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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Terzo Millennio arrow Anno VI° Numero 2 - 2006 N°48
Anno VI° Numero 2 - 2006 N°48 PDF Stampa E-mail

 
Dopo Provenzano


La bella Italia degli scandali giudiziari si è risvegliata a  primavera con una nuova miseria che ha distrutto definitivamente la magia attorno allo sport più amato: il calcio. E che c’entra questo con la mafia? Vi chiederete. Niente, se lo si intende in senso stretto. Tutto se si comprende quanto questa cultura della corruzione, della arroganza, dell’abuso di potere, del delirio di onnipotenza, del sopruso e dell’inganno alimenti in realtà la mafia. E’ come un batterio in un ambiente infetto, prolifera e cresce a dismisura contagiando ogni cosa.
Per un attimo, però, possiamo tralasciare l’amarezza per celebrare finalmente un evento positivo: la tanto attesa cattura del boss di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano, dopo quarantatre anni assicurato alle patrie galere. Un sentito ringraziamento a tutti gli operatori giudiziari e di polizia che hanno dedicato anima e corpo al raggiungimento di un obiettivo così importante ottenuto con operazioni di investigazione da “manuale”, vecchio stile. E’ da escludere quindi che ci possa essere stata una manovra riconducibile ad una trattativa, ma, congratulazioni a parte, ora si impone più che mai una domanda perentoria: come sarà il dopo Provenzano? C’è già un candidato pronto a sostituirlo al vertice di Cosa Nostra? O non sarà più necessario un unico capo? E i legami, le protezioni, i canali del riciclaggio che gestiva il vecchio padrino sono passati nelle mani di chi?
La caduta di Provenzano ha poi coinciso con quella del governo Berlusconi, sostituito però dalla coalizione di centro sinistra per una manciata di voti. Ci auguriamo vivamente che non avvenga alcun tipo di “inciucio”, che sarebbe inaccettabile. Benché il centro sinistra abbia conquistato le tre cariche più importanti dello Stato, con parecchia fatica, i primi passi, tra litigi e discussioni, non si presentano granché rassicuranti. E preoccupa non poco che il “toto ministri” avvenga tra una rosa di vecchi nomi destinati a dicasteri delicati come quelli della Giustizia e dell’Interno per cui non si dovrebbe prescindere da una qualche competenza. Speriamo che almeno i sottosegretariati siano affidati a uomini capaci e preparati. Nel caso specifico della lotta alla mafia per esempio la delega dovrebbe essere data ad un Giuseppe Lumia, da anni impegnato in prima persona nell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. A meno che questo governo, come nel 1996, pensi di poter sottovalutare ancora una volta la potenza delle mafie. I pizzini raccolti nel covo di Provenzano infatti ci riferiscono di una Cosa Nostra forse indebolita sul piano delle affiliazioni, poiché si è ridotta notevolmente la soglia di affidabilità grazie al fenomeno del pentitismo e all’ottimo lavoro svolto dagli inquirenti, ma non certamente nelle sue ricchezze miliardarie reinvestite in tutti i generi di affari in Italia e all’estero. Durante la campagna elettorale si è parlato molto di economia, di manovre per rimpinguare le gementi casse del nostro Paese, ma nessuno ha presentato un piano articolato per recuperare quel 9,5% del nostro Pil fatturato dalle mafie in un solo anno.
Il governo di Centro Sinistra ha una grande occasione a portata di mano. Ha a sua disposizione uomini preparati, una società civile molto sensibilizzata sul tema, ne sono un esempio stupendo i ragazzi di Addio Pizzo che hanno dato vita ad un vero e proprio movimento contro il racket del pizzo che piega ogni giorno decine di centinaia di negozianti e piccoli imprenditori costretti a pagare una tassa sulla sicurezza. Un danno economico incalcolabile per le nostre quattro regioni del Sud più infestate dalla violenza diretta delle mafie che non riescono ad uscire dal giogo dei ricatti e a sviluppare tutte le loro potenzialità nella legalità.
La Sicilia poi ha la storica opportunità di voltare pagina e di restituire lustro e dignità ai suoi cittadini onesti scegliendo come Presidente della Regione Rita Borsellino alle prossime imminenti elezioni.
Dal canto nostro non possiamo che sostenere qualsiasi iniziativa che questo governo vorrà intraprendere contro la mafia, mantenendo sempre e comunque il nostro ruolo di giornalisti che hanno il dovere di fare da “cani da guardia” e additare quei comportamenti incoerenti e pericolosi che preludono i soliti abbassamenti dei livelli di guardia.
Il “dopo Provenzano” si apre quindi già con molti interessanti interrogativi. Cominciamo col chiederci se le protezioni  di Provenzano si limitavano alle talpe in procura o ai politici locali. La condanna di uomini di primo piano sulla scena nazionale come il rieletto senatore Marcello Dell’Utri, le stragi e le mancate catture del boss ci dicono di no. Ci suggeriscono di guardare tra le maglie viscide e oscure della massoneria deviata, dei servizi deviati le cui ombre ricorrono in tutta la storia dello stretto vincolo tra Cosa Nostra e il Potere.
Segreti inconfessabili di cui Provenzano (così come tutti gli altri componenti della Cupola) salvo il miracolo che si penta, non parlerà mai, segreti di cui però sono ben a conoscenza tanto Matteo Messina Denaro che Totuccio Lo Piccolo, i due designati eredi al trono. In modo particolare sono risapute le entrature di Messina Denaro in questi ambienti, la partecipazione diretta alla strategia stragista, così come i suoi legami con la Cosa Nostra americana, importantissimo contatto di cui dispone anche il Lo Piccolo.
Sono quelle le vere coperture che permettono all’organizzazione di esistere e di sedere nella stanza dei comandi, il “Sistema Provenzano” che esiste oltre il padrino, la Causa malefica che Matteo Messina Denaro ha giurato al boss in uno dei “pizzini” più importanti di servire per sempre.
Quella è la vera Cosa Nostra che si deve combattere, ma non per arginarla quanto piuttosto per debellarla completamente. Questa è la vera sfida del “dopo Provenzano” che il governo deve raccogliere e vincere, per non essere alla fine peggiore di quelli che sfacciatamente hanno alimentato la forza della mafia con la pubblica convivenza. Ci aspettiamo infatti che per esempio il governo Prodi abroghi tutte quelle leggi ad personam che il governo Berlusconi ha criminalmente approvato. Che faccia chiarezza e pulizia sui nomi dei condannati (che oggi ammontano a ben 23) e degli indagati che siedono in parlamento. Che ripristini il ruolo di Tano Grasso quale Commissario Nazionale Antiracket. Che agisca di concerto con la magistratura affinché i due poteri possano collaborare. Che si faccia luce sulle stragi del ’92 e ’93 con l’istituzione di una Commissione apposita. Che la Commissione Parlamentare Antimafia abbia un presidente seriamente preparato e non un qualsiasi esponente di partito. Che in televisione comincino ad essere divulgati programmi di educazione alla legalità che sono per ora quasi del tutto inesistenti. Che venga stabilito un codice etico all’interno dei partiti affinché vengano esclusi quei politici che in qualche modo abbiano intrattenuto rapporti con i mafiosi… ecc, ecc, ma sono solo alcuni esempi.
Degli “ibridi connubi tra criminalità organizzata e centri di potere occulto”, così come definiva quattordici anni fa il giudice Falcone quello che oggi chiamiamo “sistema Provenzano”, ci occuperemo nel prossimo numero.

Giorgio Bongiovanni

 
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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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