La Rivista
Editoriali
N° 39 Aprile-Maggio 2004 | N° 39 Aprile-Maggio 2004 |
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Nel silenzio più assoluto e
nell’indifferenza sempre più ostentata è passato inosservato l’ultimo
discorso-messaggio pronunciato dal capo di Cosa Nostra Totò Riina durante
un’udienza al processo per il fallito attentato allo stadio Olimpico del ‘94.
Nelle parole del boss, che riportiamo
integralmente, sono molti gli spunti per avventurarsi in più riflessioni. Ciò
che però ha attirato maggiormente la nostra attenzione è il filo di
collegamento che Riina traccia tra le stragi del ‘92 e del ‘93.
In ognuna di esse, per le quali è
imputato e già condannato (l’ultimo ergastolo per le bombe del ‘93 gli è stato
comminato proprio mentre scriviamo), il padrino richiama l’attenzione sulla
presenza inquietante dei servizi segreti.
Il riferimento all’aereo per la strage di
Capaci, il Castello Utveggio per quella di via D’Amelio e ancora i colloqui
avuti da Di Carlo in carcere fino alla morte misteriosa di suo cugino Nino
Gioè...
Comodo - dice - addossare tutte le colpe
a Riina. Ma in Italia non si ha il coraggio di investigare seriamente sul
perché, lo ripete, sul perché «io ho commesso questo delitto o ho fatto
commettere questo delitto». Non si sa se per lapsus o per difficoltà
grammaticali, sta di fatto che Riina lancia un messaggio preciso: cercate oltre
me, cercate oltre Cosa Nostra, se volete sapere la verità.
E riallacciandosi a quanto già aveva
detto in una precedente udienza circa la possibilità che la sua cattura sia
stata frutto di un tradimento, si richiama alla trattativa e al ruolo del
figlio Ciancimino, che accompagnò sempre il padre, ora scomparso, durante i
vari incontri avuti con i carabinieri per pervenire all’arresto del boss.
Chiede che questi possa essere interrogato, e domanda a voce alta: «Perché il
figlio di Ciancimino non è stato mai sentito?».
Ancora. Dopo un riferimento al proiettile
dei Boboli che sa più che altro di un suggerimento ripropone la domanda
cruciale sul ruolo dell’allora Ministro degli Interni Mancino che, pochi giorni
prima di quel 15 gennaio 1993, annunciò la storica cattura del boss. «Perché
questo Ciancimino che collaborava con sto colonnello non ci viene a dire il
perché cinque, sei giorni prima l’onorevole Mancino ci dice che Riina viene
arrestato, ma a Mancino chi ce lo disse? Allora ci sono dei signori che mi ha
venduto?»
Mi sta bene la verità, conclude. Purché
venga cercata e pagata da tutti, non solo da me, dal «parafulmine d’Italia». Anche a noi, oltre che ovviamente a tutti i familiari delle vittime, piacerebbe tanto sapere qual è la verità, nient’altro che la verità sulla morte dei giudici, delle loro scorte e dei civili, innocenti, che hanno pagato il conto per questo Stato fatto anche di Istituzioni deviate e devianti, che, come disse Falcone stesso, si sono rese responsabili di avere ispirato crimini efferati. Giorgio Bongiovanni |
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Studio sulla finanza internazionale del Centro libero analisi e ricerche
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