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Antimafia Duemila

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N° 31 Maggio 2003 PDF Stampa E-mail

 La morte dei giusti
Colpito da infarto il pm Chelazzi. Indagava sui mandanti esterni delle stragi del 1993

di Giorgio Bongiovanni 

Se ne è andato nel sonno. Un altro di quei pochi giusti che lasciano un vuoto incolmabile per la loro dedizione alla giustizia e alla ricerca della verità.
Gabriele Chelazzi, il magistrato, è morto nella notte tra il 16 e il 17 aprile nella camera di una foresteria della Guardia di Finanza che occupava durante la sua permanenza a Roma. A sottrarlo all’amore dei suoi cari, la moglie Caterina e la figlia Francesca di 21 anni, un infarto. Raramente la vita richiama i giusti senza esigere il loro sacrificio per mano degli ingiusti. Questa volta non sono state bombe assassine a fermare il delicato lavoro di un investigatore raffinato e scrupoloso. Anche se, considerati gli sviluppi delle indagini da lui condotte sui mandanti esterni delle bombe che avevano dilaniato la sua  Firenze nel 1993, forse sarebbe stato il caso di procedere ad autospia. Invece il medico legale ha eseguito, come da procedura, l’esame «esterno» non ritenendo necessario alcun approfondimento. Eppure ultimamente il magistrato aveva espresso ad alcuni amici, in particolare il Procuratore Nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna, di cui era sostituto procuratore e Massimo Russo, collega e segretario dell’Associazione nazionale magistrati di Palermo, preoccupazione per la propria incolumità.
«Se dovesse accadermi qualcosa sappiate che mi stavo occupando di questo...», aveva detto senza polemica, ma non aveva nascosto nemmeno il suo sentimento di solitudine. «Quello che mi amareggia è che ogni mio giorno da dieci anni a questa parte è stato segnato da questa indagine. Ma sembra che io continui a lavorare per interesse mio, che sia diventato il mio gioco, che mi balocchi a scoprire perché e chi ha fatto le stragi o chi e perché non ha ritentato quelle mancate».
Nonostante questo, come tutti i giusti, aveva continuato il suo lavoro.
Stava seguendo una pista che negli ultimi giorni lo aveva portato a parlare con l’attuale
capo del DAP, Giovanni Tinebra, poiché riteneva che nel tormentato mondo delle carceri, in particolare nel braccio dei dannati del 41 bis, ci fossero indizi per ricostruire il filo di quella trattativa tra mafia e stato che è all’origine della campagna stragista del ‘92-’93 e che, ne era ormai convinto, è ancora in corso.
Percorrendo questo filo aveva voluto sentire come persona informata dei fatti anche il capo del Sisde Mario Mori, in questi giorni indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa, coinvolto nelle prime fasi del «dialogo» tra Cosa Nostra e Stato che ha portato alla cattura di Salvatore Riina.
Dopo le vacanze di Pasqua il magistrato si sarebbe dovuto recare a Palermo per interrogare due testimoni: un noto politico siciliano già condannato per mafia, recentemente riscritto nel registro degli indagati, e un professionista altrettanto in vista, amico del falso pentito Pino Lipari. Il primo è stato indicato da un collaboratore trapanese come l’interlocutore che consigliò ai fratelli Graviano e a Leoluca Bagarella di cambiare strategia e di smettere con le bombe. Sul secondo invece c’è il più assoluto riserbo, si sa solo che si incontrò con un generale dei Carabinieri, come dimostrerebbero le agende, alla fine del ‘92, ma non se ne conoscono le motivazioni.
Al momento non è possibile nemmeno ipotizzare chi potrà proseguire le indagini del procuratore Chelazzi che poco tempo fa ad una scherzosa provocazione: «Possibile che lavori solo lei alle stragi?», aveva risposto: «Possibilissimo. Sono a scadenza e nessuno è stato scelto a Firenze per sostituirmi».
Nel frattempo a noi piace pensare al suo Spirito, Libero di innalzarsi come un Aquila verso le dimensioni più superiori dove dimorano i giusti, dove per vivere in libertà e giustizia non si deve morire.

Giorgio Bongiovanni

 
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