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La morte di Saviano PDF Stampa E-mail

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di Andrea Meccia - 26 marzo 2009
La partecipazione di Saviano a Che tempo che fa in prima serata sulla Rai è stato un evento televisivo che non avevo mai vissuto. L'ho atteso con la stessa ansia e trepidazione con cui avrei atteso una finale di Champions League del Napoli e nessuno si scandalizzi del paragone.



Certo non tutto mi ha soddisfatto ma non sembrava vero quello che stava accadendo. La sua lezione di semantica giornalistica mi ha rapito.
Ricordo che non appena uscito in libreria Gomorra, incredulo del successo, Saviano conduceva una trasmissione radiofonica su Radio3. I temi erano gli stessi del libro e le parole anche, ma mancavano i tempi del conduttore, dell'oratore solitario. Ho visto Saviano una volta dal vivo leggere un suo racconto. La lettura non era fluida. Era imbarazzato, impacciato, ma simpatizzavo per lui, il suo imbarazzo mi piaceva. Stasera invece ho trovato un Saviano cresciuto, più maturo, più sicuro di sè, capace di catturare l'attenzione, di prenderti e condurti per mano verso quel mondo di parole che grondavano sangue e violenza. Avrei voluto che quella lezione durasse all'infinito. Ma voglio ragionare su un'altra questione. Qualche tempo fa, dopo la strage degli immigrati a Castelvolturno e la caccia al latitante Setola, Saviano scrisse diversi articoli su Repubblica. Come sempre cercava di collegare nomi, soprannomi, abitudini dei killer, luoghi, paesi, contrade in cui la tragedia si consumava. Quegli articoli non mi soddisfacevano. C'era qualcosa che non mi convinceva. Alle parole di Saviano mancava qualcosa. Non avevano la loro solita forza, la loro solita rabbia. Erano prevedibili e sterili. Credo che a Saviano per scrivere di quella strage mancasse come linfa vitale l'odore del territorio. Saviano è come uno scienziato che per lavorare ha bisogno di un laboratorio. Il laboratorio di Saviano è il mondo, il contatto diretto con la realtà. Cosa potrebbe scrivere oggi Saviano? Io immagino solo bellissime pagine sulla sua triste vita di uomo sotto scorta. A Saviano sono già stati tolti gli strumenti per raccontarci il potere criminale. Saviano è un chirurgo senza bisturi, un biologo senza microspopio. Non voglio immaginare un Saviano che ci racconta la modernità collegato ad Internet o immerso in noiosi dibattiti intellettuali. Saviano deve prendere il tram, come dicevano gli scrittori veristi francesi dell'800, deve stare nel mondo, deve osservare, deve incamerare immagini, suoni e odori e poi restiruircele sotto forma di letteratura. Glielo chiede la sua scrittura, la sua idea di letteratura, il suo istinto. Glielo chiediamo noi, giovani trentenni senza rappresentazione politica ed artistica. Questo è il dramma che ho percepito stasera. La (possibile) morte dello scrittore Saviano. Immaginiamo Pasolini vivere sotto scorta, sottoposto a regime di sorveglianza. Inutile farlo, perchè fu fisicamente ucciso. La camorra che invece perseguita Saviano e lo Stato che in oltre 50 anni di democrazia non ha creato le condizioni affinchè uno scrittore come lui possa essere un libero cittadino, lo stanno uccidendo lentamente. Come scrittore, non come uomo.

Tratto da:
andreameccia.blogspot.com



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