulmano deve alzarsi in piedi per difendere la propria religione e sradicare gli infedeli dalla Palestina e dalla penisola arabica. Giuro su Dio Onnipotente che, né America  né coloro che vivono in America avranno sicurezza prima che noi avremo sicurezza in Palestina e prima che tutte le forze straniere vadano via dalla penisola di Maometto. (...) Migliaia di migliaia di bambini continuano a morire in Iraq e non si sente neanche una parola dei governanti e dei sultani contro di ciò. (...) Che Dio giudichi questi governanti corrotti. (...) Io dico all’America e giuro in nome di Dio che non cederemo mai fino a che l’ultimo soldato degli infedeli non avrà lasciato questa terra. Dio è grande e voi tutti siete chiamati a questa mobilitazione>>.
In perfetta calma, ma con determinazione, giunge la risposta del fronte talebano. Osama appare molto determinato, non mostra il minimo accenno di panico o di esaltato fanatismo, ha chiamato a raccolta tutto il mondo islamico contro il «grande Satana» e il «piccolo Satana» (Isreale ndr.) e non teme la «lunga e inesorabile guerra»  annunciata dal cowboy.

LE RADICI
DELL’ODIO


Notti di bombardamenti e l’indomani la distruzione. Kabul era già un ammasso di rovine abbandonate, le immagini del day after francamente sanno di patetico.
Gli inviati riportano su tutti i maggiori quotidiani la tragica situazione in cui versa la popolazione di profughi assemblati a centinaia di migliaia nel deserto dove stanno lentamente morendo.
Non hanno cibo, né acqua, i bambini sono allo stremo e le donne, ridotte nell’ignoranza più assoluta, attendono, passive, che qualcuno ordini loro come salvare i propri figli.
Intanto ad alti livelli si gioca a Risiko. Quattro carrarmatini viola in Uzbekistan, con i corpi speciali pronti all’incursione, e dall’altra due cararmatini gialli: sono già pronti nuovi kamikaze-dirottatori; si diffonde anche il panico da veleni ancor più contagioso delle sostanze stesse.
Davvero, una volta preso Osama Bin Laden, sarà finito il terrorismo? Davvero quelle terre martoriate avranno un giorno la pace? Davvero la smetteremo di versare lacrime ipocrite per migliaia e migliaia di bambini che agonizzano in tre quarti del mondo?
E noi occidentali, davvero, dopo quanto è accaduto, ci sentiremo di nuovo sicuri?
Quale ruolo vogliamo giocare noi tutti, le pedine che si muovono a colpi di dadi rossi e blu?
Facciamoci una domanda, una volta per tutte, a chi interessa veramente la guerra? questa pericolosissima guerra che se sfugge al controllo potrebbe diventare il terzo conflitto mondiale? A chi giova, visto che in migliaia di anni di storia abbiamo avuto prova che la guerra non ha mai risolto niente e nulla ha fatto se non sterminare miliardi di innocenti?
Chi è che guadagna con l’industria bellica e con i vari boom economici della ricostruzione? e con i monopoli energetici?
Forse vale la pena fare un po’ di memoria storica per capire le vere radici di questo odio così profondo che anima il mondo estremista islamico e le reali ragioni per cui una potenza come l’America muove una intera flotta per distruggere quattro tende e dieci ruderi, spendendo miliardi di dollari per dare la caccia ad un uomo su un terreno impervio e pericoloso, quasi impossibile da conquistare.
Cominciamo col ricordare che i primi ad invadere il mondo per portare la parola del Signore, distruggendo e massacrando con la croce tra le mani e come vessillo sulle vesti migliaia di indigeni in tutti quei territori che abbiamo depredato di ogni ricchezza, sono stati i cristiani. Cominciamo col ricordare che gli americani sono una popolazione multietnica che prima di chiamare gli immigranti italiani a lavorare, tanto per puntualizzare quanto scritto da Oriana Fallaci, mito caduto miseramente, sul Corriere della Sera, hanno brutalizzato, violentato e distrutto nonché rinchiuso in riserve come bestie i nativi di quelle terre dove si sproloquia in nome della libertà.
Cominciamo col ricordare le deportazioni degli africani per lavorare a suon di Jazz nelle piantagioni di cotone....
Cominciamo col ricordare, e vediamo di non dimenticarcelo, che i primi a portare il terrore nel mondo siamo stati noi occidentali. E succede, a volte, che qualcuno si ribelli. Questo chiaramente non giustifica la violenza islamica, ma inalberarsi indignati di fronte alla verità storica adducendo banali scuse del tipo, «sono passati 300 anni», non ci salverà.
Non dimentichiamo poi che abbiamo imposto la nostra lingua, la nostra religione, le nostre tradizioni anche in paesi come l’India, dove un uomo solo, Gandhi, era riuscito a compiere il miracolo della liberazione contro la vigliaccheria della violenza.
E soprattutto ogni azione militare compiuta dall’Occidente nel corso dei secoli aveva il preciso fine dell’arricchimento in nome del quale ogni razza che non sia come le nostra è inferiore e quindi eliminabile.
Così per le terre Jugoslave dove abbiamo finanziato e rifornito di armi il dittatore di turno, lo stesso in Africa, lo stesso in Iraq, dove prima Saddam era utile contro l’Iran di Khomeyni e come lo stesso Osama Bin Laden, ideale per scacciare i russi da territori ricchi di petrolio e giacimenti di gas.

