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Antimafia Duemila

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Home arrow La Rivista arrow Sommari arrow N° 36 Novembre-Dicembre 2003
N° 36 Novembre-Dicembre 2003 PDF Stampa E-mail

Lettera di un pregiudicato al pm

di Giorgio Bongiovanni 



«Egregio dottor Ingroia - La prego di leggere questa lettera aperta e di rispondermi».
Comincia così la missiva che il senatore Marcello Dell’Utri, imputato a Palermo di concorso esterno in associazione mafiosa, ha affidato alla stampa lo scorso 26 novembre.
Una lettera pubblicata intergralmente su Il Foglio di Giuliano Ferrara, un messaggio molto siciliano diretto a certi ambienti, a certe persone, a certi poteri.
«Sono costernato per il fatto che lei non abbia avuto la sensibilità di astenersi immediatamente» dal processo o di domandare » un’immediata sospensione del dibattimento» e il «proscioglimento dell’imputato», chiede il senatore al Pubblico Ministero.
Motivo? L’«evidente manipolazione criminale, nella figura del suo investigatore», Giuseppe Ciuro, il maresciallo arrestato lo scorso 5 novembre nell’ambito dell’inchiesta che ha portato alla scoperta di talpe all’interno della procura di Palermo.
«Scelgo questa forma epistolare - continua il politico forzista - perché non si tratta di un rapporto privato tra un imputato e il magistrato della pubblica accusa bensì di una questione di giustizia che riguarda tutti i cittadini».
Perché «è capitato ad altri. A persone che hanno il privilegio di potersi difendere con qualche efficacia e a persone che non hanno nemmeno i più elementari strumenti di autodifesa».
«La mia filosofia di palermitano fatalista – continua - mi ha fatto fino ad ora accettare il prezzo della cittadinanza in un paese in cui la giustizia è evidentemente malata, come dimostra l’ultima sentenza della Cassazione sul caso Andreotti e molte altre sentenze. Ho fronteggiato un voto della mia Camera di appartenenza sul mio arresto. Ho preso atto con dolore del fiorire della calunnia, fiore velenoso. Ho opposto a tutto questo la solidarietà delle persone che mi vogliono bene e la dignità che viene direttamente dalla mia coscienza. Ho imparato il mestiere doloroso di imputato, e abbandonato o quasi il resto. Ora però e successo qualcosa. Vengo a sapere che il suo braccio destro investigativo, egregio dottore, è ristretto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere con l’imputazione di concorso esterno in associazione di stampo mafioso il mio stesso reato presunto».
E se nel caso nel maresciallo Ciuro Dell’Utri cita l’espressione usata dal procuratore di Palermo Piero Grasso, «traditore della Repubblica», nel suo parla invece di «reato di dubbia definizione».
Nonostante il reato sia per entrambi stesso.
Il senatore dichiara poi di sentirsi pieno di ansia e di vergogna. «Non per me – dice – ma per un sistema di giustizia a cui un cittadino incensurato può capitare di essere sottoposto alla tortura di un processo infamante nel corso del quale, per anni, le presunte prove ovvero il niente della chiacchiera vengono raccolte da un ‘traditore della Repubblica’ nell’ufficio attiguo a un sostituto procuratore della Repubblica come lei; da un investigatore che è stato e si è comportato come un suo sodale perfino in fatti privati; da un presunto mafioso, così gravemente bollato dal capo del suo ufficio, che ha l’incarico pubblico di scavare nella vita di un privato cittadino e di cercare di procurargli una condanna che griderebbe vendetta al cielo, se mai fosse pronunciata».
Parole toccanti, peccato però che il maresciallo Ciuro abbia contribuito a raccogliere soltanto una piccola parte della mole di indizi che hanno convinto il giudice delle indagini preliminari a rinviare a giudizio il senatore Dell’Utri con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, e, successivamente, con quella di calunnia aggravata insieme agli ex-pentiti Pino Chiofalo e Cosimo Cirfeta. Per non parlare di quelli, e sono tanti, emersi nel corso del dibattimento.
Tanto meno il Ciuro ha contribuito alle indagini che hanno portato ad una condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per false fatture e frode fiscale. Cosa, questa, che fa di lui un pregiudicato, non certo «un cittadino incensurato».
Cittadino incensurato, per assurdo, è ancora il maresciallo «traditore».
Non ancora rinviato a giudizio anche se indagato e subito arrestato. Per chi non ha la fortuna di essere protetto dai colleghi deputati le manette scattano subito.
E a ben guardarla, questa vicenda, ci si accorge che il problema rimane sempre lo stesso: evitare di parlare dei fatti, quelli veri. Riempirsi la bocca di parole come <<complotto>>, <<toghe rosse>>, <<giustizialismo>> mentre nelle aule giudiziarie si procede, giorno dopo giorno, alla faticosa formazione della prova.
Dichiarazioni di collaboratori di giustizia, riscontri esterni, testimonianze hanno finora dimostrato, nel caso del citato Andreotti, che il sette volte Presidente del Consiglio ha avuto rapporti con la mafia e che di questo sarà chiamato a risponderne davanti alla storia.
Questo nonostante l’assoluzione.
Dov’è, quindi, la giustizia malata?
Si dice che la miglior difesa è l’attacco. E all’attacco, per il momento, il pm Antonio Ingroia ha risposto con una sola frase: <<Delle vicende processuali voglio parlare con l’imputato solo in un’aula di giustizia>>.

Giorgio Bongiovanni
 
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