AFFARI
DI FAMIGLIA


E poi andiamo a cercare negli affari di famiglia del presidente Bush e scopriamo il nome di un certo Khalid bin Mahfouz, uno degli uomini più ricchi del mondo - la cui banca privata, la National Commerce Bank, è la più grande sul pianeta - che negli anni ‘90 entra nel board della Bcci americana con il 20%. Periodo di grande splendore per il gruppo economico che riciclava denaro per i cartelli della droga colombiani, per il traffico di eroina prodotta in Afganistan e gestito dalla Cia, per finanziare Contras e Mujaheddin anti-sovietici.
Sposato con una delle tante sorelle di Bin Laden, Mahfouz aveva iniziato i suoi affari nel ‘78; il suo socio Salem Bin Laden aveva assunto come prestanome per il mercato statunitense James Bath - amico intimo di Bush junior, il Presidente - agente della Cia, con lo specifico compito di «stabilire un legame più fattivo con l’Arabia Saudita».
Bath procura i primi investimenti e proprio con le compagnie, gestite, anzi mal gestite, in tempi diversi dall’irrequieto giovane George che lo abbandona sul più bello con un mare di debiti.
Inutile dire che le incredibili ricchezze di Mahfouz sono andare anche a finanziare il movimento terrorista di Osama Bin Laden.
Con ciò non si vuole insinuare nulla di più di quanto scritto, ma suscitare, piuttosto, una riflessione.
In Iraq stanno morendo sotto i bombardamenti, non pubblicizzati dai media, tra 500mila e un milione di bambini iracheni, vittime dell’Embargo della «guerra umanitaria».
Secondo l’ultimo rapporto del Pnud (programma per lo sviluppo delle Nazioni unite) il patrimonio dei 115 uomini più ricchi del mondo è uguale al pil dell’Africa sub-sahariana, che conta 700-800 milioni di persone.
La Banca mondiale valuta che dopo gli attentati terroristici all’America, tra il 2001 e il 2002 non meno di dieci milioni di persone andranno a raggiungere la moltitudine che già si sostiene con meno di un dollaro al giorno, mentre 40 milioni bambini moriranno di malnutrizione e malattie.
La condizione di primitiva barbarie subita dalle donne afgane a causa della follia talebana aggiunge offesa su offesa alla dignità di ogni essere umano.
Continuano tranquilli a giocare alla guerra, invece, i lorsignori e noi, sempre più massa informe, ci facciamo trascinare nel dibattito se sia giusto o no partecipare ad una barbarie in cui moriranno i nostri figli occidentali e islamici, mentre le borse salgono e riempiono le tasche di pochi, i soliti.
A questo punto c’è quasi da sperare che Osama Bin Laden stia mandando a morire i figli di Maometto perché realmente spinto e motivato dalla sua follia religiosa,  e non da meri interessi di potere per cui senz’altro siederebbe al solito tavolino dove si svolge il «gioco grande».
Proprio quel «gioco grande» gestito dai veri proprietari del mondo, i quali tramite i loro «decisionisti» preparano con scrupolosa attenzione ogni mossa politica, economica, sociale per mantenere o mettere in crisi la stabilità dei popoli. Non è davvero il caso di meravigliarsi o di scandalizzarsi. Non è affatto difficile che chi siede dietro Osama Bin Laden e la sua rete sia spesso in combutta chi si muove dietro Bush e la grande coalizione occidentale. Per esempio Usa, Arabia Saudita e Golfo Persico hanno in comune banche e soldi.
Gli unici a pagare lo scotto di questa politica, gli unici a soffrire e a morire saremo sempre noi, il popolo, pedine sullo scacchiere di chi decide e mantiene gli equilibri del mondo. Ma fino a quando?




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ARMAGHEDON


3 minuti di silenzio in memoria dei martiri americani; 3 minuti di silenzio per i 30 mila bimbi che muoiono di fame ogni giorno; 3 minuti di silenzio per i 200 mila maya uccisi dalla dittatura guatemalteca appoggiata dal governo americano.
3 minuti di silenzio per tutte le ingiustizie che si sono verificate sul pianeta Terra in tutti i tempi, milioni e centinaia di milioni di morti in Africa, in Asia, ed in tutti e cinque i continenti, causati dai regimi integralisti, da dittature, da fanatismo religioso islamico, ebreo, cristiano, da vecchie e nuove inquisizioni e da politiche atee.
La verità della tragedia apocalittica che vive la società umana, oggi più che mai dall’11 settembre, è dovuta all’incapacità di tutti i governi e di tutte le religioni di insegnare ai popoli che rappresentano, e a cui si rivolgono, i valori della giustizia, della pace e dell’amore, dando esempio di coerenza per primi.
La verità è che un pugno di uomini ha il controllo quasi totale dell’economia mondiale soprattutto grazie alla vendita di armi, droga, petrolio e risorse naturali.
Questi uomini, che comandano alcune famiglie e multinazionali economiche nascondendosi dietro la maschera della religione (islamica, cristiana, ebraica...) e degli idealismi politici atei, sottomettono, schiavizzano e controllano i governi di tutto il mondo, sia quelli «democratici», sia quelli «totalitari».
Occorre cercare in queste faide, in questi intrecci, alleanze e divisioni di tali blocchi di potere la verità sul terrorismo internazionale e sulla guerra del terzo millennio che potrebbe portare all’ultima battaglia che il genere umano rischia di vivere.
Armaghedon: una intera generazione potrebbe scomparire!
Che Allah, l’Iddio uno e onnipotente, che è il Padre di Cristo, Maometto, Mosé, Krishna e di tutte le altre divine figure della storia dell’uomo intervenga a porre in salvo il salvabile.
E’ solo la preghiera accorata di un uomo di fede.

Giorgio Bongiovanni



 
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    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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